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Storia&sorte
Anno 1943 : le cinque M contro l'Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da www.alfiocaruso.com   
Giovedì 24 Giugno 2004 01:00

«COSI' MASSONI MONSIGNORI MARINA MONARCHIA MAFIA PREPARARONO LA SVOLTA»

Il più imponente e sconosciuto intrigo politico-spionistico della Seconda guerra mondiale.
Una vicenda che incomincia nell'estate del 1932, dentro gli accaldati saloni dell'hotel Drake a Chicago, e i cui effetti durano in Italia ancora oggi.
L'apertura del secondo fronte in Europa e il primo sbarco della Storia di 80 mila soldati.
Eppure ancora pochi mesi prima del 10 luglio 1943 Roosevelt e Marshall erano convinti che in quell'estate sarebbe avvenuta l'invasione della Francia. Invece Churchill nel vertice di Casablanca ha spinto per la conquista della Sicilia in modo da propiziare la caduta del fascismo in Italia.
A legare i due avvenimenti era stato nell'autunno del '42 Aimone d'Aosta, che sosteneva di parlare a nome della monarchia.
E così siamo alle cento trame intessute nel nostro Paese, dove con largo anticipo sulle difficoltà militari dell'Asse molti personaggi di rilievo si adoperano per il salto di campo: dal Terzo Reich agli Alleati. Nel conseguimento di questo risultato si alleano istituzioni fra loro lontanissime come la Massoneria e il Vaticano. Alcuni ammiragli italiani confidano rotte delle navi e ambizioni di carriera ai servizi segreti nemici e così mandano a morire decine di migliaia di ragazzi della generazione sfortunata. Attraverso la raccomandazione dei cugini di New York, gli sconosciuti mafiosi siciliani si prestano a essere i maggiordomi dei nuovi padroni nella speranza di raccattare le briciole. I paisà della sezione Italia dell'Oss scorrazzano per l'isola.
A Catania un professore universitario, che è fascista e antifascista, comunista e indipendentista, arruola i suoi studenti per spiare a favore della Gran Bretagna. Pantelleria, definita un bastione imprendibile, si arrende senza sparare un colpo. Augusta, la piazzaforte più importante del Mediterraneo, viene abbandonata sei ore prima dell'invasione.
Ciò nonostante quasi cinquemila soldati italiani vanno a morire per contrastare uno sbarco orchestrato da quanti nel dopoguerra ne trarranno ogni sorta di beneficio.
 
C’è ancora speranza PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Giovedì 24 Giugno 2004 01:00

Gli studiosi pretendono di confermare alcune teorie sulle evoluzioni preistoriche. In particolare che sarebbero state le meteoriti a mettere fine all’era dei dinosauri. Scrutiamo il cielo fiduciosi.

 
"+Così le truppe di Patton sterminarono cinque coloni indifesi"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da Gazzetta del Sud   
Giovedì 24 Giugno 2004 01:00

Un maresciallo dei carabinieri in pensione rievoca la strage di Biscari, l'odierna Acate, dove sotto i suoi occhi gli americani gli fucilarono il padre

Luci e ombre dello sbarco alleato in Sicilia. Ancora oggi a distanza di oltre 60 anni, riaffiora nella memoria di chi ha visto e non ha mai dimenticato una delle pagine più oscure della storia dello sbarco alleato:i massacri commessi nel 1943 dalle truppe americane agli ordini del generale Patton, ricostruiti in un servizio pubblicato ieri dal Corriere della Sera. Giuseppe Ciriacono, maresciallo dei carabinieri in pensione, aveva 13 anni quando si compì, sotto i suoi occhi, una delle stragi più efferate: l’eccidio di Biscari. Cinque civili caddero sotto i colpi dei mitra dei soldati americani, a pochi metri dal ragazzo che vide quella scena terribile. Era il 13 luglio. Il giorno successivo, secondo le ricostruzioni di alcuni studiosi, gli alleati uccisero altri otto civili e 84 militari, 81 italiani e tre tedeschi. L'unico testimone oculare della strage oggi ha 74 anni e vive ad Acate, la città in provincia di Ragusa che un tempo si chiamava Biscari. Sono passati tanti anni, ma il film di quella strage è rimasto impresso in modo indelebile nella sua mente.

