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Storia&sorte
Sessantaquattro anni fa entravamo in guerra PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 10 Giugno 2004 01:00

Il 10 giugno del 1940 l’Italia si schierava nel conflitto mondiale contro le plutocrazie. Una scelta avventata ? Le memorie di Benoist-Méchin ci dimostrano che fu proprio essa ad indurre Hitler, per tener fede al patto stipulato con noi, a negare ai francesi il primato nel Mediterraneo

Sessantaquattro anni fa, il 10 giugno, l’Italia dichiarava guerra alla Francia e all’Inghilterra ed entrava nel conflitto mondiale a fianco della Germania.

Visto l’esito della guerra, molti hanno poi imputato a Mussolini quella scelta, definendola avventata, superficiale e disastrosa.

Tutti questi critici arguti che, lo sappiamo bene, avrebbero organizzato meglio di lui la Marcia su Roma, avrebbero sgominato la Chiesa e la Massoneria, instaurato il paradiso terrestre e fondato un Regime millenario, fanno sfoggio di buon senso ma non tengono conto della realtà effettiva delle cose.

Quando Mussolini – e con lui la casa savoia che in tal senso aveva spinto strenuamente (leggansi le memorie di Filippo Anfuso “Da piazza Venezia al lago di Garda”, ed. Settimo Sigillo) – decise l’entrata in guerra, ogni altra soluzione sarebbe stata suicida.

E questo a prescindere dalle valutazioni morali e ideologiche sull’ Ora Suprema e sullo Scontro di Civiltà (vero quello, non virtuale e d’importazione come questi ultimi di cui si blatera oggigiorno).

L’Inghilterra non faceva altro che provocare interdicendo la rotta ai nostri bastimenti mercantili senza esitare ad attaccarli di tanto in tanto senza preavviso e in condizioni di pace.

Spinta alla guerra dall’Inghilterra e dalla Massoneria che avevano decretato la morte dell’Italia, la nostra nazione non aveva alcuna scelta possibile.

La presunta “neutralità” tanto declamata dai saggi di poi, sarebbe stata del tutto controproducente. Non soltanto perché l’Inghilterra ci voleva assolutamente in guerra e in questa ci avrebbe trascinati prima o poi, tramite le provocazioni aperte e le subdole manovre di corridoio, ma perché era in gioco la politica mediterranea intera e, con essa, l’esistenza stessa dell’Italia come avvenire e comunità di destino.

Se Mussolini avesse esitato, infatti, nei mesi successivi nulla avrebbe impedito a Laval, Darland (da non confondersi con Darnand) e Benoist-Méchin di ottenere da Hitler carta bianca nella regione mediterranea, una carta bianca che avrebbe segnato la nostra fine e che il Cancelliere del Reich non concesse ai francesi proprio per onorare gli impegni con Mussolini (cfr Benoist-Méchin: “De la défaite au désastre”).

Certo, col senno di poi, si può dire che, in qualunque caso avrebbero finito col vincere gli americani e, con loro, la Mafia, il Crimine Organizzato e l’Antistato.

È meno vero di quanto si creda in quanto, comunque, la guerra avrebbe anche potuto non essere persa, visto e considerato quanto la fatalità contribuì ai suoi esiti.

In ogni caso un’Italia neutrale non avrebbe assolutamente evitato di passare dalla libertà alla schiavitù, dal regime popolare al totalitarismo, visto e conside

 
Julius Evola in Ungheria PDF Stampa E-mail
Scritto da da un ampio articolo di Claudio Mutti   
Giovedì 10 Giugno 2004 01:00

La presenza di Julius Evola in Ungheria. Nel 1938 tenne una conferenza a Budapest. I rapporti con Himmler e Filipp Anfuso. Oggi le sue opere vengono tradotte e discusse. Una lapide commemorativa.

(…) In ogni caso, l'Ungheria sarebbe da considerare nel novero dei "Paesi vicini" in cui Evola svolgeva l'"attività propagandistica" segnalata nel 1938 a Heinrich Himmler.

