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Lettere
Codice della vita italiana - 1921 PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Prezzolini   
Sabato 08 Maggio 2004 01:00

“Che Dante non amasse l’Italia, chi vorrà dirlo? Anch’ei fu costretto, come qualunque altro l’ha mai veracemente amata o l’amerà, a flagellarla a sangue, e a mostrarle tutta la sua nudità, si che ne senta vergogna.” Carlo Cattaneo.

Prefazione

Saggio di un codice della vita italiana

Tra la legge scritta e la vita vissuta, tutti sappiamo che bella differenza passa. Lo statuto e i codici che cosa ci dicono di realistico sul nostro Paese? Lo abbiamo imparato, a spese nostre; lo sa la nostra testa, che ha ripetutamente urtato contro quanto ignorava; lo sanno le nostre spalle, che di questa ignoranza han portato il peso! E perché non cerchiamo di togliere ai giovani la parte più grave di tal noviziato? Perché non proviamo ad insegnare loro in che Paese veramente sono nati, quali ostacoli troveranno, quante strade hanno aperte? Ho cercato di esporre in poche formule alcuni degli aspetti realistici della nostra vita e delle consuetudini della gran maggioranza degli Italiani. So bene che si griderà in pubblico al diffamatore, pur riconoscendo in privato la giustezza delle mie osservazioni. Ma appunto perché so tutto questo, non me ne preoccupo tanto. E quanto alle eccezioni riconosco volentieri che ce ne sono. Non è forse questo scritto un’eccezione alla regola, che si potrebbe benissimo aggiungere alle altre innanzi esposte, per cui “certe cose si fanno ma non si dicono”? C’è molta amarezza, in espressioni che han l’aria (soltanto l’aria pur troppo) del paradosso. Amarezza e, qualche volta, disperazione. Quando si vive in Italia, più di una volta accade di domandarsi perché non si prende il primo piroscafo che parte per il nuovo mondo, dove, molto lontani, attraverso il velo della poesia, e senza alcun contatto con i cattivi campioni della madre patria, tutto quello che c’è di bello e di sano può tornare in mente e destar persin nostalgia. Sì, siamo ridotti a questo, qualche volta: a prendere idealmente un piroscafo e guardarla da lontano, questa nostra Italia, per poterla amare davvero… A guardarla come posteri; anzi peggio: come stranieri. Del resto i migliori italiani, da Dante a Mazzini, hanno rivolto aspri rimbrotti ai loro compaesani; e si capisce. Chi ha un ideale di patria, vi paragona la realtà e non può fare a meno di trovarla inferiore; onde il suo sforzo perché la luce di quell’ideale, che è tormento e miglioramento, passi negli altri. Ma non vi passa che attraverso lotte. Chi si contenta delle cose come stanno, non ha bisogno di urtare alcuno; e può distendersi nelle lodi. I dolci educatori, si sa, non sono i migliori. Qui c’è il succo delle mie idee sul mio Paese: vi sono nato, sento di dovervi lavorare. Ma il mio Paese non è disgiunto da un’idea più vasta. Anzitutto, mi sento uomo. E sento subordinato a questo il mio concetto di italiano. Io ho fede nell’Italia piuttosto attraverso un rinnovamento educativo che attraverso uno politico, preferisco un miglioramento del carattere a una modificazione delle istituzioni. Ho più fede negli umili, che nei grandi; in coloro che occupano posizioni secondarie, che in quelli che sono arrivati in alto. Penso che i valori della nostra tradizione hanno bisogno di cambiamenti radicali: che noi teniamo troppo al Rinascimento ed a tuta la tonalità letteraria, enfatica, retorica che vi ha radice. Il mio ideale d’italiani è quello di uomini più pratici, più severi, più colti, più aperti alla visione del grande mondo moderno. Sento che si potrebbe arrivar ad un profondo rivolgimento spirituale in breve tempo: in un paio di generazioni; a patto di sentire la nostra attuale complessiva inferiorità, rispetto ad altri popoli; a patto di una rinunzia rigida a consuetudini che abbassano soprattutto il nostro valore morale e la nostra dignità; a patto di un esame di coscienza purificatore. Ce

 
Herman Hendrich: Leben und Werk PDF Stampa E-mail
Scritto da Harm   
Martedì 04 Maggio 2004 01:00

Questo libro è la prima monografia completa dedicata all’artista dalla sua morte nel 1931 e cerca di riportare su Hendrich l’attenzione del pubblico.

