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Conflitti
L'effetto torture si allarga a macchia d'olio PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

In Afghanistan, nel carcere di Shibergan, novecento prigionieri torturati e umiliati, sono stati trasferiti a Kabul.

KABUL, 11 MAG - Trasferiti a Kabul circa 900 prigionieri afghani dopo uno sciopero della fame per i maltrattamenti subiti nel carcere di Shibergan. Il trasferimento e' avvenuto su 'decreto presidenziale', ha precisato il direttore delle carceri Abdul Salam Bashshi. I detenuti, catturati durante l'offensiva Usa contro il regime taleban, ora si trovano in una prigione alla periferia orientale di Kabul. Un tribunale di Kabul vaglierà individualmente la loro situazione.
 
Putin decora Kadyrov alla memoria PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Conferita la Stella di eroe della Russia alla memoria del Presidente ceceno. Vladimir Putin conferma l'intenzione di non cedere sul fronte ceceno. Prosegue la guerra trasversale per il controllo dell'Asia centrale

Il presidente russo Vladimir Putin ha compiuto una visita lampo oggi a Grozny, due giorni dopo l'uccisione Akhmad Kadyrov, per consegnare alla famiglia del presidente ceceno la massima onorificenza militare: 'la stella di eroe della Russia'. Alla vedova di Hussein Issaiev, capo del consiglio di Stato ceceno, Putin ha conferito 'l'ordine del coraggio'. Putin ha riferito della sua visita durante una riunione del governo svoltasi a Mosca dopo il suo rientro.
Il presidente russo, ai membri del governo russo, con i quali si è incontrato al suo rientro a Mosca dopo il viaggio lampo, ha detto che in Cecenia, 'una serie di questioni necessitano di risposte rapide e operative'. E ha impartito al ministro degli interni Rashid Nurgaliev l'istruzione d'inviare in rinforzo in Cecenia altri 1.125 uomini delle truppe de
 
Le basi USA in Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da iraqlibero.net   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Panorama delle installazioni statunitensi sul suolo italiano. E' poco più della "riconoscenza" che il Presidente del Consiglio ci invita ad avere nei confronti degli americani...

Le sigle
USAF: aviazione
Navy: marina
Army: esercito
NSA: National security agency [Agenzia di sicurezza nazionale]
SETAF: Southern european task force [Task force sudeuropea]

Elenco per regioni


TRENTINO ALTO ADIGE


1. Cima Gallina [Bz]. Stazione telecomunicazioni e radar dell'Usaf.

2. Monte Paganella [Tn]. Stazione telecomunicazioni Usaf.



FRIULI VENEZIA GIULIA


3. Aviano [Pn]. La più grande base avanzata, deposito nucleare e centro di telecomunicazioni dell'Usaf in Italia [almeno tremila militari e civili americani ]. Nella base sono dislocate le forze operative pronte al combattimento dell'Usaf [un gruppo di cacciabombardieri ] utilizzate in passato nei bombardamenti in Bosnia. Inoltre la Sedicesima Forza Aerea ed il Trentunesimo Gruppo da caccia dell'aviazione Usa, nonché uno squadrone di F-18 dei Marines. Si presume che la base ospiti, in bunker sotterranei la cui costruzione è stata autorizzata dal Congresso, bombe nucleari. Nella base aerea di Aviano (Pordenone) sono permanentemente schierate, dal 1994, la 31st Fighter Wing, dotata di due squadriglie di F-16 [nella guerra contro la Jugoslavia nel 1999, effettuo' in 78 giorni 9.000 missioni di combattimento: un vero e proprio record] e la 16th Air Force. Quest'ultima è dotata di caccia F-16 e F-15, e ha il compito, sotto lo U. S. European Command, di pianificare e condurre operazioni di combattimento aereo non solo nell'Europa meridionale, ma anche in Medio Oriente e Nordafrica. Essa opera, con un personale di 11.500 militari e civili, da due basi principali: Aviano, dove si trova il suo quartier generale, e la base turca di Incirlik. Sara' appunto quest'ultima la principale base per l'offensiva aerea contro l'Iraq del nord, ma l'impiego degli aerei della 16th Air Force sara' pianificato e diretto dal quartier generale di Aviano.

4. Roveredo [Pn]. Deposito armi Usa.

5. Rivolto [Ud]. Base USAF.

6. Maniago [Ud]. Poligono di tiro dell'Usaf.

7. San Bernardo [Ud]. Deposito munizioni dell'Us Army.

8. Trieste. Base navale Usa.


VENETO


9. Camp Ederle [Vi]. Quartier generale della Nato e comando della Setaf della Us Army, che controlla le forze americane in Italia, Turchia e Grecia. In questa base vi sono le forze da combattimento terrestri normalmente in Italia: un battaglione aviotrasportato, un battaglione di artiglieri con capacità nucleare, tre compagnie del genio. Importante stazione di telecomunicazioni. I militari e i civili americani che operano a Camp Ederle dovrebbero essere circa duemila.

