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Conflitti
Sudafricani in Iraq. Il profumo dei soldi PDF Stampa E-mail
Scritto da S.Sartori   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

Più di millecinquecento soldati privati sudafricani sarebbero in Iraq al soldo di diverse agenzie che si autodefiniscono "per la sicurezza".

Ne abbiamo parlato con Henrie Boshoff,un analista di problemi militari dell'Institute for Security Studies in Sudafrica.

21 aprile 2004 - Francois Strydom, sudafricano, è stato ucciso a gennaio da una bomba, scoppiata davanti al suo hotel a Baghdad in Iraq. Con lui c'erano altri sudafricani tra cui Deon Gouws, rimasto gravemente ferito. Che cosa faceva questo gruppo di sudafricani a Baghdad? Erano in Iraq per conto di un'agenzia internazionale, la Erinys, che si occupa formalmente di proteggere siti petroliferi.
Erinys ha filiali in tutto il mondo e una anche in
 
Iraq, agli Usa saltano i nervi PDF Stampa E-mail
Scritto da rai.it   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

Denuncia delle Ong presenti: "cecchini americani sui tetti delle case".

Avrebbero messo da parte le tattiche imparate nei corsi di
addestramento. Alcune notizie che trapelano dalle organizzazioni non governative operanti in Iraq parlano di utilizzo di armi e azioni 'non convenzionali' da parte dell'esercito Usa, piegato dalla guerriglia
urbana che quotidianamente mette in ginocchio con continue perdite la 'macchina da guerra' di Washington caduta nel 'pantano polveroso' di un Paese che non e' piu' in grado di gestire.

Il coordinamento per l'emergenza dell'Ncci, organismo che coordina 90 organizzazioni non governative di tutto il mondo operanti in Iraq (tra cui le italiane Un Ponte per.., Ics, Intersos e Terre des Hommes), denuncia "la violazione delle convenzioni internazionali che regolano i conflitti armati, in particolare i tentativi di ostacolare la protezione e il soccorso dei feriti".

Fa rabbrividire l'elenco delle violazioni: "operazioni militari a danno
dei civili iracheni, occupazione da parte delle forze della coalizione
del principale ospedale universitario di Najaf e dell'ospedale generale
di Falluja (sono stati sfollati i pazienti e l'ospedale è stato 

Osama Bin Mossad? PDF Stampa E-mail
Scritto da Otto   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

“È forse permesso loro uccidere i nostri bambini, le nostre donne ed i nostri anziani ed i nostri giovani in Afghanistan, in Iraq, in Palestina ed in Kashmir ed è invece vietato a noi uccidere loro?"

Dice Allah gloria a Lui l’Altissimo: E a chi vi attacca rispondete nello stesso modo. Fermatevi davanti a noi e liberate i nostri prigionieri e uscite dalle nostre terre e noi ci fermeremo. I popoli alleati dell’America devono fare pressioni sui propri governi affinché si ritirino subito dall’alleanza con gli americani contro il terrorismo (l’Islam)”.

Questo è un passo, molto probabilmente (volutamente) il meno reso noto e approfondito, della lettera che Al Qaeda avrebbe inviato per rivendicare gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.

Considerando storicamente acclarato il fatto che da sempre “l’Occidente” in Medio Oriente abbia perseguito i propri pro a scapito della popolazione autoctona (partendo dai bombardamenti con gas chimici fatti ad inizio ‘900 dagli inglesi in Palestina, passando dalla creazione ex novo di uno stato in mezzo a quelle terre, Israele, tacendo, e quindi appoggiando, la politica di genocidio perseguita da quello stato, arrivando fino ai giorni nostri con le ridicole missioni umanitarie, le missioni di TERRORISMO UMANITARIO come le abbiamo definite noi), oggi non possiamo che riflettere su questa frase: “Fermatevi davanti a noi e liberate i nostri prigionieri e uscite dalle nostre terre e noi ci fermeremo”. Sembra essere una richiesta sensata. Sono morti innocenti, donne e bambini, da una parte e dall’altra; per fermare questa carneficina sembrerebbe bastare poco. Siamo poi realisti e sappiamo che gli interessi economici e geopolitici in gioco in Medio Oriente sono altissimi per tutti, riguardano tutto il mondo, e sappiamo che chi dovrebbe fare il passo indietro non lo farà. E sappiamo anche che chi fa queste richieste, Bin Laden, è stato (e probabilmente lo è tuttora) un delfino di quegli interessi apolidi che hanno la propria base operativa negli USA. Il suo scopo, crediamo, sia solo nominalmente quello di liberare il “suo” popolo, quando in realtà è ben altro, e molto probabilmente collima con quello di coloro che chiama invasori.