Un "appunto per il Ministro" del 10 marzo 1942, redatto dal Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare del governo italiano, informa che Evola è stato invitato a tener delle conferenze in Germania e in Ungheria. In Ungheria Evola si recherebbe su invito della contessa Zichy, presidentessa della Szellemi Együttmüködés Szövetségeinek Magyar Egyesülete [Unione Ungherese delle Società per la Collaborazione Spirituale], subito dopo le conferenze in Germania, per parlare sul tema Gralsmysterium und Reichsgedanke. "Trattasi – dice l'appunto – di una conferenza puramente storico-culturale, nella quale si cercherà di individuare il vero contenuto delle leggende medievali del ciclo del Graal e di dimostrare che esse, in certo qual modo, hanno costituito il prolungamento mistico degli ideali politici ghibellini dell'Impero e della Cavalleria". Il 25 marzo il Ministro della Cultura Popolare, Alessandro Pavolini, invia al Comando Difesa Territoriale di Roma e per conoscenza alla Questura dell'Urbe un telegramma che invita a "concedere massima urgenza nulla osta espatrio Germania et Ungheria Prof. Giulio Cesare Evola che deve recarsi detti Stati per conferenze debitamente autorizzate (…) Ministero Interno et Ministero Esteri hanno già accordato proprio nulla osta (…) Prof. Evola appartiene classe 1898 et est in forza come soldato Distretto Militare Roma II". In data 2 aprile, il Comando risponde al Ministero della Cultura Popolare comunicando la concessione del nulla osta per la Germania; aggiunge però "che non è stato possibile concedere tale nulla osta anche per l'Ungheria, non essendo consentito autorizzare l'espatrio contemporaneamente per più Stati".

Ciò nonostante, dopo aver parlato ad Amburgo, Berlino, Braunschweig e Stoccarda sul tema Rom und die Wiederentdeckung des olympischen Nordens, lo scrittore italiano si reca in Ungheria. Il 20 aprile è a Budapest, dove informa l'Ufficio Stampa della Legazione d'Italia di essere stato invitato a tenere una conferenza. In una "riservatissima" Relazione sulle conferenze tenute in Budapest dal pubblicista J. Evola del 4 maggio 1942, firmata dall'ambasciatore Filippo Anfuso e inviata per telespresso al Ministero degli Affari Esteri, si può leggere quanto segue: "Poiché dalla dichiarazioni del signor Evola non risultava chiaro se detta conferenza fosse stata o meno autorizzata, mentre questa Regia Legazione non aveva ricevuto alcuna comunicazione ministeriale al riguardo, fu telegraficamente interpellato codesto Ministero che rispose informando che la conferenza era stata autorizzata". 

A trent’anni dal trapasso, Evola, il mito capacitante PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 10 Giugno 2004 01:00

“I più si identificano con una certa posizione raggiunta, altri vogliono essere più che sembrare qualcosa e cercano se stessi oltre le loro opere. Evola appartiene a questi ultimi” (Adriano Romualdi) Il trentennale è stato celebrato, venerdì 11 giugno, a partire dalle ore 21 a Casa Pound. “Evola, il mito capacitante”. Organizzano Fahrenheit 451, Orion, Polaris, Perimetro, Settimo Sigillo, Edizioni di Ar, Edizioni Barbarossa

“I più si identificano con una certa posizione raggiunta, altri vogliono essere più che sembrare qualcosa e cercano se stessi oltre le loro opere. Evola appartiene a questi ultimi” (Adriano Romualdi)

Il trentennale verrà celebrato, venerdì 11 giugno, a partire dalle ore 21 a Casa Pound. “Evola, il mito capacitante”. Organizzano Fahrenheit 451, Orion, Polaris, Perimetro, Settimo Sigillo, Edizioni di Ar, Edizioni Barbarossa

L’opera di Evola sarà ricordata inoltre nel numero speciale di Orion di giugno e con un appuntamento sul Monte Rosa a fine mese.

“Occorre uscire dal cerchio fascinatore. Occorre saper concepire l’ a l t r o – crearsi nuovi occhi e nuove orecchie per cose divenute invisibili e mute nelle lontananze”.

