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Storia&sorte
Carbonia splende ancora PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Sole 24 Ore   
Giovedì 26 Agosto 2004 01:00

La città fondata dal Duce, a seguito della politica energetica autarchica, è un gioiello architettonico, oggi messo a nuovo.

Benito Mussolini aveva deciso che Carbonia nascesse senza risparmio di uomini e mezzi. Per il Duce, il carbone del Sulcis era importante almeno quanto lo è per il petrolio dell’Irak per Geroge W. Bush. A Carbonia, però, l’ego del fascismo non dovette fare i conti soltanto con le bonifiche e i problemi urbanistici, come a Sabaudia, Latina o le altre due città sarde di fondazione, Fertilia e Arborea.

Carbonia fu la prova del fuoco della cultura dell’organizzazione, la sfida sul campo alla potenza organizzativa dei tedeschi e dei nemici della “perfide Albione”. Nel ’36 i tecnici individuarono in questa zona dell’Iglesiente un bacino carbonifero di alcune centinaia di milioni di tonnellate. Due anni dopo Mussolini in persona inaugurò quello che 24 mesi prima era un progetto visionario degli architetti razionalisti: costruire insieme città e miniera. Nel 1940 i quasi 16 mila minatori trasferiti alla miniera di Serbariu, questo è il suo nome, da Toscana, Sicilia, Veneto e Lombardia batterono il record dei record: 1,3 milioni di tonnellate di carbone grezzo estratto in un anno.

Prima della retorica fascista, che a Carbonia, però, ha lasciato dei piccoli capolavori di architettura: la lampisteria di 2.500 metri quadri progettata da un allievo di Pier Luigi Nervi (l’enorme sala dove i 15 mila minatori ritiravano la lampada prima di scendere nei pozzi) e la città giardino disegnata dall’urbanista ebreo Gustavo Pulitzer. Per non parlare della piazza principale, con il municipio, la chiesa, il cinemateatro e un giardino pubblico, ogni funzione su uno dei quattro lati.

La miniera di Serbariu cessa la produzione, per volere della Ceca, nel 1964. la fine della miniera è la fine di Carbonia. Se ne vanno 20 mila abitanti dei 30 mila “dell’era fascista”. Un declino, anche qui, che col tempo spazza via tutte le testimonianze di un’epoca. La zona mineraria viene smantellata pezzo dopo pezzo: la ventina delle costruzioni in ferro che sormontavano l’ingresso dei pozzi vendute a un rottamaio, la lampisteria diventa ricovero di extracomunitari in cerca di un tetto, il cinema-teatro chiuso in attesa di lavori che non si faranno mai, il municipio trasferito in una costruzione di cemento armato di fronte a quella rigorosa dei razionalisti che l’avevano caratterizzata di una forma cilindrica (il potere temporale che rivaleggia con il campanile, simbolo di quello spirituale).

Una morte cui nessuno sembra fare caso, fino a quando, nel 2002, il deputato sassarese dei Ds, Tore Cerchi, dopo tre legislature a Montecitorio decide di tornare alla sua isola e candidarsi come sindaco di Carbonia […] viene eletto a furor di popolo sulla base di un programma che per un ex comunista non è proprio rituale: far rivivere la Carbonia voluta da Benito Mussolini e dai suoi architetti. […] Oggi, chiunque passasse per Carbonia, vedrebbe qualcosa di molto simile a quello che vide il Duce sessantasei anni orsono. Il cinema-teatro è risorto com’era e dov’era, il consiglio comunale è tornato nel suo luogo originario, con tanto di tende rosse in velluto e scranni che replicano il design del Ventennio. La lampisteria è rinata: lì passerano i turisti a ritirare la lampada e, una decina di metri più in là, scenderanno con l’ascensore dei minatori nelle viscere di Serbariu (per inciso, la miniera è ancora str

 
Le olimpiadi? Griffate Hitler PDF Stampa E-mail
Scritto da Libero   
Giovedì 26 Agosto 2004 01:00

Furono i nazisti i nel 1936 a inventare la suggestiva cerimonia della fiaccola e a utilizzare per la prima volta il caratteristico simbolo dei cinque cerchi.

Le Olimpiadi? Roba da nazisti. A differenza di quanto si crede comunemente alcuni dei più noti simboli olimpici, e cioè i cinque anelli intrecciati e la staffetta della torcia che dà il via alla cerimonia inaugurale, hanno un’origine […] che li collega all’ideologia nazionalsocialista.

