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Marine è al bivio PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi x ilprimatonazionale.it   
Martedì 09 Maggio 2017 00:44


Ma per non finire nel cul de sac deve guarire dall'illusione democratica

Marine è stata sonoramente sconfitta? Sicuramente se ragioniamo partendo dalle aspettative irreali che erano state alimentate e alle quali aveva creduto anche lei. Se invece consideriamo che un terzo dei francesi ha votato contro l’intera classe dirigente il ragionamento cambia. Oggi Marine è a un bivio: può avere intonato il canto del cigno o può capitalizzare il raccolto per avviare una dinamica, ma deve individuare quella giusta altrimenti è finita e l’opposizione futura sarà Mélenchon. Marine ha commesso errori? Una serie impressionante, ma ha pur sempre collezionato undici milioni di voti ed ha corso per l’Eliseo. Criticandola si rischia di comportarsi come al bar dello sport. Tuttavia se la critica la si fa per aiutare a migliorare e se è militante, e soprattutto condivisa con quadri e militanti francesi, la faccenda cambia.

Errori tecnici
Come tali intendiamo quelli che hanno frenato la conquista di consensi. Il primo errore di Marine è avere pensato che si dovesse offrire un profilo accettabile e così ha iniziato a licenziare e rinnegare il padre, poi si è messa a demonizzare Vichy e a scomunicare forze come Jobbik e Alba Dorata, recuperando la retorica gollista ormai desueta e stantia. A questo si sono aggiunte le esternazioni sul Front come scudo israeliano. L’intento avrebbe dovuto essere quello di sfondare al centro per diventare presidenziabile. Lo stesso Fini non si comportò così prima di essersi affermato, ricordiamo che alle Fosse Ardeatine ci andò dopo le elezioni e non durante: troppo frettolosa la svolta alleanzina d’Oltralpe.
Il secondo errore di Marine è stato impostare la campagna sulla retorica anti-Ue e sulla pretesa di uscire dall’Euro. Non si è resa conto che i francesi richiedono più peso e più garanzie in Europa ma non sono affatto anti-europei e che praticamente nessuno crede che si possa uscire dall’Euro senza che lo abbiano concordato banche e stati; infine non ha tenuto conto della paura che giustamente subentra tra i risparmiatori. In breve tempo si è dovuta arrendere all’evidenza che stava perdendo tutti i pensionati e parecchi giovani senza guadagnare nessuno. Due milioni d’intenzioni di voto sono evaporate così al primo turno. Se avesse impostato la campagna sul fallimento delle élites invece che sull’eurosecessionismo avrebbe avuto molto più successo.
Il terzo errore è stato la somma dei primi due: nell’illusione di correggere la rotta si è arrampicata sugli specchi smentendosi in parte sull’Euro e sulla Ue e, avendo abbandonato i riferimenti identitari che non fossero un vago richiamo alla Francia, è sembrata ambigua e non strutturata.
A questi si è aggiunto il quarto errore: per mantenere un’immagine forte ha puntato sulla lotta al terrorismo ma lo ha fatto con proposte astratte e demagogiche e soprattutto la scelta è stata fatta a scapito del tema sull’immigrazione, tanto che quando Macron nel dibattito ha sostenuto che la Francia ha bisogno di duecentomila immigrati all’anno non l’ha contraddetto.
L’ultimo errore è stato proprio il dibattito nel quale è stata oggettivamente sconfitta e che le è costato un punto percentuale al giorno a partire da quel mercoledì. Lo avesse vinto avrebbe invece raggiunto la soglia psicologica del 40%.