“Gli americani – racconta il pensionato - arrivarono nel nostro rifugio e ci prelevarono, trasferendoci a 400 metri dalla casa, vicino ad una casetta rurale abbandonata e ci fecero sedere sotto un grande albero di gelso. Dopo poco tempo, arrivarono altri militari che circondarono la casa e la tennero sotto il tiro dei mitragliatori”.

Giuseppe Ciriacono ancora oggi ricorda con una lucidità straordinaria le ultime parole del dialogo tra il padre, che aveva il suo stesso nome, proprietario del podere 26 e fiduciario del Fascio, e Giovanni Ciurciullo, un agricoltore della vicina Vittoria. “Ciurciullo – ricostruisce l’ex carabiniere – disse di avere la sensazione che gli americani li avrebbero fucilati e mio padre condivise la sua impressione”.

I due uomini intuirono, dunque, cosa stava per accadere. Qualche minuto dopo ci fu il massacro: gli alleati fecero radunare i coloni e li fucilarono. Le vittime, oltre a Giuseppe Ciriacono, furono Salvatore Sentina e Giuseppe Alba, due agricoltori di Caltagirone, Giovanni Ciurciullo e il figlio Sebastiano, di soli 14 anni. Il piccolo Giuseppe, unico testimone oculare, scampò all’eccidio, forse per la sua giovane età. “Un soldato americano mi prese per il colletto – ricorda – e mi fece capire con i gesti che dovevo allontanarmi. Dopo aver percorso venti metri sentii una raffica di mitra, mi voltai e vidi il corpo di mio padre e dei suoi sventurati compagni, a terra senza vita. Non saprei dire perché decisero di graziarmi e uccisero invece il povero Sebastiano, che era appena più grande di me”.

Giuseppe, dopo essere stato affidato ad alcuni soldati americani, tornò ad Acate e diede l’allarme. Ma nessuno sembrò credere a quel ragazzino. Il testimone della strage all'inizio non ebbe neppure il coraggio di ri

 
1934-38: Tutt’un’altra Italia. PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter.org   
Mercoledì 23 Giugno 2004 01:00

Oggi sembra incredibile, ma c’è stata anche un’Italia potenza calcistica non solo sulla carta. È la Nazionale degli anni trenta (solo sette incontri internazionali persi), rappresentante di un’Italia vitale ed energica. Tanto orgoglio e spirito nazionalista, pochi soldi e nessuna treccina. Checché ne pensino i moralisti calciofili di oggi, per ritrovare una Nazionale (ed una Nazione) degna di questo nome bisogna tornare all’Italia di Mussolini.