 
EVOLA NEL TERZO MILLENNIO E.V. PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlo Terracciano   
Mercoledì 09 Giugno 2004 01:00

“Render ben visibili i valori della verità, della realtà e della Tradizione a chi, oggi, non vuole il ‘questo’ e confusamente cerca l’ ‘altro’ significa dare sostegni a che non in tutti la grande tentazione prevalga, là dove la materia sembra essere ormai più forte dello spirito” “In ogni caso potrebbe salvare l’occidente soltanto un ritorno allo spirito tradizionale, in una nuova coscienza unitaria europea…Questo è il vero problema”. Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno.

Tempo di anniversari, tempo di commemorazioni.

Ma allora anche momento di consultivi e di propositi per questo terzo millennio d.C. già iniziato nella guerra e nel sangue, tra invasioni, torture e stragi che preannunciano scontri epocali di popoli e continenti.

L’ 11 giugno 1974 Julius Evola, presàgo della fine imminente, si era fatto portare dal letto alla sua scrivania; quella scrivania che negli anni era divenuta la sua trincea, la linea del fronte, da quando era rimasto paralizzato a Vienna nel ’45, riemergendo dalle macerie dei bombardamenti alleati.

30 anni sono passati e gli invasori di allora sono ancora all’opera: in Afganistan, in Iraq, in Medio Oriente, in tutta l’Eurasia e sull’intero pianeta.

In questo giugno ricorre anche l’anniversario dello sbarco in Normandia, il sessantesimo, come quello dell’occupazione di Roma da parte degli angloamericani, date celebrate dai vincitori e dai governi collaborazionisti.

Allora fu tutta l’Europa a perdere, anche quei francesi e inglesi che oggi “festeggiano la liberazione”. La guerra civile europea oltre ai milioni e milioni di morti, alle distruzioni materiali, alla perdita degli impero coloniali e della centralità dell’Europa nella politica mondiale, ha determinato l’occupazione permanente del continente, che si perpetua da ben oltre mezzo secolo !

E con il crollo dell’ URSS e la vittoria statunitense nella III Guerra Mondiale, la cosiddetta “guerra fredda”, oggi è la Russia stessa ad esser minacciata ai suoi confini e nella sua stessa integrità territoriale, dopo aver perso l’impero.

I “liberatori” sono rimasti, non se ne sono più andati, hanno impiantato le loro basi militari nei paesi europei, i partiti collaborazionisti dell’occupante nei parlamenti nazionali e in quello dell’ U.E.

Anzi, nonostante la fine della divisione europea di Yalta e il dissolvimento d

 
Legionarismo ascetico PDF Stampa E-mail
Scritto da Julius Evola   
Mercoledì 09 Giugno 2004 01:00

Julius Evola a colloquio con Corneliu Codreanu, capo delle "Guardie di Ferro". L’incontro di due uomini straordinari.

Bucarest, marzo.

Rapidamente la nostra auto lascia dietro di se quella curiosa cosa che è la Bucarest del centro: un insieme di piccoli grattacieli e di edifici modernissimi, prevalentemente di tipo "funzionale", con mostre e magazzini fra la parigina e l'americana, l'unico elemento esotico essendo i frequenti cappelli di astrakan degli agenti e dei borghesi. Raggiungiamo la stazione del Nord, imbocchiamo una polverosa strada provinciale costeggiata da piccoli edifici del tipo della vecchia Vienna, che con rigorosa rettilineità raggiunge la campagna. Dopo una buona mezz'ora, l'automobile svolta improvvisamente a sinistra, prende una via campestre, si arresta di fronte ad un edificio quasi isolato fra i campi: è la cosiddetta "Casa Verde", residenza del Capo delle "Guardie di Ferro" romene.

