Accedi



Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Aprile 2017  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
       1  2
  3  4  5  6  7  8  9
10111213141516
17181920212223
24252627282930

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
Storia&sorte
E’ saggio paragonare le sofferenze dei palestinesi con l’«Olocausto» ebraico? PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

Qual è il rapporto tra «Olocausto» e «Questione palestinese»? Un autore giordano è persuaso della loro intima connessione e, rivendicando il diritto alla libertà di ricerca storica, non lesina bacchettate ai filo-palestinesi occidentali, colpevoli di non aggiornare il loro apparato argomentativo...

La scorsa settimana [l'Autore scrive il27 aprile, n.d.t.] è trascorso l’anniversario dell’«Olocausto» ebraico, celebrato dagli ebrei per ricordare al mondo le pretese atrocità commesse contro di loro dal Nazismo tedesco; atrocità di vario tipo senza alcuna base scientifica, come hanno dimostrato gli studiosi e gli storici revisionisti occidentali, i quali vengono sottoposti ad una persecuzione senza pari a causa delle loro ricerche. Cosicché questa ‘Bricconata’ [l’Autore usa un gioco di parole sostituendo la hâ’ di ‘mihraqa’=olocausto con la khâ’, e il risultato è ‘makhraqa’=bricconata, n.d.t.] resta al di sopra della critica, affinché il movimento sionista ne tragga un utile dal punto di vista politico, mediatico e finanziario. Per saperne di più sulla critica scientifica delle leggende sull’«Olocausto» ebraico e i vantaggi che ne ricava il movimento sionista, potete andare al seguente indirizzo internet: http://www.freearabvoice.org/arabi/kuttab/alMuarakhuna/index.htm

Nel corso degli anni passati sono emerse tra gli arabi tre tendenze nel trattare l’argomento dell’«Olocausto». La prima ammette l’«Olocausto» e se ne fa propagandista: è la tendenza di Edward Said e dei ‘Liberal arabi’; la seconda invita ad ignorarlo, considerando che noi arabi non abbiamo con esso alcun rapporto: è questa la tendenza anche della maggior parte dei sostenitori della «questione palestinese» in Occidente; la terza tendenza invita invece a confutarlo, poiché lo reputa un insieme di leggende fabbricate per motivi politico-ideologici che si ricollegano direttamente al conflitto sionista-palestinese e al potere della lobby ebraica mondiale.

Tuttavia, per la tendenza che riconosce la ‘Bricconata’ (sia che le faccia propaganda o che se ne disinteressi) il problema è che le leggende sull’«Olocausto», girando attorno all’unicità delle sofferenze degli ebrei, s’insinuano ad un livello tale che le altre sofferenze diventano insignificanti. Con il risultato che, accettando ciò, la «questione palestinese» viene resa un evento effimero, senza valore di fronte agli orrori dell’imparagonabile «Olocausto» di cui tutto il mondo porta la responsabilità a causa del presunto «antisemitismo». E il riconoscimento dell’«Olocausto» è il fulcro del riconoscimento culturale del diritto dello Stato del nemico di esistere quale rifugio per gli ebrei dall’«antisemitismo» nel mondo. Per questo, se riusciranno a condurre a termine quel che desiderano, gli americani lo introdurranno nei nostri programmi scolastici.

 
CORNELIU CODREANU E L' ITALIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Il rapporto di Corneliu Codreanu con l'Italia ha inizio con un singolare episodio; ce lo raccontò la vedova del Capitano, per mostrarci come spesso il marito avesse presentimenti e ispirazioni tutt'altro che fallaci.