1934 – Mondiali d’Italia


E' l'era di Meazza, che in questi mondiali diverrà mito del calcio.
Il Ct della nazionale (Pozzo) gli affida il ruolo di leader della squadra azzurra, con il compito di amalgamare la squadra senza limitare le caratteristiche dei singoli. Meazza in campo deve essere il tramite tra la velocità di Guaita, la grinta di Schiavo e la fantasia e l'estro di Ferrari.
Da questo delicato mixer doveva nascere una nazionale invincibile.
Le previsioni dell'allenatore italiano si rivelarono esatte: nonostante partecipino le più forti squadre del mondo, la nazionale azzurra si aggiudicherà la sua prima coppa Rimet.
L'Italia incontra innanzitutto gli Stati Uniti e se ne libera agevolmente con un secco 7-1, mentre agli ottavi di finale si dovrà scontrare con la Spagna (che ha eliminato il Brasile): è una qualificazione drammatica, le due squadre devono ripetere l'incontro (terminato la prima volta in parità 1-1: a quei tempi non esistevano supplementari e rigori), ma alla fine gli azzurri si impongono per 1-0 proprio con gol di Meazza.
Il 3 di giugno affrontiamo gli austriaci: partita spigolosa, tirata e poco spettacolare, ma alla fine l'Italia vince per 1-0 ed è in finale.
Dall'altra semifinale esce vincitrice la Cecoslovacchia, seppure dopo una partita sofferta oltre ogni aspettativa e vinta per 3-2 contro i tedeschi.
La finalina se l'aggiudicherà la Germania per 3-2 su una demotivata e delusissima Austria (7 giugno), mentre il 10 di giugno a Roma va in scena la finalissima.
La Cecoslovacchia si presenta con i favori del pronostico.
Pozzo si affida allo stesso undici che ha sconfitto l'Austria (Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavo, Ferrari, Orsi), arbitra la partita il signor Eklind della federazione Svedese.
L'Italia conquista la coppa con una grande prova di carattere e di personalità: a venti minuti dal termine Puc porta in vantaggio i cecoslovacchi, ammutolendo tutto lo stadio.
Ma l'Italia mostra il suo carattere, attaccando con ordine e senza perdere la testa: all'81' Orsi riporta il match in parità e, nei minuti di recupero, Schiavo mette il proprio sigillo sulla vittoria. Passerà alla storia la sua immagine, a terra semisvenuto, sommerso dall'abbraccio dei compagni di squadra.
Italia 2 Cecoslovacchia 1: l'Italia è campione del mondo.

Alla finale assiste anche Mussolini. Il Corriere della Sera titola: "Entusiasmati dalla presenza del duce, i calciatori italiani conquistano il campionato del mondo".

1938 - Mondiali di Francia

 

SOLSTIZIO ESTATE: PUNTUALE RAGGIO DI SOLE IN ABBAZIA A SIPONTO PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Martedì 22 Giugno 2004 01:00

Anche oggi come ogni 21 giugno, nel giorno del solstizio d'estate nell'antica chiesa di San Leonardo di Siponto, a pochi chilometri da Foggia si verifica quel fenomeno luminoso in cui un solo raggio all'interno della Chiesa attraverso un piccolo rosone delle cupola va a cadere sul pavimento al centro di due pilastri che sorreggono la navata centrale.

Il fenomeno e' stato concepito con molta
precisione, attraverso calcoli astronomici e architettonici al
momento della costruzione dell'Abbazia.
Nel monastero di San Leonardo a Siponto, il 21 giugno di
ogni anno, il sole transita esattamente alle ore 12h 58m 25s:
in questo istante il sole raggiunge, durante il passaggio al
meridiano, il suo valore massimo in altezza. Nella abbazia,
attraverso il foro detto gnomonico passa un fascio di luce
solare. Alle 12h58m25s del solstizio d'estate si ha un
ipotetico asse composto da Sole - Foro - Centro della Terra.
Il raggio di sole disegna sul pavimento della struttura
religiosa una rosa con undici petali, poiche' il foro e'
diaframmato da un piccolo rosone in pietra ad undici petali.
Il Santuario di San Leonardo fu fondato dai Canonici
Regolari di San'Agostino, che provenivano dal monastero
francese di San Leonardo presso Limoges. Il suo compito
principale era di ospizio per i pellegrini che si accingevano a
percorrere la "Via Sacra", era proprio qui che si fermavano
prima di affrontare le balze del Gargano. Dopo un lungo periodo
di abbandono soltanto nel 1260 il Santuario ritorno' al suo
antico splendore e verso la fine del sec.XIV venne rinnovato e
ingrandito grazie all'Ordine dei Cavalieri Teutonici a cui
venne affidato
 
VILLA SERGIO RAMELLI PDF Stampa E-mail
Scritto da Eleuteros   
Martedì 22 Giugno 2004 01:00

Lo scorso 10 maggio si è svolta la cerimonia di intitolazione della villa comunale a Sergio Ramelli, il diciottene militante del Fronte della Gioventù ucciso a colpi di chiave inglese a Milano nel 1975.