Questo bel libro è frutto dell’entusiasmo e della passione di una persona. Qualche anno fa, Elke Rohling ebbe l’idea di formare un’organizzazione no-profit per raccogliere e diffondere il lavoro artistico del pittore tedesco Hermann Hendrich e per preservare i suoi templi dell’arte totale per le generazioni future.

Il risultato di questo impegno è stata l’associazione culturale Nibelungenhort che ha prodotto questo libro, un CD dallo stesso titolo e un grosso sforzo per diffondere l’opera di Hendrich. Insieme a Fidus, Franz Stassen, e Ludwig Fahrenkrog, Hermann Hendrich fece parte di quel gruppo di artisti e pittori che furono fortemente ispirati dall’idea wagneriana del Gesamtkunstwerk. Essi condivisero la passione per l’eredità germanica trasmessa dalle fiabe e dalle saghe dell’Edda che influenzò molti movimenti mistici, esoterici ed artistici del tempo. Persero parte a quella temperie culturale che, anche attraverso la pittura simbolista, la letteratura sull’idea della natura mistica, e i movimenti della riforma della vita, cercarono di ricreare un nuovo paganesimo alla fine del 1800. In contrasto con le precise linee Art Nouveau di Stassen, Hendrich scelse una tecnica più espressionista che seppe magistralmente rappresentare leggende e paesaggi impregnati di misticismo. Spesso le sue figure sfumano e divengono parte stessa del paesaggio nella sua inscindibile totalità. Il suo ritratto di Odino nella luce del tramonto degli Dei ci mostra un Dio solo, avvolto dalle tenebre, mentre i fuochi del Ragnarök brillano distanti. In contrasto con i piani grandiosi ma mai realizzati di Fidus e Fahrenkrog per la creazione di templi architettonici, Hendrich riuscì a realizzare le sue idee per dare alla sua arte una sede stabile e pubblica: il Nibelungenhalle di

Königswinter e il Walpurgishalle di Thale sono i due esempi più conosciuti e famosi. Per aumentare la diffusione del libro il prezzo è, per un libro d’arte con molte illustrazioni a colori e bianco e nero, assai contenuto. I testi sono in tedesco ed inglese. Nel volume sono presenti in separati capitoli i progetti architettonici che coinvolsero l’artista, un’esaustiva carrellata sui suoi quadri più famosi, una biografia e bibliografia completa ed un autoritratto biografico scritto dallo stesso artista. Speriamo che la visione di questo libro spinga al Wandrelust verso i templi di Hendrich coloro che volessero rendere omaggio al suo eccezionale lavoro artistico.

Alla fine del XVIII secolo e negli anni seguenti molti circoli artistici furono caratterizzati dall’egemonia di una visione puramente razionalista del mondo che comportava da un lato la rottura e la perdita dei valori religiosi e dall’altra una carenza nella comprensione integrale della realtà. La vita moderna con la sua crescente meccanizzazione, il rapido traformarsi dei valori e degli stili di vita, che si manifestavano anche con la diffusione di nuove concezioni metafisiche e religiose, segnavano dei profondi cambiamenti che erano particolarmente evidenti nell’arte e nella letteratura di quel periodo. Bernahard Juchmann descriveva così questa atmosfera nella sua introduzione del libro di presentazione del “Halle Deutscher Sagenring”: “ L’inquietudine e la frenesia della nostra epoca in cui le forze ferree della meccanizzazione distruggono molti luoghi dell’arte offriamo con le opere di Hendrich un eremo in cui le giovani generazioni possano dedicarsi alla riflessione e alla memoria nella contemplazione.”. Una delle reazioni a questo crescente senso d’incertezza, un senso di minaccia provocato dalle rapide trasformazion,i fu l’interesse per la mistica. Al cambio

 
Contro l'americanismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Tarchi   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

Presentazione del libro martedì 11 Maggio 2004, h. 11.00 Sala Cosseddu (ERSU), Via Trentino, Cagliari

Contro l’americanismo è il titolo di un libro recentemente pubblicato dalla Casa Editrice Laterza, scritto da Marco Tarchi, professore di Scienza Politica all’Università di Firenze.

