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Giovani sempre più violenti PDF Stampa E-mail
Scritto da il messaggero   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Dilaga il preoccupante fenomeno della violenza giovanile. Ormai i ragazzi uccidono per un sorriso, per uno sguardo, per una parola di troppo. O semplicemente per noia.

ROMA - Uno l’ha fatto per uno sorriso, l’altro per uno sguardo e l’ultimo per una parola di troppo. Storie di giovani e di coltelli. Di ragazzi di appena 16 o 17 anni che pur di non sfigurare agli occhi della fidanzatina non hanno esitato a uccidere il presunto avversario. Tre casi in neppure cinque mesi: da febbraio a oggi. Dall’estremo Sud all’estremo Nord del Paese: da Agrigento a Como, passando per Napoli. Tre giovani vite spezzate da altrettanti minorenni. E solo per un sorriso, uno sguardo o una parola di troppo. Certo, casi limite. Anche se per Simonetta Matone, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei minori di Roma, quello della violenza tra i giovani è «un fenomeno che coinvolge tanto i ragazzi quanto le ragazze. E purtroppo, si tratta di un trend in continua crescita. Che affonda le sue radici tanto nelle situazioni di degrado ambientale o di arretratezza culturale quanto in quelle dove benessere e regole non mancano».
Aggiunge il magistrato: «Nel ’53, quando sono nata io il ricorso alla violenza rappresentava l’estrema ratio. Oggi è come se i ragazzi non ci trovassero niente di strano, come se girare con un coltello in tasca fosse una cosa assolutamente normale. Anche se, per fortuna, in Italia il numero di omicidi non è in aumento. Viceversa, crescono i casi di lesioni non gravi (nasi spaccati, per intenderci).
Poco più di 1.500 i ragazzi che nel corso del 2003 hanno fatto il loro ingresso negli Istituti penali per minorenni, di cui 1.325 maschi e 256 femmine. Più elevato il numero dei minori mandati nei Centri di prima accoglienza e cioè le strutture filtro che accolgono quelli appena arrestati prima che il Gip decida tra il carcere o la misura detentiva alternativa: 3.524 (2.806 uomini e 716 donne). Circa 1.000 i procedimenti che i sette magistratii della Procura presso il Tribunale dei minori di Roma esaminano ogni mese. Di questi due terzi riguardano reati penali e un terzo quelli civili.
Ma qual è il ruolo delle famiglie? Il criminologo Pino Centomani non ha dubbi: «Determinante. Ma in una realtà che diventa sempre più complessa padri e madri hanno, però, bisogno di aiuti significativi: è necessario che il contesto sociale investa in modo sistematico sulla promozione della qualità della vita. Coinvolgendo tutte quelle figure che hanno a che fare con i ragazzi: genitori, insegnanti, parrocchie, allenatori sportivi e soprattutto insegnanti». E’ il messaggio che arriva dalla società e il suo «imbarbarimento», secondo Centomani la principale causa della devianza giovanile. Sottolinea il criminologo: «Un modello dove tutto è imbarbarito, dove tutto sembra accettabile. Con fiction in cui pure il buono non esita a imbracciare il kalaschnicov e programmi spazzatura di pomeriggio in pomeriggio banalizzano le esperienze della relazione affettiva. In questo contesto non c’è da stupirsi se i nostri ragazzi, ricchi o poveri che siano, non hanno più la capacità di riconoscere il confine tra lecito e illecito. Anzi. Paragonati ai loro coetanei Usa che a scuola ci vanno addirittura con la pistola, tutto sommato, sono fin troppo tranquilli».
Intanto, da febbraio a maggio, tre di loro hanno ucciso. E solo per uno sguardo, un sorriso. O, com’è successo sul lungomare di Agrigento l’altro ieri, per una parola di troppo. Per una parola di troppo, un ragazzo di 17 anni ha spaccato il cuore di un ventenne. Con una coltellata.

 

Occupazioni e Occupa$$ioni PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Contributi pubblici ai leoncavallini, voto trasversale a Milano. Soddisfazione PRC.