VILLA SERGIO RAMELLI Tolve (PZ) Lo scorso 10 maggio si è svolta la cerimonia di intitolazione della villa comunale a Sergio Ramelli, il diciottene militante del Fronte della Gioventù ucciso a colpi di chiave inglese a Milano nel 1975. La manifestazione è stata fortemente voluta dal vicesindaco ed assessore alla Cultura, Pasquale Pepe. Era presente nel centro lucano anche Guido Giraudo, autore del libro Sergio Ramelli - Una storia che fa ancora paura. Presente anche il ministro Alemanno che, quandoha scoperto la targa in onore di Ramelli, la gesnte si è lasciata andare ad un lungo e commosso applauso. L'intitolazione della villa comunale a Sergio Ramelli, assassinato sotto casa da due appartenenti ad Avanguardia operaia, è la prima iniziativa del genere nel sud Italia. L'aver intitolato al giovane milanese un luogo pubblico ha rappresentato secondo Giovanni Armiento, sindaco di Tolve, "un omaggio doveroso in nome della pacificazione nazionale". Pasquale Pepe, vicesindaco: "La villa dedicata a Ramelli è finalmente una realtà e se oggi conosciamo la sua vicenda umana e giudiziaria lo dobbiamo al lavoro di Guido Giraudo. Vogliamo che ci sia un riconoscimento per tutti coloro che, senza cedere alla violenza, hanno creduto fermamente nelle proprie idee". Gianni Alemanno, in passato segretario nazionale del Fronte della Gioventù: "Nei momenti difficili le giovani generazioni riescono a trovare sempre la fiducia per andare avanti, perchè hanno uno slancio vitale unico". di Gennaro Grimolizzi da Area - Giugno 2004
 
EVOLA E NASSER PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Venerdì 18 Giugno 2004 01:00

"Dal tentativo di ricostruire organicamente la visione evoliana della tradizione islamica è risultato un quadro che, se appare talvolta inesatto in qualche particolare e spesso condizionato da una prospettiva piuttosto personale, costituisce tuttavia, in fin dei conti, una rappresentazione ispirata al riconoscimento evoliano di ciò che è essenzialmente l’Islam: una manifestazione dello spirito tradizionale da cui non può prescindere la “rivolta contro il mondo moderno”."

Proseguendo una ricerca della quale fornimmo i primi esiti qualche anno fa in un saggio compreso nel nostro Avium voces (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 67-87), sul numero di giugno della rivista informatica “La Nazione Eurasia” (numero speciale per il trentennale della morte di Julius Evola) abbiamo pubblicato un saggio intitolato Evola e l’Islam. Dal tentativo di ricostruire organicamente la visione evoliana della tradizione islamica è risultato un quadro che, se appare talvolta inesatto in qualche particolare e spesso condizionato da una prospettiva piuttosto personale, costituisce tuttavia, in fin dei conti, una rappresentazione ispirata al riconoscimento evoliano di ciò che è essenzialmente l’Islam: una manifestazione dello spirito tradizionale da cui non può prescindere la “rivolta contro il mondo moderno”.

A tale saggio, al quale rinviamo comunque il lettore, si ricollega il presente articolo, che nasce dalla recente riscoperta di un articolo di Evola sull’”emancipazione dell’Islam”, compreso nella raccolta de I testi del Meridiano d’Italia (Edizioni di Ar, Padova 2003, pp. 217-219).

L’articolo risale a un’epoca, gli anni Cinquanta, in cui gli ambienti fascisti italiani mantenevano ancor vivo il ricordo della posizione filoaraba e filoislamica assunta dall’Italia nel corso del Ventennio (1), nonché della solidarietà che negli anni del conflitto mondiale si era instaurata tra le forze dell’Asse e i movimenti indipendentisti del mondo musulmano (2). D’altronde il Manifesto di Verona, al quale continuava a fare riferimento una gran parte dei militanti del fascismo postbellico, aveva indicato tra i punti essenziali della politica estera della RSI il “rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come l’Egitto, sono già civilmente e razionalmente organizzati”.

