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Storia&sorte
FLAGELLUM DEI, SERVUS DEI PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 30 Giugno 2004 01:00

Appunti “revisionisti” sulla figura di Attila re degli Unni. Contro i pregiudizi sulla “barbarie asiatica” e sulle “orde assetate di sangue”, alla riscoperta di un grande impero eurasiatico.

Quell’Attila che fu flagello in terra
Dante, Inf. XII, 134

Turbinò infesto con il suo esercito
soggiogatore il grande Attila,
allor che predava le terre
del nemico e imponeva il tributo.
I suoi trionfi ancor spaventano
perfin di Roma l’altero popolo;
la pace gli chiesero, ed ecco
lui fu pronto, magnanimo, a darla.
Mihaly Vörösmarty, 1818 (trad. C. M.)

“Su un’aspra via, per una notte oscura, - chissà il destin dove ci porterà… - Guida ancor la tua gente alla vittoria, - principe Csaba, sul sentier celeste!” (1). Sono i primi versi del Székelyhimnusz (Inno székely), che viene cantato ancor oggi da una popolazione di 350.000 - 400.000 anime insediata sui Carpazi orientali. Il principe Csaba invocato nell’Inno è il figlio che Attila avrebbe avuto da una figlia dell’imperatore Onorio. Secondo una leggenda, prima di “andare a cercare nuovi alleati nelle terre degli antenati, in Asia, e ritemprare la spada di Dio nelle onde del vasto Oceano” (2), Csaba lasciò a guardia della Transilvania una parte del suo popolo, i Székely (it. Siculi o Secleri; Zaculi e Ciculi nei documenti latini) (3), i quali si sono tramandati l’attesa di un suo futuro ritorno, sicché Csaba costituisce una manifestazione dell’archetipo del Dux rediturus, al pari di altri personaggi: Artù, Carlo Magno, Federico I e Federico II Hohenstaufen, Muhammad al-Mahdi…

La spada di Dio, alla quale Csaba doveva restituire vigore perché si era macchiata del sangue di suo fratello Aladár (figlio di Ildikó, la Chriemhilt nibelungica), è quel medesimo gladius Martis che i re sciti ritenevano sacro. Ne parla il retore bizantino Prisco di Panion, citato da Giordane:

“Un mandriano, osservando che una giovenca della sua mandria zoppicava e non trovando la causa di così grave ferita, segue attentamente le tracce di sangue. Finalmente arriva a una spada, che la giovenca, pascolando l’erba, aveva incautamente calpestata; la estrae dal suolo e la porta subito ad Attila. Questi si compiace del dono e, nella sua grandezza d’animo, ritiene di essere destinato a diventare il signore del mondo intero e che attraverso la spada di Marte sia concesso a lui di avere in mano le sorti delle guerre” (4).

 
Salve o popolo di PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Sabato 26 Giugno 2004 01:00

Tre secoli prima della Rivoluzione Industriale, e anticipando di cento anni le realizzazioni dei primi ingegneri del Nord Europa, Leonardo da Vinci stava progettando una fabbrica tessile secondo una moderna concezione dei processi di produzione industriale.

FIRENZE - Tre secoli prima della Rivoluzione Industriale, e anticipando di cento anni le realizzazioni dei primi ingegneri del Nord Europa, Leonardo da Vinci stava progettando una fabbrica tessile secondo una moderna concezione dei processi di produzione industriale.

Lo hanno evidenziato nuovi studi fatti dal Museo Leonardiano di Vinci in collaborazione con l' universita' di Firenze - facolta' di Ingegneria ed Architettura - e culminati nella realizzazione di alcuni modelli di macchine tessili che saranno esposti a Vinci in nuove sale allestite nel Museo Leonardiano delle quali e' prevista domani l' inaugurazione.