L’americanismo è una malattia che lentamente sta contagiando le menti italiane ed europee, veicolata dai grandi mezzi di informazione di massa: televisioni e giornali. I mezzi sono differenti, così come sono differenti i messaggi: più sobrio, leggero e apparentemente innocuo il primo -telefilm, supereroi, fiction, programmi di intrattenimento made in Usa costituiscono il nocciolo duro della nostra televisione-, più impegnato, pesante e apparentemente inserito nella pluralità informativa il secondo -gli intellettuali, che dovrebbero filtrare la realtà dalle scorie propagandistiche della politica, al contrario sono i primi che annunciano la lieta novella del gigante americano, tacciando di antiamericanismo chi osa muovere alcuna critica all’immaginario culturale rifacentesi agli Stati Uniti d’America. Il risultato ottenuto è il medesimo per entrambi: mezzi differenti e messaggi differenti si uniscono per colonizzare l’immaginario collettivo. Viene in questo modo preparato il terreno per messaggi scomodi -guerra, morti, interessi economici, imperialismo strisciante- che, grazie al massiccio bombardamento mediatico, divengono la normalità, il lento succedersi delle cose, la prassi. Si fanno guerre -ne è un esempio quella lanciata dalle truppe angloamericane in Iraq- drogando l’opinione pubblica con messaggi non veritieri -armi di distruzione di massa, imminente pericolo per l’occidente, collusioni del governo iracheno con Bin Laden e via discorrendo- e riuscendo a generare nel cittadino medio quella strana sete di sicurezza che solo il Grande Fratello americano può placare.

 
SUDDITI di Massimo Fini PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Mercoledì 28 Aprile 2004 01:00

Per la cultura occidentale la democrazia e' 'il migliore dei sistemi possibili', tanto che l'Occidente si ritiene in dovere di esportarla, anche con la forza, in paesi con storia, vissuti, istituzioni completamente diversi.

Ebbene Massimo Fini si lancia contro questa radicata convinzione in un pamphlet dal sottotitolo 'Manifesto contro la Democrazia'. Il suo punto di partenza e' il noto annuncio del politologo americano Francis Fukuyama, che dopo il crollo del comunismo, nel 1989, proclamo' che la Storia era finita; finita in quanto, caduto 'L'impero del Male' rappresentato dal blocco sovietico, la democrazia poteva trionfare in tutto il mondo e lo scopo della Storia (che era appunto raggiungere il regno luminoso della democrazia universale) era esaurito. Bastarono pochi mesi, un pugno di guerre locali che minacciavano la stabilita' generale, e qualche centinaio di morti per lo piu' civili in varie parti del globo, a far capire a tutti (anche a Fukuyama) che la Storia andava avanti, la solita Storia.
Ma questo non poteva cogliere di sorpresa Massimo Fini, che ci spiega come man mano che si svolge il filo della Storia - in particolare negli ultimi due secoli - diventa sempre piu' evidente che la democrazia rappresentativa non solo non rispetta i suoi presupposti e i suoi altisonanti principi, ma non e' assolutamente in grado di farlo ne' mai lo fara'.
 
Martiri per l'Irlanda PDF Stampa E-mail
Scritto da Dr Laurence McKeown   
Mercoledì 28 Aprile 2004 01:00

Martiri per l'Irlanda. Bobby Sands e gli scioperi della fame

Fratelli Frilli Editori 2004 Genova, 240 pag., 15,50 Euro

Il 5 maggio 1981, nel carcere di Long Kesh a Belfast (Irlanda del Nord), moriva Bobby Sands. Era al suo 66° giorno di sciopero della fame per poter ottenere lo status di prigionieri politici e insieme ad esso vedersi riconosciuti diritti basilari garantiti a qualsiasi essere umano. Nelle settimane successive altri nove detenuti lo seguirono nel suo tragico destino. Lo sciopero della fame del 1981 durò 7 mesi e attirò sull’Irlanda l’attenzione del mondo intero ma non fu quello l’unico nella lunga storia del movimento repubblicano irlandese.

Il libro: Viene ripercorsa la storia degli scioperi della fame attuati in Irlanda da esponenti del movimento repubblicano irlandese. L’analisi della figura di Bobby Sands, leader carismatico del digiuno messo in atto nel 1981 nel carcere di Long Kesh, indica con quanta e quale intensità i concetti di martirio e di sacrificio siano legati alla storia del repubblicanesimo irlandese e alla sua lotta di liberazione dal dominio inglese. Persone ordinarie diventarono, con la loro morte, icone da venerare, figure carismatiche da rispettare e vedere come punti di riferimento da generazioni e generazioni d’irlandesi. Ancora oggi, a più di venti anni dai fatti del 1980/81, gli irlandesi sono emotivamente coinvolti. Entrambe le comunità furono segnate, anche se in maniera diversa, dalle morti dei ragazzi di Long Kesh. Quali ricordi e quali sensazioni suscitano oggi quei fatti? Il tempo lenisce il dolore? È possibile una revisione storica e quindi una rivalutazione non solo delle strategie adottate nella lotta carceraria ma anche dei protagonisti stessi? Perché non è impossibile parlare di mito riferendosi ai protagonisti?
Il libro cerca di dare una risposta a tutte queste domande. Non vi è pretesa alcuna di fornire verità assolute ma, semplicemente, di invitare ad una riflessione storica e umana.
Le loro storie e quelle di coloro che condivisero con loro la lotta, la detenzione e la sofferenza sono raccontate in questo libro anche attraverso le testimonianze dirette di alcuni dei protagonisti.