E proprio in Egitto, negli anni Cinquanta, la rivoluzione dei Liberi Ufficiali, dopo avere scacciato il regolo fantoccio (sodale del re savoiardo traditore e fuggiasco), proclamato la repubblica, abolito la partitocrazia, avviato un vasto programma di riforme, nazionalizzato il capitale straniero, espulso i Britannici dal Canale di Suez, rifiutato le alleanze militari funzionali al dominio imperialista, concesso asilo ed aiuto agli esuli del Terzo Reich, si impegnava a costruire un socialismo nazionale che, nella prospettiva geopolitica nasseriana dell’unità della Nazione Araba, sarebbe dovuto diventare un vero e proprio socialismo panarabo, basato sui presupposti spirituali forniti dall’Islam. E quando nel 1956, in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez, l’Egitto dovette far fronte all’aggressione anglo-franco-sionista (3), molti di coloro che avevano combattuto con coscienza di soldati politici contro le “plutocrazie democratiche dell’Occidente” videro nell’Egitto una nuova linea di fronte contro i nemici di sempre e manifestarono la loro solidarietà nei confronti del popolo egiziano e del suo Rais, Gamal Abd el-Nasser (4).

Julius Evola, che all’epoca co

 
Georg Brandes e le interpretazioni del pensiero di Nietzsche PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni di Ar   
Venerdì 18 Giugno 2004 01:00

Francesco Ingravalle, in "Margini" n. 20, novembre 1997

Ci si potrebbe chiedere perché, tra la sterminata bibliografia nietzscheana in lingua straniera, le "Edizioni di Ar" hanno pubblicato proprio le conferenze di Georg Morris Cohen Brandes intitolate "En Afhandling em aristokratisk radikalisme" risalenti al 1888, e pubblicate in edizione accresciuta nel 1909 e, di lì a pochi anni, tradotte in francese e inglese (1914) e in tedesco. Tre lustri fa riscuoteva molti consensi l'interpretazione che Gianni Vattimo aveva dato di Nietzsche come di un "maestro del pensiero libertario", che non pareva consona né all'auto-interpretazione di Nietzsche (Ecce Homo), né alle prime interpretazioni che si incentravano sul superuomo. Georg Brandes invece parlava di "radicalismo aristocratico" concepito per creare una "Herrenmoral" in cui la vita, superando la decadenza, cioé il predominio degli ideali ascetici, realizza sé stessa nelle forme più alte; Lou Salomé intendeva l'intero percorso filosofico nietzscheano come un tentativo di superare i valori che annientavano la vita nelle figure di un'umanità superiore - il "superuomo" - che si sostituisce alla vecchia immagine di Dio (Lou Andreas Salomé, "Friedrich Nietzsche in seinen Werken" , Wien, 1894). Queste due letture del pensiero di Nietzsche coglievano alla perfezione il nesso "nichilismo - critica della morale - superuomo" (nel quale rientrava perfettamente anche l'"eterno ritorno dell'uguale" come culmine del nichilismo stesso e come 'prova di forza dello spirito'). A Brandes e Lou Salomé si deve aggiungere R. Steiner "F. N. Ein Kampfer gegen seine Zeit", Weimar, 1895, che, però, considerava la critica della morale un corollario dell'idea di "superuomo".
Si esamini la bibliografia su Nietzsche compresa tra il 1880 - anno in cui Nietzsche compare citato per la prima volta nei "Grundrisse der Geschichte der Philosophie" di F. Uberweg - e il primo conflitto mondiale dopo il quale Ernst Gundolf e Florentin Hildebrandt, appartenenti al circolo letterario di Stefan George, pubblicarono un'opera in cui si proponeva l'immagine di Nietzsche come "temperamento eroico" in lotta contro il nichilismo politico e morale della modernità; successore di Nietzsche è il poeta George; essa sembra culminare nell'immagine di Nietzsche come una "torcia ardente gettata sulla polverosa Europa"; in George rivive l'antica visione eudemonica del mondo, "la sfera che ruota eternamente su sé stessa" e il "sereno sorriso" della Grecità olimpica. (cfr. E. Gundolf - Florentin Hildebrandt "Nietzsche als Richter unserer Zeit", Breslau, 1923).
Già nel 1918 Ernst Bertram ("Nietzsche, Versuch einer Mythologie", Berlin, Bondi) aveva interpretato Nietzsche come figura leggendaria e come creatore di miti strettamente religioso, nordico e luterano. Il superuomo appare come trasvalutazione e redenzione dell'umano.
Con queste due interpretazioni iniziava un'altra storia: quella del recupero neo-romantico della grecità e del mito in contrapposizione alla e come compensazione della disfatta tedesca del 1918, come risposta alla disfatta stessa. E' già il clima della "rivoluzione conservatrice", del nuovo nazionalismo e della utilizzazione del mito che costituirà l'anima del nazional - socialismo in Rosenberg e Hitler. Un'altra storia dunque: quella della reazione della cultura tedesca al crollo dell'impero guglielmino e della tensione fra chi reagisce guardando a Oriente, alla Russia dei Soviet, e chi reagisce scendendo nelle profondità mitologiche del Deutschtum (attraverso le quali guarda, magari, alla Grecità, come è il caso del "Platon" del filologo classico U. von Wilamowitz - Moellendorff); una storia che, dalla età precedente aveva ereditato alcune 'parole - chiave': "nichilismo", "superuomo", "decadenza": la prima e l'ultima ristre tte alla diagnosi della "catastrofe tedesca", la seconda piegata alle speranze di una rinascita, anche nei termini millenaristici di un 'Terzo Reich'.
Come fu interp

