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Storia&sorte
Creano desolazione e la chiamano pace... PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Lina Veca   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Quando la NATO bombardò la Serbia, in memoria del 24 marzo 1999

Padre Sava, dal Monastero di Decani, ha ricordato così la giornata del 24 marzo 1999, che dette inizio all'aggressione contro la Jugoslavia: "In memoria di coloro che morirono e soffrirono durante i tre mesi dell'aggressione NATO contro la Serbia nel 1999. Esattamente cinque anni fa la NATO lanciò massicci raids contro la Serbia senza l'approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e senza che venissero cercate tutte le possibili strade per una stabilizzazione pacifica della situazione da parte della comunità internazionale. Benchè la NATO dichiarasse che gli attacchi aerei fossero diretti contro obiettivi militari Yugoslavi e contro il "regime" di Slobodan Milosevic, migliaia di civili di tutte le etnie soffrirono e morirono e vennero definiti "danni collaterali". " Sembra di risentire le dichiarazioni che si ripetono oggi a proposito dell'aggressione all'Iraq: obiettivi militari e bombardamenti "intelligenti" nelle dichiarazioni ufficiali, stragi di civili innocenti nella realtà. "Questo è il momento – continua Padre Sava, una delle voci più autorevoli della resistenza della comunità serba nel Kosovo – di ricordare tutte quelle innocenti vittime che furono uccise in nome di "freedom and humanity", "libertà e umanità", e preghiamo perché riposino le loro anime. Le vite che hanno perduto non saranno dimenticate, vivranno sempre nei nostri cuori e nella memoria del nostro popolo. Dopo cinque anni dalla fine dell'aggressione, il Kosovo è in fiamme: un posto invivibile per tutte le comunità non albanesi, la discriminazione etnica continua ed oltre 250.000 abitanti della Provincia (soprattutto Serbi) non hanno potuto fare ritorno alle loro case nonostante la presenza della NATO e delle Nazioni Unite, nonostante le promesse della comunità internazionale. Oltre 100 Chiese Serbo- Ortodosse (e altre trenta in questi giorni) sono state ridotte in cenere sotto gli occhi delle truppe internazionali di KFOR. Il Kosovo non è mai stato più monoetnico (albanese) in tutta la storia. La missione di pace non è altro che una caricatura di giustizia." Tornano quanto mai attuali le parole di un poeta serbo contemporaneo, Matija Beckovic: " Noi siamo soltanto piccole croci sul display dei loro computers, siamo soltanto elementi dei loro video-games…" E Padre Sava conclude la sua "memoria funebre" per le vittime delle "bombe umanitarie" della NATO con una citazione di Tacito: "Creano desolazione e la chiamano pace…" Belgrado, cinque anni fa città-bersaglio per gli aerei Nato che, per settantotto giorni, hanno bombardato la Serbia, nella prima "guerra umanitaria" della storia, è una città ferita che oggi ritrova il suo orgoglio. Gli aerei hanno smesso di sganciare esplosivi sui Balcani, occupati adesso a seminare morte sull'Iraq, ma la ferita resta aperta, sanguinante. Bruciano i "regolamenti di conti", i suicidi, i "deportati" all'Aja, i morti ammazzati per strada come Djindjic. Brucia l'agonia del Kosovo, la morte lenta della comunità serba, decisa a restare nella "terra santa" del popolo serbo, il Kosovo e Metohija. I palazzi sventrati di Belgrado anche oggi ci ricordano l'altra faccia della guerra "umanitaria", la zona oscura trascurata dai media, la testimonianza di un incubo, la visione allucinata di un presente insostenibile. Brucia quel colpo inferto ai cinque cittadini di Belgrado che si sono appellati Tribunale Civile di Roma e alla Carta dei Diritti dell'Uomo per chiedere giustizia per le vittime del bombardamento della tv jugoslava Rts. Richiesta respinta dalla corte europea di Strasburgo. La Nato non si giudica. Quella Nato che in Serbia e Montenegro ha prodotto un danno economico che è stato valutato in 30 bilioni di marchi tedeschi, e che i governi occidentali hanno promesso aiuti per 2 bilioni, non in denaro liquido, ma in beni. Aiuti, che, spesso, assomigliano a ricatti. Pancevo, tan

 
ZERO IN STORIA ALLA FALLACI PDF Stampa E-mail
Scritto da AlJazira.it   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Chi si ricorda le rocambolesche ricostruzioni storiche della signora Fallaci? A due anni di distanza dal primo capolavoro, e con la pubblicazione di un altro rocambolesco libro, resta la domanda: quanto prendeva al liceo la Fallaci in storia e matematica? "Zero", anzi "Sifr"...!