"L'abbiamo costruita con le nostre stesse mani" ci dicono con un certo orgoglio i legionari che ci accompagnano. Intellettuali e artigiani si sono associati per costruire la residenza del loro capo, quasi nel significato di un simbolo e di un rito. Lo stile della costruzione è romeno: ai due lati, essa si prolunga con una specie di portico, tanto da dar quasi l'impressione di un chiostro. Entriamo, raggiungiamo il primo piano. Ci viene incontro un giovane alto e slanciato, in vestito sportivo, con un volto aperto, il quale dà immediatamente una impressione di nobiltà, di forza e di lealtà. E' appunto Cornelio Codreanu, capo della Guardia di Ferro. Il tipo è caratteristicamente ariano-romano: sembra una riapparizione dell'antico mondo ario-italico. Mentre i suoi occhi grigio-azzurri esprimono la durezza e la fredda volontà propria ai Capi, nell'insieme dell'espressione vi è simultaneamente una singolare nota di idealità, di interiorità, di forza, di umana comprensione. Anche il suo modo di conversare è caratteristico: prima di rispondere, egli sembra assorbirsi, allontanarsi, poi, ad un tratto, comincia a parlare, esprimendosi con precisione quasi geometrica, in frasi bene articolate ed organiche.

"Dopo tutta una falange di giornalisti, di ogni nazione e colore, che altro non sapevano rivolgermi se non domande della politica più legata al momento, è la prima volta, e con soddisfazione" dice Codreanu "che viene da me qualcuno che si interessa, prima di tutto, all'anima, al nucleo spirituale del mio movimento. Per quei giornalisti avevo trovato una formula per soddisfarli e per dire poco più che nulla, cioè: nazionalismo costruttivo.

"L'uomo si compone di un organismo, cioè di una forma organizzata, poi di forze vitali, poi di un'anima. Lo stesso può dirsi per un popolo. E la costruzione nazionale di uno Stato, benché riprenda naturalmente tutti e tre gli elementi, pure, per ragioni di varia qualificazione e varia eredità, può soprattutto prendere le mosse da uno particolare di essi.

"Secondo me, nel movimento fascista predomina l'elemento Stato, che equivale a quello della forma organizzata. Qui parla la potenza formatrice dell'antica Roma, maestra del diritto e dell'organizzazione politica, della quale d'Italiano è il più puro erede. Nel nazionalsocialismo viene invece in risalto quanto si connette alle forze vitali; la razza, l'istinto di razza, l'elemento etnico-nazionale. Nel movimento legionario romeno l'accento cade soprattutto su quel che, in un organismo, corrisponde all'elemento anima: sull'aspetto spirituale e religioso.

"Da ciò sorge la caratteristica dei vari movimenti nazionali, per quanto essi, alla fine, comprendano tutti e tre questi elementi, e non ne trascurino nessuno. Il carattere specifico del nostro movimento ci viene da una remota eredità. Già Erodoto chiamava i nostri progenitori: "I Daci immortali". I nostri antenati getotraci avevano per fede, già prima del cristianesimo, l'immortalità e l'indistruttibilità dell'anima, ciò che prova i

 
JULIUS EVOLA IN ROMANIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 09 Giugno 2004 01:00

Presenza di Julius Evola in Romania, dove lo scrittore italiano si recò personalmente nel 1938. L’opera dello scrittore italiano continua a suscitare l’interesse di un vasto pubblico di lettori.

In Julius Evola sul fronte dell'Est1 avevamo riferito del fatto che Nationalism si asceza [Nazionalismo e ascesi] (una raccolta degli articoli scritti da Evola sul colloquio con Codreanu) non era uscito dalla tipografia, perché all'ultimo momento l'editore ne aveva bloccata la stampa, essendosi accorto che si trattava di un testo… "troppo antisemita". Possiamo ora aggiungere che il libro ha potuto vedere la luce presso un altro editore (Fronde, Alba Iulia 1998). Lo scrittore Razvan Codrescu lo ha recensito sul periodico Puncte Cardinale2, mentre uno degli articoli compresi nel volume, Intâlnirea mea cu Codreanu [Il mio incontro con Codreanu] è stato riproposto dal mensile legionario Permanente3 ed un altro, Furtuna peste România: o voce de dincolo de mormânt [Nella tormenta romena: voce d'oltretomba], è stato ripreso su Puncte Cardinale4. Al rapporto di Evola con la Romania, tema che abbiamo affrontato nel saggio introduttivo a Nationalism si asceza, si riferisce anche un altro nostro articolo (Julius Evola si România), apparso quasi contemporaneamente su un periodico dell'emigrazione romena che si pubblica negli Stati Uniti, Origini5.