Le macchine tessili visibili sono un ''battiloro'' (adatto nella lavorazione dei broccati), un ''binatoio a casse-fil'' (unisce due fili di seta per farne uno piu' forte) ed una ''filatrice multipla''; modelli digitali, realizzati al computer, ne dimostrano il funzionamento. Sono state realizzate in base ad approfondimenti condotti su disegni e manoscritti originali, tra i quali quelli di Madrid, che risalgono agli ultimi anni del '400 ed ai primi del '500 e che contemplano anche altre macchine - di cui non sono stati riprodotti modelli - tutte, comunque, considerabili segmenti di un piu' complesso corpo industriale riferibile alla comune industria tessile dell' epoca.

''E' proprio durante gli esami di questi disegni e la realizzazione dei modelli - ha spiegato il direttore del Museo leonardiano Romano Nanni - che ci siamo resi conto che Leonardo stava lavorando alla meccanizzazione di quella che era la maggiore industria manifatturiera dell' epoca, ovvero quello che oggi definiamo settore tessile''.

E' la prima volta, e' stato ancora affermato, che l' approccio sistematico di Leonardo alle problematiche della produzione manifatturiera della sua epoca viene indagato con questa consapevolezza. C' e' anche un indizio in piu' che dimostrerebbe questa ulteriore intuizione di Leonardo, una specie di caso da ''spionaggio industriale'' che il genio di Vinci ritenne di aver subito.

''In una lettera al Papa del 1515 - ha riferito ancora Nanni - Leonardo si lamenta di 'un tedesco' che lo aveva copiato. In realta' erano comparsi a Danzica gruppi di telai simili a quelli che aveva progettato e se ne doleva''. Le macchine verranno esposte nelle nuove sale del Museo Leonardiano il cui percorso e' stato ampliato utilizzando la Palazzina Uzielli, edificio ristrutturato con funzione espositiva che si trova distante un centinaio di metri dalla sede storica del museo, il castello dei Conti Guidi. Oltre alle macchine tessili, ospitate in due sale, saranno visibili nel nuovo edificio anche la riproduzione di un modello ligneo in scala 1:2 della ''gru a piattaforma anulare'' con cui Brunelleschi pote' realizzare la cupoletta della lanterna del Duomo di Firenze.

 
Dresda, risorge la chiesa ridotta in cenere PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Giovedì 24 Giugno 2004 01:00

Distrutta dai bombardieri della Raf nel ’45, ricostruita con il contributo dei reduci britannici