Fu nel 1927, quando Codreanu si trovava nei pressi di Grenoble e gli giunse la notizia che in Romania si sarebbero svolte elezioni parziali; decise allora di accogliere l'invito a tornare in patria per parteciparvi e partì immediatamente dalla Francia. Per prendere il treno che lo avrebbe portato in Romania, dovette fermarsi in Italia, a Milano. Qui, avendo davanti a sé l'intera giornata, deposita il bagaglio alla stazione centrale e va alla ricerca di un barbiere; ma, al momento di pagare, non trova più il portafogli, dove c'erano i soldi e il biglietto per Bucarest. Si reca allora al consolato romeno (all'epoca a Milano ce n'era uno), ma gli viene negato qualsiasi aiuto. Ritorna alla stazione, si ferma sul fianco dell'edificio e resta lì per un po' a guardare i facchini che lavorano. Poi posa la mano sulla spalla di uno di loro e gli chiede se per caso non abbia trovato un portafogli. Proprio quell'uomo, qualche ora prima, ha effettivamente rinvenuto un portafogli e lo ha consegnato alla polizia ferroviaria; è appunto quello di Codreanu, il quale può rientrarne in possesso.

Un altro curioso episodio capitò a due o tre italiani che erano andati a Bucarest per incontrare il Capitano della Guardia di Ferro. "Giornalisti, probabilmente" - diceva la vedova, Elena Codreanu, la quale ricordava che il fatto avvenne nei primi mesi del 1938. In quel periodo Codreanu ricevette Virgilio Lilli (che scrisse poi un lungo articolo per "La Lettura"), Virginio Gayda del "Giornale d'Italia", Francesco Maratea del "Messaggero" e Julius Evola, che rievocò il suo colloquio col Capitano su diversi quotidiani e periodici. Orbene, i visitatori giunti dall'Italia capitarono alla Casa Verde un mercoledì o un venerdì, cioè in uno dei due giorni della settimana che i legionari consacravano al "digiuno nero": totale astinenza da cibo, bevanda e fumo fino al tramonto. O forse era un martedì, altra giornata nella quale spesso Codreanu digiunava. In ogni caso, quest'ultimo intrattenne nel proprio ufficio i giornalisti, finché, al tramonto, disse alla moglie di apparecchiare la tavola: gli italiani sarebbero stati suoi ospiti. La povera signora si spaventò, perché avevano soltanto un piatto di fagiolini, con cui Codreanu avrebbe interrotto il digiuno, e lei dovette ingegnarsi a farlo bastare per tutti. "Ma quegli italiani - raccontava divertita la vedova del Capitano rievocando l'episodio - non la smettevano più di manifestare il loro entusiasmo per il cibo e di elogiare la cena!"

In quello stesso periodo, il 21 febbraio 1938 per l'esattezza, venne reso noto il progetto della nuova costituzione romena, che comportava la dittatura personale del monarca; allora Corneliu Codreanu sciolse il partito legionario Totul pentru Tara e annunciò di voler partire per Roma, dove si sarebbe occupato dell'edizione italiana del suo libro.

Che tale questione stesse particolarmente a cuore al Capitano, è testimoniato da quattro lettere inedite che egli scrisse tra il '37 e il '38 al professor Leon Zopa, capo del cuib ("nido", cioè sezione) fondato a Roma nel settembre 1937 e denominato "Dacia".

 

 
Meteorite dell' estinzione, ecco il cratere PDF Stampa E-mail
Scritto da Farkas Alessandra   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

La scoperta di un gruppo di ricercatori della Nasa: la catastrofe fece sparire il 90% delle specie marine e il 70% di quelle terrestri . Al largo dell' Australia i segni dell' impatto di 250 milioni di anni fa