Dubbi, appunto. Sospetti sull’identità di chi ha compiuto stragi quali quelle delle Twin Towers e di Madrid. E se additare e seguire la pista islamica fosse un’abile strategia per crearsi ad hoc un nemico, alimentando quella “Guerra al Terrorismo” utile a giustificare le operazioni belliche mondialiste (non più legittimate dalla fine della Guerra Fredda con l’URSS) e perseguire gli interessi occidentali? E se l’Islam fosse un nemico inventato per distrarre l’opinione pubblica dal vero nemico dell’Uomo, il Mondialismo? E se davvero Al Qaeda fosse sinonimo di Sistema, servizi segreti e di qualcosa (citando Giulietto Ch

 
Intervista ad Ahmed Sheikh (Al Jazeera) PDF Stampa E-mail
Scritto da S.Morandi   
Sabato 24 Aprile 2004 01:00

Time magazine ha messo i fondatori di Al Jazira nell’ambita lista delle personalità più influenti dell’anno ma, dalle nostre parti, l’emittente araba lanciata nel 1996 dall’emiro di un piccolo stato petrolifero, il Qatar, è guardata con sospetto.

Si accusa Al Jazira di essere di parte o, peggio, di prestare la propria potente voce, che ormai raggiunge ogni angolo del pianeta, agli oscuri interessi del terrorismo globale.

Come reagisce l’emittente a queste accuse? Per saperlo abbiamo contattato il direttore Ahmed Sheikh, originario di Nablus in Palestina, che da qualche mese è alla guida del canale satellitare.

In Italia la vostra decisione di mandare in onda l'assassinio del leader di Hamas, Abdalaziz Al Rantisi, e di oscurare l'esecuzione dell'ostaggio italiano ha suscitato molte polemiche. Siete stati accusati di difendere gli assassini …
L’uccisione di Rantisi è stata l’assassinio politico del leader di un movimento di resistenza, Hamas, che lotta per la libertà del proprio paese. Quattrocchi era un uomo comune che lavorava per una compagnia di sicurezza. E’ stato catturato dai suoi rapitori, tenuto in ostaggio e poi ucciso a sangue freddo. Al Rantisi era una figura pubblica, un leader politico, un combattente e non un privato cittadino. Come si possono confondere le due cose? Nel primo caso è diritto e dovere di un giornalista mostrare la cronaca degli eventi, nel secondo caso si tratta di un privato che ha diritto alla sua privacy, e per questo abbiamo deciso di non mandare in onda il suo omicidio, nel rispetto dei sentimenti della sua famiglia e della dignità della persona. Il fatto di non comprendere questa differenza è incredibilmente poco professionale, così come le domande che mi sono state rivolte in questi giorni dai giornalisti italiani. Non credo di essermi mai imbattuto in una tale mancanza di professionalità…

La decisione è stata motivata quindi solo da considerazioni umanitarie…
Era una visione orribile che avrebbe profondamente ferito i sentimenti della sua famiglia e dell’opinione pubblica. Sono stato davvero stupito del fatto che alcuni giornali come Repubblica e Corriere della Sera, invece di ringraziarci per il nostro tatto, abbiano cominciato ad attaccarci come se volessimo in qualche modo coprire gli assassini dell'ostaggio. E' un'insinuazione odiosa che considero indegna di un professionista dell'informazione. Quello che è stato scritto è davvero falso. Non abbiamo mai pensato di proteggere la reputazione dei rapitori: questa è una calunnia inaccettabile. Abbiamo semplicemente pensato che sarebbe stato orribile per i familiari assistere a una scena del genere.