 
E li chiamavano guardia bianca del Capitale… PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Leonello Rimbotti   
Giovedì 17 Giugno 2004 01:00

Un testo recentemente edito dalle Edizioni di Ar ricostruisce la concezione della proprietà nelle Rivoluzioni Nazionali Europee, mostrando come esse abbiano scardinato la società individualistico-liberrale dalle fondamenta, in direzione di un autentico Stato Nazionalpopolare. Oltre la barbarie capitalistica, verso un “comunismo gerarchico”.

Quando Ugo Spirito, nel 1932, metteva uno di fronte all’altro individuo e Stato, parlando della loro “identità speculativa”, e tracciava una precisa ipotesi di eliminazione della proprietà privata in nome della giustizia sociale e della dignità di tutti e di ognuno, aveva bene in mente qual’era il pericolo mondiale a cui la nostra civiltà già allora andava incontro. Non tanto il marxismo, deriva ideologica del borghesismo internazionale, e neppure il bolscevismo sovietico, che sembrava sulla via di tingersi di crescenti colorazioni nazionali, ma piuttosto il liberalcapitalismo: questo il vero e più insidioso nemico dei popoli.

Bisogna leggere Il comunismo gerarchico. L’integralismo fascista della Corporazione proprietaria e della Volksgemeinschaft di Sonia Michelacci (Edizioni di Ar), un testo unico in materia, per avere la precisa sensazione di come l’epoca presente e la prima metà del secolo XX siano due realtà non solo diverse, ma opposte. L’Autrice, specialmente attraverso l’analisi del concetto di proprietà, studiato nella dottrina e nelle legislazioni sociali del Regime fascista, della Repubblica Sociale e del Terzo Reich, ed anche nel pensiero sociale cattolico, perviene alla piena illustrazione di come vi fosse in quelle creazioni politiche la volontà di fondere le istanze tradizionali con le esigenze moderne, la comunità con la personalità: l’organismo con l’organizzazione. Già dagli esordi, il fascismo sancì quello che era uno dei suoi fulcri ideologici, cioè la preminenza del comunitario sull’individuale e del pubblico sul privato, giungendo alla sua codificazione con la Carta del Lavoro che, nel 1927, provava a dare una prima, anche se insufficiente, prova di come il fascismo fosse – o, almeno, dovesse essere – il rovesciamento del precedente regime liberale.