10. Vicenza: Comando Setaf. Quinta Forza aerea tattica [Usaf]. Probabile deposito di testate nucleari.

11. Tormeno [San Giovanni a Monte, Vi]. Depositi di armi e munizioni.

12. Longare [Vi]. Importante deposito d'armamenti.

13. Oderzo [Tv]. Deposito di armi e munizioni.

14. Codognè [Tv]. Deposito di armi e munizioni.

15. Istrana [Tv]. Base Usaf.

16. Ciano [Tv]. Centro telecomunicazioni e radar Usa.

17. Verona. Air Operations Center [Usaf ]. e base Nato delle Forze di Terra del Sud Europa; Centro di telecomunicazioni [Usaf].

18. Affi [Vr]. Centro telecomunicazioni Usa.

19. Lunghezzano [Vr]. Centro radar Usa.

20. Erbezzo [Vr]. Antenna radar Nsa.

21. Conselve [Pd ]. Base radar Usa.

22. Monte Venda [Pd]. Antenna telecomunicazioni e radar Usa.

23. Venezia. Base navale Usa.

24. Sant'Anna di Alfaedo [Pd]. Base radar Usa.

25. Lame di Concordia [Ve]. Base di telecomunicazioni e radar Usa.

26. San Gottardo, Boscomantivo [Ve]. Centro telecomunicazioni Usa.

27. Ceggia [Ve]. Centro radar Usa.



LOMBARDIA


28. Ghedi [Bs]. Base dell'Usaf, stazione di comunicazione e deposito di bombe nucleari.

29. Montichiari [Bs]. Base aerea [Usaf ].

30. Remondò [Pv]. Ba
 
«Pronti a proclamare lo Stato di Palestina» PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

«Una cosa è certa: non aspetteremo che Ariel Sharon metta in atto il suo piano di segregazione razziale. Non permetteremo che Israele trasformi le aree autonome palestinesi in ghetti e che inglobi ciò che resta dei Territori. La realizzazione del Muro dell'apartheid distrugge ogni spazio di dialogoe affossa qualsiasi soluzione negoziale del conflitto israelo-palestinese fondata sul principio di due Stati. Ciò che intendiamo mettere in atto èuna grande offensiva politica e diplomatica che contempli tra le sue opzioni anche quella di una proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina»..Ad affermarlo è Yasser Abed Rabbo, membro del Comitato esecutivo dell'Olp,uno degli artefici dell'«Accordo di Ginevra».

Rabbo boccia anche il piano di evacuazione degli insediamenti ebraici nella Striscia di Gaza delineato
da Sharon: «Le dichiarazioni di Sharon sulla evacuazione delle colonie - sostiene Rabbo - sono un imbroglio con cui il premier israeliano cerca di coprire il suo piano di separazione razzista». Il blocco della costruzione
del Muro sarà uno dei temi al centro della missione in Europa del primo ministro palestinese Ahmed Qrei (Abu Ala), che da stasera sarà a Roma dove,nei due giorni di peramnenza, incontrerà il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, i leader dellopposizione, le massime autorità dello Stato e, giovedì, il Papa. «Ai nostri interlocutori europei - sottolinea Rabbo - chiederemo di essere coerenti con i pronunciamenti contrari alla realizzazione
del Muro e di agire su Israele perché ponga fine a questo atto di inaudita gravità». Rabbo insiste molto sul fattore tempo. «Non possiamo aspettare - ripete - che Sharon metta in pratica i propri proponimenti. Dobbiamo reagire
prima. Ed è ciò che faremo». E tra le reazioni possibili c'è anche la proclamazione unilaterale di indipendenza: «Si tratterebbe - spiega l'ex ministro dell'Informazione
dell'Anp - nell'autoproclamazione dell'Autorità nazionale palestinese come autorità che rappresenta uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967 (quelli antecedenti alla Guerra dei Sei giorni, ndr.), con Gerusalemme Est come capitale. Quindi sarà chiesto il riconoscimento delle Nazioni Unite e della comunità internazionale. Ad una mossa unilaterale estrema e senza
ritorno, come è quella della realizzazione da parte israeliana del Muro in Cisgiordania, saremo costretti a replicare con un atto di analoga portata».