Nel secondo caso l'accusa è semplicemente ridicola. Avremmo mostrato l'omicidio di Rantisi per rovinare l’immagine di Israele? E’ ridicolo. Da queste parti nessuno s’illude su Israele: è uno Stato terrorista che utilizza l'omicidio politico normalmente, e che non si fa scrupolo di uccidere civili innocenti. Se Repubblica o il Corriere della Sera sono pro-Israele e vogliono difendere a ogni costo l'immagine di questo paese è una loro scelta, ma non possono pensare di interferire con le nostre decisioni su ciò che mandiamo o non mandiamo in onda. Semplicemente non sono affari loro. Noi siamo indipendenti, siamo liberi e decidiamo liberamente.

Time magazine ha messo i fondatori di Al Jazira fra le persone più influenti del mondo. Che ne pensa?
Ovviamente siamo molto gratificati dal fatto che una rivista internazionale dell'importanza di Time Maga

 
I misteri del video dell'orrore PDF Stampa E-mail
Scritto da Uruknet.info   
Sabato 24 Aprile 2004 01:00

Il portavoce di Al Jazeera prende le distanze dal giornalista che ha diffuso i contenuti della cassetta.

«Mostrare il video dell'uccisione dell'ostaggio italiano non avrebbe aggiunto nessun valore informativo alla notizia della sua morte, dunque non lo abbiamo trasmesso e non abbiamo intenzione di cederlo a nessuno». Dal Qatar Jihad Ali Ballout, portavoce di Al Jazeera, ribadisce secco la posizione ufficiale della rete. Ma in Italia non si fermano le polemiche sulla decisione della tv satellitare di non trasmettere il video e, anzi, continua il «giallo» sulla videocassetta, sul suo contenuto e sulla frase che riporterebbe, ormai diventata simbolo della fine di Fabrizio Quattrocchi: «Ti faccio vedere come muore un italiano». E alle pressioni che giungono da più parti in Italia, Ballout risponde che «siamo spiacenti, ma dal momento che è stata presa la decisione di non mandare in onda il video, non sarebbe corretto mostrarlo ora, consegnarlo ad altri, o anche soltanto parlarne». Eppure, accurate descrizioni di quei 47 secondi sono state ripetutamente rilasciate, in questi ultimi giorni, a diversi giornali italiani da Emad El Attrache, definito come caporedattore e responsabile esteri di Al Jazeera. Il portavoce ufficiale dell'emittente smentisce:« El Attrache non è caposervizio né caporedattore: è un giovane giornalista della redazione di Doha, parla l'italiano e ora si trova con le sue dichiarazioni al centro dell'attenzione. È stato mandato per qualche giorno a fare reportage nel vostro paese, ma non ha l'autorità per parlare di questo video. Il caporedattore di Al Jazeera si chiama Ahmed Sheihk ed è l'unica persona, insieme al direttore generale Waddah Khanfar e a me, che ne sono portavoce, ad essere autorizzato a parlare ufficialmente a nome della tv. E la posizione di Al Jazeera è di non divulgare alcun contenuto o citazione dal video, poiché abbiamo deciso di non mandarlo in onda».

Dunque non avete intenzione di mandare in onda il video, ma non desiderate nemmeno commentarlo?

No. Abbiamo giudicato il video secondo i nostri principi professionali, una procedura che applichiamo a tutte le videocassette che giungono in redazione: viene valutata l'attendibilità della fonte da cui riceviamo il materiale e il contenuto informativo aggiuntivo che le immagini danno alla notizia. C'è una commissione editoriale guidata dal direttore generale che ha il compito di esaminare le videocassette. Le giudichiamo sempre dopo un'attenta valutazione caso per caso e tenendo conto del fattore umano. Ripeto: il video dell'uccisione dell'ostaggio italiano non aggiungeva in nessun modo alcun valore informativo alla tragica notizia.