La Carta del Lavoro, di ispirazione bottaiana, era ricca di enunciazioni impegnative: vi si proclamava l’intoccabilità della proprietà privata, ma solo qualora il proprietario fosse in grado di valorizzarla; si garantiva all’imprenditore la proprietà dei mezzi produttivi, purché li usasse con profitto comune e, in ogni caso, non contro gli interessi dello Stato; si definiva quello del proprietario, in generale, come diritto “vincolato” e non assoluto. Queste le proclamazioni, che ebbero anche ricadute sulla tendenza giuridica: ma, nel complesso, il sistema delle garanzie padronali rimase appena scalfito. E per l’autentica fondazione di uno Stato sociale-popolare non bastarono neppure la creazione della Magistratura del Lavoro nel 1928, la faticosa introduzione nel 1934 delle ventidue Corporazioni, l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, nel 1939: di fatto, il corporativismo non ebbe tempo né modo di uscire dalle secche delle teorie di principio, e non incise che saltuariamente sul piano della legislazione sociale e delle risoluzioni giuridiche. Tanto che, significativamente, il Codice Civile del 1942 viene dalla Michelacci definito “la vittoria della concezione borghese e conservatrice della proprietà privata.

 

Venticinque anni fa veniva ucciso Francesco Cecchin PDF Stampa E-mail
Scritto da Tratto da Carpe Diem   
Mercoledì 16 Giugno 2004 01:00

A Roma, nel quartiere Salario, il diciassettenne veniva gettato da un muretto da un pugno di militanti attempati del PCI il 28 maggio 1979. Il 16 giugno Francesco sarebbe morto al termine di una lunga agonia. Questa notte è stata tenuta la veglia. Oggi un corteo alle 18 in Piazza Vescovio.

Siamo nel maggio del 1979 e la tensione nella zona di Roma Est è piuttosto alta a causa delle continue provocazioni perpetrate da aderenti al P.C.I. del quartiere ai danni di militanti del Fronte della Gioventù e delle loro sezioni. Ai primi del mese viene compiuto da questi "attivisti" comunisti un attentato incendiario contro la sede del M.S.I. - F.d.G. di viale Somalia 5 che viene seguito, nei giorni successivi, da numerose azioni di disturbo della normale attività del "Fronte" condite con minacce varie ed atteggiamenti aggressivi. In tutti questi episodi viene notata la presenza di un'automobile Fiat 850 bianca che risulterà poi fondamentale nel seguito della vicenda.
La sera del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del F.d.G., tra cui Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma vengono subito notati da un gruppo di militanti della sezione comunista di via Monterotondo, che danno inizio alla sistematica copertura di tali manifesti; un giovane cerca di impedire il proseguimento dell'azione provocatoria, ma viene circondato da una ventina di attivisti di estrema sinistra, capeggiati da S. M. che, dopo aver allontanato in modo spiccio un agente di P.S. in borghese chiamato ad intervenire, (S. M. ha da sempre esercitato una sorprendente autorità sulla polizia) si rivolge ai ragazzi del Fronte con affermazioni del tono: "...vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale Somalia..."; alla fine, volgendosi verso Francesco Cecchin, lo apostrofa così: "TU STAI ATTENTO, CHE SE POI MI INCAZZO TI POTRESTI FARE MALE!".

