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Scritto da repubblica.it   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Ecco le torture di Abu Ghraib

ROMA - Ecco alcuni stralci del testo e un riassunto di altre parti, del rapporto sulle torture e gli abusi commessi da militari Usa nei confronti di prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib scritto dal generale Antonio Taguba e completato, secondo il Pentagono, lo scorso 3 marzo.

"Fra l'ottobre e il dicembre 2003 nella struttura di detenzione di Abu Ghraib (Bccf) furono inflitti a diversi detenuti numerosi abusi sadici, clamorosi e sfacciatamente criminali. Gli abusi sistematici e illegali sui detenuti sono stati perpetrati da diversi membri della forza di polizia militare (la 372/a Compagnia di Polizia Militari, 320/o Battaglione, 800/a Brigata) nella sezione A-1 del carcere di Abu Ghraib (Bccf).

Segue un riassunto delle fattispecie elencate nel rapporto: "Inoltre - continua il testo del rapporto - diversi detenuti hanno descritto i seguenti abusi, che, date le circostanze, giudico credibili in base alla chiarezza delle affermazioni e le prove addotte a sostegno dai testimoni:"

- Rottura di lampade chimiche, il cui contenuto fosforico veniva versato sui prigionieri
- Minacce con pistole calibro 9 mm.
- Getti d'acqua fredda su detenuti nudi
- Percosse con manici di scopa o con una sedia
- Minacce di stupro ai danni di prigionieri maschi
- Sutura da parte di membri della polizia militare di ferite provocate facendo urtare con violenza il detenuto contro le pareti della cella
- Prigionieri sodomizzati con lampade chimiche o con manici di scopa
- Impiego di cani militari senza museruola per spaventare i detenuti, in un caso risultato in un morso - Pugni, schiaffi e calci ai prigionieri; pestoni sui piedi nudi
- Foto o riprese video di detenuti, uomini e donne, spogliati nudi, a volte in pose forzate umilianti e sessualmente esplicite
- Denudamento dei prigionieri, a volte lasciati spogliati anche per diversi giorni
- Obbligo per i detenuti maschi di indossare capi intimi femminili
- Obbligo per gruppi di detenuti maschi di masturbarsi mentre vengono ripresi
- Prigionieri obbligati a stendersi uno sull'altro in un mucchio sul quale i militari saltavano
- Prigionieri obbligati a stare in piedi su una cassetta, incappucciati con un sacchetto, con fili collegati a dita delle mani dei piedi e al pene, simulando la tortura dell'elettroskock
- Fotografie di militari mentre hanno rapporti sessuali con detenute
- Fotografie di prigionieri con catene e collari da cani attorno al collo
- Fotografie di prigionieri morti
- Le parole "sono uno stupratore" sulla gamba di un detenuto, fotografato nudo, accusato di aver violentato una 15/enne.

Il rapporto parla poi dei cosiddetti "detenuti fantasma", consegnati a varie strutture di detenzione amministrate dall' 800/a Brigata di polizia militare da altre agenzie governative Usa, "senza documentarlo".

Nel testo del rapporto infine si legge: "Queste conclusioni sono suffragate da confessioni scritte rilasciate da diversi indagati, da confessioni scritte rilasciate da detenuti e da dichiarazioni di testimoni".

 
"+Morti 25 detenuti per torture"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Dopo le foto choc dal carcere di Abu Gharib, il Congresso convoca Rumsfeld.

NEW YORK - Trentacinque casi di tortura hanno portato alla morte di 25 detenuti tra Iraq e Afghanistan. E' lo scioccante bilancio fornito dai comandi americani ai giornalisti del Pentagono.
Il dato sui casi di tortura e sui morti è il frutto delle inchieste condotte a partire da dicembre nei due paesi.