Fu infatti per volontà di Hitler che la cerimonia della torcia venne introdotta per la prima volta nei Giochi Olimpici dl 1936 (che nelle intenzioni del Fuehrer dovevano rappresentare una manifestazione della potenza atletica della razza ariana e della rinascita del Reich tedesco). Non solo, ma fu proprio la poderosa macchina propagandistica nazista a conferire fama a uno dei simboli più amati dagli appassionati di sport olimpici, i cinque cerchi intrecciati. […]

L’idea di utilizzare una fiaccola venne negli anni Trenta a un dirigente sportivo tedesco, Carl Diem, e trovò subito favore agli occhi del Fuehrer, che vide in essa una ricchezza simbolica che ben si prestava a instaurare un legame ideale tra il Terzo Reich e l’antichità classica.[…]

Per quanto riguarda gli anelli intrecciati, fu il Barone de Coubertin (fondatore del Comitato Internazionale Olimpico), a proporli per primo davanti al Congresso Olimpico di Parigi nel 1914. […] Del simbolo si impadronirono però i nazisti, che ne intuirono l’efficacia espressiva tanto che seppero utilizzarli al meglio per le Olimpiadi del ’36. E, come nel caso della staffetta della torcia, anche in quello dei cinque anelli un ruolo di primo piano venne giocato da Leni Riefenstahl, la celebre, discussa e geniale regista tedesca che diresse “Olympia”; un film che si proponeva, anche grazie a questi simboli, di ammantare le Olimpiadi del 1936 di un’aura eroica e mitologica.

La regista tedesca giunse addirittura ad incidere i cinque anelli su un altare di pietra situato in un antico tempio di Delfi, facendo girare così la cove (diffusa ancora oggi), di una presunta, antichissima origine di questo simbolo. […]

… la macchina propagandistica nazista ha funzionato talmente bene che ancora oggi moltissimi turisti che visitano le rovine greche tempestano guide e archeologi con domande relative a come si svolgesse anticamente la cerimonia olimpica della staffetta della torcia.

Libero, 22 agosto 2004

 
DOPO L’INCHIESTA SULL’ECCIDIO DI 73 MILITARI ... PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter   
Martedì 24 Agosto 2004 01:00

Dopo l’inchiesta sull’eccidio di 73 militari italiani, la Procura militare di Padova ha aperto un nuovo filone di indagine sulla cosiddetta «strage dei coloni», l’uccisione di otto contadini inermi, da parte di soldati americani, il 13 luglio 1943, a piano Stella, in territorio di Acate (Ragusa).

da Il Gazzettino di martedì, 10 Agosto 2004

Padova

Sono stati i servizi trasmessi il 23 luglio scorso dai telegiornali regionali Rai della Sicilia, contenenti la testimonianza di un sopravvissuto, ad indurre il sostituto procuratore Sergio Dini ad allargare il campo d’indagine. Su disposizione del magistrato i carabinieri hanno acquisito nella redazione di Catania della Rai la videocassetta relativa ai servizi trasmessi. In particolare l’intervista a Giuseppe Ciriacono, 74 anni, carabiniere in pensione, che racconta con precisione la strage di Piano Stella in cui, allora tredicenne, vide fucilare suo padre, un compagno di giochi di 8 mesi più grande di lui, e altri sei contadini.

L’episodio rientra tra le «stragi dimenticate» di cui si sarebbero macchiati militari della VII armata Usa sbarcata il 10 luglio ‘43 sulla costa siciliana, tra Licata e Scoglitti. Lo stesso magistrato padovano un mese fa aveva aperto un fascicolo sulla fucilazione di 73 prigionieri italiani, il 14 luglio ‘43 nei pressi dell’aeroporto di Biscari, vecchio nome di Acate, avviando ricerche presso l’ufficio storico e incaricando i carabinieri di verificare l’esistenza di persone a conoscenza dei fatti.

 
In cammino verso l’Origine PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietrangelo Buttafuoco   
Martedì 24 Agosto 2004 01:00

Una rilettura del saggio di Adriano Romualdi - un vero e proprio “sciamano della profondità arcaica” - sugli Indoeuropei e sulle origine culturali ed etniche dell’Europa. Perché capire da dove veniamo significa comprendere dove dobbiamo andare.