E' passato un pò di tempo da quando è stato pubblicato, sul Corriere della Sera, l'esecrabile articolo di quattro pagine che la signora Oriana Fallaci ha intitolato la rabbia e l’orgoglio. Ripubblicato tale quale con l’aggiunta di qualche menzogna e qualche insulto in più come libro dal titolo omonimo che ha, sfortunatamente, venduto più di un milione di copie. Qualcuno commentò quel libro con le seguenti parole: Oriana Fallaci, il coraggio di dire la verità.

Qualcuno, in un eccesso di zelo, lo definì un' intervista con la storia... In quel libro però la storia non era neanche presente e di fatti c'erano solo errori storici macroscopici… menzogne immense… insulti stravaganti... odio travolgente… chiare istigazioni alla discriminazione e all’uso della violenza... Per fare un'esempio basterebbe analizzare il seguente brano in cui la signora Fallaci afferma: "Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all'altra cultura che c'è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso, (i Commentari su Aristotele eccetera), Arafat ci trova anche i numeri e la matematica. (...) Ma Arafat ha la memoria corta. Per questo cambia idea e si smentisce ogni cinque minuti. I suoi nonni non hanno inventato i numeri e la matematica. Hanno inventato la grafia dei numeri che anche noi infedeli adopriamo, e la matematica è stata concepita quasi contemporaneamente da tutte le antiche civiltà. In Mesopotamia, in Grecia, in India, in Cina, in Egitto, tra i Maya... I suoi nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei con la Torah."

Ovviamente, in questa sede, non mi interessa per niente la diatriba - squisitamente personale - tra la signora Fallaci e Arafat, in nome della quale la signora Fallaci è perfino disposta a manipolare la Cultura a suo piacimento. E il seguente testo non ha lo scopo di difendere Arafat che con questa discussione c'entra come i cavoli a merenda ma semplicemente quello di dimostrare quanto la signora Fallaci sia malinformata, oppure in malafede.

I popoli civilizzati del Mediterraneo che la Fallaci cita pomposamente non avevano delle cifre vere e proprie (basta pensare ai complicatissimi segni numerici degli antichi Egizi o alle poco maneggevoli cifre romane). I primi a sorpassare lo stadio primitivo della ripetizione e dell’assemblaggio di elementi isolati furono in realtà gli indiani. Nel 773 infatti, fu un astronomo indiano, Kankah, a presentarsi a Bagdad alla corte del califfo Al Mansur (745-775), noto per il suo incoraggiamento agli scienziati da qualunque paese provenissero. Al Mansur, puntualmente, ordinò la traduzione del libro di Kankah, Sindhind (Durata Eterna), in arabo. Grazie a questo libro, gli arabi si abituarono all’uso della numerazione indiana. E fin qui si potrebbe dare ragione alla signora Fallaci.

Per spiegare ai banchieri, amministratori... ecc. il nuovo sistema di calcolo, i matematici arabi scrissero numerosi trattati con esempi pratici di calcolo. Trattati che furono poi tradotti in latino. È interessante ricordare che nelle traduzioni latine delle opere matematiche arabe lo zero veniva indicato con il termine ‘cephirum’, deformazione latina del termine arabo che indicava lo zero: ‘al-sifr’ (il vuoto). Passando in Occidente il termine servì non più per indicare lo zero ma l’insieme dei segni numerici arabi. Diventerà quindi ‘cifra’ in italiano, ‘chiffre’ in francese, ‘ziffer’ in tedesco.

Dire però che gli arabi avevano solo importato poi introdotto in Occidente

 
"+Macchè suicidio, Berto era un eroe"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da Michele De Feudis   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

La moglie di Berto Ricci ricorda commossa l'esemplare figura del marito, intellettuale geniale e uomo di rango, caduto eroicamente sul fronte africano.

“Mio marito? Un etrusco”. Sono passati quasi 57 anni dall’eroica morte di Berto Ricci e queste sono le parole pronunciate con orgoglio da sua moglie, la signora Mafalda Mariotti in Ricci, nata a Berlino nel 1909.