Il premier palestinese Abu Ala ha iniziato la sua missione in Europa insistendo sulla pericolosità del Muro in Cisgiordania. Condivide questa preoccupazione?
«Certamente. Chiunque abbia a cuore la pace in Medio Oriente deve far sentire la sua voce contraria ad una forzatura unilaterale condotta dal governo israeliano che, se portata a termine, chiude lo spazio ad ogni soluzione
negoziale del conflitto israelo-palestinese. Il piano delineato da Ariel Sharon ha come obiettivo quello di trasformare le zone palestinesi più popolate in ghetti e a usurpare il resto dei Territori».
Ma il premier israeliano parla anche di evacuazione dei coloni dalla Striscia di Gaza.
«Non cadremo nella trappola di Sharon. Le sue dichiarazioni sull'evacuazione delle colonie di Gaza, con il trasgerimento dei settimila coloni negli insediamenti
in Cisgiordania, sono un imbroglio che serve a coprire un piano di segregazione razziale indegno di un Paese che si dice democratico». Come intendete opporvi a questo progetto? «Con le armi della politica e della diplomazia. Stiamo valutando diverse opzioni e tra queste vi è anche, come extrema ratio, la proclamazione unilaterale di indipedenza».
Una prospettiva che Israele interpreta come una dichiarazione di guerra.

«E cos'è la costruzione del Muro se non il proseguimento della guerra scatenata contro il popolo palestinese? Questo atto arbitrario è stato condannato dalla stragrande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite, eppure
Israele fa finta di nulla. Cosa dovremmo fare? Restare in silenzio, o rallegrarci se Israele modificherà di qualche metro il tragitto del Muro? Ci siamo appellati alle Nazioni Unite, abbiamo investito della questione la Corte di giustizia
internazionale dell'Aja, e anche questo è stato visto dai governanti israeliani come una provocazione. Sharon sostiene a parole di essere ancora legatoalla Road Map (il Tracciato di pace messo a punto dal Quartetto Usa-Ue-Onu-Russia, ndr.) ma con i fatti sta già realizzando il suo piano di separazione unilaterale, che una volta portato a compimento realizzerà nei Territori un regime segregazionista degno del Sudafrica dell'apartheid».
Dalla separazione all'integrazione. Come valuta la proposta emersa dalla
 
Pestaggi, sevizie, minacce di stupro: i rilasciati raccontano il loro inferno nelle mani dei soldati americani PDF Stampa E-mail
Scritto da Repubblica.it   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Scivolano fuori lentamente, contano i passi che mancano all'ultimo filo spinato, si trascinano nella polvere. E non si voltano mai i dannati di Abu Ghraib. Zoppicano, barcollano, storditi dall'aria che non respiravano più e dalla luce che non vedevano più si guardano intorno sperduti, cercano una faccia amica, cercano un fratello, un padre, una madre. Poi finalmente calpestano un po' di terra che è la loro libertà.

E uno dopo l'altro, cominciano a raccontare gli orrori. Acqua bollente e sabbia infilata con gli imbuti nelle orecchie. Gas spruzzati negli occhi. Colpi di bastone in faccia e in testa. Sostanze irritanti spalmate sulla pelle. Minacce di stupro. Cani aizzati contro. Tutti gli incubi di Abu Ghraib. Parlano loro, parlano le vittime del carcere della vergogna.

Sembrano come fantasmi questi uomini che hanno appena lasciato l'inferno che è lì dietro. E' proprio lì a cento metri la prigione dove Saddam per trent'anni aveva massacrato gli iracheni, il "campo" dove soldati americani negli ultimi mesi hanno seviziato veri e presunti guerriglieri catturati in quel "triangolo sunnita" che da Bagdad tocca da una parte Falluja e dall'altra la città di Ramadi.

Mezzogiorno, sole implacabile, folla dei parenti che urla "go home" ai militari sempre più nervosi sulle torrette del carcere. Ecco, all'improvviso esce il primo dei quasi trecento prigionieri che saranno liberati entro il tramonto. Cammina a fatica, inciampa, cade, si rialza ondeggiando. E' alto, smilzo, la barba incolta. E' di Khanakine, un villaggio ad est della capitale. Si chiama Alì El Shibibi e ha trentadue anni. La sua voce sofferente spiega cosa è stata la sua vita per otto mesi: "Mi sono accadute cose terribili, in certi momenti avrei preferito morire. A settembre mi hanno rinchiuso là dentro e ho sempre dormito a terra. Di giorno e di notte i soldati americani mi prendevano a calci in faccia e nello stomaco, quando urlavo mi spruzzavano negli occhi un gas e non vedevo più niente. Loro ridevano e continuavano a picchiarmi". Alì si ferma, guarda il ragazzo che sta avanzando oltre il filo spinato. E' un altro che stava anche lui in uno degli otto "settori" di Abu Ghraib, era finito in una cella di pochi metri dove erano pigiati in venti. Il suo nome è Salh Hussein, è di Falluja. Salh non parla, non dice neanche una parola. E' sotto choc. Arriva un fratello e se lo porta via, lo carica su un furgone che scompare sulla strada per Bagdad.