Il generale Donald Ryder, responsabile dell'applicazione delle pene nel sistema penitenziario militare, ha precisato che i morti comprendono due presunti omicidi di prigionieri da parte di soldati, l'uccisione di un detenuto che tentava di scappare e dieci altri casi che sono al centro di un'inchiesta.

Ryder ha precisato che l'origine di 12 altri casi di morte tra i prigionieri resta al momento indeterminata.

Casi di torture in Afghanistan erano stati denunciati oggi dal senatore repubblicano John Warner, presidente della commissione Forze Armate del Senato, che oggi, dopo un'audizione con i generali a Capitol Hill, ha rivelato che "ci sono stati episodi del genere anche in Afghanistan. Non ci hanno detto tutto - ha continuato - ma ci hanno fatto capire che erano isolati e limitati nel numero".

Lo scandalo torture sta sconvolgendo il Congresso. I senatori hanno convocato Rumsfeld a rapporto "appena possibile". Uscendo dal briefing con il generale William Casey, vice capo di stato maggiore dell'Esercito, il senatore democratico Ted Kennedy ha detto di temere che gli abusi finora noti siano "l'inizio piuttosto che la fine" delle accuse di tortura. E a lui ha fatto eco il senatore repubblicano John McCain, lui stesso prigioniero di guerra per oltre cinque anni in Vietnam: "Siamo stati tenuti all'oscuro fino a oggi".
Un errore di valutazione che adesso il Dipartimento di Stato sta pagando assai caro. La diplomazia Usa sta cercando di contenere il danno mondiale che le foto degli abusi hanno provocato nel mondo arabo. Per gli Stati Uniti l'imbarazzo è colossale tanto da indurre Powell a rinviare la pubblicazione del rapporto sullo stato dei diritti umani nel mondo previsto inizialmente per domani.

In Iraq intanto i comandi americani hanno vietato l'uso di cappucci per i prigionieri: ad Abu Ghraib non vengono usati già da oltre un mese mentre quattro giorni fa la pratica è stata estesa al resto del paese. E' una delle misure prese nell'ambito di una revisione delle pratiche di detenzione ordinata dal generale Geoffrey Miller, l'ex comandante della base-prigione di Guantanamo, spedito adesso a Bagdad per fronteggiare la crisi.

 
Il Generale inglese Michael Jackson e le mani sporche di sangue PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

Il Generale inglese che è intevenuto per deplorare le torture degli irakeni è la stessa persona che il 30 gennaio 1972 ordinò la strage dei cattolici irlandesi, 14 morti e 16 feriti, la "Bloody Sunday"

"Se le accuse dovessero rivelarsi vere una simile abominevole condotta sarebbe non solo illegale, ma anche contraria alle regole dell'esercito britannico. Se riconosciuti colpevoli, gli autori saranno dichiarati indegni di indossare l'uniforme della regina. Avrebbero infangato il buon nome dell'esercito e il suo onore". Queste frasi le ha pronunciate Michael Jackson, comandante dell'esercito inglese a proposito delle torture che i soldati inglesi avrebbero inflitto ai prigionieri iracheni, se non ricordo male lo stesso generale qualche giorno prima aveva detto qualcosa tipo: "i soldati inglesi sono in Iraq per portare la pace e la democrazia nelle menti e nei cuori degli Iracheni".

Tutto normale, di dichiarazioni di questo tipo se ne sentono tante in questi giorni, se non fosse che a parlare di queste cose non è militare qualunque ma il Generale Sir Michael Jackson, solo un omonimo del noto cantante americano, ma soprattutto la persona (sigh!) che il 30 gennaio 1972 ordinò la strage dei cattolici irlandesi, 14 morti e 16 feriti in quelle che venne definita la "domenica di sangue"
 
Il silenzio non lavora per la libertà dei tre italiani.... PDF Stampa E-mail
Scritto da Rinascita   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

Passano i giorni e i tre ostaggi italiani restano nelle mani della resistenza irachena.