“Berto era premurosissimo – racconta ancora Mafalda – e mi riempiva di attenzioni, si figuri che avevo ben due dame di compagnia, per rendermi meno gravosa la vita di casa”. Berto e Mafalda si sposarono dopo sei anni di fidanzamento ed ebbero un bambino e una bambina, Giulia. Aveva sette anni quando Berto partì volontario in Africa e morì pochi anni dopo per un male incurabile.

Una testimonianza importante la signora Mafalda la offre riguardo ai rapporti del poeta con il fascismo, e le sue parole allontanano in modo inequivocabile l’interpretazione dello Zangrandi, secondo il quale, Ricci era scontento del regime e per questo si sentiva uno sconfitto.

“Quando decise di partire volontario per la Libia – ricorda – ci rimasi male, ma mi disse ‘è giusto che vada al fronte’, perché aveva sempre odiato gli intellettuali soltanto ‘parolai’. Non ho mai accettato che si scrivesse che mio marito si è suicidato. Non è vero, e conservo ancora le lettere che scrisse dal novembre del 1940 al gennaio del 1941 a me e ai suoi amici. Nella lettera del 12 gennaio del 1941 Berto scrisse: ‘Ai due ragazzi penso sempre con orgoglioso entusiasmo. Siamo qui per loro; perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro’; e il 19 gennaio scrive ancora che il suo morale è eccellente, e addirittura il 30 gennaio, data della sua ultima lettera indirizzata a Giorgio Pini, conferma ‘ti mando il mio fraterno saluto e aspetto un tuo rigo: viva la vittoria, oggi più certa che mai, com’è certo che siamo pronti nel nome del Duce’ ”.

Berto Ricci morì valorosamente a Bir Gandula in Libia, durante un’azione che gli meritò una medaglia al valore. Ancora oggi, nel sacrario dei caduti d’oltremare di Bari, giovani e meno giovani ripongono fiori vicino al suo nome “Roberto Ricci”.

Da Il ‘900 visto da Ricci, inserto de Lo Stato del 9/12797

 
Legio Patria Nostra PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Reazionario   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Nel nostro tempo, in cui ogni mito viene dissacrato, ogni retaggio viene rinnegato, in verità altri miti più vili ed altri retaggi insulsi vengono proposti al consumo delle masse. Si rinnega l'eroismo: si esalta la retorica pacifica dell'obiezione di coscienza. Si rinnega la dedizione e la fedeltà alla parola data: si esalta la sovversione contrabbandandola per contestazione. Si rinnega il valore guerriero, espressione di coraggio morale e di virtù civile dì un popolo e di una Nazione: si esalta la diserzione da ogni dovere civile e morale.

La Legione Straniera nasce il 10 marzo 1831 dalla mente di alcuni politici di Luigi Filippo d’Orleans salito al trono dei Borboni nell'agosto del 1830, che pur di risparmiare sangue francese a causa delle continue perdite di uomini nella campagna d'Algeria decise di reclutare un corpo di volontari stranieri tra ex mercenari militanti del “Reggimento di Hoheniohe” e della Guardia Svizzera, aperto anche a chi avesse dei problemi con la giustizia. Il reclutamento delle truppe prese a marciare durante i primi sei mesi dalla legge.

Nel settembre 1831, già cinque Battaglioni (1°, 2° e 3° Btg. formato da tedeschi e svizzeri, 4° Btg. da spagnoli 5° Btg. da italiani) vennero inviati oltre mare sotto il comando del Col. Stoffel, un ufficiale svizzero che aveva servito in Francia per circa 30 anni e che aveva combattuto tra le fila dell'esercito di Napoleone in Spagna. Questi primi Battaglioni sbarcarono ad Algeri, Orano e Bona la loro uniforme era quella della fanteria francese: pantaloni cremisi, marsina blu, un alto képi nero ed un cappotto grigio ferro, portato arrotolato in una custodia sopra lo zaino.

Unico distintivo della Legione era il “motivo” dei bottoni, recante il nome del reparto, che circondava una stella a cinque punte. Mentre altri due Battaglioni, il 6° belga ed il 7° polacco, venivano formati in Francia, i Legionari in Algeria facevano conoscenza con le insidie della guerriglia. La strategia di quella guerra, infatti, era dettata dal nemico, su un tipo di terreno che favoriva particolarmente le imboscate e le incursioni, seguite da rapide manovre di sganciamento e ritirata. Il 27 aprile 1832, il 1° e 3° Battaglione registravano il loro primo successo.

Quel giorno assalirono gli avamposti che difendevano il grande villaggio di Maison Carré ad alcune miglia ad est di Algeri.