La folla dei parenti arrivata di prima mattina davanti Abu Ghraib è in tumulto. I ragazzini cominciano a lanciare pietre contro i soldati, le donne gridano, gli uomini si accalcano sempre più vicini all'ultima barriera prima delle torrette. Esce Aizat, che ha 28 anni ed è di Ramadi. Anche lui da settembre era rinchiuso in una camerata dove ce ne stavano più di cinquanta. Racconta: "Ogni sera i soldati mi dicevano che mi avrebbero messo dentro le orecchie acqua calda e sabbia, qualche volta lo facevano... diventava un impasto come il cemento, il dolore era insopportabile, urlavo, piangevo e loro facevano finta di non sentire e continuavano a infilarmi acqua e sabbia nelle orecchie con un imbuto". E racconta: "Qualche volta mi gettavano addosso una sostanza irritante, ho tutta la pelle della schiena bruciata". Solleva la tunica bianca e mostra i segni della tortura. E racconta ancora: "Tutti i mesi li ho passati sdraiato a terra, di giorno e di notte. Non mi facevano alzare mai, appena provavo a sollevarmi mi insultavano e mi bastonavano. D'inverno accendevano i condizionatori per farci morire dal freddo. Eravamo sempre nudi, non ci facevano avere mai uno straccio addosso. Qualcuno ci diceva che prima o poi ci avrebbero anche violentato".

Escono soli o a gruppi di tre o di quattro i prigionieri sopravvissuti ai gironi di Abu Ghraib. Sono tutti ragazzi o giovani uomini. Oggi libertà anche per Hadi Phasan, vent'anni, preso una notte di sedici giorni fa in un quartiere di Bagdad insieme ai suoi quattro fratelli. Dice: "Da quella notte di metà aprile non li ho più visti, credo che siano ancora in un angolo di questa prigione. Per me e per i miei fratelli nessuna accusa specifica, ci hanno preso e basta. E poi portato qui". Apre la bocca Hadi e fa vedere che non ha più quattro o cinque denti. Spiega: "Me li hanno rotti a colpi di canna di fucile e di bastone, mi facevano domande alle quali non sapevo cosa rispondere
 
Ora gli Usa temono di perdere una guerra già vinta PDF Stampa E-mail
Scritto da Gazzetta del Sud   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Adesso, al Pentagono si teme che gli Stati Uniti possono perdere la guerra già vinta. Dopo oltre 400 giorni di combattimenti e d'occupazione, l'esito del conflitto appare incerto ai generali che operano sul terreno: c'è il rischio di non centrare gli obiettivi strategici, che decidono i politici.

Il dubbio serpeggia fra i generali: le perdite sul terreno sono più del doppio di quelle della Guerra del Golfo del '91 e la rivolta delle milizie sciite s’è sommata alla resistenza degli irriducibili sunniti. E lo scandalo delle torture rende più difficile ottenere l'appoggio degli iracheni.

La Casa Bianca, messa sotto pressione politica proprio dalla vicenda delle sevizie inflitte a detenuti iracheni da militari americani, preme sulle Nazioni Unite perché l'Irak, dopo il 30 giugno, cioè dopo il passaggio dei poteri dalle forze d'occupazione a un esecutivo iracheno, abbia un governo di politici e non solo di tecnici. Ma chi siano i politici rappresentativi dell'Irak oggi è difficile dire.

A scavare fra i rovelli di generali e ufficiali superiori delle forze armate degli Stati Uniti, è il Washington Post. Al Pentagono - scrive il giornale - si comincia temere che gli Usa in Irak abbiano la prospettiva di subire uno stillicidio di perdite per anni, senza riuscire a centrare l'obiettivo finale di un Paese libero e democratico: il che sarebbe una sconfitta strategica.

Secondo il giornale, “profonde divisioni stanno emergendo al vertice delle forze armate degli Stati Uniti sulla strategia d'occupazione dell'Irak e sulla conduzione delle operazioni”.

E divisioni esistono, fin dall'inizio, nell'amministrazione del presidente Gorge W. Bush: l’ultimo esempio delle frizioni fra il Dipartimento di Stato e il Pentagono è il fatto che Colin Powell non era stato informato dell'intenzione di Bush e di Donald Rumsfeld di chiedere al Congresso fondi supplementari per 25 miliardi di dollari per il conflitto iracheno.

La preoccupazione più concreta dei militari è che l'America finisca col prevalere militarmente, ma non conquisti l'appoggio degli iracheni. È un punto di vista non unanime, anzi ancora minoritario al Pentagono, ma che si sta diffondendo e che viene anche espresso in modo pubblico.

Il Washington Post, infatti, cita alti ufficiali che non si trincerano dietro l'anonimato.

Il generale Charles H. Swannack Jn., comandante della 82.a divisione aerotrasportata , un'unità che ha trascorso l'ultimo anno nel Irak occidentale, subendo perdite non trascurabili, crede che l'esercito americano stia ancora vincendo la guerra al livello tattico. Ma a chi chiede se gli Stati Uniti stiano perdendo il conflitto strategico, risponde: “Credo che, strategicamente, stiamo perdendo”.