Emendamento al Bilancio. Voti a favore anche dal Polo
«Un segnale importante di dialogo anche nei confronti di questa parte della città». Così il capogruppo di Rifondazione comunista in consiglio comunale, Gianni Occhi, ha commentato l’approvazione, avvenuta a sorpresa ieri sera, di un emendamento al bilancio che destina 30 mila euro a favore delle attività culturali delle associazioni legalmente riconosciute e dei centri sociali milanesi. È la prima volta che il documento contabile della città prevede contributi per i leoncavallini e gli altri rappresentanti dei discussi centri giovanili. La presentazione del documento ha provocato un vivace dibattito che ha diviso la maggioranza in Consiglio comunale. Il testo è stato infatti approvato con i voti favorevoli di tutta l’opposizione e dai rappresentanti di maggioranza Milko Pennisi e Carmelo Gambitta (Forza Italia), Giovanni Testori e Maria Grazia Parlanti (Udc). Otto i consiglieri contrari e 6 gli astenuti, tra cui Fabrizio De Pasquale e Paolo Massari, dell’area «liberal» di Forza Italia
 
Parla Juan Domingo Peròn PDF Stampa E-mail
Scritto da asslimes.com   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Riproponiamo l’intervista concessa da Juan Domingo Peròn al celebre ideologo nazionalrivoluzionario belga Jean Thiriart il 7 novembre 1968 e che fu pubblicata in francese per la rivista "La Nation Europeen" n° 30 nel febbraio 1969

J. Thiriart: Juan Peròn, potrebbe parlarci brevemente dell'opera appena pubblicata "L'ora dei popoli"?
J. D. Peròn: In quel libro ho voluto dare una visione congiunta dell'impresa per la dominazione capitalista in America Latina. Io penso che i paesi latino-americani si incamminino verso la loro liberazione. È chiaro, questa liberazione sarà lunga e difficile giacché interessa la totalità dei paesi dell'America del Sud. Non è pensabile affatto che ci sia un uomo libero in un paese schiavo, ne un paese libero in un continente schiavo. Durante dieci anni in Argentina con il governo giustizialista abbiamo vissuto in una nazione sovrana. Nessuna persona poteva intromettersi nei nostri affari interni senza dover discutere con noi. Però durante questi dieci anni l'insieme delle forze imperialiste, che dominano attualmente il mondo, ci ha presi in noia. Una quinta colonna di «lacchè», come noi li chiamiamo, ha iniziato un efficace lavoro di zappa e il governo da me presieduto fu abbattuto. Ciò prova che se i popoli possono arrivare a liberarsi dalla schiavitù imperialista, rimane molto più difficile per loro conservar l'indipendenza, poiché le forze internazionali che io denuncio, prendono loro la mano. In tal senso la caduta del giustizialismo deve essere una lezione e una esperienza per tutti i paesi che vogliono liberarsi e tali rimanere. Bisogna intraprendere la lotta di liberazione dei paesi dell'America del Sud come una lotta globale o a livello di continente e in tale lotta ogni paese deve essere solidale coi propri vicini e fra loro deve esserci pieno appoggio. Il primo imperativo per questi paesi è perciò unirsi e integrarsi. Il secondo punto è realizzare una alleanza effettiva con il Terzo Mondo. Così come noi, i miei collaboratori e io, prevedemmo venticinque anni fa. Questa è la via che bisogna indicare ai popoli sud-americani; non solo ai dirigenti, ma anche alle masse popolari che devono prendere coscienza delle necessità della lotta contro l'imperialismo. Unificare il continente, liberarlo dalle influenze estere e allearsi col Terzo Mondo per partecipare nelle file mondiali alla lotta contro l'imperialismo sono, di conseguenza, i primi obiettivi. Dopo il processo di liberazione interna può avvenire che il popolo ottenga il governo che reclama tutti i giorni e che gli è negato in continuazione, a causa della successione di dittature effimere e di governi fantoccio collocati grazie a imposizioni, mai ad elezioni, e che mantengono il popolo sotto diverse dominazioni. È questo il processo che il mio libro vuol fare comprendere alle masse popolari.

Jean Thiriart: C'è in America del Sud una classe sociale, una borghesia, che collabora sistematicamente con gli Stati Uniti?
J. D. Peròn: Disgraziatamente sì! Nel nostro paese, la divisione tra il popolo e l'oligarchia capitalista è molto netta. Lo stesso è tra il popolo e la nuova borghesia di mercanti che si sviluppa rapidamente. In ogni industriale che si fa ricco dorme un oligarca in potenza. L'oligarchia che domina il paese non può sottostimare le forze di lotta delle immense masse popolari che esigono la loro libertà. Questo è il movimento che noi abbiamo messo in marcia, in certa misura, durante i dieci anni di governo giustizialista. Il giustizialismo è una forma di socialismo, un socialismo nazionale, che risponde alle necessità e alle condizioni di vita dell'Argentina. È naturale che questo socialismo abbia entusiasmato le masse popolari e che in conseguenza di ciò si manifestino le rivendicazioni sociali. Esso ha creato un sistema sociale di fatto totalmente nuovo e totalmente differente dall'antico liberalismo «democratico» che ha dominato il paese e che si era posto, senza alcuna vergogna, al servizio dell'imperialismo yankee.