Questo gesto, valse alla Legione la sua prima bandiera, consegnata al suo nuovo comandante, il Col. Combe, recante la scritta “Il Re dei Francesi alla Legione Straniera”. Nell’ottobre 1832, dopo aver ricevuto i suoi ultimi due Battaglioni, la Legione contava una forza di 5.538 effettivi, tra Ufficiali, Sottufficiali e Legionari. L'anniversario del combattimento di Camerone del 30 Aprile del 1863 segna l'inizio dell'anno legionario. Esso è celebrato in maniera grandiosa dall'inizio secolo. In effetti, la prima celebrazione avvenne il 30 Aprile 1906 in Indocina in posto isolato tenuto da una compagnia del 1° Reggimento Stranieri, sotto il comando del Tenente Francois. Questo Ufficiale, per festeggiare in maniera solenne la consegna della Legion d’Honneur alla bandiera del suo Reggimento, scrisse il racconto, organizzò una parata, e davanti al risentimento dei Legionari puniti, che non potevano partecipare, amnistiò loro le punizioni, creando cosi una tradizione che si perpetua fino ad oggi.

Il racconto è letto nel corso di una parata solenne. L'onore di leggerlo spetta normalmente ad un Tenente, in ricordo del Ten. Francois.

Le truppe francesi assediavano Puebla.

Il compito assegnato alla Legione era quello dì assicurare la protezione dei convogli che facciano la spola fra Vera Cruz e Puebla: 120 Km di strada da sorvegliare in zona tropicale dove il terreno paludoso, il tifo e la terribile febbre gialla mietevano ogni giorno numerose vittime.

Il 29 Aprile il Col. Jeanningros ricevette l'ordine di scortare un importante convoglio di armi e munizioni in partenza da Vera Cruz per Puebla. Il tratto di strada era infestato di ribelli messicani, tanto che Jeanningros decise d

 
CHI ERA IL PRESIDENTE FILO-RUSSO KADYROV PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Domenica 09 Maggio 2004 01:00

Nonostante le mille precauzioni e un impressionante milizia personale, il presidente ceceno Akhamd Khadzhi Kadyrov non e' riuscito oggi a sfuggire all'ennesimo attentato contro di lui.

MOSCA -La bomba allo stadio di Grozny, ennesimo atto di una guerra separatista mai finita, lo ucciso mentre assisteva ai festeggiamenti per l'anniversario della vittoria sovietica sui nazisti.

Dal 6 ottobre del 2003, dopo una consultazione elettorale su misura,una valanga di voti e la benedizione del Cremlino,Akhmad Khadzhi Kadyrov, gia' mufti moderato della Cecenia, era diventato il presidente della piu' inquieta e martoriata delle repubbliche autonome russe, una terra alla disperata ricerca di un po' di pace.

Nato nell'agosto del 1954 a Karaganda', nelle steppe del Kazakhstan - dove Stalin aveva fatto deportare tutti i ceceni dopo la II guerra mondiale, accusandoli di collaborazionismo con i nazisti - Kadyrov aveva cominciato la sua ascesa politica negli anni '90 con l'iniziale adesione alla rivolta indipendentista e la nomina a mufti' della Cecenia, proseguita con l'affermazione come leader islamico moderato e sfociata nella rottura con la guerriglia per la sua deriva fondamentalista e nell'accordo con Mosca.

Cresciuto in una famiglia religiosa accreditata di influenza all'interno di uno dei numerosi clan in cui si suddivide la Cecenia, Kadyrov ha il suo feudo a Gudermes, seconda citta' della repubblica, nella pianura a nord del fiume Terek, dove i suoi genitori si trasferirono nel '57 dopo il decreto con cui Nikita Krusciov aveva riabilitato i ceceni autorizzandoli al rimpatrio.

Proprio a Gudermes il futuro presidente frequenta da ragazzo la scuola pubblica sovietica e nella stessa provincia fa le sue prime esperienze di lavoro giovanili, passando da un'azienda agricola statale (sovkoz) a un'impresa edile. La svolta arriva pero' negli anni '80, quando riesce a entrare in una scuola teologica islamica in Uzbekistan. All'inizio degli anni '90 si perfeziona in Giordania, prima di tornare in Cecenia - che si e' appena autoproclamata indipendente sotto la guida di Giokhar Dudaiev - e di fondarvi il primo istituto islamico locale postsovietico.