  Introduzione

Fui arrestato nell’agosto 1976 e in seguito detenuto nei Blocchi H di Long Kesh. Avevo 19 anni e quella era l’età media di quasi tutti i detenuti. Alcuni erano anche più giovani. Eravamo tutti repubblicani irlandesi e alcuni di noi erano volontari dell’esercito repubblicano irlandese, l’IRA. L’estate di quell’anno fu particolarmente calda, cosa insolita per l’Irlanda, e i nostri pensieri erano, per lo più, rivolti a ciò che ci stavamo perdendo all’esterno piuttosto che a quanto ci aspettava dentro il carcere. Non sapevamo ancora, per esempio, che ci saremmo imbarcati in una protesta che sarebbe durata cinque anni, durante la quale saremmo rimasti nudi, vestiti solo di una coperta e che per tre di quei cinque anni avremmo rifiutato persino di lavarci. Ignoravamo anche che dieci di noi sarebbero morti nello sciopero della fame del 1981, il culmine di quella protesta.La nostra protesta era concepita per ottenere il giusto riconoscimento di prigionieri politici; uno status in precedenza concesso a coloro che venivano detenuti in seguito al loro coinvolgimento nel Conflitto e che era stato rimosso, dal governo inglese, nel marzo 1976. Durante il corso di quei cinque anni furono fatti diversi tentativi di mediazione, in particolar modo dal Primate Cattolico d’Irlanda Cardinale Tomás O’Fiaich, che però non riuscirono a produrre nessun effetto utile. Bobby Sa

 
Il comunismo gerarchico. L’integralismo fascista della corporazione e della Volksgemeinschaft PDF Stampa E-mail
Scritto da Libreria Ar   
Martedì 27 Aprile 2004 01:00

Breve introduzione al libro di Sonia Michelacci, Edizioni di Ar

...Dopo aver scandito con nettezza i vari passi del fascismo rivoluzionario verso una concezione della proprietà privata che postulava di superare tanto l’individualismo liberale quanto il collettivismo comunista, il libro individua come prima realizzazione coerente e chiara dell’ideale fascista l’ordinamento fondato, con la Socializzazione delle imprese, dalla Repubblica sociale...

(dalla prefazione di Luigi Lombardo Vallauri, Filosofo del Diritto)

...Una delle prime formulazioni di Ugo Spirito sul comunismo gerarchico – da lui identificato con il corporativismo – risale al 1935, nella relazione ‘Corporativismo e libertà’ presentata al Convegno italo-francese di studi corporativi che si tenne a Roma nel maggio di quell’anno. In essa il filosofo aretino così tratteggiava il tipo di collaborazione gerarchica da lui posta a fondamento della nuova società: “Per poter vincere il capitalismo occorre vincerlo tecnicamente e spiritualmente, non con la violenza del numero, ma con la superiorità tecnica di una gerarchia totalitaria in cui i valori umani si differenziano al massimo”...

(dall’introduzione dell’Autrice)

 
TYR Myth, Culture, Tradition Volume 2 PDF Stampa E-mail
Scritto da Harm   
Martedì 27 Aprile 2004 01:00

430 pagine, in lingua inglese, casa editrice Ultra Publishing, costo comprensivo del Cd e spese di posta aerea 30 dollari americani

Tyr celebra i miti tradizionali, la cultura, e le istituzioni sociali dell'Europa pre-moderna e pre- Cristiana. Interessanti ed originali articoli, interviste, traduzioni, dei lavori di riferimento degli intellettuali del tradizionalismo radicale e dei pensatori antimoderni e un'accurataselezione di libri, films, musica e lavori artistici. Nel secondo volume:

Julius Evolasu "The Doctrine of Battle and Victory", Charles Champetier intervistaAlain de Benoist, Alain de Benoist su "Thoughts on God", Collin Clearysu "Summoning the Gods", Stephen McNallensul "Asatrú Revival", Nigel Pennicksu "Heathen Holy Places", John Matthewssu "The Guardians of Albion", Steve Pollingtonsu "The Germanic Warband", Michael Moynihansu "Disparate Myths of Divine Sacrifice", Christian Rätsch su "The Sacred Plants of our Ancestors", Joscelyn Godwinsullo studiosoHerman Wirth, Peter Bahn si "The Friedrich Hielscher Legend", Markus Wolffsull'artista Ludwig Fahrenkrog, Stephen Flowers on "The Northern Renaissance", Joshua Buckley intervista il musicista austriaco"technosophical" Allerseelen, recensioni di libri e dischi.