E la frase riportata da tutti i giornali italiani: «Ti faccio vedere come muore un italiano»?

Non lo so. Non so da dove viene, non posso confermare né smentire la sua attendibilità. Quello che posso confermare è che Al Jazeera non ha divulgato alcuna citazione a nessun media italiano o di qualsiasi altra parte del mondo.

Nel caso del messaggio video di Antonella Agliana ai sequestratori degli italiani avete però creato la notizia, diventando in qualche modo parte della negoziazione.

Non vogliamo essere parte della negoziazione, svolgiamo il nostro dovere professionale mostrando tutti gli aspetti e i punti di vista su un avvenimento. Se svolgendo il nostro compito di giornalisti fossimo anche capaci di aiutare qualcuno, questo sarebbe senz'altro un bene. Ma non possiamo fare altro, né svolgere un compito diverso da quello che è il nostro dovere professionale di giornalisti.

Ma se il video dell'uccisione dell'ostaggio italiano vi fosse richiesto dalle autorità italiane a scopo investigativo?

Se accadesse dovremmo valutare la situazione. La nostra posizione è di restare indipendenti, fuori da ogni cosa che comprometta il nostro ruolo professionale. Detto ciò, non abbiamo problemi a discutere un caso del genere, se ci viene sottoposto: tutto deve essere giudicato a seconda del contesto e delle circostanze. Noi comunque abbiamo invitato alcuni me

 
Frattini su Iraq a Radio Capital PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Venerdì 23 Aprile 2004 01:00

La missione militare italiana in Iraq è stata presentata così il 15 aprile 2003 dal nostro ministro degli esteri Franco Frattini.

«Quella dell'Iraq è una missione che ha scopo emergenziale e umanitario».
E infatti il governo italiano finanzia un ospedale della Croce Rossa a Bagdad e invia ben 27 carabinieri per difenderlo...... poi già che c'è invia altri 3000 militari a Nassiriya.
Ecco le cifre: l'ospedale a Bagdad costa...21 milioni 554 mila euro.
Il nostro contingente a Nassiriya costa...232 milioni e 451 mila euro.
La domanda è: ma perché il nostro intervento umanitario in senso stretto è a Bagdad e invece i nostri soldati e le nostre risorse stanno a Nassiriya? Che c'è lì di così tanto umanitario?
Il 22 ottobre 2003 i parlamentari italiani della commissione difesa vanno a Nassiriya. Elettra Deiana, deputata di Rifondazione Comunista, faceva parte della delegazione e ha ascoltato uno strano discorso. «Abbiamo incontrato l'ambasciatore presso il governo provvisorio di Bagdad Antonio Armellini, il quale ci ha detto che vi sono degli interessi italiani in gioco in questa vicenda».
Interessi in gioco!
«Di conseguenza il calcolo è che i benefici saranno all'altezza dell'impegno militare»
Benefici in cambio dell'impegno militare!
Ora in Iraq in generale e a Nassiriya in particolare ci sono importanti giacimenti di...benefici. Ne sa qualcosa Benito Li Vigni, un'ex dirigente dell'Eni. «Il governo iracheno accordò all'Eni lo sfruttamento di un giacimento sul territorio di Nassiriya, nel sud del Paese, con 2,5 / 3 miliardi di barili di riserve, un giacimento quinto per importanza tra i nuovi che l'Iraq voleva avviare a produzione. Nel suo territorio c'è una grande raffineria ed un grande oleodotto».
Guarda un po', l'Eni aveva contratti petroliferi con l'Iraq che riguardavano i pozzi proprio di Nassiriya! Che coincidenza! Ancora Li Vigni. «I contratti che regolavano i rapporti tra la parte pubblica e quella privata delle compagnie concessionarie, seguivano una formula che nel settore era considerata la più vantaggiosa di tutte, che di solito i Paesi produttori mediorientali fanno di tutto per evitare. E' un contratto che consente di considerare come propria riserva una quota della produzione. Di fatto la riserva accertata tra 2,5 e 3 miliardi di barili poteva essere iscritta in bilancio Eni».
Contratti vantaggiosi. Un peccato rinunciarvi! In parlamento la senatrice Tana De Zulueta, del gruppo Occhetto - Di Pietro, ha presentato un'interrogazione proprio su questa vicenda.
«Il fatto è che quando i soldati italiani sono arrivati a Nassiryia, la loro prima base militare era ubicata proprio di fronte alla raffineria che consentirebbe all'Eni di poter raffinare proprio lì il petrolio estratto. Altra condizione che si aggiunge a un contratto che in sé era estremamente vantaggioso. Dico "era" perché quel contratto è in forse, nel senso che l'occupazione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni siano congelate. Noi abbiamo chiesto al governo se la scelta di mandare i nostri militari in Iraq fosse motivata da un desiderio di tutelare quella concessione, di garantircela per il futuro».
E noi ci siamo procurati la risposta del governo all'interrogazione della parlamentare.
«La nostra presenza in Iraq è frutto di prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario». Prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario. «La scelta di dislocare un contingente a Nassiriya non è stata in alcun modo legata agli interessi dell'Eni»
Ah, no?
«Le bozze di accordo per lo sfruttamento dei campi petroliferi a Nassiriya tra Eni e le autorità competenti irachene non sono mai state perfezionate attraverso la firma di un testo vincolante». E intanto il governo ammette gli accordi.
Il 23 febbraio 2003, un mese prima dell'inv
 