In quegli anni si schiera con Dudaiev e dal 1994 al 1996 partecipa ai combattimenti della prima guerra cecena guidando una sua unita' contro le truppe federali russe. Nel '96 e' nominato mufti' della Cecenia, massima autorita' religiosa della repubblica, e nello stesso anno partecipa accanto ad Aslan Maskhadov, successore di Dudaiev, ai negoziati di Khasaviurt che condurranno a una tregua temporanea con il Cremlino.
Nel '98 rompe tuttavia con il neopresidente indipendentista Maskhadov, accusandolo di connivenza con la montante ondata fondamentalista di matrice wahabita, esportata in Cecenia dagli ideologi sauditi e di altri paesi arabi. L'anno dopo condanna l'incursione in Daghestan dei guerriglieri guidati dai comandanti wahabiti Shamil Basaiev e Khattab (che provoca la reazione russa e la seconda guerra cecena), istituisce una sua milizia e avvia una trattativa col governo federale russo.

Maskhadov lo proclama ''nemico del popolo'' e lo condanna a morte, Basaiev offre 100.000 dollari a chiunque lo uccida, mentre Vladimir Putin gli offre nel febbraio 2000 la carica di capo della nuova amministrazione cecena unionista: lui accetta e ne fa il trampolino di lancio verso la presidenza. Da allora era sfuggito a una mezza dozzina di attentati.
Lascia una moglie, quattro figli e 13 nipoti. Il figlio maggiore, Zelimkhan, 29 anni, rimane a capo della temutissima guardia del corpo del padre, una squadra d'elite di una milizia personale che conta 5000 uomini.
09/05/2004 13:02

Ansa

 
Rievocato il cinquantenario di Dien Bien Phu PDF Stampa E-mail
Scritto da fonte France Presse   
Sabato 08 Maggio 2004 01:00

Da alcune migliaia di figuranti vietnamiti. Che, pur esaltando il popolo e il partito, non hanno mancato di rendere onore ai caduti francesi

È stata messa in scena da migliaia di comparse la ricostruzione della storica battaglia di Dien Bien Phu che cinquant’anni orsono segnò la sconfitta militare francese in Indocina.

La mastodontica manifestazione è stata celebrata come apoteosi del comunismo nazionalista e popolare vietnamita.

Questo non ha impedito che le autorità deponessero una corona di fiori al monumento ai caduti francesi.

Così come, per il quarantesimo anniversario della battaglia, avevano offerto la piena collaborazione al regista francese Schoendorff che aveva inteso con il suo “Dien Bien Phu” rendere onore al valore dei vinti.

 
Onorata a Roma la figura di Berto Ricci PDF Stampa E-mail
Scritto da www.noreporter.org   
Sabato 08 Maggio 2004 01:00

Matematico, poeta, giornalista, fascista fiorentino “di sinistra”, di formazione anarchica, morto volontario in Africa il 2 febbraio 1941. Messa in evidenza la coerenza dell'anticonformismo del giovane e coraggioso polemista antiborghese.

Roma, Casa Pound: Commemorato Berto Ricci, matematico, poeta, giornalista, fascista fiorentino “di sinistra”, di formazione anarchica, morto volontario in Africa il 2 febbraio 1941.

Miro Renzaglia, autore de i Rossi e i Neri, poeta e caporedattore romano di Lettura Tradizione, patendo dalla declamazione di una poesia del giovane eroe, ha messo l’accento sulla coerenza della parabola anticonformista di Berto Ricci. Il professor Pantano, degli studi poundiani, ha riportato diverse citazioni dell’autore. Il figlio di Berto, Paolo Ricci, che aveva appena otto mesi allorché il padre partì volontario per la guerra mondiale, ha ricostruito rigorosamente la vita ed il pensiero del grande polemista antiborghese.

 
IL caso Karlstein - 8 Maggio 1945 PDF Stampa E-mail
Scritto da Harm   
Venerdì 07 Maggio 2004 01:00

Nei primi giorni del mese di maggio 1945 una dozzina di SS francesi, quasi tutti provenienti da ricovero ospedaliero, si arrendono alle truppe americane. Gli Americani internano i Francesi insieme con i prigionieri tedeschi nella caserma degli Alpenjäger di Bad Reichenhall (località termale di modeste dimensioni sull’autostrada Monaco – Salisburgo, sottoposta al consueto bombardamento anglo-americano alla fine dell’aprile del 1945).