Adriano Romualdi, Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar

Le librerie antiquarie conservano ancora le copie della prima edizione, eleganti ed essenziali, in carta nobile, ma le Edizioni di Ar, rinnovando la grafica, nella collana 'gli Inattuali', hanno riproposto in catalogo questo volume di Adriano Romualdi del 1978, che per sostanza di argomentazioni culturali e per sue peculiarità, proprie di una ricerca spirituale più che archeologica, non ha mai smesso di essere individuato tra i libri di una biblioteca 'eccellente'. E' una raccolta di saggi che l'Autore -tra i massimi protagonisti della destra culturale, prematuramente scomparso, un vero e proprio sciamano della profondità arcaica - compose mantenedovi un carattere divulgativo affinché la questione di un popolo, il suo destino, avesse un riconoscimento fattuale, politico, e non dunque meramente erudito. Il riferimento più esplicito è quello alla categoria di "Europa Nazione" e, vista l'attualità, con il dibattito sulle radici culturali europee in tema di Costituzione, questo volume risulta ancora una volta stuzzicante perché propone una controversia difficilmente digeribile per l'opinione cosiddetta pubblica: c'è appunto il destino di un popolo le cui origini coincidono con il sorgere del "pensiero dell'Origine" (quel luogo del percorso filosofico su cui ha lavorato Martin Heidegger), le cui tracce, le vestigia della "razza dei signori" (l'areté ellenica), si fondono con la più remota consapevolezza della grandezza europea, ben più potente dunque di una vanificata identità qual'è quella dell'attuale Unione Europea. Romualdi riprende un concetto di Oswald Spengler quando spiega che gli indoeuropei ebbero ragione sulla terra, più che per la tecnologia che per la "superiorità culturale", in virtù della loro tecnica militare. Molto interessante, tra i capitoli, quello su Giacomo Devoto, suggestivo, infine, quello di analisi comparativa tra il "latino" e il "germanico" e quello sulle incisioni scandinave e il geometrico greco. E' un un libro senza dubbio efficace questo vecchio titolo di Ar, un libro dove al lettore viene offerto il repertorio completo dei "materiali spirituali" che dal Nord, all'Oriente, fino alla tradizione di Roma, hanno poi costituito quella che con efficacia Fabrizio Sandrelli, firmando l'introduzione definisce come “utopia dell'eterno”.

"Il Foglio" 24 luglio 2004

 
"+Quei partigiani erano dei ladri"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da Trentino   
Lunedì 23 Agosto 2004 01:00

La storia dei vincitori barcolla ogni giorno di più. Si moltiplicano le testimonianze che aiutano a riscrivere il nostro recente passato.

Giacomo Dellantonio si salvò dalle mitragliatrici dei tedeschi

Moena. Simone Giacomo Dellantonio, detto Giacomin del Monech, ora industriale dei Moena, anche lui ostaggio finito con una ventina di altri nel campo di concentramento di Bolzano e poi liberato, ha una visione dei fatti decisamente differente (sull'eccidio di Falcade, n.d.r.).