Awni al-Kalemji:"La nostra è una resistenza legittima" PDF Stampa E-mail
Scritto da da iraqlibero.net   
Giovedì 22 Aprile 2004 01:00

Intervista al sedicente portavoce in Europa della resistenza irachena

L'intervista che segue è stata realizzata a Roma di sabato 13 dicembre a margine di una visita di Awni al-Kalemji nella Capitale. L'indomani, domenica 14, arrivava dall'Iraq la notizia della cattura dell'ex-presidente iracheno Saddam Husayn.

Signor Kalemji, quando e dove è nato? Sono nato a Baghdad, in Iraq, nel 1941.

E oggi dove vive? Vivo in Danimarca.

Perché non vive in Iraq? Sono andato via dal mio paese nel 1971, all’età di trent’anni, in seguito ad una delle epurazioni del nuovo corso di Saddam Husayn [arrivato al potere nel 1969, n.d.r.].

Prima di lasciare l’Iraq che attività svolgeva nel suo paese? Ero un ufficiale dell’esercito.

E’ andato direttamente in Danimarca dopo aver abbandonato l’Iraq? No, come molti esuli iracheni, sono fuggito in Siria. Sono rimasto a Damasco per diciassette anni, fino al 1988.

E poi cosa è successo? E’ successo che l’atteggiamento di Damasco è cambiato: durante la prima fase della guerra Iran-Iraq la Siria aveva mantenuto un atteggiamento molto vicino a quello di Tehran, paese invaso dalle truppe irachene. Quando, successivamente, l’esercito iraniano occupò alcuni territori del mio paese, io con altri miei colleghi iracheni, ci aspettavamo che Damasco si opponesse in qualche modo alla violazione della sovranità dell’Iraq. Ma così non fu e allora decidemmo di salutare il governo siriano e di andarcene in Europa.

Veniamo ad oggi. Dalla Danimarca all’Italia passando per la Germania, in queste settimane lei è in giro nel Vecchio continente in veste di “rappresentante della resistenza irachena in Europa”. Cosa significa? Io sono il portavoce ufficiale in Europa della Coalizione patriottica irachena [al-Tahaluf al-Watani al-‘Iraqi, n.d.r.], movimento politico costituito nel 1992, subito dopo la Seconda Guerra del Golfo [la “Prima” è considerata la guerra Iran-Iraq conclusasi nel 1988, n.d.t.].