BERLINO - Il 13 febbraio 1945, il pilota della Royal Air Force , Frank Smith, guidò il suo Lancaster nel cielo sopra Dresda. Faceva parte della cinquantassettesima squadriglia di fortezze volanti, incaricata di portare la prima ondata dell’attacco. In meno di due ore, la «Firenze dell’Elba» venne trasformata in un gigantesco incendio, che l’avrebbe divorata per giorni. Il bombardamento provocò la morte di 40 mila persone e distrusse l’80 per cento degli edifici, inclusa la celebre Frauenkirche , gioiello barocco considerata la San Pietro del protestantesimo. Fu l’azione alleata più drammatica e controversa della Seconda Guerra Mondiale.
Ieri pomeriggio, a Dresda, l’orafo inglese Alan Smith, il figlio di Frank, ha simbolicamente consegnato la croce d’oro, alta quasi 8 metri, che lui stesso ha forgiato e cesellato, e che, da ieri, svetta nuovamente sulla cupola della ricostruita Frauenkirche. Iniziato con la prima volta di un cancelliere tedesco alle cerimonie per il D-Day in Normandia, il mese della riconciliazione della Germania con i suoi antichi nemici si è concluso ieri in Sassonia, con la posa della cupola e della croce, ultimo tocco alla parte esterna dell’edificio.
«Questa ricostruzione porta un messaggio di speranza, amicizia e perdono», ha detto il Duca di Kent, che rappresentava la corona britannica e presiede il «Dresden Trust», uno dei più attivi sostenitori del progetto, costato 130 milioni di euro, oltre due terzi dei quali raccolti attraverso donazioni da tutto il mondo.
Ricostruita dov’era e com’era, nella stessa pietra arenaria dell’originale barocco del 1743, la nuova Frauenkirche , con le parole del cugino di Elisabetta II, da simbolo di distruzione e sofferenza diventa adesso testimonianza di un legame, «memoria di un passato da ricordare perché non si ripeta e segno tangibile della volontà comune di costruire un’Europa unita, libera e in pace».
La ricostruzione era stata pensata come un sogno impossibile, da un gruppo di cittadini di Dresda nel 1989, pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino. Ci sono voluti quindici anni, ma è diventata un’incredibile storia a lieto fine.
L’iniziativa popolare ha trovato infatti appoggi entusiasti in ogni angolo del pianeta: donazioni milionarie e legati testamentari, piccoli risparmi e collette, stanziamenti speciali nei bilanci di banche e aziende private, per un totale di 92 milioni di euro, hanno cominciato ad affluire nelle casse della Fondazione. In nessun momento della costruzione c’è stato un problema di fondi.
Il nuovo atto di riconciliazione cade in mezzo alle controversie, sorte intorno alle missioni aeree alleate contro il Terzo Reich e in particolare al bombardamento di Dresda. Per la prima volta, non solo da parte dei cosiddetti storici revisionisti, la guerra nazista è discussa anche nella prospettiva dei tedeschi come vittime e viene formulato apertamente l’argomento, che non tutti i devastanti raid alleati fossero necessari o giustificati sul piano militare, tranne quello di voler terrorizzare la popolazione. In cinque anni, un milione di tonnellate di bombe cadde su oltre mille città tedesche, causando la morte di 635 mila civili.
Aperto da W.G.Sebald con il saggio Luftkrieg und Literatur , guerra aerea e letteratura, dove lo strazio fisico dei corpi viene descritto con raccapricciante precisione, il nuovo filone interpretativo ha avuto un avvocato eccellente nel premio Nobel, Günther Grass, che nel suo romanzo Il passo del gambero ha ripercorso la tragedia di una nave passeggeri, piena di 5 mila civili tedeschi in fuga, affondata dai russi nel Mare del Nord nel 1945. A infrangere il tabù del «politicamente corretto» è stato poi, un anno fa, lo storico Jörg Friedrich, con il saggio Der Brand , l’incendio, dove ha accusato i comandi inglesi di crimini di guerra, sostenendo che le centinaia di migliaia di morti, provocati dalle bombe, costituivano «lo scopo principale delle missioni».
Friedrich è stato accusato dagli sto
 
Anno 1943 : le cinque M contro l'Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da www.alfiocaruso.com   
Giovedì 24 Giugno 2004 01:00

«COSI' MASSONI MONSIGNORI MARINA MONARCHIA MAFIA PREPARARONO LA SVOLTA»

Il più imponente e sconosciuto intrigo politico-spionistico della Seconda guerra mondiale.
Una vicenda che incomincia nell'estate del 1932, dentro gli accaldati saloni dell'hotel Drake a Chicago, e i cui effetti durano in Italia ancora oggi.
L'apertura del secondo fronte in Europa e il primo sbarco della Storia di 80 mila soldati.
Eppure ancora pochi mesi prima del 10 luglio 1943 Roosevelt e Marshall erano convinti che in quell'estate sarebbe avvenuta l'invasione della Francia. Invece Churchill nel vertice di Casablanca ha spinto per la conquista della Sicilia in modo da propiziare la caduta del fascismo in Italia.
A legare i due avvenimenti era stato nell'autunno del '42 Aimone d'Aosta, che sosteneva di parlare a nome della monarchia.
E così siamo alle cento trame intessute nel nostro Paese, dove con largo anticipo sulle difficoltà militari dell'Asse molti personaggi di rilievo si adoperano per il salto di campo: dal Terzo Reich agli Alleati. Nel conseguimento di questo risultato si alleano istituzioni fra loro lontanissime come la Massoneria e il Vaticano. Alcuni ammiragli italiani confidano rotte delle navi e ambizioni di carriera ai servizi segreti nemici e così mandano a morire decine di migliaia di ragazzi della generazione sfortunata. Attraverso la raccomandazione dei cugini di New York, gli sconosciuti mafiosi siciliani si prestano a essere i maggiordomi dei nuovi padroni nella speranza di raccattare le briciole. I paisà della sezione Italia dell'Oss scorrazzano per l'isola.
A Catania un professore universitario, che è fascista e antifascista, comunista e indipendentista, arruola i suoi studenti per spiare a favore della Gran Bretagna. Pantelleria, definita un bastione imprendibile, si arrende senza sparare un colpo. Augusta, la piazzaforte più importante del Mediterraneo, viene abbandonata sei ore prima dell'invasione.
Ciò nonostante quasi cinquemila soldati italiani vanno a morire per contrastare uno sbarco orchestrato da quanti nel dopoguerra ne trarranno ogni sorta di beneficio.
 