Jean Thiriart: In Europa gli americani hanno corrotto tutte le tendenze polit

 
Reso finalmente onore agli Ascari PDF Stampa E-mail
Scritto da www.noreporter.org   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

Dopo sei decenni di silenzio ed una pensione da fame.

Doposessant'anni gli Ascari, ovvero le valorose truppe indigene dell'Africa Orientale Italiana, ottengono il giusto riconoscimento.

Saranno però soltanto 173 gli ottuagenari superstiti che percepiranno la sostanziosa liquidazione che corrisponde al dovuto riconoscimento. Fino ad oggi ai nostri combattenti coloniali era stata assegnata una pensione da fame (pari a 25 euro mensili nell'ultimo aggiustamento).

Il valore degli Ascari fu assoluto e rimarchevole ed è stato tramandato da tutti i combattenti delle guerre d'Africa e anche dai giovani ufficiali che parteciparono, nei sette anni successivi alla sconfitta, al periodo di transizione che aveva trasformato la colonia somala in protettorato provvisorio in attesa che fosse concessa l'indipendenza istituzionale.

Quello somalo è da sempre popolo guerriero, come hanno scoperto i soldati americani a proprie spese agli inizi degli anni novanta.

 
E’ gelo tra Santa Sede e Israele PDF Stampa E-mail
Scritto da ilvelino.it   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

ECCO PERCHÉ IL PAPA NON ANDRÀ IN SINAGOGA

1 - ECCO PERCHÉ IL PAPA NON ANDRÀ IN SINAGOGA
Giovanni Paolo II non andrà in Sinagoga. Il 23 maggio, al suo posto, a celebrare i cento anni del Tempio romano, dietro insistente invito della comunità ebraica, ci saranno i cardinali Camillo Ruini (vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente dei vescovi italiani) e Walter Kasper (presidente della commissione per i rapporti religiosi con l¹ebraismo).
Il Papa ha dunque rifiutato l¹invito del rabbino capo Riccardo Shmuel Di Segni. Una mossa ³strategica² quella di Karol Wojtyla che se da una parte è giustificata dal fatto di voler rendere ³unica² e ³memorabile² la sua visita del 13 aprile 1986, dall¹altra è un sintomo esplicito del gelo tra Santa Sede e Israele.
Infatti, il Vaticano non dimentica lo ³sgarbo² fatto dal governo israeliano in occasione della visita del cardinale Ignace Moussa I David (prefetto della congregazione per le Chiese Orientali) lo scorso 14 aprile, quando le autorità israeliane gli hanno impedito l¹accesso alla basilica di Betlemme per ³ragioni di sicurezza². Così come la diplomazia vaticana è ancora ³imbarazzata² per il mancato rinnovo dei visti d¹ingresso a decine di preti, religiosi e suore attivi da anni nei Luoghi Sacri.
In più, certo, non rasserenano il clima le recenti polemiche sul film di Mel Gibson ³The Passion², per il quale i rabbini di tutto il mondo hanno chiesto al Vaticano una ³condanna formale² dei presunti atteggiamenti antisemitici contenuti nella pellicola. A questo si aggiungano anche il vertiginoso calo di pellegrini (le stime ufficiali parlano di oltre due milioni di fedeli in meno) in Terra Santa e la condanna esplicita della politica di Sharon verso i palestinesi da parte del Pontefice.
È chiaro che una visita del Papa in sinagoga dagli israeliani sarebbe stata accolta come una sorta di ³tregua², ma il Vaticano ha deciso per il no. E del resto l¹accettazione dell¹invito da parte di Papa Wojtyla sarebbe stata interpretata come una sorta di ³dietrofront². Solo nel giugno del 2003, Giovanni Paolo II, ricevendo in udienza il nuovo ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Oded Ben-Hur, aveva chiaramente lanciato il suo ³ultimatum² ad Ariel Sharon: ³I popoli hanno il diritto di vivere in sicurezza e implicitamente hanno un corrispondente dovere: il rispetto dei diritti degli altri². Per questo, per il Papa, è essenziale che palestinesi e israeliani possano vivere ³in due stati indipendenti e sovrani².
 