 
M.O. Mubarak: Mai come ora arabi hanno odiato gli Stati Uniti PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI-Reuters   
Mercoledì 21 Aprile 2004 01:00

Lo ha affermato il presidente egiziano Hosni Mubarak in un'intervista a 'Le Monde', a margine dei colloqui avuti ieri a Parigi con il presidente francese Jacques Chirac.

(AGI/REUTERS) - Parigi, 20 apr. - Mai come adesso gli arabi in Medio Oriente hanno odiato gli Stati Uniti. La ragione di questo sentimento di ostilita', ha spiegato Mubarak, sta nelle recenti decisioni della Casa Bianca: l'invasione dell'Iraq e l'incondizionato sostegno alle scelte di Israele, anche le piu'estreme, come l'eliminazione fisica dei due capi storici di Hamas, il movimento palestinese di resistenza all'occupazione dei territori.

"Oggi nella regione vi e' un odio verso gli americani come mai in passato", ha detto il leader moderato. "In altri tempi alcuni hanno creduto che gli americani fossero d'aiuto. Non c'era tutto quest'odio. Dopo quanto accaduto in Iraq le cosesono cambiate. Vi e' un odio senza precedenti e gli americanilo sanno", ha aggiunto il presidente. "La gente prova un sensodi ingiustizia. E, come se non bastasse, vede (il premier israeliano Ariel) Sharon comportarsi come piu' gli aggrada,senza che gli americani gli dicano mai niente. Fa uccidere la gente che non ha gli aerei e gli elicotteri che ha lui", ha proseguito Mubarak riferendosi agli attacchi missilistici con cui sono stati uccisi, a distanza di un mese l'uno dall'altro, i capi di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin e Abdel Aziz Rantisi. "La disperazione e il senso di ingiustizia non saranno circoscritti alla nostra regione. Gli interessi americani e israeliani non saranno piu' al sicuro, non soltanto nella nostra regione, ma in qualsiasi parte del mondo", ha assicurato il presidente. (AGI)

 
Iraq:iracheno picchiato a morte da soldati USA PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Mercoledì 21 Aprile 2004 01:00

Un iracheno è deceduto dopo essere stato picchiato a morte da soldati americani con il manganello

(ANSA) - KUT (IRAQ), 14 APR - Un iracheno è deceduto dopo essere stato picchiato a morte da soldati americani con il manganello. L'uomo si era rifiutato rifiutato di togliere dalla sua auto una fotografia del leader radicale sciita Moqtada al Sadr.Lo rende noto la polizia irachena secondo la quale l'uomo era stato arrestato ieri sera dai soldati USA che conducevano operazioni di ricerca in una strada del centro di Kut (180 km a sud est di Baghdad).

 
Uranio impoverito: un crimine di guerra che non ha mai fine PDF Stampa E-mail
Scritto da Paul Rockwell   
Martedì 20 Aprile 2004 01:00

Chi ha detto che in Iraq non vi sono armi di distruzione di massa? Il terreno, l'aria, i polmoni della gente ne sono pieni: e' l'uranio impoverito