Recensendo su Origini6 il nostro saggio sulle Penne dell'Arcangelo7, Gabriel Stanescu citerà la testimonianza di Julius Evola come "la più eloquente" circa l'affiliazione di Mircea Eliade alla Legione Arcangelo Michele (G. Stanescu, O autentica revolutie crestina [Una autentica rivoluzione cristiana]). D'altronde, sempre in relazione alla vexata quaestio del rapporto di Eliade con il Movimento legionario, Julius Evola era stato menzionato più volte in un nostro saggio, circolato anch'esso in edizione romena: Mircea Eliade si Garda de Fier [Mircea Eliade e la Guardia di Ferro], Puncte Cardinale, Sibiu 1995.

 

I fucilati di Firenze PDF Stampa E-mail
Scritto da Curzio Malaparte   
Sabato 05 Giugno 2004 01:00

La morte gioiosa e spavalda dei ragazzini fascisti di Firenze fucilati dai partigiani. Una storia da leggere e rileggere. Un episodio esemplare.

I ragazzi seduti sui gradini di S. Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all'obelisco, l'ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza,la squadra di giovani partigiani della divisione comunista " Potente ", armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l'uno sull'altro, parevano dipinti da Masaccio nell'intonaco dell'aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo. I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di
quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C'era anche una ragazza fra loro: giovanissima, nera d'occhi, e
dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s'incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d'estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli del Masaccio negli affreschi del Carmine. Quando avemmo udito gli spari, eravamo a metà via della Scala, presso gli Orti Oricellari. Sboccati sulla piazza, eravamo andati a fermarci ai piedi della gradinata di Santa Maria Novella, alle spalle dell'ufficiale partigiano seduto davanti al tavolino di ferro. Al cigolio dei freni delle due jeep, l'ufficiale non si mosse, non si voltò. Ma dopo un istante tese il dito verso uno di quei ragazzi, e disse:
- Tocca a te. Come ti chiami?
- Oggi tocca a me - disse il ragazzo alzandosi - ma un giorno o l’altro toccherà a lei.
- Come ti chiami ?
- Mi chiamo come mi pare...
- O che gli rispondi a fare a quel muso di bischero, gli disse un suo compagno seduto accanto a lui. <

 
LE BANALITA' DI HANNAH ARENDT PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Venerdì 04 Giugno 2004 01:00

Tra le formule elaborate dalla teologia occidentalista, quella dell'"Asse del Male" è solo la più recente, visto che già un guitto prestato alla politica coniò a suo tempo il sintagma "Impero del Male" per demonizzare l'Unione Sovietica.

In origine, però, vi fu il "Male elementale", concetto partorito da un esponente della demonologia rabbinica, Emmanuel Levinas, per "spiegare" il nazionalsocialismo.

Nella interpretazione teologica elaborata dai chierici giudei e cristiani circa il cosiddetto "Olocausto", Hannah Arendt ha introdotto, com'è noto, un elemento di cui nessuno naturalmente osa negare la genialità: il tema della "banalità del male". Secondo la filosofessa ebrea, infatti, il Male epifanizzatosi in Otto Adolf Eichmann fu "banale", in quanto i suoi esecutori erano semplici tecnici e grigi burocrati.

È alquanto significativo che i risultati della riflessione di Hannah Arendt abbiano trovato la loro prima tribuna in un giornale statunitense. Fu "The New Yorker" ("New", non "Jew"), nel 1961, a inviare la Arendt come corrispondente a Gerusalemme, affinché potesse seguire da vicino le udienze della messinscena processuale allestita contro Eichmann.

Se qualcuno volesse rispondere in modo esauriente alle argomentazioni della Banalità del male di Hannah Arendt, che nell'edizione italiana (Feltrinelli 2001) si estendono per trecento pagine, un libro della stessa mole non basterebbe. Ci limiteremo perciò ad indicare schematicamente, replicando nella maniera più sintetica possibile, solo alcuni punti della Banalità del male: quelli in cui il testo della Arendt si rivela per quello che è, ossia un resoconto giornalistico adeguato al livello intellettuale del pubblico americano.