Un presidente manganellatore, Berlusconi, altro che presidente operaio… PDF Stampa E-mail
Scritto da Rinascita   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Siamo tornati indietro di trent’anni, davanti ai cancelli degli stabilimenti Fiat di Melfi, la polizia ha sgomberato i picchetti operai, permettendo ai «crumiri» e agli iscritti ai «sindacati di Palazzo» di riprendere a lavorare.

Duri scontri si sono svolti per tutta la mattinata. Da una parte i sindacati di base, la UGL e gli operai liberi, dall’altra i «Poteri forti» (borsa, azienda, governo, sindacati ufficiali e opposizione di facciata): la guerriglia del 26 aprile è stata solamente una piccola fotografia di uno scontro più grande che si sta allargando in tutta la Nazione.
Al di là della solita demagogia e delle dichiarazioni ad effetto dei politicanti nostrani (nessuno escluso), questi sono i veri schieramenti, che ieri si sono scontrati fuori dai cancelli della Fiat e ogni giorno si fronteggiano nella società italiana. Da una parte chi lotta per sopravvivere, per non perdere il lavoro e la libertà, dall’altra chi difende gli interessi del grande capitale. Il resto sono chiacchiere.
La sconfitta e la delegittimazione dei «sindacati ufficiali» è ormai di fronte agli occhi di tutti: l’azienda deve dimostrare agli speculatori borsistici (nazionali e internazionali) che la Fiat è in piena ripresa e che il governo è ostaggio della famiglia Agnelli-Elkann e dei poteri forti.
La polizia come sempre esegue…
Noi esprimiamo la totale solidarietà ai sindacati di base e agli operai in lotta e condanniamo l’atteggiamento repressivo e criminalizzante del governo e dell’azienda, denunciamo poi i tentativi di strumentalizzazione da parte di CGIL, CISL e UIL e di tutto il centro sinistra, capaci solamente a servire gli interessi del padronato, cavalcando la disperazione del proletariato nazionale per gli interessi di poltrona.
Una domanda ci sorge spontanea: quali saranno le reazioni dell’UGL schierata a fianco degli operai dopo che si è vista manganellare dal centro-destra? Usciranno dalla sfera di AN?
Dal canto nostro ribadiamo l’unica soluzione possibile per salvare la Fiat e non solo: la Socializzazione
 
Putin e il petrolio PDF Stampa E-mail
Scritto da il Foglio   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Putin, per le grosse iniziative, mostra di preferire le alleanze con compagnie petrolifere relativamente secondarie, rispetto a quelle con le multinazionali con base negli Usa o in Europa.

La Total francese ha messo a segno un rilevante successo, ottenendo una quota importante di Siebneft, la compagnia petrolifera siberiana che si era fusa con Yukos e che si è svincolata da questo matrimonio, da quando il capo di Yukos, Mikhail Khodorkowsky, è stato imprigionato con l’accusa di frodi fiscali e valutarie. Il grande oligarca, ancora in carcere, era in trattative con Exxon per una partecipazione di 21 miliardi di dollari nel nuovo complesso. Ora la fusione non si fa più ed Exxon, che è stata scavalcata da Total nella contesa per l’ingresso in Siebneft, un affare minore, ma comunque non secondario, rischia anche di perdere il permesso relativo a un investimento di 12 miliardi di dollari per esplorazioni petrolifere nel Pacifico nelle vicinanze dell’isola di Sakhalin.