Quanti anni aveva quando fu preso in ostaggio?
Sedici.
Pochi per essere preso in ostaggio.
Nessuno mi ha chiesto l'età. Ero alto un metro e ottanta. Sono stato fermato fuori dalla chiesa. Dopo una breve selezione durante la quale sono stati rilasciati i vecchi, le donne e i bambini, in colonna siamo stai portati a Falcade. Il giorno dopo è stata fatta un'ulteriore selsezione, decisa dal comandante delle SS di Predazzo che aveva condotto il rastrellamento con l'ausilio del signor Pellegrin di Soraga che aveva dei figli arruolati volontari nell'esercito germanico e che ha potuto garantire per le persone che conosceva direttamente e subito liberate.
Quale era la consistenza del movimento partigiano in val di Fiemme e Fassa?
Per quanto ne so, in Val di Fassa non c'era nessun partigiano, tranne, credo, un certo Alberto Zanoner, figlio di Giovanni Battista - di professione falegname - dettoin paese "del Zieger". Alberto in quel periodo non si è mai fatto vedere in paese. Nel dopoguerra è diventato un alto dirigente della Questura di Bolzano.
A che cosa fu dovuto il rastrellamento?
Penso sia stato provocato da segnalazioni di alcune persone influenti di Moena, spcialmente un albergatore, e probabilmente di altre persone di Predazzo, anche loro vicine dal putni di vista ideologico e politico al regime tedesco che hanno fatto intervenire le SS di stanza a Predazzo perchè al PAsso di San Pellegrino, in estate, la domenica si faceva vedere con una certa regolarità un gruppetto di sei, sette partigiani provenienti dalla zona di Falcade e Caviola. Questi uomini dimostravano disprezzo per la gente della valle radunata per il lavoro del taglio del fieno estivo. L'atteggiamento aggressigo e strafottente di qeusta gente che si presentava con il mitra a tracolla, le bombe a mano appese al taschino della camicia e il fazzoletto rosso al collo - di cui allora non capivamo neanche il significato - rendeva pericoloso qualsiasi contatto. Si facevano dare da mangiare dai contadini e dai malgari e se trovavano una baiuta incustodita vi entravano forzano la porta per rubare quanto gli poteva servire e di notte facevano delle scorribande per rubare i vitelli. Effettivamente, noi che frequentavamo il passo avevamo più paura di quei partigiani che dei tedeschi, i quali verso la popolazione civile, anche in paese, si sono comportati sempre in modo educato e corretto.
A cosa è dovuta la reticenza dei vecchi di parlare di questo rastrellamento?
Deriva in parte dalla mancanza di conoscenza dei fatti. Molti, ora troppo anziani, non si ricordano quanto è accaduto. Altri non parlano perchè sono diventati vicini o affiliati al partito comunista, che, dopo gli anni del dopoguerra segnati da un silenzio generalizzato, dovuto al fatto che quanto era accaduto si era assopito e non sembrava interessare più a nessuno, ha cominciato a dare grande importanza, per ragioni politiche e di propaganda all'azione partigiana, secondo me andanto al di là della realtà dei fatti. Gli stessi dirigenti delle brigate partigiane comuniste di allora provocavano ovunque più danni alle persone civili che ai tedeschi o ai fascisti pre prepararsi il terreno per predenre il potere nel dopo-guerra. Ci sono troppe medaglie che grondano san
 
Malga Zonta: a quando la verità? PDF Stampa E-mail
Scritto da l'Adige   
Venerdì 20 Agosto 2004 01:00

Sono sempre di più le nubi che si addensano sopra uno episodio del Trentino del '44 e assunto come simbolo della ferocia nazista. Nel sessantesimo triste anniversario di celebrazione della vulgata resistenziale ancora polemiche e denigrazione verso chi cerca la verità.

il sopravvissuto chiede i danni
bruno fabrello batte cassa
«per riduzione in schiavitù»
il caso
la storia dell´eccidio di malga zonta vista da un malgaro di arsiero, protagonista sessant´anni fa