C’è ancora speranza PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Giovedì 24 Giugno 2004 01:00

Gli studiosi pretendono di confermare alcune teorie sulle evoluzioni preistoriche. In particolare che sarebbero state le meteoriti a mettere fine all’era dei dinosauri. Scrutiamo il cielo fiduciosi.

 
"+Così le truppe di Patton sterminarono cinque coloni indifesi"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da Gazzetta del Sud   
Giovedì 24 Giugno 2004 01:00

Un maresciallo dei carabinieri in pensione rievoca la strage di Biscari, l'odierna Acate, dove sotto i suoi occhi gli americani gli fucilarono il padre

Luci e ombre dello sbarco alleato in Sicilia. Ancora oggi a distanza di oltre 60 anni, riaffiora nella memoria di chi ha visto e non ha mai dimenticato una delle pagine più oscure della storia dello sbarco alleato:i massacri commessi nel 1943 dalle truppe americane agli ordini del generale Patton, ricostruiti in un servizio pubblicato ieri dal Corriere della Sera. Giuseppe Ciriacono, maresciallo dei carabinieri in pensione, aveva 13 anni quando si compì, sotto i suoi occhi, una delle stragi più efferate: l’eccidio di Biscari. Cinque civili caddero sotto i colpi dei mitra dei soldati americani, a pochi metri dal ragazzo che vide quella scena terribile. Era il 13 luglio. Il giorno successivo, secondo le ricostruzioni di alcuni studiosi, gli alleati uccisero altri otto civili e 84 militari, 81 italiani e tre tedeschi. L'unico testimone oculare della strage oggi ha 74 anni e vive ad Acate, la città in provincia di Ragusa che un tempo si chiamava Biscari. Sono passati tanti anni, ma il film di quella strage è rimasto impresso in modo indelebile nella sua mente.

“Gli americani – racconta il pensionato - arrivarono nel nostro rifugio e ci prelevarono, trasferendoci a 400 metri dalla casa, vicino ad una casetta rurale abbandonata e ci fecero sedere sotto un grande albero di gelso. Dopo poco tempo, arrivarono altri militari che circondarono la casa e la tennero sotto il tiro dei mitragliatori”.

Giuseppe Ciriacono ancora oggi ricorda con una lucidità straordinaria le ultime parole del dialogo tra il padre, che aveva il suo stesso nome, proprietario del podere 26 e fiduciario del Fascio, e Giovanni Ciurciullo, un agricoltore della vicina Vittoria. “Ciurciullo – ricostruisce l’ex carabiniere – disse di avere la sensazione che gli americani li avrebbero fucilati e mio padre condivise la sua impressione”.

I due uomini intuirono, dunque, cosa stava per accadere. Qualche minuto dopo ci fu il massacro: gli alleati fecero radunare i coloni e li fucilarono. Le vittime, oltre a Giuseppe Ciriacono, furono Salvatore Sentina e Giuseppe Alba, due agricoltori di Caltagirone, Giovanni Ciurciullo e il figlio Sebastiano, di soli 14 anni. Il piccolo Giuseppe, unico testimone oculare, scampò all’eccidio, forse per la sua giovane età. “Un soldato americano mi prese per il colletto – ricorda – e mi fece capire con i gesti che dovevo allontanarmi. Dopo aver percorso venti metri sentii una raffica di mitra, mi voltai e vidi il corpo di mio padre e dei suoi sventurati compagni, a terra senza vita. Non saprei dire perché decisero di graziarmi e uccisero invece il povero Sebastiano, che era appena più grande di me”.