Il colonnello Paul Hughes, che è stato il primo direttore della pianificazione strategica per l'Autorità d'occupazione americana in Irak, condivide la visione di Swannack e nota l'emergere in Irak di una tendenza a vincere le battaglie, ma a perdere la guerra, com'era già accaduto in Vietnam. “Se non garantiamo coerenza alla nostra politica, saremo strategicamente sconfitti”.

I militari, dunque, chiamano in causa i politici: il fallimento sarebbe dell'Amministrazione, non delle forze armate. Sorpreso dalla recrudescenza degli scontri, che nessuno si aspettava così intensi e così letali, a oltre un anno dalla caduta delle regime di Saddam Hussein, Bush - s

 
Unione Sadici Aguzzini PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlo Terracciano   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Torture, stupri, omicidi, umiliazioni. Benvenuti nel "sogno americano", che finalmente si manifesta al mondo per quello che è ed è sempre stato: un incubo senza fine!

«Tu non conosci leggi umane, né divine, scellerato: anche una bestia ha un fondo di pietà»
«Io non ho pietà alcuna, dunque non sono una bestia»

William Shakespeare, Riccardo III


Una giovane donna trascina al guinzaglio un uomo nudo riverso sul pavimento di un carcere. La stessa donna mima la fucilazione di prigionieri nudi e incappucciati, mentre un'altra donna soldato ed un uomo alzano il pollice in segno di vittoria davanti ad una pila umana di detenuti completamente nudi, accatastati l'uno sull'altro. Un uomo incappucciato, con un poncio attende a braccia aperte, su una cassa, la scarica elettrica dai fili collegati alle mani e ai genitali; altri sono costretti a masturbarsi davanti ai loro aguzzini, mentre dei soldati-carcerieri trascinano sul pavimento tre uomini, sempre completamente denudati e ammanettati tra loro.
A conclusione (per ora) un cadavere incelofanato e ghiacciato il cui viso mostra gli evidenti segni delle torture subite.

Benvenuti nel "sogno americano", che finalmente si manifesta al mondo per quello che è ed è sempre stato: un incubo senza fine!

No, non siamo sul set di qualche filmino sado-porno, ma nella prigione irachena di Abu Ghraib e queste foto hanno oramai fatto il giro del mondo, suscitando sconcerto, orrore, indignazione e ripulsa in miliardi di persone.
Qui le truppe di occupazione insegnano agli iracheni prigionieri i primi rudimenti della democrazia made in USA.
Siamo solo all'inizio di un campionario degli orrori che neanche il più feroce nemico dell'imperialismo americano poteva immaginare.
A quanto sembra migliaia di foto e persino filmati con tanto di audio ci attendono nelle prossime settimane e mesi.
Ma, a prescindere dallo schifo che tutto ciò può indurre, vogliamo qui fare alcune considerazione a latere sulle torture; e specialmente per quanto riguarda le reazioni della stampa e le dichiarazioni dei politici americani e non sull'intera vicenda.

Una pratica, quella della tortura applicata ai nemici dell'America, che non è affatto una novità, un caso eccezionale. Dallo scotennare i nativi americani per 1$ a scalpo, alla politica della terra bruciata e delle carestie per gli stati Confederati ribelli, dallo schiavismo ai trattamenti disumani nei campi di prigionia per giapponesi e tedeschi (800.000 morti), dalla Corea al Vietnam fino all'America Latina dei militari golpisti addestrati alle tecniche di tortura nei centri strategici statunitensi.

Negli stessi Stati Uniti, con una popolazione carceraria di tre milioni (!) di disperati, le pratiche di sadismo sui detenuti, per lo più afro-americani e latini, sono all'ordine del giorno. Chi ha letto "Nel ventre della bestia" di Jack Henry Abbott?
Sullo scandalo iracheno Mumia Abu Jamal, prigioniero politico da anni nel braccio della morte di Sci Green, dichiara:
«Quanto è accaduto ad Abu Ghraib accade pressoché ogni giorno anche nelle prigioni USA. Le foto hanno dimostrato al mondo un aspetto che non tutti conoscono, soprattutto negli altri paesi: quello di un'America arrogante che impone la propria forza attraverso la tortura e l'umiliazione».
Graner, uno degli aguzzini di iracheni delle foto dello scandalo, faceva il secondino a Sci Green!
Il generale Miller è passato da Guantanamo ad Abu Ghraib, che rimarrà sempre in funzione.

