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Scritto da ilmessaggero.it   
Venerdì 11 Agosto 2017 00:18


Ormai si assumono soltanto donne

I dati Istat sull'occupazione aggiornati al mese di giugno hanno attirato l'attenzione per il "record" raggiunto dal tasso di occupazione femminile, che si è portato al 48,8 per cento ovvero il valore più alto da quando esistono le serie storiche. Può essere utile ricordare che il tasso di occupazione esprime il rapporto tra gli occupati e il totale della popolazione tra i 15 e i 64 anni. Si tratta di un risultato certamente positivo, anche se connesso (come è stato opportunamente fatto osservare) con il più generale fenomeno di incremento dell'occupazione nella fascia di età over 50, che a sua volta dipende dai cambiementi demografici e dalle riforme previdenziali.
L'occupazione femminile - storicamente bassa in Italia in confronto al resto d'Europa - è però legata in un senso più profondo all'evoluzione dei modelli sociali: un modo interessante di guardare la questione consiste allora nell'incrociare, in un periodo di tempo abbastanza lungo, il numero delle donne occupate con quello degli uomini. Questo approccio permette tra l'altro di neutralizzare il fattore demografico e con una certa approssimazione anche l'effetto dei requisiti pensionistici più severi (le lavoratrici sono state colpite dall'innalzamento più brusco dell'età della vecchiaia, i maschi probabilmente dallo stop ai trattamenti di anzianità). Usando i dati mensili dell'Istat, osserviamo che a inizio 2004 c'erano 8,7 milioni di occupate contro 13,5 milioni di occupati, quindi con un rapporto intorno al 65 per cento.
La percentuale è poi cresciuta gradualmente negli anni successivi fino grosso modo all'inizio della doppia recessione (metà 2008) arrivando a ridosso del 67. Possiamo supporre che, in tempi "normali", questo sia stato l'effetto di un certo processo di evoluzione di lungo periodo della società. Dopo questa fase, l'incidenza della componente femminile ha iniziato a crescere più velocemente, per la caduta dell'occupazione maschile a fronte di una certa tenuta di quella delle donne: è lecito ipotizzare che gli uomini siano stati più colpiti soprattutto dalle crisi industriali e che contemporaneamente, anche per compensare le conseguenze di questa tendenza sulle famiglie, sia aumentata la partecipazione femminile al mercato del lavoro: il rapporto tra i due sessi si è portato vicino al 72 per cento già verso la fine del 2012.
Da allora è iniziata una terza fase, in cui il rapporto tra donne e uomini al lavoro è rimasto sostanzialmente stabile, con un leggero aumento nel 2017 che lo ha portato a giugno al 72,6 (9,7 milioni contro 13,3). In questi anni con tutta probabilità gli effetti demografici e quelli delle riforme pensionistiche, ormai entrate pienamente in vgore, si sono fatti sentire in modo abbastanza univoco su entrambe le componenti. Per le lavoratrici la strada è ancora lunga.


 

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