Giuseppe, dopo essere stato affidato ad alcuni soldati americani, tornò ad Acate e diede l’allarme. Ma nessuno sembrò credere a quel ragazzino. Il testimone della strage all'inizio non ebbe neppure il coraggio di ri

 
1934-38: Tutt’un’altra Italia. PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter.org   
Mercoledì 23 Giugno 2004 01:00

Oggi sembra incredibile, ma c’è stata anche un’Italia potenza calcistica non solo sulla carta. È la Nazionale degli anni trenta (solo sette incontri internazionali persi), rappresentante di un’Italia vitale ed energica. Tanto orgoglio e spirito nazionalista, pochi soldi e nessuna treccina. Checché ne pensino i moralisti calciofili di oggi, per ritrovare una Nazionale (ed una Nazione) degna di questo nome bisogna tornare all’Italia di Mussolini.

1934 – Mondiali d’Italia


E' l'era di Meazza, che in questi mondiali diverrà mito del calcio.
Il Ct della nazionale (Pozzo) gli affida il ruolo di leader della squadra azzurra, con il compito di amalgamare la squadra senza limitare le caratteristiche dei singoli. Meazza in campo deve essere il tramite tra la velocità di Guaita, la grinta di Schiavo e la fantasia e l'estro di Ferrari.
Da questo delicato mixer doveva nascere una nazionale invincibile.
Le previsioni dell'allenatore italiano si rivelarono esatte: nonostante partecipino le più forti squadre del mondo, la nazionale azzurra si aggiudicherà la sua prima coppa Rimet.
L'Italia incontra innanzitutto gli Stati Uniti e se ne libera agevolmente con un secco 7-1, mentre agli ottavi di finale si dovrà scontrare con la Spagna (che ha eliminato il Brasile): è una qualificazione drammatica, le due squadre devono ripetere l'incontro (terminato la prima volta in parità 1-1: a quei tempi non esistevano supplementari e rigori), ma alla fine gli azzurri si impongono per 1-0 proprio con gol di Meazza.
Il 3 di giugno affrontiamo gli austriaci: partita spigolosa, tirata e poco spettacolare, ma alla fine l'Italia vince per 1-0 ed è in finale.
Dall'altra semifinale esce vincitrice la Cecoslovacchia, seppure dopo una partita sofferta oltre ogni aspettativa e vinta per 3-2 contro i tedeschi.
La finalina se l'aggiudicherà la Germania per 3-2 su una demotivata e delusissima Austria (7 giugno), mentre il 10 di giugno a Roma va in scena la finalissima.
La Cecoslovacchia si presenta con i favori del pronostico.
Pozzo si affida allo stesso undici che ha sconfitto l'Austria (Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavo, Ferrari, Orsi), arbitra la partita il signor Eklind della federazione Svedese.
L'Italia conquista la coppa con una grande prova di carattere e di personalità: a venti minuti dal termine Puc porta in vantaggio i cecoslovacchi, ammutolendo tutto lo stadio.
Ma l'Italia mostra il suo carattere, attaccando con ordine e senza perdere la testa: all'81' Orsi riporta il match in parità e, nei minuti di recupero, Schiavo mette il proprio sigillo sulla vittoria. Passerà alla storia la sua immagine, a terra semisvenuto, sommerso dall'abbraccio dei compagni di squadra.
Italia 2 Cecoslovacchia 1: l'Italia è campione del mondo.

Alla finale assiste anche Mussolini. Il Corriere della Sera titola: "Entusiasmati dalla presenza del duce, i calciatori italiani conquistano il campionato del mondo".