Fin dalle prime pagine, infatti, vengono acriticamente riportate affermazioni di Ben Gurion del seguente tenore: "milioni di persone, solo perché erano ebree, e milioni di bambini, solo perché erano ebrei, sono stati assassinati dai nazisti (…) la camera a gas e la fabbrica di sapone sono le cose a cui può condurre l'antisemitismo" (pp. 18-19). Indubbiamente il richiamo ai "milioni di bambini" trasformati in saponette non avrà mancato di produrre un certo effetto sul lettore statunitense. Chissà perché non sono stati evocati i paralumi fabbricati con la pelle degli ebrei… Forse per una dimenticanza (banale, per l'appunto) dell'illustre filosofessa-giornalista.

La quale, per quanto concerne

 
CINA: 15 ANNI FA IL MASSACRO DI PIAZZA TIANANMEN PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Venerdì 04 Giugno 2004 01:00

Quindici anni dopo, il massacro di piazza Tiananmen del 4 giugno 1989 rimane una ferita aperta per la societa' cinese.

Decine di dissidenti - anche alcuni che negli anni scorsi erano stati ignorati dai servizi di sicurezza - sono ''spariti'' da Pechino, tenuti momentaneamente in arresto in alberghi della capitale o addirittura in altre citta', secondo loro familiari. Tra coloro che nei giorni scorsi hanno ricevuto le sgradite visite di funzionari di polizia c' e' l'ultraottantenne madre di Wang Dan, uno dei leader del movimento democratico rifugiato all'estero. Pochi giorni fa lo stesso Wang Dan e' stato fatto oggetto di pesanti attacchi da parte della stampa ufficiale cinese, che lo ha accusato di essere un ''agente'' del governo di Taiwan.

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989 l' esercito cinese fu chiamato a liberare la piazza centrale della capitale dagli studenti che l'avevano occupata per due mesi, chiedendo riforme e democrazia. Gruppi di cittadini cercarono di fermare i soldati, che si aprirono la strada a colpi di fucile: il numero delle vittime non si e' mai saputo ma si ritiene che siano state centinaia, forse migliaia. Non si conosce nenanche il numero delle persone ancora in prigione che, secondo alcuni dissidenti, potrebbero essere tra le 300 e le 500. Oltre al fatto che si tratta del 15/o anniversario, due fatti hanno contribuito a rendere particolarmente ''calda'' la vigilia della ricorrenza. In primo luogo la lettera aperta indirizzata in marzo all'Assemblea del Popolo, il Parlamento, dal dottor Jiang Yanyong. Settantadue anni, una lunga milizia nel Partito comunista, chirurgo militare, Jiang e' uscito allo scoperto l' anno scorso, denunciando per primo le drammatiche dimensioni dell'epidemia di Sars, o polmonite atipica, in corso nel paese. Nella lettera inviata al Parlamento il dottore chiede di rivedere il giudizio di condanna inappellabile contro il movimento studentesco del 1989, affermando tra l' altro: ''L' errore fatto dal nostro partito dovrebbe essere risolto dal partito stesso. Quanto prima e quanto più accuratamente, tanto meglio''. Jiang - secondo quanto denunciato oggi dalla figlia Jiang Rui - e' una delle persone ''scomparse'', in questi ultimi due giorni, da Pechino.

La seconda circostanza che rende particolarmente drammatico l'anniversario e' il precipitare della situazione ad Hong Kong, dove i gruppi democratici denunciano pesanti tentativi di limitare la liberta' di espressione. Nel caso piu' clamoroso, tre popolari conduttori di programmi radiofonici si sono dimessi dopo aver denunciato di aver subito serie minacce. Non per niente l'iniziativa piu' attesa e' la consueta veglia in ricordo delle vittime del massacro che si terra' nella ''regione amministrativa speciale'' nella notte tra domani e sabato. Numerosi dissidenti, oltre al dottor Jiang, sono ''scomparsi'' nel corso della settimana: uno di loro, secondo la famiglia, e' stato prelevato dalla sua abitazione e portato ''in vacanza'' nella citta' costiera di Dalian. Invece Dean Peng - uno dei promotori del movimento per la liberta' di espressione su Internet -, Qi Zhiyong, un operaio rimasto ferito in piazza Tiananmen, e Liu Xiaobo, il piu' noto tra i dissidenti cinesi, sono agli arresti domiciliari.