Il 6 maggio 1945 giungono nella cittadina truppe francesi della Seconda Divisione corazzata comandata dal Generale Leclerc. I prigionieri francesi, avutane notizia, cercano di allontanarsi dalla caserma e raggiungono un boschetto vicino, ma vengono scoperti e accerchiati. Il Generale Leclerc, giunto al loro cospetto, li apostrofa rimproverandoli per il fatto che essi indossano la divisa germanica. Le SS francesi gli rispondono facendogli notare che egli indossa la divisa americana. Risentito per tale “atteggiamento insolente”, Leclerc decide di fucilare i dodici francesi. Condanna a morte senza giudizio di un tribunale, nemmeno improvvisato. L’esecuzione non deve lasciar traccia…

Il Generale Leclerc si limita a concedere loro assistenza religiosa. Viene deciso che l’esecuzione avvenga a gruppi di quattro alla volta. Essa ha luogo l’otto maggio, il giorno della resa della Germania, considerato il giorno della fine della guerra in Europa. Durante il pomeriggio i prigionieri vengono condotti su camion a Karlstein, in una radura denominata Kugelbach. Informati che saranno fucilati alla schiena, protestano violentemente rivendicando il diritto di essere fucilati al petto. Il Padre Maxime Gaume riceve l’ordine di assisterli: sarà l’unico testimone e colui che cercherà di informare le famiglie. Il giovane tenente designato a comandare il plotone d’esecuzione, costernato di dover eseguire un tale ordine, è tentato di disobbedire ma decide poi di obbedire, cercando però di parlare con rispetto ai morituri. La fucilazione avviene, come stabilito, a gruppi di quattro in modo che le SS vedano cadere i propri Camerati prima di loro, ad eccezione dei primi quattro. Tutti rifiutano la benda e cadono coraggiosamente gridando “Vive la France!”. I cadaveri furono lasciati sul terreno e sepolti sul posto da soldati americani solo tre giorni dopo. Furono piantate croci di legno poi sparite, Il 2 giugno 1949 i corpi furono esumati e traslati nel cimitero comunale di Bad Reichenhall, gruppo II, fila 3, numeri 81 – 82, dove si trovano tuttora. Nella fotografia, tra le dodici SS davanti a Leclerc si riconoscono: l’ultimo della prima fila è il tenente Paul Briffaut della Legion des Volontaires Francais (gruppo di volontari francesi arruolatisi a fianco della Wehrmacht per la campagna contro il bolscevismo) ferito sul fronte russo nel settembre del 1944. Tra gli altri, appartenenti alla divisione Waffen-Grenadier delle SS “Charlemagne”, si riconoscono il penultimo che è l’Unterstürmführer Robert Doffat; l’ultimo della seconda fila, del quale si vedono la nuca e la spallina d’ufficiale, è l’Oberstürmführer Serge Krotoff. L’unico altro conosciuto è Jean Robert: degli altri otto non si conoscono i nomi. Due rami di betulla incrociati ornano la tomba dei dodici caduti della Divisione Waffen-Grenadier delle SS “Charlemagne”. Sul muro del cimitero vi sono tre lapidi: la prima reca l'emblema della Divisione, i nomi di quattro caduti e l’indicazione che otto sono sconosciuti; la data di morte (8 maggio 1945) e il nome di un altro volontario francese, Raymond Payras, morto in combattimento nella stessa zona e negli stessi giorni, qui sepolto; la seconda reca il Tricolore francese e il motto, in lingua francese: “Il tempo passa, il ricordo resta”; il terzo reca il Giglio di Francia, dodici fiori a ricordo dei 12 fucilati e la dedica:

 

Ritratti:KARL HAUSHOFER PDF Stampa E-mail
Scritto da Robert Steuckers   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Presentazione della figura di Karl Hausofer, principale teorico della geopolitica