1938 - Mondiali di Francia

 

SOLSTIZIO ESTATE: PUNTUALE RAGGIO DI SOLE IN ABBAZIA A SIPONTO PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Martedì 22 Giugno 2004 01:00

Anche oggi come ogni 21 giugno, nel giorno del solstizio d'estate nell'antica chiesa di San Leonardo di Siponto, a pochi chilometri da Foggia si verifica quel fenomeno luminoso in cui un solo raggio all'interno della Chiesa attraverso un piccolo rosone delle cupola va a cadere sul pavimento al centro di due pilastri che sorreggono la navata centrale.

Il fenomeno e' stato concepito con molta
precisione, attraverso calcoli astronomici e architettonici al
momento della costruzione dell'Abbazia.
Nel monastero di San Leonardo a Siponto, il 21 giugno di
ogni anno, il sole transita esattamente alle ore 12h 58m 25s:
in questo istante il sole raggiunge, durante il passaggio al
meridiano, il suo valore massimo in altezza. Nella abbazia,
attraverso il foro detto gnomonico passa un fascio di luce
solare. Alle 12h58m25s del solstizio d'estate si ha un
ipotetico asse composto da Sole - Foro - Centro della Terra.
Il raggio di sole disegna sul pavimento della struttura
religiosa una rosa con undici petali, poiche' il foro e'
diaframmato da un piccolo rosone in pietra ad undici petali.
Il Santuario di San Leonardo fu fondato dai Canonici
Regolari di San'Agostino, che provenivano dal monastero
francese di San Leonardo presso Limoges. Il suo compito
principale era di ospizio per i pellegrini che si accingevano a
percorrere la "Via Sacra", era proprio qui che si fermavano
prima di affrontare le balze del Gargano. Dopo un lungo periodo
di abbandono soltanto nel 1260 il Santuario ritorno' al suo
antico splendore e verso la fine del sec.XIV venne rinnovato e
ingrandito grazie all'Ordine dei Cavalieri Teutonici a cui
venne affidato
 
VILLA SERGIO RAMELLI PDF Stampa E-mail
Scritto da Eleuteros   
Martedì 22 Giugno 2004 01:00

Lo scorso 10 maggio si è svolta la cerimonia di intitolazione della villa comunale a Sergio Ramelli, il diciottene militante del Fronte della Gioventù ucciso a colpi di chiave inglese a Milano nel 1975.

VILLA SERGIO RAMELLI Tolve (PZ) Lo scorso 10 maggio si è svolta la cerimonia di intitolazione della villa comunale a Sergio Ramelli, il diciottene militante del Fronte della Gioventù ucciso a colpi di chiave inglese a Milano nel 1975. La manifestazione è stata fortemente voluta dal vicesindaco ed assessore alla Cultura, Pasquale Pepe. Era presente nel centro lucano anche Guido Giraudo, autore del libro Sergio Ramelli - Una storia che fa ancora paura. Presente anche il ministro Alemanno che, quandoha scoperto la targa in onore di Ramelli, la gesnte si è lasciata andare ad un lungo e commosso applauso. L'intitolazione della villa comunale a Sergio Ramelli, assassinato sotto casa da due appartenenti ad Avanguardia operaia, è la prima iniziativa del genere nel sud Italia. L'aver intitolato al giovane milanese un luogo pubblico ha rappresentato secondo Giovanni Armiento, sindaco di Tolve, "un omaggio doveroso in nome della pacificazione nazionale". Pasquale Pepe, vicesindaco: "La villa dedicata a Ramelli è finalmente una realtà e se oggi conosciamo la sua vicenda umana e giudiziaria lo dobbiamo al lavoro di Guido Giraudo. Vogliamo che ci sia un riconoscimento per tutti coloro che, senza cedere alla violenza, hanno creduto fermamente nelle proprie idee". Gianni Alemanno, in passato segretario nazionale del Fronte della Gioventù: "Nei momenti difficili le giovani generazioni riescono a trovare sempre la fiducia per andare avanti, perchè hanno uno slancio vitale unico". di Gennaro Grimolizzi da Area - Giugno 2004
 
EVOLA E NASSER PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Venerdì 18 Giugno 2004 01:00

"Dal tentativo di ricostruire organicamente la visione evoliana della tradizione islamica è risultato un quadro che, se appare talvolta inesatto in qualche particolare e spesso condizionato da una prospettiva piuttosto personale, costituisce tuttavia, in fin dei conti, una rappresentazione ispirata al riconoscimento evoliano di ciò che è essenzialmente l’Islam: una manifestazione dello spirito tradizionale da cui non può prescindere la “rivolta contro il mondo moderno”."