Ieri Silvio Berlusconi ha chiesto il “silenzio stampa” ai telegiornali: il governo è impacciato, le opposizioni fanno solo confusione: nessuno sa cosa veramente fare e le iniziative variamente lanciate sono già state un fallimento oppure non hanno solide basi di riuscita. Inizialmente il governo italiano, palesando una clamorosa ignoranza della realtà dell’Iraq, ha ipotizzato una trattativa “mercantilistica”, evidentemente credendo di avere a che fare con dei rubagalline anziché con una formazione in guerra per la libertà della propria patria e ben conscia della situazione politica in Italia.
Qualche cassa di materiale “umanitario” non poteva certo bastare per riportare in Italia tre persone con differenti responsabilità individuali, ma comunque tutte fortemente compromesse con gli invasori. Era evidente che sarebbe servita una contropartita "politica".
La manifestazione pacifista promossa dai familiari degli ostaggi è stata poi un capolavoro di ipocrisia.
Doveva essere una chiara condanna della politica filo atlantica del governo, è invece diventata un fritto misto umanitario al quale hanno partecipato sia un’opposizione timida sia addirittura membri stessi del governo Berlusconi. Non possiamo certo chiedere a Berlusconi e Fini di manifestare contro se stessi, ma le dichiarazioni dei vari Prodi, Rutelli e Fassino sono state intrise del medesimo atlantismo dell’attuale maggioranza.
Anche la ventilata ipotesi di un viaggio in Iraq di membri dell’area pacifista (tra g1i indicati, addirittura chi si rifiutò di ricevere a Roma Tariq Aziz) è ugualmente insensata e inutile. La resistenza irachena non vuole, giustamente, trattare con i collaborazionisti dell’aggressore, ma ugualmente difficilmente tratterà con chi ha fatto il pacifista con i se e con i ma. Oppure con chi ha cercato stoltamente di distinguere la “resistenza buona” (quella inesistente) dalla “resistenza cattiva”, ovvero quella ba’athista che guida da sempre la guerra di liberazione nazionale.
Per sperare di ottenere qualcosa bisogna chiedere di andare in Iraq a chi da sempre è stato dalla parte degli iracheni e del legittimo governo del partito Ba’ath.
Solo costoro potrebbero spiegare; da fratello a fratello, l’enorme ritorno di immagine che una scelta generosa e coraggiosa della resistenza irachena potrebbe avere verso l’opinione pubblica italiana.
Gente che non è, come certi pacifinti, in campagna e1ettora1e; gente che non è compromessa con il Palazzo, che non dispone di treni speciali per le sue manifestazioni: gente che è già scesa in piazza, nel silenzio generale dei media, per manifestare solidarietà incondizionata alla guerra di liberazione nazionale irachena.
Noi socialisti nazionali siamo questa gente e noi siamo disponibili a partire anche domani per l’Iraq, senza scorte militari, difesi solo dalla comune visione che ci unisce ai patrioti iracheni. E sufficiente un volo per Baghdad, nessun condizionamento da parte del governo italiano e sette giorni di tempo.
Non garantiamo certo un successo, ma se qualcuno può fare qualcosa, quel qualcuno siamo noi.

 
A proposito del libro di Henri de Grossouvre, Paris-Berlin-Moscou PDF Stampa E-mail
Scritto da Jean Parvulesco   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

Recensione di "Parigi Berlino Mosca", libro di Henri de Grossouvre uscito da poco in italia, riferita all'edizione francese.

Gli Stati Uniti non hanno nulla a che fare con l’Europa!

Combattere la NATO vuol dire combattere per l’Europa!