Un bel contrasto con le dichiarazioni rassicuranti di un liberal alla Thomas Friedman che in Salvare l'onore dell'America dichiara sfrontatamente:
«Corriamo il rischio di perdere qualcosa di molto più importante della sola guerra in Iraq. Corriamo il rischio di perdere il ruolo dell'America quale strum
 
Da Guantanamo il manuale segreto PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere della Sera   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Nel 2003 esportate in Iraq le 20 regole per gli interrogatori: «Privazione del sonno e bombardamento sonoro»

La Cia voleva sapere di più e il Pentagono ha fatto in modo di soddisfare la richiesta. Esportando ad Abu Ghraib le tecniche usate a Guantanamo. Un sistema sicuro. Provato su molti dei 600 detenuti sospettati di appartenere ad Al Qaeda e spediti nella base caraibica. Una procedura composta da una ventina di «metodi» che avrebbero sciolto la lingua alle vittime del trattamento. Una missione affidata ad uno specialista: il generale Geoffrey Miller, comandante nel 2003 di Guantanamo. Inviato in Iraq, l’alto ufficiale ispeziona la prigione di Abu Ghraib suggerendo cosa fare per «estrarre» dai prigionieri le informazioni necessarie. Miller, come racconta il «New Yorker», sottolinea come la detenzione debba essere «mirata, soprattutto, agli interrogatori e alla raccolta di informazioni necessarie per la guerra».
Prima del conflitto, invece, l’obiettivo era raccogliere dati su Al Qaeda e dunque le stesse tecniche erano state applicate sui personaggi di spicco della rete terroristica caduti in mano americana. Una mano pesante che doveva, da un lato, smantellare la struttura guidata da Osama Bin Laden e, dall’altra, sventare possibili nuovi attacchi. In nome dell’emergenza e dell’urgenza i generali, imitati dai loro sottoposti, non hanno più badato ai controlli. Così, tanto in Afghanistan che in Iraq, i soldati che dovevano interrogare i prigionieri si sentivano liberi di fare quello che volevano. Se si aggiunge poi l’impiego di personale non particolarmente addestrato e di guardie fornite da società private si possono comprendere gli esiti terrificanti.
Il quotidiano «Washington Post» individua nell’aprile 2003 il momento chiave. Il Pentagono redige l’elenco delle tecniche e le fornisce ai secondini di Abu Ghraib. I soldati sono autorizzati ad esercitare pressioni psicologiche pesanti ma si sottolinea che per i metodi più duri è necessaria la luce verde del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.
Nella lista passata ai secondini si precisa ciò che è autorizzato:
1) Privazione del sonno. 2) Esposizione del detenuto a sbalzi di temperatura estremi. 3) Bombardamento «sonoro» all’interno della cella. 4) Luci accese notte e giorno nella cella. 5) Cappuccio in testa al prigioniero. 6) Tenere il detenuto nudo, magari in presenza di donne-soldato. 7) Costringerlo a subire perquisizioni e controlli da parte delle donne-soldato. 8) Spezzare il suo equilibrio biologico, facendogli perdere il senso del tempo. 9) Tenerlo in posizione di stress per fiaccare la sua resistenza.
«Volevamo trovare un mezzo legale per incrementare la pressione - ha raccontato uno dei legali che collaborarono con il Pentagono - e volevamo un po’ più di libertà di manovra di quella che c’è in una prigione negli Stati Uniti, ma non la tortura».
Ad uno degli esperti venne in mente la scena del film «Gli intoccabili» nella quale un poliziotto - interpretato da Sean Connery - durante l’interrogatorio del cassiere di Al Capone scarica il suo revolver sul corpo di un mafioso già morto. Ma il detenuto non lo sa e, spaventato, collabora. Dopo un consulto, gli specialisti decidono però di accantonare questo trucco.
Il portavoce del Dipartimento della Difesa, Bryan Whitman, ha cercato di circoscrivere il ricorso alle pressioni estreme. Si è trattato di procedure «controllate in modo stretto, limitate nella durata e negli obiettivi, usate raramente e approvate su base individuale». Per il funzionario sarebbero state applicate nei confronti di «combattenti
 
Fine misteriosa di un narco PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Carlos Castaño sparito al momento giusto per il presidente Uribe Mostro scomodo Sacrificato agli Usa(?) nel difficile processo di legalizzazione dell'esercito paramilitare, di cui Castaño era il capo storico.