folgaria - per iniziativa di francesco piscioli, capogruppo del gruppo consigliare «insieme per la comunità» e di lorenzo fleck trenti, l´ultimo sopravvissuto di malga zonta, bruno fabrello nato ad arsiero il 18 maggio1927, ha richiesto attraverso il collaboratore del difensore civico di trento saverio agnoli un indennizzo per riduzione in schiavitù all´organizzazione internazionale per la migrazione con sede a ginevra. nella dichiarazione molto dettagliata fabrello sostiene che la dicitura delle fotografie dell´eccidio di malga zonta («gli ultimi istanti degli eroi di malga zonta») è falsa. afferma infatti che dieci persone ritratte nella fotografia non erano partigiani come la maggior parte e sono sopravvissuti all´eccidio: domenico bauce, antonio brunello, ilario busato, luigia busato,antonio fabrello, giuseppe fabrello, ernesto piccoli, francesco scatolaro, ernesto storti, gino e pietro storti.
bruno fabrello era addetto a malga piovernetta come malgaro e fu portato dai soldati dell´esercito tedesco in quanto sospettato di essere partigiano insieme a dino dal maso, gildo depretto, domenico fabrello ed angelo losco.
menziona nella sua dichiarazione il «griso», un partigiano che lasciò malga zonta poco prima del rastrellamento assieme a due cani. fabrello non ricorda il vero nome del griso ma fa presente che qualche anno dopo alla commemorazione di malga zonta fu riconosciuto, rincorso da alcuni familiari delle vittime. venne messo in macchina dai carabinieri presenti alla cerimonia e fu fatto allontanare in quanto correva il pericolo di essere linciato.
nelle ultime fasi concitate che hanno preceduto l´azione di fuoco il padre di bruno fabrello, che conosceva qualche parola in tedesco, si rivolse ai tedeschi ripetendo più volte in dialetto mostrando i pantaloni «kuche hosen» (guarda i pantaloni). uno dei comandanti tedeschi ha allora capito: links, raus ed ha allontanato con un gesto i malgari.
«non tutti - ricorda fabrello - perché tre di loro lontani dal luogo in cui si era svolto il dialogo tra il padre e i tedeschi rimasero nel gruppo dei fucilandi. angelo losco, dino dal maso e gildo depretto».
nella dichiarazione fabrello afferma che «il tedesco, in seguito alle parole di mio padre, aveva compreso dai pantaloni che era malgaro e gli altri li aveva allontanati. noi malgari eravamo sporchi di stallatico e fra l´altro portavamo le sgalmere (zoccoli) anziché calzature idonee ad azioni partigiane». al termine dell´operazione bruno fabrello fu costretto dai tedeschi a collocare nella fossa i cadaveri dei fucilati.
«il 24 agosto 1944 alle 4 di mattina io e dal molin fummo accompagnati sul treno assieme a molti altri, deportati in germania, costretti a lavorare per l´industria tedesca a smachalden in prussia.
il 22 novembre 1944 fui portato in westfalia ed il 24 dicembre a regenhausen presso l´ospedale in quanto, a causa delle durissime condizioni in cui avevo vissuto durante quel periodo, ero deperito fino a pesare solo 35 chili. rientrai ad arsiero il 2 settembre 1945».
«è un atto fondamentale per la verità e soprattutto per il rispetto dei diritti di bruno fabrello bruno - dichiara piscioli - ma soprattutto dimostra ancora una volta come non sia mai stata fatta una ricerca storica completa. è ora che, nel sessantesimo anniversario della resistenza, l´evento di malga zonta venga celebrato come deve essere: un eccidio di persone che non volevano essere coinvolte e che lo furono loro malgrado, certamente non eroi».

da: "l'Adige" - 19 agosto 2004

(in foto:Bruno e Antonio Fabrello con, sullo sfondo, l´immagine simbolo dell´eccidio di Malga Zonta avvenuto il 15 agosto 1944)

 
Terrore antifascista PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Corriere della Sera   
Venerdì 20 Agosto 2004 01:00

Francia, agosto ’44. È l’ora della “liberazione”: fucilazioni, torture disumane, crocifissioni, unghie strappate, occhi infilati e estratti con forbici, vendette personali spacciate per atti esemplari di giustizia, donne violentate con bastoni e rasate soltanto per aver sorriso a un tedesco. Pochi mesi dopo toccherà anche all’Italia provare le delizie del mondo democratico ed antifascista. Inizieranno nel ’44. Non la smetteranno più.

PARIGI - Sul palcoscenico pareva una gran festa: balli, bevute, amplessi, fuochi d’artificio, la Marsigliese a tutto volume e a squarciagola. Nella Francia dell’agosto 1944, grazie al generale de Gaulle che aveva trasformato tradimento e sconfitta in vittoria, si celebrava la Liberazione. Le Leica e le macchine da presa di allora inquadravano volti ridenti e soprattutto i partigiani dai tratti infantili. Erano i ragazzi del maquis , usciti da boschi e macchie, il popolo li guardava con fierezza, li accarezzava, erano tutti suoi figli. In realtà, la Liberazione, dietro le quinte, impugnava la falce, aveva la faccia livida della morte: si uccise spesso senza alcuna giustificazione con i tribunali sommari dei comunisti, con gli agguati, con le torture disumane come, in alcuni casi, la crocifissione; le unghie erano strappate una a una, gli occhi infilati e estratti con forbici e coltelli; i linciaggi erano episodi frequenti; le vendette personali per corna subite o debiti che non si volevano pagare diventavano atti esemplari di giustizia; molte donne erano violentate con bastoni e talora con picchetti usati per le tende e poi rasate soltanto per aver sorriso a un tedesco, l’accusa era di collaboration horizontale , collaborazione orizzontale.