Figlio di François de Grossouvre – il quale, durante la presidenza di François Mitterrand era stato, di fatto, sotto la copertura di Grand Veneur della Repubblica, il responsabile presidenziale per la condotta operativa dell’insieme dei servizi di informazione politici e militari francesi, e (come si ricorderà) trovò una morte tragica e misteriosa all’interno stesso del palazzo della Presidenza della Repubblica – il giovane Henri de Grossouvre ha appena pubblicato a Parigi, per le Edizioni L'Age d'Homme, con un’importante prefazione del generale Pierre-Marie Gallois, un saggio di analisi e prospettiva geopolitica della più scottante attualità, dal titolo: Paris-Berlin-Moscou (traduzione italiana: Parigi Berlino Mosca, Fazi Editore - ndr).

Il centro del mondo è in cammino verso l’est”, scrive il generale Pierre-Marie Gallois nella sua prefazione. Henri de Grossouvre, che vive e lavora a Vienna, è uno specialista dei problemi economico-politici della Germania, dell’Austria e dell’insieme dello spazio geopolitico dell’Europa dell’Est, della vecchia Mitteleuropa. Henri de Grossouvre è inoltre un attivo sostenitore ed un teorico di primo piano dell’integrazione della “nuova Russia” di Vladimir Putin in seno alla più Grande Europa continentale, attualmente aperta ai progetti eurasiatici portati avanti dai gruppi geopolitici prossimi all’entourage immediato del presidente russo.

In questo senso, il libro di Henri de Grossouvre, Paris-Berlin-Moscou, costituisce un documento politico estremamente rivelatore, che svela le posizioni d’avanguardia di una certa tendenza attuale del pensiero geopolitico francese in azione; e questo a maggior ragione, in quanto Henri de Grossouvre sarà presto chiamato ad assumere responsabilità politiche a livello europeo, nel quadro di una “Comunità geopolitica Francia-Germania-Eurasia” attualmente in via di costituzione. La tesi fondamentale del libro di Henri de Grossouvre è la promozione della ormai più che necessaria integrazione federale dell’insieme continentale grande-europeo attorno all’asse Parigi-Berlino-Mosca, dietro il quale si profila, implicitamente e in un più lontano avvenire, l’asse transcontinentale della “Fortezza Eurasiatica” Parigi – Berlino – Mosca – Nuova Delhi – Tokyo. Il che esige, in primo luogo, l’integrazione “piena”, al tempo stesso totale ed immediata, della “Nuova Russia” di Vladimir Putin in seno alla comunità di essere e destino della più Grande Europa.

 
Il padre di Raffaele Ciriello contro l'indagine israeliana PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansaweb   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Giuseppe Ciriello, padre di Raffaele, il fotoreporter ucciso a Ramallah nel 2002 dall'esercito israeliano, contesta i risultati delle indagini. Le forze armate di Tel Aviv, infatti, hanno escluso da responsabilita' i militari.

'E' una vergogna, un omicidio,
un carro armato contro una macchina fotografica - dice -
Nessuno ha letto l'ottima istruttoria condotta dalla Procura
della Repubblica di Milano, mentre i militari israeliani che
si sono auto-giudicati e auto-assolti'. Giuseppe Ciriello, 75
anni, dirigente statale in pensione, originario di Ginestra
(Pz) e milanese d'adozione, ribadisce la richiesta di
istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta e attende 'una risposta ufficiale dal Governo per sapere chi ha assassinato mio figlio'. Il padre del fotoreporter ha anche scritto all'ambasciatore d'Israele: 'Non si puo' dar credito
- si legge fra l'altro nella lettera - ad un'indagine
condotta dalle forze armate su fatti commessi dalle stesse
forze armate. La Procura di Milano e' giunta a conclusioni
molto diverse'. Israele ha respinto la rogatoria sui nomi dei
militari del carro armato incriminato. (ANSAweb).
 
Iraq, militari ''privati'' per interrogare detenuti nel carcere. PDF Stampa E-mail
Scritto da Adnkronos   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Il primo ministro britannico Tony Blair si è detto ''inorridito'' per le foto di prigionieri iracheni sottoposti a gravi abusi nel carcere di Abu Ghreib, mostrate dalla televisione americana Cbs.