L'arma di distruzione di massa che ha avvelenato il territorioiracheno e ne ha decimato la popolazione. Resta attivo per milioni di anni, condanna a morte orribile chi lo inala o lo ingerisce, causa deformazioni ai nascituri e danni irreversibili a chi ne viene in contatto. Gli USA lo hanno riversato in Iraq con un accanimento che ha dell'incredibile: un crimine di guerra che grida giustizia. I dispacci internazionali sull'invasione ed occupazione USA dell'Iraq - pieni di dettagli grafici sugli ospedali sovraffollati, schegge di bombe a frammentazione seppellite nella carne dei bambini, neonati deformati dall'uranio impoverito, mercati e fattorie distrutte dai missili americani - non sono di facile lettura. Le prove sempre più evidenti che giungono dall'Iraq occupato stabiliscono ciò che molti americani vorrebbero non sapere: e cioè che le più alte cariche del loro governo hanno violato molti accordi internazionali relativi alle regole di guerra. Se non riterremo l'amministrazione Bush responsabile di crimini di guerra - e le prove sono schiaccianti - tradiremo la nostra coscienza, il nostro paese e la nostra fede nella democrazia. Gli Stati Uniti sono firmatari di numerose leggi di guerra internazionali: le Convenzioni dell'Aja del 1889 e del 1907, le Convenzioni di Ginevra del 1949 e quelle di Norimberga, adottate dalle Nazioni Unite l'11 dicembre 1945 - tutte leggi che stabiliscono i limiti che, per consenso comune, i popoli decenti non dovrebbero oltrepassare. Secondo la Costituzione, tutti i trattati sono parte della legge suprema della terra. La legge umanitaria si basa su un semplice principio: che i diritti umani siano misurati secondo un unico parametro. Senza questo principio, la giurisprudenza sarebbe mera pietà ed esercizio del potere. Né le violazioni delle leggi di guerra da parte di uno dei belligeranti giustificano i crimini di guerra dell'altro. Di tutte le violazioni delle leggi di guerra commesse dalle più alte cariche del nostro stato, nessuna e' più allarmante dell'uso massiccio e premeditato dell'uranio impoverito in Iraq. Undici miglia a nord della frontiera con il Kuwait, nell' "Autostrada della Morte", carri armati distrutti, jeep militari inagibili, veicoli pubblici sventrati - lamiere contorte residui di "Tempesta nel Deserto" - continuano ad irradiare energia nucleare. I militari americani che hanno vissuto in quell'area tossica per tre mesi

soffrono di affaticamento, dolori muscolari ed articolari, disturbi

respiratori - una quantità di sintomi conosciuta con il nome di Sindrome del

Golfo. Quando il presidente Bush ed il Pentagono autorizzarono l'uso

dell'uranio impoverito per la campagna "Colpisci e terrorizza" del marzo

2003, non solo commisero un crimine di guerra contro il popolo dell'Iraq, ma mostrarono anche criminale disprezzo verso la salute delle truppe americane. L'articolo 23 della IV Convenzione di Ginevra e' chiaro e preciso: "E' proibito impiegare veleni o armi venefiche per uccidere slealmente individui appartenenti al paese o all'esercito nemico o utilizzare armi, proiettili e materiale studiato per causare sofferenze non necessarie". Il Protocollo di Ginevra del 1925 proibisce esplicitamente "gas velenosi o asfissianti, e tutti i liquidi analoghi, materiali e dispositivi". La radioattività prodotta dall'uranio impoverito in battaglia e' un materiale velenoso, carcinogenico, che causa difetti genetici, malattie polmonari e renali, leucemia, cancro al seno, linfoma, tumori ossei e disabilità neurologiche. L'uranio impoverito e' molto più denso del piombo e permette alle armi USA di penetrare l'acciaio, un vantaggio enorme nella guerra moderna. Ma, secondo le Convenzioni di Ginevra, "i mezzi per causare ferite al nemico non sono illimitati". Quando le munizioni all'uranio impoverito esplodono, l'aria viene inondata di polvere fine e radioattiva che, trasportata dal vento, viene facilmente inalata e si deposita poi nel suol

 
Tra gli irriducibili dei «campi» di Guantanamo PDF Stampa E-mail
Scritto da Le Monde   
Martedì 20 Aprile 2004 01:00

L’esercito statunitense svela meccanismi e sistemi d’interrogatorio per dimostrare che sono false le accuse di tortura ai sospetti terroristi «Usiamo solo mezzi di persuasione: premiamo chi collabora con noi».