Lo storico Fabrice Virgili, nel suo libro La France virile (Payot et Rivages, pp. 392, 22,11), ha tentato di calcolare il numero delle donne rasate, il che avveniva più per misoginia che per fatti di collaborazionismo o per aver avuto rapporti sessuali coi tedeschi: ebbene, a detta di Virgili, le presunte putains des boches punite tra il 1943 e il 1946 sono state ventimila e avevano l’età media di vent’anni. I miliziani di Vichy venivano assassinati a decine, è vano tenerne il conto. E in tutto questo orrore quanti erano i veri colpevoli? Chi meritava effettivamente una sorte del genere? Non si è mai saputo, né mai si saprà.
Mentre Charles Trenet cantava «Douce France, cher pays de mon enfance», si scatenò l’epurazione più selvaggia d’Europa. Ben pochi ebbero il coraggio di protestare e dire che i francesi, semmai, dovevano essere epurati in massa. Una grande fetta della popolazione (80-90 per cento, una percentuale ancora non accertata) accettò o subì troppo passivamente il governo collaborazionista, tenuto a briglia dal venerando maresciallo Pétain che si era fatto onore sui campi di battaglia del 1914-1918. Pétain fu processato dall’Alta corte e condannato, ma intervenne subito la grazia di un de Gaulle che lo aveva ammirato. Nel 1945, Laval, capo del governo di Vichy, fu condannato a morte e in cella, per evitare la fucilazione, si avvelenò: fu trascinato lo stesso, mentre rantolava, davanti al plotone d’esecuzione schierato nel carcere di Fresnes. Il generale de Gaulle si mostrò spietato come tanti altri. Nel 1940, da Londra, aveva già invocato vendetta e punizione per i traditori.
In questi giorni i cittadini celebrano gioiosamente lo sbarco in Provenza e la Liberazione, escono libri e i settimanali rievocano i fatti in apparenza senza timori reverenziali per la storiografia ufficiale. Oggi, forse perché il Pcf è ridotto a proporzioni ridicole, si rievoca il «terrore rosso» esercitato da decine di Robespierre usciti dall’ombra. I principali autori dell’epurazione furono i comunisti. E de Gaulle, forse per quel famoso appello del 1940, li lasciò liberi di agire per qualche tempo.
Henri Amouroux, massimo storico degli anni 1940-45 e membro dell’Académie française, dice: «I comunisti sapevano che, a causa della presenza delle truppe americane, non avrebbero mai potuto conquistare il potere sul piano nazionale. Ma si sfogarono sanguinosamente sul piano locale. Gli esempi sono infiniti. Viene a mente quell’ex tenutario di bo

 
Hiroshima: lo Stato-Canaglia si presenta PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 05 Agosto 2004 01:00

6 Agosto 1945: gli americani compiono il più ignobile, il più vile, il più atroce delitto della storia dell’uomo. Chi conosceva la nascita e la storia di questo leviatano animato dall’odio e dal rancore non rimase stupito.

Il 6 agosto 1945 la seconda guerra mondiale volgeva al termine. L’Italia soverchiata malgrado l’eroica resistenza di oltre ottocentomila volontari che avevano reagito al “tradimento” per antonomasia, la Germania invasa, martoriata, soggetta a genocidio, non combattevano più.

In armi rimaneva solo l’eroico Giappone, fermo nei suoi principi di onore, nella guida esistenziale fornita dal plurisecolare Bushido.

La grande potenza progressista e democratica, gli Stati Uniti d’America, decise allora di “abbreviare le sofferenze abbreviando la guerra” mediante una duplice catastrofe atomica.

Concepita e realizzata dai fisici di Los Alamos del Manatthan Project, la bomba atomica, quell’ordigno che Hitler si era rifiutato di confezionare, fu così sperimentata sulla popolazione civile di Hiroshima. Quei civili conobbero sulla propria pelle quell’ armageddon che tanto si confà allo stile ed alla concezione degli americani. Si trattava di una bomba all'uranio, chiamata " Little Boy", e fu sganciata dal B12 "Enola Gay", pilotato dal comandante Paul Tibbets. Due giorni dopo fu sganciata su Nagasaki la seconda bomba, questa al plutonio, chiamata "Fat Man".

Duecentocinquantamila vittime, quasi tutte tra atroci sofferenze, molte in lunghe agonie, trasformate in veri e propri mutanti.