Morto impugnando il mitra dopo essere caduto in un'imboscata tesagli da una fazione paramilitare dissidente. Strangolato da un luogotenente. Catturato, torturato e, alla fine, fucilato alla schiena come un traditore. Oppure, nascosto sano e salvo, insieme con la giovane moglie Kenia e i figli, in una delle immense fattorie ottenute come bottino di guerra. O superprotetto in qualche città statunitense e impegnato a guadagnarsi perdono, libertà e una nuova vita, denunciando i suoi soci narcos delle Autodefensas unidas de Colombia e svelando laboratori, rotte e organigramma del traffico di droga. Dalla sera del 16 aprile scorso, quando scoppiò un misterioso conflitto a fuoco in un villaggio tra San Pedro e Arboletes, del dipartimento caraibico di Cordoba, diventato da una decina d'anni una roccaforte paramilitare, circolano le congetture più disparate sulla sorte di Carlos Castaño, quarantenne fondatore e capo storico dell'esercito paramilitare più forte e organizzato del mondo. La sparizione di Castaño è avvenuta nel momento più difficile del processo di legalizzazione delle Auc. Il suo grande regista, il presidente Alvaro Uribe, non riesce infatti più a mediare tra i suoi grandi sponsor, e cioè i capi paramilitari, suoi amici e grandi elettori, e gli Usa intenzionati a rinchiudere questi ultimi nelle loro carceri per avere commerciato droga, e non certo per avere massacrato migliaia di contadini e sterminato l'opposizione politica e sociale in Colombia.

Dopo aver dovuto abbandonare un progetto di legge di «alternativa penale» che, garantendo ai para l'impunità totale, aveva scandalizzato non solo l'Onu e le organizzazioni umanitarie, ma perfino le pur timide istituzioni europee e parte della stessa oligarchia colombiana, Uribe è stato costretto a prospettare loro vari anni di carcere vero - e non i ridicoli arresti domiciliari - condito dall'incubo dell'estradizione negli Usa. E cioè della stessa misura che una quindicina di anni fa aveva scatenato il terrorismo di Escobar e soci del cartello di Medellín, all'insegna dello slogan «meglio una tomba in Colombia che una cella negli Stati Uniti».

La risposta dei quattordici capi delle Auc, riuniti nella settimana di Pasqua significativamente senza il loro leader, è stata durissima. «Nel nostro futuro non ci possono essere celle né a Bogotà e tanto meno a New York, ma solo una soluzione politica con precise garanzie giuridiche» ha detto Salvatore Mancuso, il comandante militare di origine salernitana, accusato di essere in affari con la N'drangheta calabrese. E' stato proprio Mancuso a insinuare che lo scontro a fuoco del 16 aprile non sia stato altro che una montatura organizzata insieme con agenti statunitensi della Dea per permettere a Castaño di rifugiarsi negli Usa. Per rabbonire Washington, Mancuso è arrivato ad offrire l'eliminazione di cinquantamila ettari coltivati a coca, quasi la metà di quelli esistenti nel paese, ammettendo implicitamente che i paras, che controllano tutte le coste atlantiche e pacifiche da dove partono i carichi di droga, siano la maggiore organizzazione narcotrafficante della Colombia.

Intuendo di avere fatto il suo tempo, Castaño si era prodigato negli anni scorsi in vari show mediatici. Dimissioni clamorose e di poca durata si sono alternate con patetiche lettere aperte e schizofreniche interviste, nelle quali condiva rivendicazioni di omicidi e massacri con mea culpa. Dopo avere svolto per una decina d'anni il ruolo di carnefice, per conto del potere colombiano, delle forze armate e - in nome di un presunto «sviluppo economico globalizzato» - delle transnazionali esistenti nel paese, Castaño risultava scomodo come tutti i «mostri» creati in laboratorio e destinati, dopo l'uso, al cimitero o ad un carcere a vita. L'inutilità e la conseguente crisi, sua e del suo esercito irregolare, si deve paradossalmente all'adempimento puntuale del compito di terroristi statali, ma soprattutto alla paramilitarizzazione de

 
I "liberatori"? In Iraq oggi, in Italia ieri PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Emiliani   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Quando la guerra in Iraq era solo una minaccia, il centrosinistra allargatissimo, quello che va dai democristiani di risulta ai centri sociali, fu capace di portare in piazza una folla enorme. In verità la “minaccia della guerra” valeva solo per gli occidentali, perché per gli iracheni già era una realtà da dodici anni. Infatti, dopo le bombe e i missili della prima guerra del Golfo arrivò la forma più abietta e criminale di guerra possibile, l’embargo, che colpisce i civili e tra questi soprattutto i bambini.