Le redini del petrolio russo, dopo le privatizzazioni degli anni 90, sono tornate in mano allo Stato. È Putin che conduce il gioco. E sembra di capire che la sua strategia consista in una apertura differenziata alle compagnie petrolifere occidentali, indispensabile per la commercializzazione dei prodotti e soprattutto per le tecnologie e le risorse finanziarie da impiegare in nuovi investimenti. Putin, per le grosse iniziative, mostra di preferire le alleanze con compagnie petrolifere relativamente secondarie, rispetto a quelle con le multinazionali con base negli Usa o in Europa. Infatti anche la Shell, che era in prima fila per una partecipazione a Siebneft è stata messa fuori gioco. Exxon ha riserve di petrolio per 21 miliardi di barili. Yukos 18, Shell (dopo il ridimensionamento recente) 15 e Total solo 11. BP che ha riserve per 18 miliardi di barili e, nonostante la sua origine come compagnia britannica, è di fatto una multinazionale, ha ottenuto una quota in TNK International: ma questa non ha riserve paragonabili a Yukos o a Lukoil, che con i suoi 21 miliardi di barili è seconda nella graduatoria mondiale. Per le compagnie con riserve meno importanti, Putin accetta anche alleanze con grosse multinazionali. Il petrolio ed il gas costituiscono un quarto dell’economia russa. Ed assieme ai giacimenti del Caspio sono ora l’alternativa al Medio Oriente. Bisogna saperne tener conto.

 
Nazional-estetismo? PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio Dall'Igna   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Il 5 settembre 2000 Torino rendeva omaggio a Friedrich Nietzsche, il filosofo che tanto ne amò la passione più aristocratica, con un dibattito il cui titolo risuona senz’altro attuale: "Nietzsche: da profeta del Nazismo a filosofo della liberazione?

In quell’occasione, dal Giardino di Piazza Carlo Felice, la tonante voce di Francesco Coppellotti si levò per annunciare l’ora di dire correttamente il "Nazionalsocialismo", per non ripiegare sul termine demonizzante di "Nazismo".

Ma è possibile, seppur tra le nebbie sognanti della speculazione, dire il "Nazional-estetismo"?

Nella concezione estetica di Alfred Baeumler vive un recupero totale della forma di ascendenza pitagorico-platonica, recupero che reca con sé l’originarsi dell’Essere, e che ne attesta la presenza anche nel basso mondo degli uomini.

La storia dell’estetica secondo Baeumler è mossa da un duplice conflitto: idea del bello versus concetto dell’arte; platonismo versus neoplatonismo.

La prima contesa si risolve nella concezione platonico-razziale dello stile. L’idea del bello sorge con Platone, che, interrogandosi sulla città giusta, rende politica anche l’estetica. Il concetto dell’arte viene preso in esame da Aristotele: l’incedere scientifico della sua filosofia lo porta a teorizzare la riflessione sulla tecnica artistica. Nei secoli successivi, poi, si dispiega la dialettica tra la metafisica del bello e la teoria dell’arte. Fino a giungere all’inizio del XX secolo, quando la storicità dell’arte, figlia di spazio, tempo e cultura, si scontra con la considerazione platonica dell’opera come "un ‘caso’ della bellezza: per esso [il platonismo] infatti l’unicità non costituisce un problema, perché l’unità intemporale dell’idea ‘si realizza’ nel tempo" (A. Baeumler, Estetica, Edizioni di Ar, Padova, 1999, pp. 141-142). Baeumler risolve il conflitto introducendo il concetto di stile. Già Dehio aveva concepito l’arte come espressione della totalità del popolo. Ma dire "espressione" sa troppo di naturalistico per chi guarda da prospettiva platonica. Mal si accorda con l’essenza monumentale del dorico Platone. Allora ecco lo "stile", sostituito all’"espressione". "Il fenomeno dell’arte non è deducibile dalle esperienze vissute e dalle tensioni espressive. Solo la volontà di fissare un contenuto per l’eternità può generare l’arte, e lo stile è la manifestazione di questa volontà. Lo stile monumentale sta all’inizio di ogni arte. Il bisogno di confessioni private non avrebbe mai suscitato la grande arte storica: la stessa arte intima e idillica esiste solo perché vi è un’arte monumentale" (p. 144). Con questa perentoria lezione magistrale Alfred Baeumler riconosce alla Kultur la capacità della forma, la qualità dell’espressione che è l’essenza dello stile. Non sussiste distanza tra forma e volontà di forma: la Kultur diventa così il campo in cui forma e contenuto si manifestano nel medesimo istante. Dunque: non si dà estetica senza politica e non si dà politica senza estetica, come notano anche Marzio Pinottini e Francesco Ingravalle nella presentazione dell’edizione italiana del testo.

