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Così raccontò l'agguato al Prenestino PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Luchetti per il Giornale d'Italia   
Venerdì 11 Agosto 2017 12:07

Ci sono ferite destinate a non rimarginarsi. Ci sono vite segnate da un pomeriggio d’autunno. Quella di Marco Luchetti è una di queste. Il 29 ottobre 1975 aveva 15 anni. Il giorno in cui le Brigate Rosse ammazzano Mario Zicchieri e feriscono lui. 3 colpi a Marco, 2 a Mario che muore subito. In un lago di sangue. A sparare sono stati Valerio Morucci e Germano Maccari. Saranno tutti condannati per il sequestro e l’omicidio Moro. Sparano con un canne mozze che, in quegli anni, si usa per la caccia al cinghiale e un semiautomatico.

“Io mi sono salvato perché ero più alto di lui e perché stavo sul marciapiede, sui gradini della sezione”. Marco Luchetti è un miracolato. Lo dice lui stesso. Lo hanno raggiunto 3 cartucce che gli hanno svuotato in corpo 27 pallettoni. Hanno fatto tutti “centro”. 2 nel polso, 5 nella mano (perforandola da parte a parte), 10 nella coscia, 10 nel ginocchio, distruggendolo completamente.

Quelli che è riuscito a recuperare li conserva gelosamente in cassaforte. “Ne ho solo 6. Gli altri li avranno dati alla polizia per le indagini mentre ero ancora ricoverato al San Giovanni”.

Ha subito più di una decina interventi. Nessuno riesce a spiegarsi come possa ancora camminare. Un miracolato, appunto. “Pochi giorni dopo mi volevano amputare la mano e la gamba destra. Sarò sempre riconoscente al Prof. Guida (amico di Giorgio Almirante) che con il suo intervento si è preso la responsabilità di trasferirmi alla clinica S. Raffaele evitando un’ulteriore dramma”.

C’è sempre un velo di amarezza nelle sue parole. “Dopo la morte di Mario, sono entrato e uscito dall’Ospedale ininterrottamente per tre anni. L’ultimo intervento è stato venerdì 17 Marzo del ’78, il giorno dopo il rapimento di Moro. Mi ha operato il Prof. Fineschi al Gemelli. Devo ringraziare Almirante. Per Guida, per Fineschi e per l’assistenza logistica avuta fino all’operazione del 17 marzo 1978 . Per il resto il partito ha fatto tante promesse non mantenute”.

Non deve essere stato facile diventare grandi di botto. Crescere grazie a delle pallottole che ti straziano la carne e ti cambiano la vita. Dimenticato dallo Stato, allontanato da quelli che si credevano amici. Senza la possibilità che sia fatta giustizia.

Il processo per l’omicidio Zicchieri comincia nel 1986, dopo 11 anni. Gli imputati sono “eccellenti” lo dice lo stesso P.M. … all’Avvocato della famiglia di Mario, Stefano Giorgio. Lo accorpano ad un altro: quello per il ferimento del Presidente dell’Unione Petrolifera italiana, Giovanni Theodoli, avvenuta nell’aprile del ’76. “L’intento è stato chiaro da subito. Volevano far passare l’assalto alla nostra sezione per una gambizzazzione finita male. Ma quale gambizzazione? Sono venuti con due fucili e hanno mirato ad altezza d’uomo. A Theodoli spararono con un revolver, mentre era seduto in macchina, ferendolo alla tibia.” Marco Luchetti ha l’amaro in bocca quando si parla del processo. “Io non sapevo neppure che mi sarei potuto costituire parte civile, come la famiglia Zicchieri. Per di più quando andavo in giro per avvocati, chiedendo se qualcuno potesse interessarsi alla mia causa, tutti mi sbattevano la porta in faccia. Appena dicevi ‘Brigate Rosse’, cambiavano espressione”. Ma il partito aveva dei legali di fiducia che seguivano proprio questi processi. “Lo ripeto.Devo ringraziare Almirante per i medici che mi hanno seguito e l’assistenza tecnica. Ma poi dal partito solo promesse non mantenute. Non ho avuto la stessa attenzione che ha avuto la famiglia di Mario, forse perché ero vivo? e i vivi non tacciono.”

Segue tutte le udienze Marco, fino al momento di testimoniare (con lui anche Claudio L.). Mentre sta ricostruendo i fatti, si mette a discutere con il Giudice, forse usa il tono sbagliato. Il Presidente gli fa avvicinare un poliziotto e gli dice “Se continua così la faccio arrestare per oltraggio alla Corte”. Marco si rende conto che le vere vittime di quel processo in realtà sono i suoi carnefici. Decide di andarsene e non tornare più. Nel libro di Luca Telese “Cuori Neri”, l’interrogatorio è raccontato diversamente. “Lui aveva sempre detto che non se la sentiva di riconoscere gli identikit. ‘Da allora’ dice la madre di Mario ‘nessuno mi toglie dalla testa il dubbio che Marco Luchetti abbia avuto paura’”. Per Marco è un torto grandissimo. Lui i killer li ha riconosciuti e indicati subito. Lui che ha affrontato Valerio Morucci a Casa Pound nel febbraio 2009. La frattura fra lui e la famiglia Zicchieri non si è mai risaldata.

Il processo di primo grado finisce con l’assoluzione per tutti gli imputati “per non aver commesso il fatto”. Anzi, “assolti in formula dubitativa”.