Come tutti gli anni, i provvedimenti restrittivi hanno colpito anche l'anziana Ding Zilin, promotrice del movimento delle madri di piazza Tiananmen, ed alcune delle sue collaboratrici. In un'intervista telefonica ad un giornale di Hong Kong, Ding si e' peraltro dichiarata ''ottimista'': ''Vogliamo un dialogo pacifico e razionale con il governo - ha detto la donna, il cui figlio di 18 anni e' stato ucciso nel 1989 a piazza Tiananmen - e non penso che stiamo chiedendo troppo''.
 
“Esoterismo nazista” e deliri storici PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Leonello Rimbotti   
Venerdì 04 Giugno 2004 01:00

Maghi e Templari, il Graal ed Atlantide, paccottiglia massonica e commistioni new age: tutto questo ci propina il filone pseudo-storico del nazi-occultismo. Quando si parla dei capi del Nazionalsocialismo, l’obiettività e la competenza storica diventano un optional. Con risultati tutti da ridere.

Il filone letterario che lega il Nazionalsocialismo all'esoterismo è tra i più fortunati degli ultimi tempi. Dai romanzi fantasy agli articoli e ai saggi parastorici e parascientifici che intasano edicole, librerie e special televisivi, l'argomento è di quelli che tirano. Fanno a chi la spara più grossa. Nel caos di Templari, Atlantidi, Agartha tibetane, archeosofie, Graal e massonerie ammassate a casaccio, i poveri nazisti rimangono travolti da un insolito destino. Il sensazionalismo legato alle occulte, torbide, misteriose vicende del Terzo Reich, evidentemente, smuove a fondo l'immaginario di innumerevoli "esperti" d'occasione e di una folla di lettori in cerca di vibrazioni da rotocalco. Così facendo, peraltro, si alza un nefando polverone su un argomento che ha i suoi fondamenti storici, ma che viene letteralmente sepolto da una massa di ciarpame divulgativo, in cui le sciocchezze più comprovate coabitano con spezzoni di verità, e l'invenzione di sana pianta diventa difficile distinguerla dal dato reale e documentato.

Taluni apripista del settore - primo fra tutti il famigerato Il mattino dei maghi di Pauwels e Bergier, risalente agli anni sessanta del secolo scorso - hanno finito col creare un sotto-genere letterario, ponendosi come una vera "opera prima" che è stata fondatrice della sub-cultura nazi-esoterica ad alta diffusione. Alla quale si sono accodati nel tempo anche autori - come il politologo Giorgio Galli - che hanno messo a dura prova la loro buona fama scientifica, con libri come Hitler e il nazismo magico che, oltre alla grande tiratura, onestamente, e dispiace, non ci pare possa vantare molti altri meriti. Su questa scia si sono poi gettati nugoli di "specialisti" del settore, tra i quali brilla per approssimazione, scarsa conoscenza della lingua italiana e superficialità quel Mario Dolcetta che, con il suo fortunato Nazionalsocialismo esoterico, ha composto il più memorabile pastiche sull'argomento.