Washington, 30 apr. (Adnkronos) - ''Il portavoce dell'esercito americano ha detto di essere inorridito e che i responsabili hanno danneggiato anche gli altri soldati, e il governo britannico si associa a queste opinioni'', ha detto un portavoce di Downing Street, citando il collega statunitense Mark Kimmitt. Blair ha esattamente la stessa opinione dell'esercito americano, ha proseguito il portavoce, aggiungendo che ''questi atti sono in contraddizione con tutte le regole interne alla Coalizione''. In precedenza l'inviata britannica per i diritti dell'uomo in Iraq, Ann Clwyd, si è detta oggi ''scioccata'' per l'intera vicenda, ma ha sottolineato che si tratta ''di un piccolo numero'' di casi. Intanto, l'avvocato Gary Myers, legale di uno dei sei soldati americani finiti davanti alla Corte marziale, accusa le forze Usa di aver delegato

a ''militari privati'', assunti da due compagnie americane, il lavoro sporco di interrogare i detenuti con metodi illegali. I soldati americani saranno processati per crudelta', stupro, negligenza nei confronti di una ventina di iracheni detenuti nel carcere degli orrori. Il sergente riservista Ivan Frederick, 37 anni, nella vita civile un secondino in una prigione della Virginia, è fra gli imputati. E sta dando battaglia ai suoi comandi parlando con i giornalisti americani a cui ha denunciato come le sevizie fossero una strategia precisa per costringere i detenuti a parlare negli interrogatori. ''E' uno degli elementi più disgustosi di tutta questa storia'' -ha spiegato il suo avvocato, Gary Myers, in una intervista al Washinton Post. Myers in particolare cita i dipendenti di due compagnie, la CACI International, di Arlington, Virginia, e la Titan Corp. di San Diego, California, che fornivano persone specializzate in interrogatori e interpreti al carcere. Entrambe sono citate nell'inchiesta interna condotta dall'esercito Usa. Nessun commento dalla prima compagnia. Mentre un alto dirigente della seconda assicura che la sua società forniva solamente interpreti ai militari americani, ''interpreti che non amano lavorare in un modo o nell'altro nelle prigioni''. Ieri cinque senatori democratici americani hanno chiesto al General Accounting Office del Congresso l'apertura di un'inchiesta sull'uso e le mansioni affidate alle compagnie militari private, denunciando come il settore sia ancora privo di regolamentazione a livello federale.

 
In onda sulla tv Usa le torture agli iracheni PDF Stampa E-mail
Scritto da la Stampa   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

Un prigioniero iracheno sta in piedi sopra una cassetta, con un cappuccio nero sulla testa. Legati alle dita di entrambe le mani ha dei fili, e tiene le braccia aperte.

E dietro ci sono dei soldati americani che lo hanno avvertito: “se scendi dalla casseta muori fulminato".È una delle immagini che gli Stati Uniti non avrebbero mai voluto vedere, ma sono andati in onda nel popolarissimo programma giornalistico della Cbs “60 Minutes 2”. Sono le prove degli abusi commessi nella prigione di Abu Gharib, che non hanno raggiunto la violenza del massacro di My Lai, ma forse hanno ricordato al paese le pagine più oscure della guerra in Vietnam.

A marzo, per queste violazioni, sei soldati americani incaricati di fare la guardia ai detenuti erano stati incriminati, ma ora lo stesso generale che comandava il sistema carcerario in Iraq Janis Karpinski, è sotto inchiesta ed è stato sospeso. La Karpinski, perché si tratta di una donna, rischia l'espulsione dalle forze armate e forse conseguenze anche più gravi. Gli abusi erano avvenuti tra novembre e dicembre scorso, e qualche notizia era trapelata poco dopo. A marzo, poi, il Pentagono aveva rivelato di avere incriminato sei soldati, che adesso rischiano la corte marziale.