Nato il 27 agosto 1869 a Monaco, Karl Haushofer scelse la carriera militare a partire dal 1887. Ufficiale di artiglieria nell’esercito bavarese nel 1890, egli sposa l’8 luglio 1896, Martha Mayer-Doss, uscita da una famiglia di Monaco di origine israelita. Ella gli darà due figli, Albrecht (nato nel 1903) e Heinz (nato nel 1906). Salendo rapidamente tutti i gradi della gerarchia militare, Haushofer diviene professore all’Accademia di guerra nel 1904. Nel 1908 viene inviato in Giappone per organizzarvi l’esercito imperiale. Egli incontra in India Lord Kitchener, il quale gli predice che tutto il confronto tra Gran Bretagna e Germania costerà alle due potenze le loro posizioni nel Pacifico a vantaggio degli Stati Uniti e del Giappone; avvertimento profetico che Haushofer ricorderà sempre, soprattutto quando elaborerà le sue tesi sull’area pacifica. Dopo il suo lungo periplo, egli è destinato al Reggimento di artiglieria di campagna della 16" Divisione giapponese. Il 19 novembre 1909, egli viene presentato all’Imperatore Mutsushito (1852-1912), iniziatore dell’era Meiji e all’Imperatrice Haruko. Nel ritorno in Germania, passa per la Siberia servendosi della transiberiana, si rende conto de visu delle immensità continentali dell’Eurasia russa. Nel 1913, compare la sua prima opera destinata al grande pubblico, Dai Nihon (Il Grande Giappone), bilancio della sua esperienza giapponese che conoscerà un grande successo. Nell’aprile del 1913, comincia a seguire i corsi di geografia all’Università di Monaco, in vista di ottenere il titolo di dottore che egli raggiungerà di fatto otto il patronato del Professor August von Drygalski. Mobilitato nel 1914, egli parte dapprima per il fronte occidentale, dove combatterà in Lorena e in Piccardia. Nel 1915, è trasferito in Galizia per ritornare rapidamente in Alsazia e nella Champagne. Nel 1916, egli è sui Carpazi. Egli conclude la guerra in Alsazia. Durante le ostilità, si precisa il suo pensiero (geo)politico: gli storici inglesi Macaulay e Gibbon, il teorico tedesco della politica Albrecht Roscher gli forniscono il quadro in cui si inscriveranno le sue riflessioni storiche e politiche, mentre Ratzel e Kjellen gli procureranno l’armatura del suo pensiero geografico. Dopo l’armistizio, egli è nominato comandante della 1" Brigata di Artiglieria bavarese. Si reiscrive all’università, presenta una tesi sui mari interni del Giappone (17 luglio 1919), è nominato professore di geografia a Monaco e tiene il suo primo corso sull’antropogeografia dell’Asia orientale. Egli fa la conoscenza di Rudolf Hess il 4 aprile 1919; un’amicizia indefettibile legherà i due uomini. In quanto dirigente nazionalsocialista, Hess estenderà sempre la sua ala protettrice sulla sposa di Haushofer, discendente da parte di padre da un'antico lignaggio sefardita, e sui suoi figli, considerati come "semi-giudei" dopo la promulgazione delle leggi di Norimberga.
Durante gli anni 20, Haushofer

 
Il Bene contro il Male L'ERA POST-ATLANTICA PDF Stampa E-mail
Scritto da Alain de Benoist   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

In questi ultimi anni è stato intrapreso un indirizzo radicale in materia di relazioni internazionali, corso seguito peraltro anche in altri ambiti.

Dal 1993-194 sono state abbandonate le vecchie regole del gioco internazionale, e siamo entrati in un’era che potremmo definire "post-atlantica". Stiamo assistendo in effetti ad un dissolvimento di tutto un sistema di cui l’Alleanza atlantica era il cuore; di questa dissoluzione gli Stati uniti si sono presi la responsabilità in prima persona esigendo dai loro alleati un comportamento da vassalli. Tale crisi del legame transatlantico è strettamente connesso all’avvento di un mondo nuovo. In questo mondo nuovo le linee di battaglia sono meno internazionali che transnazionali. La geografia non è più fondamentalmente definita da frontiere nazionali, cosicché la divisione tra politica di sicurezza interna ed estera tende a sparire. I colpi decisivi non si producono tra le civilizzazioni (che non sono realtà di potenza, ma piuttosto crogioli di idee-forze), ma contemporaneamente al loro interno e su scala globale. Dappertutto si assiste all’affermazione di forme di potere transtatali o non statali, all’interno di uno spazio che non è più arborescente, ossia composto da organizzazioni tradizionali, ma ‘rizomico’, ossia composto da reti decentrate. Alla guerra fredda è subentrata la pace calda; al mondo bipolare, una globalizzazione in cui gli Stati uniti rappresentano la forza principale, ma la cui logica profonda è l’essenza tecnoeconomica e finanziaria, poiché è caratterizzata soprattutto dal dominio planetario della Forma-Capitale. Gli americani hanno sempre pensato che i loro valori ed il loro stile di vita siano superiori agli altri e che essi siano universalmente validi. Sin dalle loro origini, hanno sempre pensato di avere la missione di diffondere questi valori e di imporre questo stile di vita sulla superficie della terra. Da sempre credono alla divisione morale binaria del mondo: Da sempre ritengono di incarnare il Bene e immaginano, per riprendere i termini del presidente Wilson, che "l’infinito privilegio" che è stato loro riservato è di "salvare il mondo".