Nazionalsocialismo ed esoterismo: il terreno è scivoloso, siamo sul confine tra verità storica e fantasia, tra realtà e ciarlataneria … il terreno privilegiato delle mistificazioni giornalistiche, la palude dove la ciurma degli impostori è in agguato. Tuttavia, chiunque sia stato al Wewelsburg - preferibilmente per suo conto, senza la "preparazione" di suggestioni approssimative -, cioè nel fin troppo famoso castello westfalico in cui le SS avevano stabilito uno dei loro maggiori centri di formazione ideologica, anche se digiuno di solide letture è in grado di comprendere per personale verifica che, effettivamente, esistevano ambienti interni a quel partito e a quel regime, in cui l'idea di un contatto tra forze destinali, energie cosmiche superiori e simbolismi iniziatici aveva un reale fondamento. Esisteva veramente una concezione "magica" dell'essere, strettamente connessa con la mistica razziale, che in taluni ambienti, soprattutto legati a Heinrich Himmler e alle SS, aveva la sostanza di una fede religiosa a tutti gli effetti. La stessa mentalità hitleriana, inoltre, così votata al misticismo carismatico e ad una interpretazione della storia legata a eventi e personalità fatali, così intrisa di richiami alle forze provvidenziali, presenta lati in forza dei quali non è sbagliato verificare approcci di tipo "esoterico" nel pur pragmatico Führer. Come scrisse Jean-Michel Angebert, parlando della convinzione di Otto Rahn che il catarismo fosse una rimanenza pagana sotto spoglie cristiane, una concezione di neo-manichesimo pareva ben attagliarsi all'impianto gerarchico dell'ideologia nazionalsocialista: "In effetti, nella cosmologia hitleriana si ritrova la classificazione in tre ordini tipica degli gnostici: i puri, gli iniziati e la massa", secondo i tre ranghi della "casta dei signori", dei membri del partito e del popolo.

 

Mussolini il rivoluzionario PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Romualdi   
Giovedì 03 Giugno 2004 01:00

La recensione di Adriano Romualdi al primo volume della monumentale biografia defeliciana di Mussolini testimonia la sua attenzione per l’avanguardia storiografica, anche se di matrice antifascista. Un invito a scoprire il messaggio rivoluzionario di Mussolini al di là delle sue caricature patriottarde e delle infamità antifasciste.

Mussolini il rivoluzionario è il primo solido pilastro di un’opera in quattro volumi che ha in cantiere il giovane storico Renzo De Felice. Essa abbraccia la vita di Mussolini dalla nascita al 1920 e descrive la formazione e le battaglie del futuro Capo del Fascismo dagli anni della giovinezza socialista a quelli del primo squadrismo. Un fascio di luce gettato su di un periodo decisivo della vita di Mussolini e un contributo prezioso ad intendere la sostanza profonda di questa genuina natura di ribelle e di lottatore.

Purtroppo, a distanza di vent’anni dalla morte, un discorso serio su Mussolini aspetta ancora di essere fatto. Da una parte ci sono la ingiuria, la diffamazione, la calunnia contro un avversario la cui ombra non dà pace e tregua. Dall’altra la patetica e casalinga rievocazione dei fedeli che rischia di deformare in una oleografia borghese la personalità del più spregiudicato rivoluzionario della storia d’Italia. Questo libro del De Felice può essere la prima pietra per la ricostruzione della viva immagine di Mussolini. Un libro serio, documentato, ponderato, scritto, per quanto possibile, senza pregiudizio. È, diciamolo subito, una sorpresa, perché l’editore del volume è il famigerato Einaudi e il prefatore il viscido, sfuggente, Delio Cantimori. Evidentemente qualcosa si sta muovendo nel complesso fazioso e retrivo della storiografia antifascista e, dopo l’orgia di banalità e di calunnie, qualcuno tra i più seri e tra i più colti sente il bisogno di incominciare ad usare un linguaggio più onesto e più pulito.

Non sappiamo se nei prossimi volumi dell’opera (“Il fascista” “Il duce” “L’alleato”) De Felice riuscirà a conservare la misura e l’equilibrio di cui fa sfoggio in questo primo libro, ma l’inizio è senza dubbio soddisfacente.

Mussolini il rivoluzionario è un’opera che pone le basi della ricostruzione della personalità di Mussolini. Perché Mussolini è stato soprattutto, innanzitutto, una figura di rivoluzionario. Un rivoluzionario: cioè un uomo dotato della istintiva capacità di agire in modo profondo ed incisivo sulle situazioni e sugli stati d’animo, non subendoli ma trasformandoli con un azione violenta, sconvolgitrice, imprevedibile. Un rivoluzionario: ossia una personalità capace di estrarre l’essenziale da un’idea, da una realtà, da un sentimento, e di rendere visibile a tutti, in un momento, ciò che è vecchio e ciò che è nuovo, ciò che è vivo e ciò che è morto, quel che va abbandonato e quel che va conquistato.

 

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