Duecentocinquanta milioni di anni fa un meteorite gigante ha rischiato di spazzare via completamente la vita sulla Terra. La scoperta - annunciata dalla rivista Science - è stata fatta da ricercatori della Nasa secondo i quali quel catastrofico e fino ad oggi inedito evento provocò l' estinzione del 90% delle specie marine e del 70% di quelle terrestri che all' epoca popolavano il globo. La violenza senza precedenti dell' impatto è testimoniata dall' immenso cratere, dal diametro di 125 miglia, al largo della costa nord-occidentale dell' Australia, dove il meteorite si è abbattuto 200 milioni di anni prima della scomparsa dei dinosauri, avvenuta 65 milioni di anni fa e testimoniata dal cratere di Chicxulub, al largo della penisola messicana dello Yucatan. «Anche questo evento, come quello che portò alla fine dei grandi rettili, è stato causato dall' impatto di un meteorite immenso», spiega il geologo Luann Becker dell' Università della California a Santa Barbara, che ha guidato lo studio in collaborazione con l' Università australiana di Canberra. «Il cratere - prosegue - è la testimonianza della prima grande estinzione di massa nella storia della vita sulla Terra». Le analisi eseguite finora dai ricercatori confermano che la collisione avvenne alla fine del periodo Permiano, quando il mondo aveva un aspetto diverso da quello attuale, con una sola grande massa continentale chiamata Pangea e un super oceano, il Panthalassa. Secondo gli studiosi l' impatto ha avuto luogo in un periodo in cui sulla Terra era in corso un' intensa attività vulcanica che portò alla «rottura» e alla separazione della Pangea. «La colossale estinzione di massa di 250 milioni di anni fa è stata provocata contemporaneamente dall' impatto del meteorite e dal vulcanismo - spiegano - proprio come avvenne a Chicxulub con la morte dei dinosauri». Finora, la teoria prevalente per giustificare l' estinzione del Permiano-Triassico era lo scatenarsi di una intensa attività vulcanica che, nel corso di migliaia di anni, avrebbe seppellito sotto un mare di lava quella che oggi è la Siberia, scagliando nell' atmosfera una quantità tale di gas da cambiare radicalmente le condizioni climatiche. Il percorso per arrivare a questa altra prova è stato lungo e complesso. A portare Becker e i suoi colleghi sulle orme del cratere è stato l' esame di una serie di frammenti scoperti nel continente antartico, che contenevano detriti di un impatto meteorico risalente alla fine del Permiano. Frammenti delle rocce proiettate all' intorno dall' urto catastrofico sono state ritrovate infatti non soltanto in Australia, ma anche in Antartide e in India. Proseguendo nella loro ricerca gli scienziati hanno trovato sia tra i ghiacci dell' Antartico che sulla costa nord-occidentale dell' Australia nella zona chiamata «Bedout High» cristalli di quarzo spezzati in più direzioni. «Solo pochi eventi naturali riescono a rompere in questo modo i cristalli di quarzo. E quello più probabile è l' impatto di un meteorite», dice Becker, sottolineando come la cronologia dei frammenti porta ad una data molto simile a quella della grande estinzione. Alessandra Farkas
 
Gaetano Alimonda, ragazzo PDF Stampa E-mail
Scritto da Schermonero   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Non sapremo mai più se questo (oggi oscuro) arcivescovo di Torino della fine dell'800 meritasse davvero l'intitolazione di una piazza, a Genova (sua città natale? Non sono ancora riuscito a scoprirlo).

E' stato prima il pennarello a cancellarne i meriti, con maleducazione o leggerezza, chissà, poi -questa fase è ancora in atto- l'abitudine. Ma non la prassi consolidata che si radica nei convincimenti di un popolo, bensì il truffaldino, ipnotico tentativo di cambiare le cose con prepotenza, in nome del proprio personalissimo "senso di giustizia", e mettere il resto del mondo, volente o nolente, davanti al fatto compiuto. Lì, in piazza Alimonda, il 21 luglio del 2001 è morto Carlo Giuliani; ed ora, nei siti internet, nelle pubblicazioni, in tutte le espressioni di pensiero di una sinistra troppe volte libera dalle inutili catene della realtà e del buon senso si può leggere sempre più spesso: Piazza Carlo Giuliani, (virgola ragazzo), al più qualcuno aggiunge "già piazza Alimonda". Cambia così la toponomastica comunale a Genova? A colpi di pennarello? E nella mia città io posso creare una "Piazza Sergio Ramelli" con lo stesso sistema? Intendiamoci. Carlo Giuliani, poveraccio, è morto a 21 anni o poco più, un'età in cui non dovrebbe morire nessuno; ed è morto lottando per inseguire i suoi ideali, nel sogno di un mondo secondo lui migliore: un grosso passo avanti, se si pensa a quanti coglioni ci lasciano le penne ubriachi o strafatti all'uscita da una discoteca, schiantandosi con la macchina. Ma non è nè un eroe nè un martire: è solo un poveraccio ucciso da una violenza, da un gioco più grandi di lui... e si dice che a Genova non ci dovevano essere agenti inesperti, ci volevano professionisti, e quello che è successo non sarebbe successo. Ma allora perchè non si addossa la responsabilità della morte di un ragazzo a Casarini ed Agnoletto, che per settimane prima del G8 avevano berciato oscenità alla sola idea della "provocazione" di trovarsi davanti dei professionisti, o magari l'esercito a difendere quella fottutissima Zona Rossa? Non li hanno voluti loro, i professionisti, e in sovrappiù il giorno dopo la tragedia hanno ripreso a sfilare come se niente fosse. Da un pò mi chiedo dunque questa cosa: ma sto monsignor Alimonda, arcivescovo di Torino, era davvero uno tanto mediocre da non meritarsi una piazza intitolata a lui? Questo scempio di aver dedicato una piazza a costui andava cancellato a colpi di pennarello? Una cosa la so: monsignor Gaetano Alimonda, ahilui, scelse la via sbagliata per tentare di assurgere all'effimera immortalità della toponomastica cittadina: non si fece mai venire l'idea di caricare una jeep dei Carabinieri, estintore in resta, insieme ad altri venti scalmanati.
 