La stessa sera, intorno alla mezzanotte, Francesco Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; verso le 24:15, mentre i due ragazzi sono fermi davanti all'edicola di piazza Vescovio, spunta una Fiat 850 bianca che compie una brusca frenata davanti a loro; dall'auto scende un uomo che urla all'indirizzo di Francesco: "... È lui, è lui, prendetelo!". Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l'aggressore, Francesco fa allontanare la sorella e corre in direzione di via Montebuono, inseguito dagli occupanti della macchina, che nel frattempo il suo guidatore sposta fino all'imboccatura della stessa via Montebuono. La sorella, intanto, si getta vanamente al loro inseguimento, urlando: "Francesco, Francesco!"; le sue grida vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo e qui salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, il giovane viene raggiunto da un inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa della presenza, sul suo terrazzo sottostante di cinque metri il piano stradale, di un ragazzo che giace esanime al suolo; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo il suo amico Francesco Cecchin. Il corpo è in posizione supina ad una distanza di circa un metro e mezzo dalla base del muro; perde sangue da una tempia e dal naso e stringe ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, di cui una che spunta dalle dita è storta, e in quella destra un pacchetto di sigarette.


A questo punto, mentre sarebbe stato lecito attendersi immediate indagini da parte delle forze dell'ordine, si assiste invece all'affrettarsi di tutti a liquidare l'accaduto come un incidente. Secondo alcuni Francesco, "impaurito", avrebbe scavalcato il muretto del cortile senza rendersi conto che al di sotto ci fosse un salto di cinque metri. Altri hanno addirittura negato che vi fosse stata una colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori, come ha fatto il commissario Dott. S..
Apparendo questa versione s

 
Novantotto anni fa nasceva Léon Degrelle PDF Stampa E-mail
Scritto da Orientamenti & Ricerca   
Martedì 15 Giugno 2004 01:00

Partì da soldato semplice sul Fronte dell’Est dove si conquistò uno a uno i galloni fino a quello di generale delle Waffen SS e conseguì la massima decorazione, le Fronde di Quercia. Hitler gli disse: “se avessi avuto un figlio avrei voluto che fosse come lei”.

Novantotto anni fa nasceva Léon Degrelle

Nella stessa Buglione che aveva dato i natali a Goffredo, primo Re di Gerusalemme. Degrelle, grande capo politico e tribuno popolare, fu il fondatore di Rex. Partì da soldato semplice sul Fronte dell’Est dove si conquistò uno a uno i galloni fino a quello di generale delle Waffen SS e conseguì la massima decorazione, le Fronde di Quercia. Hitler gli disse: “se avessi avuto un figlio avrei voluto che fosse come lei”.

Prima della guerra Degrelle si batté “contro tutti i partiti, contro tutti i corrotti” e riuscì ad imporsi contro i socialisti e l’alto clero. Si mise alla testa del più grande sciopero generale della storia belga e riuscì a portarlo al successo, garantendo assistenza e cibo, presso le famiglie dei militanti borghesi, a tutti i figli dei proletari in sciopero, molti dei quali conobbero così per la prima volta la villeggiatura.

Imprigionato allo scoppio della guerra e deportato nello stesso campo dei profughi repubblicani spagnoli, nella speranza, rivelatasi impropria, che lo linciassero, una volta liberato dai tedeschi, Degrelle volle partire sul Fronte dell’Est come soldato semplice.

Vi guadagnò ogni grado e decorazione. In particolare alla battaglia di Tcherkassy sostenne diciassette corpi a corpo in una sola giornata e fu ferito ben tre volte. Hitler lo mandò a prelevare con un aereo e lo volle con lui per la convalescenza.

Nel 1945 riuscì in modo miracoloso a raggiungere la Spagna laddove rimase fino alla morte, il giorno di venerdì santo del 1994. Contro di lui le autorità del Belgio occupato dalla Nato promulgarono la “lex degreliana” interdicendo solo all’eroe nazionale i termini di proscrizione di legge ed impedendone così il trionfale ritorno in patria.

Fino all’ultimo istante Degrelle ha continuato un’opera di divulgazione politica e di approfondimento storico alla quale dobbiamo documenti preziosi, specie riguardanti i retroscena della Prima guerra mondiale e la storia veridica ed istruttiva del Nsdap dagli anni Venti alla presa del potere.

 
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