Proseguendo una ricerca della quale fornimmo i primi esiti qualche anno fa in un saggio compreso nel nostro Avium voces (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 67-87), sul numero di giugno della rivista informatica “La Nazione Eurasia” (numero speciale per il trentennale della morte di Julius Evola) abbiamo pubblicato un saggio intitolato Evola e l’Islam. Dal tentativo di ricostruire organicamente la visione evoliana della tradizione islamica è risultato un quadro che, se appare talvolta inesatto in qualche particolare e spesso condizionato da una prospettiva piuttosto personale, costituisce tuttavia, in fin dei conti, una rappresentazione ispirata al riconoscimento evoliano di ciò che è essenzialmente l’Islam: una manifestazione dello spirito tradizionale da cui non può prescindere la “rivolta contro il mondo moderno”.

A tale saggio, al quale rinviamo comunque il lettore, si ricollega il presente articolo, che nasce dalla recente riscoperta di un articolo di Evola sull’”emancipazione dell’Islam”, compreso nella raccolta de I testi del Meridiano d’Italia (Edizioni di Ar, Padova 2003, pp. 217-219).

L’articolo risale a un’epoca, gli anni Cinquanta, in cui gli ambienti fascisti italiani mantenevano ancor vivo il ricordo della posizione filoaraba e filoislamica assunta dall’Italia nel corso del Ventennio (1), nonché della solidarietà che negli anni del conflitto mondiale si era instaurata tra le forze dell’Asse e i movimenti indipendentisti del mondo musulmano (2). D’altronde il Manifesto di Verona, al quale continuava a fare riferimento una gran parte dei militanti del fascismo postbellico, aveva indicato tra i punti essenziali della politica estera della RSI il “rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come l’Egitto, sono già civilmente e razionalmente organizzati”.

E proprio in Egitto, negli anni Cinquanta, la rivoluzione dei Liberi Ufficiali, dopo avere scacciato il regolo fantoccio (sodale del re savoiardo traditore e fuggiasco), proclamato la repubblica, abolito la partitocrazia, avviato un vasto programma di riforme, nazionalizzato il capitale straniero, espulso i Britannici dal Canale di Suez, rifiutato le alleanze militari funzionali al dominio imperialista, concesso asilo ed aiuto agli esuli del Terzo Reich, si impegnava a costruire un socialismo nazionale che, nella prospettiva geopolitica nasseriana dell’unità della Nazione Araba, sarebbe dovuto diventare un vero e proprio socialismo panarabo, basato sui presupposti spirituali forniti dall’Islam. E quando nel 1956, in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez, l’Egitto dovette far fronte all’aggressione anglo-franco-sionista (3), molti di coloro che avevano combattuto con coscienza di soldati politici contro le “plutocrazie democratiche dell’Occidente” videro nell’Egitto una nuova linea di fronte contro i nemici di sempre e manifestarono la loro solidarietà nei confronti del popolo egiziano e del suo Rais, Gamal Abd el-Nasser (4).