Gli errori tecnici sono utili da studiare per il futuro ma, molto prima di essi, rileviamo il padre di tutti gli errori: il travisamento del reale.
Per travisamento del reale intendo la fiducia nella democrazia che permetterebbe al popolo tramite le urne di rovesciare le élites. Ciò è storicamente infondato perché non è mai successo. O si è trattato di prendere un potere vacante anche con il voto ma soprattutto con il contropotere, oppure di frutti di manovre di palazzo o di scontri intestini. L’avere completamente frainteso le meccaniche, le cause e i padrini della Brexit nonché il dato del conflitto interno americano che ha eletto Trump e l’aver preteso di farsi portare dalla medesima marea è stato semplicemente assurdo. In particolare per qualcuno che è nato e cresciuto in un ambiente che è il primo a conoscere i rapporti di potere, le relazioni sinarchiche e l’ostaggio del voto. Aggiungo che tutto il disegno che ha portato Macron all’Eliseo era chiarissimo proprio a persone impegnatissime nella macchina propagandistica di Marine che me l’hanno illustrato nei dettagli fin dallo scorso autunno: che lei si sia rifiutata di capire come fosse anch’essa strumento di una macchina perfetta è sbalorditivo.
Invece d’illudersi di venire trasportata dalla Provvidenza avrebbe dovuto sfruttare l’onda sì, ma sapendo bene dove andare che non poteva proprio essere l’Eliseo. Poiché ci si è invece lanciata a testa bassa e senza altri traguardi da ben due anni, adesso il rischio della delusione e dello scoramento delle truppe e dell’elettorato è concreto.

Che fare ora?
Parliamo ovviamente di lei e dell’ex Front, visto che gli cambierà nome. Due sono le possibilità che ha davanti a sé, la prima è di proseguire gli errori della campagna nell’illusione che la destra istituzionale sia morta e che lei possa riuscire a rimpiazzarla. Se questo è il ragionamento, l’unica possibilità che ha perché si realizzi sul serio è che ciò garbi ai poteri forti perché i dati reali sono tutti contro di lei. Il primo è fornito dal risultato elettorale di non sfondamento che si accompagna alla sua figura imbarazzante perché non ancora sdoganata. Il secondo è che tra il primo turno e il ballottaggio non ha recuperato che il 14% dell’elettorato di Fillon mentre l’86% le ha voltato le spalle. Se ci aggiungiamo che la regia che ha tenuto al palo i repubblicani probabilmente li risarcirà, Marine rischia di ritrovarsi alle legislative di giugno con un pugno di mosche o giù di lì in quanto a seggi, considerando i meccanismi francesi delle desistenze.
L’altra soluzione va in senso opposto. Dovrebbe alzare i toni invece di abbassarli, ma farlo con maggior flessibilità nei rapporti politici interni ed esterni. Sarebbe bene che ragionasse per il prossimo quinquennio, puntando in giugno a portare a casa qualche deputato, per poi lavorare, così come ha già iniziato a fare Philippot, per la penetrazione nell’organizzazione sociale ed economica. Il Front potrebbe restare così come elemento identitario di un sistema di forze promosso da Marine che si desse pochi e condivisibili punti identitari e sociali: questo sistema di forze potrebbe essere l’espressione delle provincie e delle regioni di cui dovrebbe rappresentare l’anima, nonché di varie categorie sociali produttive da coordinare e da rendere combattive. La Francia viva, attiva, organizzata, combattiva e con potere contrattuale quotidiano è quello che va realizzato come opposizione alla tecnocrazia.
Il 2022 non è lontano, se ci si avvia con radicamento territoriale e con potere contrattuale le larghe intese diventeranno possibili. Ma se ci si dirige scomunicando padre, radici e forze amiche, allora tanto vale non perdere tempo a vedere cos’accadrà perché non sarà affatto interessante, qui da noi abbiamo già dato.
Al bivio vediamo quale strada prenderà. Quella sbagliata potrebbe anche portare a guerre di successione e a scissioni e fare di Mélenchon l’oppositore di Macron. Quella giusta richiede invece di rimettersi in causa mediante il recupero della cultura antidemocratica da porre al centro della prassi democratica.
Aver preso molti più voti di papà in un frangente molto più favorevole sarà stato anche elettrizzante ma si deve attingere alla sua scuola se si vuole concretizzare.


 

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