Le violenze però erano state documentate da qualcuno che le aveva fotografate. Ora quelle immagini, che erano servite ai comandanti per aprire l'inchiesta, sono finite nelle mani della Cbs, allargando lo scandalo.

Una delle foto mostra diversi prigionieri iracheni nudi ammassati in una specie di piramide umana, alcuni con scritte ingiuriose sulla pelle. Un'altra li fa vedere mentre vengono obbligati a simulare atti sessuali uno con l'altro. Un'altra ancora, non trasmessa dalla televisione, riprende un detenuto con i fili elettrici attaccati ai genitali. Poi ci sono immagini di prigionieri minacciati dai cani, e in quasi tutte le fotografie si vedono soldati e soldatesse americane che ridono, indicano i detenuti nudi, e fanno cenno di o.k. con il pollice della mano sollevato. Uno dei militari incriminati, il sergente Chip Frederick, ha accusato i superiori di non averli addestrati al loro compito. Frederick è un riservista, che nella vita civile facevano proprio il secondino. Secondo lui i comandanti avevano ordinato alle guardie di “ammorbidire” i prigionieri, prima degli interrogatori da parte degli specialisti della Cia e dell'intelligence militare.

Il Generale Ricardo Sanchez, capo delle forze americane in Iraq, ha detto che comportamenti del genere sono inaccettabili, e quindi ha ordinato l'inchiesta che adesso ha colpito anche la collega Janis Karpinski, ex comandante della 800th Military Police Brigade. Lei rischia di chiudere qui la carriera, mentre i sei incriminati potrebbero finire in prigione. Abu Gharib era il più famigerato carcere di Saddam, in cui avvenivano le peggiori torture del vecchio regime. Era un simbolo della crudeltà del dittatore, e uno dei motivi per cui secondo Washington doveva esser abbattuto. Gli abusi documentati dalle foto trasmesse dalla Cbs non sono uguali alle violenze spietate commesse dai carcerieri dell'ex Raiss, ma secondo il colonnello dei Marines Bill Cowan, specialista negli interrogatori militari, rischiano di rovinare la reputazione delle forze di occupazione: “Siamo andati in Iraq per fermare cose del genere, e adesso stanno accadendo proprio sotto la nostra tutela. Prima o poi questi prigionieri usciranno dal carcere e racconteranno cosa hanno subito. I loro familiari e i loro amici lo verranno a sapere. E noi finiremo col pagare il prezzo di tutto questo.”

 
IL DIRITTO DI DIRE NO AI «LIBERATORI» PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Fini   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

A Falluja gli americani, dopo un assedio di settimane, attaccano con decine di carri armati appoggiati da aerei I30U Spectre e da elicotteri da combattimento. La stessa cosa, anche se in dimensioni minori, avviene a Najaf.

I morti iracheni in queste giornate sono già più di mille e anche gli americani hanno perdite ingenti per i loro standard.

E allora smettiamola, una volta per tutte, di mentire e di mentirci addosso dicendo che quella in Iraq è una lotta al terrorismo internazionale - e quindi una legittima risposta all'11 settembre e magari a qualche residuale seguace di Saddam Hussein. Quella in Iraq è una guerra a una popolazione che, nella sua maggioranza, sia della componente sunnita che sciita (Falluja è sunnita, Najaf è sciita), non ci sta alla "liberazione" americana. E non ci sta per la semplice ragione che è stata enunciata dal nunzio apostolico di Bagdad, da anni in Iraq, che spero nessuno vorrà accusare di estremismo, anche se la tendenza ormai invalsa in Italia è quella di bollare come terroristi, o quantomeno come loro simpatizzanti, tutti quelli che sono contrari a questa guerra (io mi sono preso della "quinta colonna" da don Gianni Baget Bozzo, un prete ferocemente antimusulmano che presumo starebbe bene in una teocrazia di tipo islamico visto che confonde la politica con la religione e incarna entrambe nella sua persona). Ha detto dunque il nunzio apostolico, monsignor Fernando Filoni: «Il fatto è che gli iracheni non vogliono essere occupati da eserciti stranieri».