Il movimento verso l’unilateralismo e l’egemonia viene dunque da lontano. Come ha detto l’ex ministro degli affari esteri Hubert Vedrine, "non è George Bush che ha inventato la lotta del bene contro il male. È vecchia quanto l’America. "Ma di recente questo movimento ha subito un’accelerata, col risultato che "i miti fondatori della nazione americana si sono trasformati in politica americana operativa". L’equipe che è arrivata al potere con George Bush associa in effetti due diverse correnti. Il primo è quello dei fondamentalisti protestanti, iperreazionari e populisti, appartenenti ad un movimento "jacksoniano" il cui capofila era Billy Graham e che oggi è rappresentato da uomini come Pat Robertson, Franklin Graham, Paul Weyrich, Ralph Reed e Franklin Graham. Sono loro che hanno permesso a George W. Bush di essere eletto. La seconda corrente è quella dei "neoconservatori", spesso ex uomini di sinistra, molto legati all’estrema destr

 
San Galgano e la spada nella roccia PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

L'Abbazia di San Galgano sorge presso Chiusdino, nell'antico stato di Siena. La leggenda vuole che nel 1180 in quel luogo si ritirò a vita eremitica il cavaliere Guidotti dopo aver infisso la propria spada nelle fenditure di un masso.

Galgano visse in quel romitorio per un anno e vi morì il 3 dicembre del 1181 all'età di 33 anni.

Venne trovato morto da Ugo dei Saladini, vescovo di Volterra, e dal vescovo di Massa Marittima che gli diedero sepoltura assistiti da tre abati cistercensi i quali, di ritorno dal Capitolo generale del loro Ordine tenutosi in Francia e diretti a Roma, si erano smarriti per via ritrovandosi sul Monte Siepi.

Il Vescovo di Volterra promosse ben presto l'edificazione di una Cappella di forma circolare, che ancora esiste. e di un cenobio per alcuni monaci cistercensi dotandolo di tutte le pertinenze tramite l'acquisto dei terreni di Monte Siepi o Cerboli.

Nel 1185 Galgano venne canonizzato per opera del pontefice Lucio III; secondo altre versioni la canonizzazione avvenne nel 1186 per opera del pontefice Urbano III.

I CISTERCENSI

un monaco francese, di nume Buono, fu l'Abate dei primi cistercensi che si stabilirono sul Monte Siepi.. Nel XIII secolo la comunità monastica era numerosa e a quel tempo presero l'abito anche molti nobili e fra questi alcuni appartenti ale famiglie dei conti Guidi, degli Ardenghi, dei Visconti, dei d'Elci, dei Bandini, degli Aldobrandeschi...

Le donazioni che pervennero in quegli anni consentirono ai cistercensi di iniziare la costruzione della grande Abbazia di San Galgano nel piano della Merse, di cui oggi si ammirano le maestose rovine.

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Fin dall'origine l'Abbazia godette di molti privilegi ed immunità ne ricordiamo alcune più significative:

  • Nel 1191 l'Imperatore Enrico VI li prese sotto la sua protezione accordando loro l'immunità.

  • Ottone IV Imperatore confermò nell'anno 1209 tutte le immunità che avevano già attenute e gli accordò di ricevere prout sua ogni persona ed isuoi beni, dando anche faccoltà ai monaci di poter nominare un loro sindaco o procuratore nelle cause forensi.

  • Nel 1223 Federico II Imperatore, confermò al monastero le concessioni fattegli da Enrico VI, ponendolo sotto la sua protezione.

  • Innocenzo III nel 1206 esonera il monastero dal pagamento delle decime accordandogli anche altri privilegi ed immunità.

  • Alcuni sostengono che Federico Imperatore avesse accordato all'Abbazia anche il privilegio di battere moneta. Tale supposizione è in parte motivata dall'esistenza di qurteruoli false (monete d'ottone e di rame utilizzati per fare i conti) appartenuti all'Abbazia e portanti da un lato la spada infitta nel trimonte (stemma dell'Abbazia) dall'altra una mano che tiene un pastorale.

 

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