IL MASSIMO CANTORE DELLA CIVILTA' GUERRIERA ANTICA ERA UN CONVINTO PACIFISTA. PAROLA DEL MAHATMA BRAD PITT. PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Domenica 16 Maggio 2004 01:00

"L'Iliade non è mai stata così attuale", afferma Brad Pitt, a Cannes insieme al regista Wolfgang Petersen, a Orlando Bloom e all'ex Hulk Eric Bana per presentare, fuori concorso, il kolossal Troy.

L'attore, capelli corti e smoking, è arrivato insieme alla moglie Jennifer Aniston e i due sono stati accolti con vere e proprie scene di isterie collettiva.

"Ho fatto delle ricerche per interpretare Achille - ha aggiunto l'attore - e ho capito che Omero voleva far passare idee elevate che ci portassero a riflettere sul fatto che siamo tutti esseri umani. Come possiamo fare per vincere l'odio?". Per essere un Achille perfetto, Pitt avrebbe svolto un lungo lavoro di ricerca storica e di introspezione, oltre che un allenamento fisico durato 7 mesi.

Una malignità: si mormora che l'attore, dalla vita in giù, nelle scene di guerre del film sia stato sostituito da una controfigura a causa delle sue gambe troppo magre. Il celebre tallone di Achille doveva insomma essere per forza più evidente.

 
Gli assassini di "Dax" condannati. Quelli di Ramelli ancora a spasso. PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Sabato 15 Maggio 2004 01:00

Omicidio Dax, 16 anni e 8 mesi a giovane accusato

Federico Morbi, il trentenne accusato dell'omicidio di Davide Cesare, noto come Dax, il giovane del centro sociale Orso, avvenuto a Milano nella notte tra il 16 e 17 marzo dell'anno scorso, è stato condannato a 16 anni e 8 mesi di reclusione, con rito abbreviato. Lo ha deciso il gup Cesare Tacconi dopo oltre 5 ore di camera di consiglio.

Il giudice ha condannato Giorgio Morbi, 54 anni, padre di Federico, a 3 anni e 4 mesi di reclusione per il tentato omicidio di Antonino Alesi, un amico di Dax che quella sera rimase ferito.

 
Destra e sinistra sono già state superate da un pezzo PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Sabato 15 Maggio 2004 01:00

È fin troppo nota, anche per l’uso frequente che ne fece Jean Thiriart negli anni Sessanta, questa frase di Ortega y Gasset: «Essere di destra o essere di sinistra equivale a scegliere tra due delle innumerevoli maniere che si offrono all’uomo per essere imbecille. Entrambe infatti sono forme di emiplegia mentale».