È un'idea così stravagante, bizzarra, bislacca? È una cosa che può suonare così singolare e strana a noi italiani che nella nostra storia siamo vissuti tante volte sotto il tallone di ferro di eserciti e governi stranieri, si trattasse di francesi, spagnoli o tedeschi? È vero che il nostro motto era "Franza o Spagna purché se magna", ma qualche scatto d'orgoglio lo abbiamo avuto anche noi.

Ha detto uno dei guerriglieri di Falluja all'inviato del Corriere della Sera, Claudio Lazzaro, entrato in città con la Croce Rossa: «Gli americani bombardano, ammazzano e poi dicono che ci vogliono insegnare la democrazia. Loro vogliono comandare, ma questa è casa nostra, siamo noi che dobbiamo decidere chi ci rappresenta». Non si sarebbe potuto dir meglio.E c'è anche da aggiungere che mentre il ricatto delle Falangi Verdi di Maometto, oltre che turpe, è inaccettabile e non va accettato - come invece si è tentato di fare alla manifestazione di ieri, in modo surrettizio, subdolo, all'italiana, con la partecipazione "a titolo personale" di rappresentanti di quelle forze politiche che ufficialmente lo hanno sdegnosamente respinto - nel merito il loro comunicato è ineccepibile: "Annunciamo a voi e a tutti gli uomini liberi del mondo che la nostra è una causa giusta. Stiamo difendendo la nostra terra, il nostro onore, la nostra dignità e i nostri sacri valori, mentre le forze del male sono venute da oltre gli oceani per occupare la nostra terra. È dunque nostro diritto difendere le nostre terre e questo diritto è contemplato dalle leggi celesti e dalle leggi internazionali». Potrebbero essere, a parte qualche dettaglio, parole di un eroe del nostro Risorgimento.

Questi iracheni non si appellano all'irrazionalismo della Jhiad, alla Bin Laden, si appellano, con gli strumenti della ragione, a un diritto, che è sempre stato riconosciuto a ogni popolo: quello di resistere all'invasione e all'occupazione del proprio territorio da parte di truppe straniere. Il loro linguaggio è perfettamente razionale. Per questo si è insinuato che dietro quel comunicato c'è una mano occidentale. Ma non è così. Siamo noi occidentali che, calpestando tutti i nostri principi, stiamo chiamando una sorta di "guerra santa" in nome della democrazia.Che smacco, e, per quello che si è sempre autodefinito, compiacendosene, "il mondo libero" dover subire un appello del genere. Che in altri tempi - per esempio ai tempi in cui lord Byron andava a combattere per la li

 
IRAQ: CARDINI,PER OSTAGGI SONO OTTIMISTA E SPERO NON SBAGLIARE PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

Prigionieri a Guantanamo e prigionieri in Iraq

(AGI) - Firenze, 30 apr. - "Se i rapitori - che non
appartengono alla stessa banda che ha catturato gli italiani -
continuano sulla loro strada e liberano gli ostaggi hanno
obiettivamente segnato un punto a loro favore. Se fanno il
delitto e l'errore politico di ammazzarli farebbero un gran
male alla loro causa". Il prof. Franco Cardini - noto
medievista, studioso dell'Islam e candidato a sindaco di
Firenze - risponde cosi' ad una domanda dei giornalisti sulla
vicenda degli ostaggi italiani in Iraq. E - aggiunge - "siccome
finora quelli che li tengono attualmente sequestrati si sono
mostrati abbastanza intelligenti, io credo che non facciano
questo errore. Dunque sono ottimista e spero di non essere un
profeta che sbaglia". A giudizio di Cardini, proprio gli
attuali sequestratori "per il momento di sono comportati
abbastanza bene ed hanno segnato molti punti, non ultimo quello
di far vedere gli ostaggi non costretti, senza umiliazioni e
mentre mangiano. Molta gente a me ha detto che certo a
Guantanamo gli americani trattano peggio i loro prigionieri. Il
che - ha concluso - e' una buona osservazione".
 