Riprendendo la tesi di Panofsky, Baeumler dispiega la sua riflessione anche lungo l’altro conflitto che attraversa l’idea del bello: quello tra platonismo e neoplatonismo. Di tale conflitto non esiste composizione. Delle due l’una: o la monumentalità dello stile o la privatezza della confessione. O la purezza del sole che riscalda la terra o il pallido chiaro di luna che emana sì luce, ma abbandona alla brezza chi l’osserva rapito. La contemplazione è ammessa soltanto come possibilità della funzione, del dover-essere. Ma essa sola non permette di cogliere il Tutto nella sua organicità e, in particolare, lungo

 
Primo maggio: Fidel Castro, "Cuba si difendera' fino all'ultima goccia di sangue" PDF Stampa E-mail
Scritto da Agr   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Fidel Castro ha celebrato il primo maggio cubano con un discorso di due ore a L'Avana.

HABANA -Il lider maximo ha detto che la sua nazione si difendera' "con la legge e con le armi, se necessario sino all'ultima goccia di sangue" contro eventuali azioni militari statunitensi che volessero rovesciare il suo governo. Tali affermazioni sarebbero una risposta alle indiscrezioni secondo cui il rapporto della Commissione Usa per Cuba Libera indicherebbe misure per accelerare la transizione democratica dell'isola del centro America, senza escludere peraltro un'azione militare. (Agr)

 
Achtung Banditen PDF Stampa E-mail
Scritto da A. Mezzano   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

E così i carbonari risorgimentali erano banditi e Giusti un traditore per l’impero Austriaco, gli insorti Americani e quelli Irlandesi erano banditi per l’Inghilterra, i pellirosse erano feroci selvaggi per i coloni Americani, e così via.

E’ prerogativa di ogni potere politico la visione schizofrenica che distingue amici e nemici in patrioti e banditi, a prescindere da ogni considerazione di merito, ma unicamente in funzione della presunzione di essere dalla parte del giusto e di rappresentare sempre e comunque la parte che ha ragione!

Persino Bin Laden era un patriota quando combatteva contro i Russi ( e non lo faceva certo in punta di fioretto..), ma è diventato un bandito ed un terrorista quando si è rivoltato contro gli USA mentre il generale Musharaf, che domina il Pakistan con esercito, polizia e capestro è un «caro ragazzo», amico dell’occidente e delle democrazie..

Potremmo continuare all’infinito con gli esempi dell’ipocrisia del potere e con la sua pretesa di far ingoiare ai Cittadini le panzane che fanno comodo al momento, pronto a rivoltare la frittata non appena cambi il panorama strategico o mutino gli interessi di quelle lobbyes elitarie che comandano il mondo a dispetto delle democrazie apparenti e fasulle, di facciata.

Ora tocca all’Iraq dove un esercito di invasione, armato di carri armati, elicotteri, bombardieri, missili e quant’altro di più efficace e moderno offre il mercato militare, ha conquistato un territorio ( senza per altro saperne tenere il controllo), ha ucciso migliaia di iracheni civili più che non militari, e mantiene la sua presenza a prezzo di gravissime perdite umane che, se non altro, riscontrano che il popolo Iracheno non vuole né essere «liberato», né essere « democraticizzato», perlomeno non secondo i canoni USA.

Ed allora ecco la guerra mediatica ed ecco che la resistenza all’invasione viene chiamata terrorismo, gli Iracheni che non vogliono il dominio e la tutela di una nazione straniera che non stimano e non amano, sono chiamati banditi, i capi di quella religione islamica che è l’essenza tradizionale in cui quella civiltà si esprime sono fanatici e che i soldati che perpetuano l’occupazione, tra i quali purtroppo anche gli Italiani, sono chiamati con il più ipocrita degli eufemismi, «costruttori di pace».

Una pace che si porta imponendola con i carri armati, uccidendo chi vuole solamente essere arbitro del proprio destino e padrone di sbagliare, se del caso, ma secondo la volontà propria e non secondo quella altrui.

E’ utile ricordare che i pretesti per cui quella guerra all’Iraq fu voluta si sono rivelati falsi non essendo state trovate le armi di distruzione di massa di cui Bush cianciava e non essendo stato trovato nulla che documenti i presunti legami con Bin Laden ed Al Quaeda.