A rendersi conto di questo stato di semiparalisi che affligge il pensiero europeo contemporaneo, a quanto pare, non siamo in molti. Al contrario. Tanto più meritoria, quindi, appare l’iniziativa di chi ha recentemente proposto il superamento di queste due categorie politiche, “destra” e “sinistra”, che, strettamente legate alla topografia parlamentare, in un certo senso costituiscono il parto gemellare della rivoluzione borghese.
Altrettanto contraddittorio, però, appare il riferimento a quella profana Trinità verbale che della rivoluzione borghese riassume le idee: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Ancor più contraddittorio, un richiamo di questo genere, se a farlo è chi dichiara il proprio debito intellettuale nei confronti di Marx e di Engels. Non fu forse quest’ultimo (Antiduhring, Introduzione e III, 1) a smascherare il suddetto trinomio come una sintesi delle «pompose promesse degli illuministi”» e a svelare l’essenza borghese degli «immortali princìpi»?
Il superamento della bipolarità nata dalla rivoluzione borghese deve dunque avvenire per altre vie.
Nel corso del Novecento, in maniera diversa e sulla base di punti di partenza diversi, fascismo, nazionalsocialismo e socialismo realizzato hanno cercato di sintetizzare quelle esigenze che nella democrazia liberalcapitalista si presentavano come incompatibili tra loro, producendo la polarizzazione “destra-sinistra”.
Dopo la prima fase della restaurazione del sistema liberalcapitalista (la conquista americana di mezza Europa nel 1945), un tentativo di composizione e di superamento delle istanze di destra e di sinistra venne intrapreso, oltre che dai regimi socialisti dell’Est europeo, da movimenti non appartenenti all’area europea quali il giustizialismo, il nasserismo, il Baath ecc.
Con la seconda fase della restaurazione (seguita alla liquidazione del socialismo realizzato), tentativi analoghi a quelli di cui sopra possono essere rintracciati soprattutto in Russia. Il cosiddetto “fronte rosso-bruno” non ha rappresentato soltanto un’alleanza tra forze politiche ostili all’imperialismo americano e all’instaurazione del liberismo; è stato l’inizio di una sintesi che ha conciliato ed unito le istanze di autorità e di solidarietà, di dignità nazionale e di giustizia sociale.
Gli osservatori occidentali, condizionati da una rappresentazione vincolata alla dicotomia “destra-sinistra”, classificarono i comunisti a destra e i liberisti a sinistra. Non è forse, questo disorientamento, la conferma che la Russia può insegnarci qualcosa?
 
"+Piombo Rosso"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da L'Adige   
Sabato 15 Maggio 2004 01:00