Tornando ai fatti della politica italiana viene quindi da domandarsi come mai sia stata possibile una mobilitazione così forte in passato, mentre ora, davanti ai massacri, alle torture, agli stupri, ad una realtà che mostra chiaramente che gli iracheni non desideravano affatto di essere “liberati”, le opposizioni non sono capaci di mettere in piedi uno straccio di manifestazione degna di questo nome.
Già, perché la pagliacciata pacifinta, il corteo fino a piazza San Pietro promosso dai parenti degli ostaggi, fu un campione di ipocrisia che non merita nemmeno menzione. A chiedere la “pace umanitaria” c’erano persino componenti del governo Berlusconi, quello che ha deciso la partecipazione alla guerra atlantica. E, in ogni caso, i manifestanti furono solo qualche sparuto migliaio, nulla a che vedere con le “folle oceaniche” che invasero il Circo Massimo per testimoniare il rifiuto alla guerra.
Ma, allora, perché tutto questo?
La risposta è facile ed ha origini antiche: l’antifascismo.
Il fascismo in tutto ciò entra poco o nIulla, ma l’antifascismo sì.
Sessanta anni di dominio resistenziale dei media hanno costruito un mostro, una trappola dalla quale, per incapacità o malafede, la sinistra italiana non è più capace di uscire.
La prima guerra del Golfo scoppiò che in Italia “regnava” ancora la Prima Repubblica, ma già allora, probabilmente, negli angoli bui di Botteghe Oscure si progettava la conquista del potere.
Un potere raggiungibile solo tramite l’accondiscendenza di Washington e chi, come il Pci, aveva un tempo fatto le barricate (nel vero senso della parola) contro la Nato, doveva conquistare una patente liberademocratica senza la quale ci sarebbe stato semaforo rosso da oltre Atlantico.
Il Pci appoggiò quindi quella guerra e per farlo utilizzò i vecchi arnesi del mestiere: l’antifascismo.
Saddam Hussein era fascista, quindi la guerra contro di lui era giusta.
In realtà il partito Ba’ath iracheno, socialista nazionale panarabo, si ispira chiaramente alla dottrina fascista, ma questo è solo un dettaglio per i comunisti nostrani.
Quando l’ormai post Pci D’Alema raggiunse la poltrona di Palazzo Chigi non esitò a lanciare l’Italia in una guerra atlantica contro la Jugoslavia e i post comunisti non esitarono a chiamare fascista anche Slobodan Milosevic.
Anche qui, a guardar bene, possono trovarsi elementi socialisti nazionali e quindi fascisti, ma anche quella fu una forzatura, perché allora, con buona ragione, dovrebbero essere chiamati fascisti anche Fidel Castro, Che Guevara e persino Mao Tze Tung, trattati (tranne, negli ultimi tempi, il primo) come icone dalla sinistra italiana che ha, invece, chiamato fascisti gente come Pinochet, i generali argentini, i colonnelli greci o tanti dittatori sudamericani che con il fascismo non hanno proprio nulla a che vedere.
Fascismo è divenuto sinonimo di Male Assoluto, così è diventato fascista persino Osama bin Laden.
Per riuscire a mobilitare la piazza, oltre la vuota litania pacifista, la sinistra ha dovuto quindi rispolverare l’antica opposizione alle guerre imperialiste, naturalmente fasciste.
E’ così successo che erano fascisti gli aggressori americani e fascisti gli aggrediti iracheni.
Se la cosa non fosse drammatica arriveremmo al comico paradosso che in Iraq si sta combattendo quasi una guerra civile.
Entrano però qui in gioco le antiche colpe degli antenati dell’attuale Ulivo, sia di quelli comunisti sia di quelli democristiani: la colpevole collaborazione con gli invasori alleati dell’Italia nella seconda guerra mondiale.
L’antifascismo, inesistente durante il Ventennio fascista, nasce in Italia allora e da allora rappresenta un valore fondante, l’unico valore fondante di questa sinistra collaborazionista.
Attaccare decisamente gli americani oggi significherebbe dover revisionare la storia italiana dell’ultima metà del secolo scorso.
Quella che ancora oggi viene festeggiata in pompa magna come “li
 
SERVITU' MILITARI: PESCATORI BLOCCANO ESERCITAZIONI A TEULADA PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Circa 20 barche di pescatori delle marinerie di Teulada e Sant'Anna Arresi stanno bloccando le esercitazioni nell'area davanti al poligono militare di Teulada, in provincia di Cagliari. Altri colleghi sono riuniti nel porto in assemblea permanente. I pescatori manifestano contro le restrizioni all'attività, decise per motivi di sicurezza, durante le esercitazioni militari.

Chiedono di poter lavorare nei giorni in cui non vi sono operazioni militari e sollecitano la bonifica dei fondali nei quali giacciono bombe e altro materiale bellico. Fino a tre anni fa - spiega il presidente della cooperativa "San Giuseppe" Pietro Paolo Di Giovanni - era possibile pescare nei giorni in cui non erano previste le esercitazioni, mentre per i restanti 120 ci veniva corrisposto un indennizzo di 45 euro a persona per ciascun giorno di blocco. Ora l'attività è stata interdetta per tutto l'anno per cui chiediamo adeguati risarcimenti oppure la possibilità di riprendere a lavorare. Se non ci verranno date risposte soddisfacenti bloccheremo l'attività del poligono fino al 20 giugno, quando è prevista la sospensione estiva delle esercitazioni. La protesta dei pescatori va avanti da circa sette mesi durante i quali sono stati effettuati 16 blocchi simili a quello di oggi. Agi (lunedì 10 maggio)

 
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