Appello. Meno di un anno dopo la seconda sentenza. Tutti assolti. Di nuovo. Diversa motivazione. “Insufficienza di prove”. A distanza di 35 anni, Luchetti rilegge quegli atti. È un’ennesima pugnalata al cuore. “Non mi hanno mai avvisato che ci sarebbe stato un secondo grado. Non mi hanno chiamato a testimoniare e non solo me e Claudio L., ce n’era un altro di testimone chiave. Romano Vincenzi, detto ‘Er Cornacchione’. Che all’epoca dei fatti prestava servizio all’Aeronautica Militare che tutti i pomeriggi, dopo il servizio, passava a salutarci. Quel giorno è arrivato proprio al momento della sparatoria. Ha inseguito la macchina con i killer dentro. Ad un certo punto la 128 ha inchiodato, uno di loro è sceso, gli ha puntato un’arma addosso e gli ha detto ‘se non ti fermi qui, ti facciamo fare la stessa fine’. Lo hanno sentito al momento delle indagini, ma non lo hanno chiamato a testimoniare. Com’è possibile? Certo che li hanno assolti per insufficienza di prove!”. L’amarezza è anche per l’inerzia della parte civile. Dell’Avvocato degli Zicchieri che non ha chiesto che venissero ascoltati di nuovo i teste chiave nella sentenza di primo grado ma si sono limitati a sentire la lettura delle deposizioni e principalmente del teste Vincenzo Romani. Non basta “Hanno ritrovato due fucili a canne mozze a casa di Morucci, ma non sono mai stai analizzati. Non è stata eseguita la perizia balistica Sugli atti c’è scritto che ‘Consegue da quanto sopra l’inutilità di sentire nuovamente i testi suddetti……senza dire poi che non si riesce davvero a comprendere come mai la parte civile non abbia richiesto, prima in istruttoria e, poi nel dibattimento di primo grado tale adempimenti ed, anzi, abbia consentito, in quest’ultimo, la lettura della deposizione del teste Romani che non si era presentato….ritenendo evidentemente inutile sentire in contraddittorio tale teste Per le medesime ragioni la Corte ritiene di nessuna utilità procedere in questa fase processuale ad una perizia balistica sui tre bossoli in giudiziale sequestro al fine di accertare quale tipo di arma od armi avessero esploso tali colpi……dopo 11 anni si ritiene di nessuna utilità procedere in tal senso’”.

Il ricorso in Cassazione non si è fatto per un ‘incidente’ che ha del ridicolo: l’atto va depositato alla cancelleria di Piazza Cavour, peccato che il giorno prestabilito per la consegna, c’è sciopero della cancelleria. L’ufficiale giudiziario scrive sulla pratica “trovato gli uffici chiusi e nessun funzionario addetto a ricevere i documenti”. I tempi per la presentazione dell’istanza scadono. Il verdetto, sta volta, è inappellabile: “ricorso inammissibile per decorrenza dei termini”. Fine. Nessun colpevole. Giustizia di serie B. Appunto.

“Ho cercato di crearmi un futuro nella mia vita dopo il 29 Ottobre, l’ho fatto da solo. Soffrendo a denti stretti perché invalido, ma non riconosciuto nel mondo del lavoro. Lo Stato si è ricordato delle vittime del terrorismo solo con la legge 407/1998 (e successivamente con la legge 206/2004). Un po’ in ritardo. Ma la situazione è cambiata di poco, perché una legge ideata solo per le vittime del terrorismo è diventata un calderone, con tutto rispetto per le vittime di altri eventi.” Marco Luchetti è arrabbiato con lo Stato italiano. Non solo per il processo, anche per ciò che è venuto dopo.

La legge 222/2007, all’art.34 indica che fra i benefici spettanti alle vittime c’è anche la “concessione onorificenza di ‘Vittima del terrorismo’ da parte del Presidente della Repubblica con la consegna di una medaglia in oro.” Marco ha fatto la richiesta nel Dicembre 2007. Non gli hanno fatto sapere nulla fino al suo sollecito, più di un anno dopo. La risposta del Ministero dell’Interno è stata “La Commissione Consultiva ha ritenuto che, nel caso di specie, la norma non consenta la concessione dell’onorificenza in questione in quanto ‘la vittima, tenuto conto della giovanissima età e della circostanza che era un semplice iscritto ad una sezione di partito, non poteva essere identificata da eventuali terroristi come bersaglio da colpire per le proprie idee e per il proprio impegno morale, come espressamente previsto all’art.34 legge 222/2007. Spiace quindi comunicale che la sua richiesta non può trovare accoglimento”.

“Già, chi ci ha sparato erano dei bravissimi ragazzi e non terroristi”. “Una medaglia non mi cambia la vita. Ma se mi spetta perché non posso averla? A questo punto vorrei fare ricorso, solo per il gusto di poterla riconsegnare al Presidente della Repubblica”. Ma quindi non l’hanno data nemmeno a Mario Zicchieri, per la stessa ragione? “Non credo che la famiglia abbia mai fatto la richiesta”. Ma in questi casi l’assegnazione non dovrebbe essere automatica, visto che lui è morto? “Dovrebbe. Ma non è così. Va tutto al contrario in questo Paese. I carnefici diventano vittime. E le vittime, quelle vere, diventano un peso (anche per le persone che un tempo hanno condiviso con te la militanza politica e oggi siedono ai vertici della politica nazionale), degli appestati senza giustizia”.

 

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