Giorgio Galli a Trento con il suo libro: svelate le manovre dei servizi segreti

"Sulla vicenda del rapimento Moro non bisogna perdersi nelle nebbie delle ipotesi e dei complotti. Occorre però cercare la risposta a due domande. La prima: nell´assalto alla scorta dell´onorevole Moro vengono sparati 91 colpi, di cui 47 colpi da un´arma mai ritrovata, in mano a un tiratore scelto di grande esperienza, che si muove liberamente e uccide la scorta senza scalfire Moro. Altri 22 colpi sono sparati da una mitraglietta, in mano a un tiratore scelto di buona abilità. Invece, tutti i colpi sparati dai brigatisti vanno a vuoto. La domanda: chi era quel tiratore di grande capacità operativa militare? Seconda domanda: dove (e da chi) è stato tenuto prigioniero Moro negli ultimi giorni del rapimento? Le ricostruzioni fatte dai brigatisti in questi anni presentano un sacco di lacune e contraddizioni. Ma certo Moro non fu ucciso e trasportato nella Renault come ci hanno raccontato. Il problema è che le risposte a queste domande avrebbero effetti molto pesanti sulla politica dei nostri giorni".
È questo il passaggio chiave della lunga conferenza tenuta l´altroieri dal professor Giorgio Galli, politologo e grande esperto degli "anni di piombo", invitato a Trento da Asut, Arci e Altrimondi. Galli presentava il suo nuovo volume "Piombo rosso" edito da Baldini e Castoldi. Una versione aggiornata ed ampliata del suo fondamentale "Storia della lotta armata in Italia".
Galli - che parlava nell´aula 1 di Sociologia - ha esordito con un ricordo degli anni caldi in cui insegnò a Trento: "Dal ´71 al ´73 - dice il professore - chiamato da Alberoni che cerca docenti in grado di dimostrare alla comunità trentina che sì, vogliamo la rivoluzione, ma siamo anche brave persone". E il cartellone appeso alle sue spalle ("Aula Rostagno - ciò che non siamo più") gli fa rimembrare quel ragazzo, leader carismatico dell´assemblea, con affetto.
Poi però Galli, incalzato dalle domande di un preparatissimo Fabrizio Franchi, entra nel vivo della questione: il groviglio maleodorante della storia della lotta armata in Italia, che puzza di servizi segreti, di politica, di accordi, di illusioni e naturalmente di vittime. Per cominciare, gli viene chiesto come mai in Italia la lotta armata duri ancora, a distanza di 30 anni. Galli individua le radici di questa anomalia soprattutto nell´instabilità della situazione politica italiana "in un certo senso, ancor oggi non stabilizzata". E non può far a meno di ricordare che questa instabilità nutre anche le manovre dei servizi segreti. "I servizi che devono combattere le Brigate Rosse - spiega il professore - almeno fino all´arrivo di Dalla Chiesa ritengono di essere un surrogato del sistema politico debole. Lavorano in un sistema in cui un partito comunista arriva alle soglie del governo ed ha il 30 per cento dei voti. Fino agli anni Settanta vasti settori dei servizi pensano - pur divisi al loro interno - che si possa gestire una certa instabilità. Così anche quando le Br sembrano sconfitte per sempre, ed accadrà più volte, i servizi costruiscono un loro Stato nello Stato, e ritengono di essere garanti di un ordine che lo Stato non riesce a mantenere".
Per Galli, la storia delle Br fino ai nostri giorni è intessuta del controllo dei servizi che certamente osservano le Br da vicino, vi inseriscono uomini infiltrati, in molti casi usano e pilotano le Br dall´interno. Ed è qui che i misteri del caso Moro si intrecciano alle manovre. Però riguardo al rapimento Moro, Galli non crede alla teoria del complotto. Così come non crede alle ricostruzioni del brigatista Franceschini, e nemmeno alle verità di Moretti.
Sentire Galli che parla è come consultare un´enciclopedia parlante della lotta armata. Volete una prova del ruolo dei servizi segreti nella strategia del terrore? Galli ne sciorina a decine: dalla vicenda del rapimento Sossi, quando Miceli
 
Una Bocca troppo larga... PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter.org   
Giovedì 13 Maggio 2004 01:00

Giorgio Bocca, tra i fondatori de La Repubblica, esponente della resistenza, polemista, opinionista, antifascista radical chic, perbenista.. troppe parole asservite alla fama e ai poteri e una memoria cortissima.

Ecco cosa scriveva Giorgio Bocca il 14 agosto 1942, sulla Provincia Granda (foglio dei fasci di combattimento di Cuneo):
"Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale"
"La vittoria degli avversari del fascismo solo in apparenza sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei"
"A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere, in un tempo non lontano, essere schiavo degli ebrei?"
"Non tutti i gentili, per sfortuna degli ebrei, sono stati quegli ingenui o zucche vuote come essi amano chiamarli"
"Un colpo tremendo deve aver subito il cuore ebreo nel vedere sorgere un movimento, quale quello fascista, che denunciava la inconsistenza pratica della parola libertà nel campo politico dove gli uomini sono in tal modo costruiti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia"
"Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù"
Ecco invece cosa scrive a proposito del trasformismo politico in un recente articolo il partigiano Giorgio Bocca su l'Espresso:

"Da eredi del fascismo crepuscolare e radicale si ergono a campioni dei diritti umani e della democrazia. E salgono in cattedra mettendo sotto accusa l'antifascismo"


I giornali riportano le dichiarazioni del neofascista Giovanni Alemanno, ministro berlusconiano in visita a Israele e al sacrario dell'Olocausto: "Mai più, mai più, mai più". E il vice presidente del Consiglio Gianfranco Fini ha appena finito di dichiarare: "Il fascismo male assoluto, la repubblica di Salò una vergogna". Che si sia già iscritto all'Anpi, l'Associazione nazionale partigiani italiani?