Julius Evola, che all’epoca co

 
Georg Brandes e le interpretazioni del pensiero di Nietzsche PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni di Ar   
Venerdì 18 Giugno 2004 01:00

Francesco Ingravalle, in "Margini" n. 20, novembre 1997

Ci si potrebbe chiedere perché, tra la sterminata bibliografia nietzscheana in lingua straniera, le "Edizioni di Ar" hanno pubblicato proprio le conferenze di Georg Morris Cohen Brandes intitolate "En Afhandling em aristokratisk radikalisme" risalenti al 1888, e pubblicate in edizione accresciuta nel 1909 e, di lì a pochi anni, tradotte in francese e inglese (1914) e in tedesco. Tre lustri fa riscuoteva molti consensi l'interpretazione che Gianni Vattimo aveva dato di Nietzsche come di un "maestro del pensiero libertario", che non pareva consona né all'auto-interpretazione di Nietzsche (Ecce Homo), né alle prime interpretazioni che si incentravano sul superuomo. Georg Brandes invece parlava di "radicalismo aristocratico" concepito per creare una "Herrenmoral" in cui la vita, superando la decadenza, cioé il predominio degli ideali ascetici, realizza sé stessa nelle forme più alte; Lou Salomé intendeva l'intero percorso filosofico nietzscheano come un tentativo di superare i valori che annientavano la vita nelle figure di un'umanità superiore - il "superuomo" - che si sostituisce alla vecchia immagine di Dio (Lou Andreas Salomé, "Friedrich Nietzsche in seinen Werken" , Wien, 1894). Queste due letture del pensiero di Nietzsche coglievano alla perfezione il nesso "nichilismo - critica della morale - superuomo" (nel quale rientrava perfettamente anche l'"eterno ritorno dell'uguale" come culmine del nichilismo stesso e come 'prova di forza dello spirito'). A Brandes e Lou Salomé si deve aggiungere R. Steiner "F. N. Ein Kampfer gegen seine Zeit", Weimar, 1895, che, però, considerava la critica della morale un corollario dell'idea di "superuomo".
Si esamini la bibliografia su Nietzsche compresa tra il 1880 - anno in cui Nietzsche compare citato per la prima volta nei "Grundrisse der Geschichte der Philosophie" di F. Uberweg - e il primo conflitto mondiale dopo il quale Ernst Gundolf e Florentin Hildebrandt, appartenenti al circolo letterario di Stefan George, pubblicarono un'opera in cui si proponeva l'immagine di Nietzsche come "temperamento eroico" in lotta contro il nichilismo politico e morale della modernità; successore di Nietzsche è il poeta George; essa sembra culminare nell'immagine di Nietzsche come una "torcia ardente gettata sulla polverosa Europa"; in George rivive l'antica visione eudemonica del mondo, "la sfera che ruota eternamente su sé stessa" e il "sereno sorriso" della Grecità olimpica. (cfr. E. Gundolf - Florentin Hildebrandt "Nietzsche als Richter unserer Zeit", Breslau, 1923).
Già nel 1918 Ernst Bertram ("Nietzsche, Versuch einer Mythologie", Berlin, Bondi) aveva interpretato Nietzsche come figura leggendaria e come creatore di miti strettamente religioso, nordico e luterano. Il superuomo appare come trasvalutazione e redenzione dell'umano.
Con queste due interpretazioni iniziava un'altra storia: quella del recupero neo-romantico della grecità e del mito in contrapposizione alla e come compensazione della disfatta tedesca del 1918, come risposta alla disfatta stessa. E' già il clima della "rivoluzione conservatrice", del nuovo nazionalismo e della utilizzazione del mito che costituirà l'anima del nazional - socialismo in Rosenberg e Hitler. Un'altra storia dunque: quella della reazione della cultura tedesca al crollo dell'impero guglielmino e della tensione fra chi reagisce guardando a Oriente, alla Russia dei Soviet, e chi reagisce scendendo nelle profondità mitologiche del Deutschtum (attraverso le quali guarda, magari, alla Grecità, come è il caso del "Platon" del filologo classico U. von Wilamowitz - Moellendorff); una storia che, dalla età precedente aveva ereditato alcune 'parole - chiave': "nichilismo", "superuomo", "decadenza": la prima e l'ultima ristre tte alla diagnosi della "catastrofe tedesca", la seconda piegata alle speranze di una rinascita, anche nei termini millenaristici di un 'Terzo Reich'.
Come fu interp

 
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