Nel nome della guerra al terrorismo gli Stati Uniti tengono prigioniere senza processo oltre 600 persone a Guantanamo. A intervalli regolari il Pentagono organizza dei «media tour». Prima della partenza i giornalisti s’impegnano per iscritto a non cercare di comunicare con i prigionieri. Ogni sera un militare ispeziona le foto.I volti dei detenuti sono oscurati, in obbedienza alle convenzioni di Ginevra, così come tutto ciò che potrebbe nuocere all’immagine dell’esercito. La visita guidata dal 16 al 19 marzo ha acquistato un significato particolare.Accusato di maltrattare i prigionieri l’esercito americano ha mostrato qualche scena di vita a Campo Delta. Per la prima volta la stampa ha potuto vedere dove si svolgono gli interrogatori. I militari hanno aperto anche la sala del tribunale dove si svolgeranno i processi ai «nemici combattenti».Le udienze cominceranno fra molti mesi ma, nella terra di nessuno giuridica che è Guantanamo, i responsabili americani vengono messi sotto pressione perché dimostrino che una qualche giustizia, sia pure militare, è in cantiere. Il comandante del campo, il generale maggiore Geoffrey Miller, ha presentato di persona il lavoro svolto. Guantanamo è «un laboratorio della guerra contro il terrorismo, -ha spiegato- la detenzione qui è umana e noi ne siamo fieri». È stata la sua ultima conferenza stampa.Dopo 18 mesi a Cuba, il 22 marzo è stato assegnato all’Iraq. Anche là si occuperà di detenuti. «Gli Stati Uniti -ha assicurato- non torturano mai nessuno. Autorizziamo certe tecniche d’interrogatorio ma mai quelle che impiegano la forza». All’ingresso il tenente colonnello Pamela Hart ha allestito una proiezione di slide di presentazione. Guantanamo: 610 «nemici combattenti», 2.162 soldati. Tra 250 e 300 interrogatori al giorno. Non si può registrare -avverte- ma si possono riportare frasi. Guantanamo non è proprio una baia completa: dall’aeroporto alla base bisogna prendere un traghetto.Gli Stati Uniti mantengono quest’enclave a Cuba dal 1903, fra molte contestazioni. Anche l’eventuale scomparsa di Fidel Castro, secondo il comandante della base navale, Les Mc Coy, non porterebbe alcun cambiamento: «La terremo fino a quando durerà la guerra contro il terrorismo». La base oggi è piena di cantieri. Delta I, Delta II, Delta III, campo 4, campo 5, campo Echo... Dopo l’apertura, nel gennaio 2002, Guantanamo ha conosciuto una sorta di boom edilizio. Il campo 5 non è ancora finito. Sarà il fiore all’occhiello: «il modo più innovativo di condurre interrogatori in isolamento», recita la slide esplicativa, completamente informatizzato. «Si potranno condurre anche quattro interrogatori per volta. E senza nemmeno un foglio di carta».Da gennaio il Pentagono è diventato impaziente. Bisogna accelerare le liberazioni. In loco i militari vorrebbero essere certi che i detenuti hanno rivelato tutti i loro segreti. In due anni 119 prigionieri sono stati liberati e altri 12 sono stati trasferiti nei Paesi d’origine (4 sauditi, 1 spagnolo, 7 russi). Il campo 5 deve svilupparsi, bisogna «aumentare la mano d’opera del 50%». Stavolta niente prefabbricati. La gettata per il pavimento può «durare 50 anni». I primi condannati probabilmente sconteranno qui la pena. Miller ha tutte le intenzioni di dotarlo anche di una stanza per le esecuzioni capitali. I detenuti sono originari di 42 diversi Paesi. Solo 6 erano ricercati. Gli ultimi sono arrivati nel novembre 2003. I militari continuano a ripetere che nessuno si trova lì per caso e che si tratta di membri di al Qaeda che lavoravano alla preparazione di attentati. «Oltre cinquanta fra loro non hanno alcuno scrupolo a spiegare che lottano per il jihad e che, se saranno liberati, torneranno immediatamente a combattere», dice Steve Rodriguez, il responsabile del campo, d’origine cubana.Persino l’età dei prigionieri è tenuta nascosta. Per far vedere che tra loro non ci sono minori, l’esercito non lesina mezzi. Si utilizzano radiografie del polso e analisi della dens

 
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