Il trasformismo italiano è vertiginoso, rovescia la storia come fosse uno stuoino, non ha limiti, non ha esitazioni, rosso e nero per lui pari sono. E non gli basta cancellare, dimenticare, ciò che è stato per mezzo secolo: trasforma gli eredi del fascismo crepuscolare e radicale in campioni dei diritti umani e della democrazia. E fa di più: sale in cattedra, mette sotto accusa l'antifascismo. È un rovesciamento delle parti da togliere il fiato.

Dove sta la più bieca conservazione? Nei sindacati, sono loro a impedire che vengano finalmente tagliati i lacci e laccioli che impediscono lo sviluppo.
Chi sono i cattivi maestri? Sono Norberto Bobbio e Vittorio Foa, hanno nascosto le loro debolezze verso l'autoritarismo fascista e comunista, hanno firmato domande di grazia a Mussolini, hanno taciuto sullo stalinismo. Sep
 
Il messaggio rivoluzionario di Gamal Abd El Nasser PDF Stampa E-mail
Scritto da Viktor Stark   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

"Nasser resta sempre, agli occhi della grande maggioranza degli Egiziani, ed anche della maggior parte degli altri Arabi, il più grande uomo di Stato che il mondo arabo ha prodotto dalla fine dell’epoca coloniale".

Il 23 luglio 2002 è stato il 50° anniversario della caduta della monarchia "morbosa" e corrotta che «governava» l’Egitto. Essa fu rapidamente sostituita da un regime di liberazione nazionale, che emancipò il paese dalla tutela straniera, che operò perché il popolo arabo, diviso in numerosi stati, potesse riunirsi in un ensemble grand’arabo, armonizzato da un socialismo di stampo nazionalista.

L'ascesa di Nasser


Tra i rivoluzionari che sbarazzano l’Egitto della sua corrotta monarchia, troviamo un ufficiale di 34 anni: Gamal Abd El Nasser. Nato da una modesta famiglia del sud dell’Egitto, egli in gioventù aderisce ai principî ed ai valori del nazionalismo rivoluzionario. Durante la seconda guerra mondiale egli, come i suoi commilitoni, simpatizza per i tedeschi. Questi giovani ufficiali ammirano la “volpe del deserto”, il Feldmaresciallo Erwin Rommel; essi sperano che questo audace tedesco sconfigga l’impero inglese in Africa del Nord, perché Londra colloca de facto l’Egitto, che pur teoricamente è indipendente, sotto la sua tutela. Durante la guerra contro Israele nel 1948, Nasser si rivela come uno degli ufficiali più coraggiosi dell’esercito egiziano e ottiene il soprannome di "Tigre di Falluyah". Egli viene gravemente ferito.

Dopo la rivoluzione del 1952, Nasser diviene autenticamente il capo del suo popolo che gli dedica una genuina venerazione. Egli rappresenta anche il movimento dei popoli non allineati, speranza di tutti i popoli colonizzati del mondo, sottomessi ai diktat delle potenze coloniali straniere. Nasser muore nel 1970. Un buon numero dei principî all’epoca enunciati da Nasser restano perfettamente attuali, soprattutto agli occhi di coloro che, da sinistra, criticano a giusto titolo il “capitalismo senza freni” e la “globalizzazione neo-liberale”.

L'Egitto e la Germania


I rapporti germano-egiziani si basano in ultima istanza su un avvenimento storico, lo stesso che motivò l’azione progettata dai giovani ufficiali rivoluzionari attorno a Nasser, i quali vollero dare un altro destino all’Egitto e a tutto il mondo arabo. Dieci anni prima di questa rivoluzione, me

 
Creano desolazione e la chiamano pace... PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Lina Veca   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Quando la NATO bombardò la Serbia, in memoria del 24 marzo 1999

