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Scritto da Maria Giovanna Depalma x quotidianodibari.it   
Venerdì 12 Maggio 2017 00:12


Il wonderfoul world delle ong

Nei giorni scorsi hanno fatto molto discutere le dichiarazioni del Procuratore di Catania -Carmelo Zuccaro-  rilasciate in Commissione Antimafia nelle quali evidenziava  come “La massa di denaro destinata all’accoglienza dei migranti attirasse l’interesse della mafia e di alcune organizzazioni non governative presumibilmente colluse con gli stessi scafisti traghettatori di uomini”. Dichiarazioni che hanno indignato buona parte del Governo e della politica che dell’accoglienza ha fatto il suo cavallo di battaglia: da Gentiloni alla Boldrini, dal Presidente del Senato Grasso al Ministro della Giustizia Orlando per finire, dulcis in fundo, al commento del vaticano sull’Osservatore Romano:’Scandalo sulla pelle dei migranti’. Eppure anche la Procura di Trapani, dopo quella di Catania, ha aperto un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina su alcuni operatori Ong. Il Procuratore Ambrogio Cartosio ha ammesso davanti alla Commissione Difesa del Senato che “Le Ong hanno fatto qualche intervento di salvataggio in mare senza informare la Guardia Costiera e la presenza delle navi delle Ong in un fazzoletto di mare può costituire, non da solo, ma con altri elementi, un elemento indiziario forte per dire che sono a conoscenza che in quel tratto di mare arriveranno imbarcazioni di migranti e dunque ipotizzare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I soggetti a bordo delle navi -prosegue Cartosio- quindi gli operatori delle Ong, sono evidentemente al corrente del luogo e del momento in cui arriveranno i migranti e questo pone un problema relativo alla regolarità di questo intervento; e -conclude- la legge italiana sebbene riconosca che il comportamento delle navi possa favorire il reato di immigrazione clandestina, non ne prevede la punibilità perché se una nave qualsiasi viene messa al corrente del fatto che c’è il rischio che un’imbarcazione possa naufragare ha il dovere di soccorrerla in qualsiasi punto e questo principio travolge tutto”. Insomma la galassia ‘tollerante’ dei poteri forti non ci sta ad accettare la realtà di quanto sta avvenendo, ormai da anni, nel nostro Paese e più in generale in Europa. Eppure ogni giorno, le pagine di cronaca raccontano un’altra verità,  decisamente scomoda al panorama del buonismo collettivo (dietro il quale si nasconde un progetto diabolico di sostituzione di popolo) a cui lor signori  sono votati per profitto ed apparenza. Degrado, criminalità, emergenza sociale, terrorismo: è questa invece la realtà con cui i cittadini europei sono rassegnati a convivere e, senza guardare troppo in casa d’altri, quello che succede a Bari non è affatto da sottovalutare. Ieri la Squadra Mobile della polizia, coordinata dalla Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di presunti trafficanti di uomini a Bari, Catania e Salerno.
Nell’operazione “Hawala.net” diversi cittadini somali sono stati accusati di associazione per delinquere finalizzata alla permanenza illegale di clandestini in Italia ed al successivo ingresso in Paesi esteri, favoreggiamento di immigrazione clandestina a scopo di lucro, uso di documentazione falsa, corruzione di incaricato di pubblico servizio e falso ideologico in atto pubblico. A capo dell’organizzazione criminale un cittadino somalo -Ismail Olhaye Hussein- di 33 anni, residente a Bari e gestore di due internet point (basi logistiche e operative del gruppo). Le indagini della Digos e Sco hanno rivelato che la banda prelevava gli immigrati appena sbarcati dalle navi delle Ong prima che fossero identificati, facendone perdere le tracce, per poi transitarli verso i Paesi nordeuropei (Gran Bretagna, Svezia e Germania).  Le somme di denaro pattuite per finanziare il viaggio (900 euro a persona) venivano inviate dalle famiglie dei migranti all’organizzazione criminale attraverso i canali “Money Trasfer”  mentre tramite Facebook ed altri social network i componenti della banda avrebbero avuto contatti con soggetti ritenuti filo-jihadisti vicini al gruppo terroristico somalo “Al Shabaab”. Quel che è peggio è che uno dei somali fermati era noto alle forze dell’ordine in quanto già sottoposto a fermo in Italia nel luglio 2016 per aver favorito l’ingresso sul territorio nazionale, attraverso Malta, di due ‘foreign fighters’ militanti dell’Isis/Daesh.
Qui la domanda, ormai più retorica che scontata, sorge spontanea: come mai questo immigrato era ancora in Italia a delinquere indisturbato?  Tra gli indagati anche un impiegato del Comune di Bari che si era lasciato corrompere per dichiarare falsamente inesistenti residenze di cittadini somali nel capoluogo pugliese. Inoltre dalle intercettazioni è emerso che l’organizzazione stava cercando di compiere un attentato a Bari ai danni di un interprete connazionale sospettato di essere un collaboratore della magistratura e, per farlo, avrebbero pensato di pagare mafiosi locali. Storie di ordinaria integrazione.

 

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