Ostaggi italiani, nuove condizioni "Liberi gli iracheni in Kurdistan" PDF Stampa E-mail
Scritto da Repubblica.it   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

Ad Al Jazeera un messaggio delle Brigate verdi di Maometto.

ROMA - Si complica la situazione degli ostaggi italiani in Iraq. Dopo lo spiraglio aperto dall'incontro tra il commissario della Croce Rossa Italiana, Maurizio Scelli, e Abdel Salam Al Kubaisi, autorevole membro del consiglio degli Ulema sunniti, gli sviluppi della vicenda hanno subito una battuta d'arresto. E un comunicato dei sequestratori diffuso dalla tv Al Jazeera ha ricacciato indietro le speranze di riportare in Italia, almeno in tempi stretti, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino.

Nel nuovo messaggio, le "Brigate verdi di Maometto" hanno posto nuove condizioni al governo italiano: intervenire per la liberazione di prigionieri iracheni detenuti in Kurdistan. Dai sequestratori arriva però anche un segnale rassicurante: gli ostaggi stanno bene, dicono i guerriglieri, e sarà loro cura mantenerli in buona salute.

Le Brigate affermano anche di aver valutato positivamente quanto fatto dagli italiani. Con riferimento, evidentemente, alla manifestazione di giovedì a San Pietro. Diversamente dal solito, Al Jazeera non ha mostrato il foglio con il comunicato, né sul video è stata fatta scorrere, alla base dello schermo, una scritta con la notizia del nuovo comunicato.

Il susseguirsi di notizie che davano per probabile una rapida liberazione degli ostaggi è cominciato quando a Bagdad erano già le dieci di sera e mancavano poche ore allo scadere dell'ultimatum. Al Kubaisi aveva convocato il commissario Scelli dicendosi "ottimista" sulla possibilità che il rilascio degli ostaggi potesse avvenire di lì a breve. Kubaisi, inoltre, aveva anche aggiunto che in caso di liberazione, Agliana, Cupertino e Stefio, sarebbero stati consegnati nelle mani della Croce Rossa.


La convocazione di Scelli non era stata casuale: l'apertura del corridoio umanitario con i tre viaggi effettuati dalla Croce Rossa a Falluja, con un carico di medicine e generi di prima necessità per la città assediata dalle truppe americane, probabilmente ha lasciato il segno. Tant'è che Al Kubaisi ha chiesto alla Croce Rossa "un ulteriore sforzo per i numerosi orfani e feriti a Falluja". Il religioso, inoltre, ha ringraziato il commissario straordinario per quanto fatto finora: "Il popolo iracheno vi è riconoscente".

Lo stesso Al Kubaisi, secondo alcune fonti a Bagdad, sarebbe stato, nelle ultime 24 ore, nella zona attorno a Falluja e nella città stessa. Non si può dunque escludere che abbia incontrato o comunque preso contatti con persone in grado a loro volta di avere un canale con i sequestratori dei tre italiani.

Il messaggio arrivato da Bagdad è stato preso in considerazione, seppure con cautela, negli ambienti dei servizi di sicurezza. Un segno su cui riporre qualche speranza, anche se la richiesta dei sequestratori potrebbe aprire nuovi scenari. Dopo esser stato a colloquio con Al Kubaisi, Scelli si è allontanato all'improvviso facendo perdere per qualche tempo le sue tracce e soltanto quando a Bagdad era già notte fonda è rientrato nell'ospedale della Croce Rossa. Per ora, dunque, la Cri, "attende un segnale" anche se nulla, fanno notare dalla capitale irachena, fa pensare a sviluppi immedia
 
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