Gli Stati Uniti – tuttora l’unica nazione al mondo ad aver usato la bomba atomica contro un altro popolo – mostravano così al mondo il loro volto.

Cosa ci si poteva attendere, del resto, da una nazione fondata sul fanatismo di sette millenariste che si era stabilita in un continente vergine sterminando i pellirosse (un olocausto assoluto e pienamente realizzato) senza disdegnare di provocare a tale scopo epidemie di colera con la fornitura di coperte infette ? Da una nazione che aveva costituito la sua ossatura economica sul rapimento degli africani, sull’istituzione della schiavitù e, peggio ancora, sulla successiva trasformazione della schiavitù nel più assoluto sfruttamento delle insalubri fabbriche del nord ?

Cosa ci si poteva attendere da una nazione che – avendo deliberato mediante uno speciale “patto con Dio” – che l’intero continente le apparteneva, si era messa a tagliare le braccia ai maschi delle popolazioni occupate per tema che un giorno potessero imbracciare il fucile ?

Cosa era lecito attendersi da una nazione che aveva appena sperimentato quel

 
Sessant’anni dopo rendiamo onore a Michel Wittmann PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Romualdi   
Giovedì 05 Agosto 2004 01:00

Il giovane eroe dei Panzer cadeva eroicamente in Normandia il 7 agosto del 1944. Uno dei tanti Leonida dimenticati che hanno realizzato l'essere uomo nella gloriosa guerra del Sangue contro l’Oro

…gli Inglesi tentano di prender Caen, disperatamente difesa dalla Divisione Hitlerjugend.

Le avanguardie della 7" Divisione Corazzata britannica, i “topi del deserto” di Montgomery, sgusciano da una breccia aperta da Caumont fino a Villers-Bocage. Ma dai boschi sbuca un solitario Tigre. Lo comanda Michel Wittmann. Non ha ancora trent’anni, ma ha già distrutto 119 carri armati sul fronte russo e porta la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia. L’88 del Tigre tuona, Wittmann percorre il fianco della colonna britannica e colpisce uno a uno i veicoli. In pochi minuti, la strada è un inferno. Presa dal panico la 7" Divisione Corazzata britannica fa dietro-front. Il fronte di Tilly resisterà ancora per settimane. (…)

La sera del 7 agosto, Montgomery passa all’assalto con ben 600 carri armati, “operazione Totalize”, si tratta di totalizzare quel che le precedenti offensive non sono riuscite a cogliere. “Panzermeyer” getta al contrattacco gli ultimi 50 carri della Divisione Hitlerjugend. Gli aerei alleati planano rabbiosamente su di lui; ma è tardi, i Panzer sono già partiti.

I Tigre avanzano nel cuore dell’arera dell’offensiva nemica. In testa a loro Michel Wittmann, l’intrepido distruttore di carri di Villers-Bocage. Gli Inglesi sono presi di contropiede. Ancora una volta il fronte tedesco tiene. Il fronte: un’espressione ambiziosa per disegnare quei poveri, martoriati, chilometri dove i brandelli di quelle che furono le migliori divisioni tedesche cercano scampo. Ma si è gettato un cuneo di ferro nel petto dell’avanzata nemica. I Canadesi perdono tempo. Le linee germaniche si rafforzano.

A sera, i carri di Meyer tornano in posizione nel bosco di Quesney. Michel Wittmann non è più con loro. È caduto, dopo aver distrutto il suo centotrentesimo carro. Ma le forze corazzate del maresciallo Montgomery sono state fermate 12 chilometri prima di Falaise. Per la terza volta, l’offensiva britannica è finita.

Da: “Le ultime ore dell’Europa”, riedito nel 2004 da Settimo Sigillo, 15 euro

 
Mussolini tiene sempre banco PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere della sera   
Mercoledì 04 Agosto 2004 01:00

Il fascino di Mussolini ha soggiogato anche i suoi avversari e persino i suoi assassini, morbosamente legati all’arma del delitto che, sembra, rispunti fuori in Albania

TIRANA - Il legno del calcio è scuro e un po’ lesionato. La parte metallica arrugginita, con la canna sottile, sulla quale non c’è più il nastrino rosso annodato dai partigiani. Eccolo qui il mitra che sparò addosso a Benito

Mussolini. Una bella impresa, ritrovarlo. Era chiuso in un ripostiglio del Museo

nazionale di Tirana ed è stato necessario richiamare dal mare, dov’era in vacanza, un funzionario di nome Ilyr, perché solo lui ha le chiavi del sotterraneo del Museo. Ilyr si è messo a rovistare fra uniformi della Seconda guerra mondiale,

scarponi sfondati, pacchi con dentro lettere di soldati. E a un certo punto salta fuori lo storico reperto avvolto nel cartone.