Padre Sava, dal Monastero di Decani, ha ricordato così la giornata del 24 marzo 1999, che dette inizio all'aggressione contro la Jugoslavia: "In memoria di coloro che morirono e soffrirono durante i tre mesi dell'aggressione NATO contro la Serbia nel 1999. Esattamente cinque anni fa la NATO lanciò massicci raids contro la Serbia senza l'approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e senza che venissero cercate tutte le possibili strade per una stabilizzazione pacifica della situazione da parte della comunità internazionale. Benchè la NATO dichiarasse che gli attacchi aerei fossero diretti contro obiettivi militari Yugoslavi e contro il "regime" di Slobodan Milosevic, migliaia di civili di tutte le etnie soffrirono e morirono e vennero definiti "danni collaterali". " Sembra di risentire le dichiarazioni che si ripetono oggi a proposito dell'aggressione all'Iraq: obiettivi militari e bombardamenti "intelligenti" nelle dichiarazioni ufficiali, stragi di civili innocenti nella realtà. "Questo è il momento – continua Padre Sava, una delle voci più autorevoli della resistenza della comunità serba nel Kosovo – di ricordare tutte quelle innocenti vittime che furono uccise in nome di "freedom and humanity", "libertà e umanità", e preghiamo perché riposino le loro anime. Le vite che hanno perduto non saranno dimenticate, vivranno sempre nei nostri cuori e nella memoria del nostro popolo. Dopo cinque anni dalla fine dell'aggressione, il Kosovo è in fiamme: un posto invivibile per tutte le comunità non albanesi, la discriminazione etnica continua ed oltre 250.000 abitanti della Provincia (soprattutto Serbi) non hanno potuto fare ritorno alle loro case nonostante la presenza della NATO e delle Nazioni Unite, nonostante le promesse della comunità internazionale. Oltre 100 Chiese Serbo- Ortodosse (e altre trenta in questi giorni) sono state ridotte in cenere sotto gli occhi delle truppe internazionali di KFOR. Il Kosovo non è mai stato più monoetnico (albanese) in tutta la storia. La missione di pace non è altro che una caricatura di giustizia." Tornano quanto mai attuali le parole di un poeta serbo contemporaneo, Matija Beckovic: " Noi siamo soltanto piccole croci sul display dei loro computers, siamo soltanto elementi dei loro video-games…" E Padre Sava conclude la sua "memoria funebre" per le vittime delle "bombe umanitarie" della NATO con una citazione di Tacito: "Creano desolazione e la chiamano pace…" Belgrado, cinque anni fa città-bersaglio per gli aerei Nato che, per settantotto giorni, hanno bombardato la Serbia, nella prima "guerra umanitaria" della storia, è una città ferita che oggi ritrova il suo orgoglio. Gli aerei hanno smesso di sganciare esplosivi sui Balcani, occupati adesso a seminare morte sull'Iraq, ma la ferita resta aperta, sanguinante. Bruciano i "regolamenti di conti", i suicidi, i "deportati" all'Aja, i morti ammazzati per strada come Djindjic. Brucia l'agonia del Kosovo, la morte lenta della comunità serba, decisa a restare nella "terra santa" del popolo serbo, il Kosovo e Metohija. I palazzi sventrati di Belgrado anche oggi ci ricordano l'altra faccia della guerra "umanitaria", la zona oscura trascurata dai media, la testimonianza di un incubo, la visione allucinata di un presente insostenibile. Brucia quel colpo inferto ai cinque cittadini di Belgrado che si sono appellati Tribunale Civile di Roma e alla Carta dei Diritti dell'Uomo per chiedere giustizia per le vittime del bombardamento della tv jugoslava Rts. Richiesta respinta dalla corte europea di Strasburgo. La Nato non si giudica. Quella Nato che in Serbia e Montenegro ha prodotto un danno economico che è stato valutato in 30 bilioni di marchi tedeschi, e che i governi occidentali hanno promesso aiuti per 2 bilioni, non in denaro liquido, ma in beni. Aiuti, che, spesso, assomigliano a ricatti. Pancevo, tan

 
<< Inizio < Prec. 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 Succ. > Fine >>

JPAGE_CURRENT_OF_TOTAL

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.