Eppure la pretesa di restare ad occupare l’Iraq e l’arroganza di non chiedere scusa per le migliaia di morti causati da pretesti rivelatisi inconsistenti, continua, rivelando indirettamente, che i motivi che hanno spinto Bush ed i suoi servi Europei a scatenare quella guerra erano, di natura politica per cercare il gradimento elettorale dopo l’11 Settembre, strategici nell’illusione di creare una testa di ponte filo Americana in un punto fondamentale dello scacchiere orientale e dare un segnale forte che chi si oppone ( come Saddam) alle mire di Israele fa una brutta fine ed economici per l’evidente vantaggio di avere il contro

 
I Mille e un volto di John Kerry PDF Stampa E-mail
Scritto da Elizabeth Schulte   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

John Kerry è il candidato alla presidenza degli Usa del Partito Democratico. Secondo l'establishment democratico e i media, la chiave del successo del senatore del Massachusetts é la sua "eligibilità".

In altre parole, anche se si fa un pò di retorica liberale qui e là, Kerry é un candidato di cui né George W. Bush, né i suoi consiglieri non possono dire che è "troppo radicale".
In realtà, Kerry é un iniziato, un uomo di Washington (cioè un membro dell'establishment) nella sua integralità. Possiede tutto quello che l'America delle multinazionali - e del Partito Democratico - vuole vedere alla Casa Bianca.
Elizabeth Schulte esamina il passato (putrido) di John Kerry.
”Un uomo caratterizzato dai suoi conflitti interni", tale é il ritratto dato dal Boston Globe in una serie di cinque articoli apparsi nel giugno 2003. "Il super-eroe del Vietnam é divenuto un oppositore della guerra; il ribelle liberal dai capelli irsuti divenne un accusatore..." si poteva leggere sul Globe.
Avete l'impressione d'avere già letto ciò? Qualcuno non aveva scritto un libro su un tale soggetto, nel 1800: Il Dottor Jekyll e Mister Hyde? In 19 anni di carriera politica e d'uomo di Washington, Kerry non ha mai lasciato che un principio gli sbarrasse la strada. Ha costruito la sua carriera fluttuando tra l'ala conservatrice del Partito Democratico e la sua ala liberale. È perché, la settimana scorsa a Greenville (S.C), Kerry dichiarava che avrebbe fatto di tutto affinché Bush "risponda" della guerra in Irak. Ma per rispondere a delle critiche da parte dei Repubblicani, avrebbe anche ben potuto dire: "Ho votato per il più importante budget della difesa della storia degli USA".
Kerry ha adottato durante la sua carriera politica delle posizioni liberali che ha rinnegato qualche anno dopo. Dal 1984, data in cui ha vinto la sua prima elezione a senatore del Massachusetts, ha sostenuto delle proposte che chiedevano l'abbandono di certi armamenti, i bombardieri B1 e B2, gli elicotteri Apaches e i missili Patriot. Kerry dice ora che le sue prese di posizioni erano pessime: "Penso, dice, che certune fossero stupide in ragione del contesto internazionale in cui ci troviamo e dato quello che ho capito in seguito".

Negli anni '80, Kerry ha vivamente criticato l'ordine dato da Ronald Reagan d'invadere la piccola isola di Grenada (1983). Oggi, pretende di non aver trovato necessario attaccare questo paese, ma che avrebbe sostenuto l'invasione "in cuor suo". "Non mi sono mai opposto in pubblico" dice.
Nel 1990, Kerry votò contro la risoluzione del Congresso che autorizzava una azione militare contro l'Irak. Ma, dopo la vittoria-lampo degli USA, rientrò nella sua veste e ne divenne un fervente partigiano. Il suo segretariato che non riusciva a seguirlo nelle sue giravolte, inviava ai suoi elettori delle e-mail che esponevano le sue due posizioni... anche nell'ottobre 2002, ma in senso inverso: Kerry votò al Congresso l'autorizzazione d'invadere l'Irak, per in seguito, criticare la guerra.
Kerry, si oppone al Patriot Act che schiaccia le libertà civili, ma ha votato per questa legge nel 2001. "Siamo un paese della legge e delle libertà" dice, "è il momento di finirla con l'era Ashcroft". (...)
Kerry ha ugualmente sostenuto il programma di "riforme sociali" che ha devastato i diritti sociali di milioni di poveri o li ha obbligati a accettare dei lavori sotto-pagati. Si può anche mettere a suo credito l'aiuto che ha dato alla legge sul crimine di Bill Clinton nel 1994 che ha esteso la pena di morte a livello federale e che ha permesso di trovare i crediti per reclutare 100.000 poliziotti supplementari.
Nel 1994, ha alzato di una spanna la sua retorica conservatrice dopo la vittoria dei Repubblicani nelle elezioni al Congresso, pretendendo che i Democratici siano stati puniti per aver proposto d

 
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