Come quest’arma sia finita in Albania l’hanno raccontato sul Corriere il

31 luglio Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Gramsci, e Shaban Sinani, direttore dell’Archivio di Stato albanese. Una vicenda romanzesca alla quale siamo in grado di aggiungere nuovi particolari. «Due anni fa - spiega il professor Sinani - catalogavo i documenti dell’archivio storico. E salta fuori quella strana lettera». Era firmata da Walter Audisio, il partigiano «colonnello Valerio», che si è sempre dichiarato autore dell’assassinio del Duce. Del trasporto si occupa un funzionario dell’ambasciata albanese a Roma, Edip Cuci.

In una valigia diplomatica, esente da controlli, il mitra approda a

Tirana. Lettera e arma arrivano sul tavolo del viceministro degli Esteri Vasil Nathanaili.

Il quale se ne libera subito. Il 30 novembre 1957 manda il mitra a Hysni Kapo, spiegandogli che Audisio chiede di mantenere il segreto. Non a caso quel cimelio finisce nelle mani di Kapo. E. l’uomo forte del regime, braccio destro

del

 
Trent’anni fa la strage dell’Italicus PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Martedì 03 Agosto 2004 01:00

Quell’attentato segnava il momento clou della strategia della tensione, la spallata decisiva del colpo di stato che liquidava del tutto la libertà e la vitalità in Italia rispondendo così alle recenti direttive della Trilateral. Il ruolo di alcuni vecchi partigiani.

l 4 agosto 1974, in una galleria tra Firenze e Bologna, un ordigno esplodeva facendo scempio di una dozzina di passeggeri. Il treno delle vacanze si trasformava in un inferno. Perché avveniva tutto questo ? Quale sinistra e cinica mente poteva averlo ideato ?

Andiamo con ordine.

Nel 1973 la Commissione Trilateral (tra i cui ideologi c’era Gorge Ball, uno di quelli che avevano deciso il bombardamento al fosforo su Dresda) aveva varato una nuova strategia internazionale, di collaborazione tra intelligentsia finanziaria e nomenklature comuniste. Durante l’estate, come per incanto, il maggior numero delle testate italiane cambiavano di proprietà e, insidiosamente, spostavano l’opinione pubblica “moderata” a considerare il Pci con occhio più benevolo.

In ottobre la “guerra del kippur” faceva levitare il prezzo del petrolio e dei petroderivati, tanto che il Pci si trovava con i conti in rosso, specie nella voce “stampa”.

Nella primavera del ’74 si svolgeva il referendum sul divorzio. Solo il Msi del divorziato Almirante si batteva contro il divorzio insieme ad una Dc assai molle che affidava quella battaglia all’uomo delle liquidazioni, Amintore Fanfani, mentre tutti i big si defilavano avendo già chiari i risultati della competizione elettorale e preparandosi per il dopo.

Il fronte “progressista” era capeggiato dal Pci ma faceva il suo clamoroso ingresso sulla scena italiana l’uomo delle massonerie e di Israele, Pannella.

A sinistra in molti premevano per una scelta insurrezionale o rivoluzionaria ed il partito di Berlinguer, preso tra due fuochi, continuava a mostrarsi ambiguo benché anelasse chiaramente ad una svolta socialdemocratica.

I registi della strategia della tensione compirono allora diverse mosse. Innanzitutto costituirono delle bande paramilitari anticomuniste, i Mar, affidate a vecchi partigiani. Poi commisero la strage di Brescia (maggio) e prepararono il terreno per le trattative decisive.

Un incontro tra Giulio Andreotti, Gianni Agnelli ed Enrico Berlinguer in estate portava ai seguenti risultati. Il patronato s’impegnava a sanare i deficit dei comunisti e questi ultimi lanciavano la linea del “compromesso storico”.

Le conseguenze che tanto sapevano di compensazioni furono quattro. Lo scioglimento dei Mar, lo scompaginamento (seguito dall’incriminazione) dello stato maggiore

 
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