Il costo del secondo volume di Tyr comprende un CD musicale di 79 minuti. E'un lavorocollettivo di artisti contemporanei ispirati dal mondo della Tradizione: Allerseelen, Blood Axis, Coil, Fire & Ice, In Gowan Ring, Primordial, 16 Horsepower, Waldteufel, e molti altri.

Richiedere a:

Ultra
PO Box 11736
Atlanta, GA 30355
USA

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PS La copertina del secondo numero di Tyr è la riproduzione di una scultura dell'artista austriaco Manfred Odin Wiesinger. Per quanti volessero ammirare il suo eccezionale lavoro l'indirizzo del suo atelier è Atelier in der Alten Volksschule, 4770 Andorf, Austria e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 
Fascisti Immaginari PDF Stampa E-mail
Scritto da Miro Renzaglia   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

Recensione del libro "Fascisti Immaginari" di Lanna & Rossi Ed. Vallecchi.

Prendete la destra dalla parte sbagliata e vi troverete, inevitabilmente, nei vicoli ciechi dei cacciatori di teste rosse; degli autoconvocati addetti all’ordine altrui; dei bombaroli ferrovieri istruiti dagli appositi servizi; dei liberi muratori spiritati da geometri materazzari; dei golpisti tutti compresi nei meandri delle loro voglie maniacali di colonnelli e simili alabardieri; degli orditori di trame senza bandolo e senza ma(ta)sse… Godrete (?), così, il panorama macabro che ha fatto di molti stereotipi l’unica verità. E di ogni possibile variante e alternativa un dettaglio insignificante. Cinquant’anni di depistaggi logici (prima che giudiziari) hanno edificato il più grande museo dell’errore a una tribù colpevole, a priori, di essersi assunta la responsabilità della sconfitta in una guerra che, in buona parte, non aveva neanche combattuto (per limiti anagrafici…); a posteriori, di non essersi arresa in massa all’evidenza, tutta storico-progressista, della civiltà che trionfa sulla barbarie e, in mezzo, di domicilio coatto con i residuati di fogna inizialmente descritti…

Chi glielo andava a spiegare agli “Hazet 36, fascista dove sei?” che, “a destra” (?) c’erano (ed erano tanti, anzi: forse, erano i più…) quelli che Guccini, De André e Gaber bisogna ascoltarli bene; quelli che il nucleare? mai!; quelli che i comunisti rivoluzionari so’ camerati che sbajano; quelli che sto con Settembre Nero; quelli che un brindisi alla vittoria del popolo vietnamita; quelli che per un socialismo europeo; quelli che il jazz è più fascista di Wagner; quelli che la rivoluzione è una cosa seria che si fa con allegria, insieme al popolo e… alla luce del sole; quelli che “l’usura crea guerre a serie”; quelli che Lama l’hanno buttato fuori dall’università gli indiani metropolitani e i fasci: uniti nella lotta; quelli che se devi morì’ fallo ‘n piedi; quelli che l’affitto è usura; quelli che er vero delinquente è chi fonda le banche, no chi le rapina; quelli che “voglio una vita spericolata”, come Vasco; quelli che “ma come un’aquila può diventare aquilone?”; quelli che ma è proprio vero che ‘sti pariolini so’ fascisti?; quelli che viva el Che, un rivoluzionario come noi; quelli che la socializzazione prima di tutto; quelli che ha fatto bene Cristo a prendeli a mazzate i mercanti der tempio; quelli che a Valle Giulia ce stavo pur’io, e nun ero né communista né puliziotto… Eh? chi glielo faceva capire agli antifascisti militanti che la realtà antropologica di questa tribù era diversa dalle superficiali rappresentazioni che più gli convenivano? Adesso non hanno più alibi: Fascisti immaginari è così documentato (basta scorrere la bibliografia) che chi non prende atto di aver limitato la propria indagine agli stereotipi più minoritari e sulfurei, o è affetto da cecità congenita o vuole perpetuare senza fine, senza scopo, senza attenuanti il culto della sua ignoranza… 

 
Le origini e gli inizi dell’Ordine PDF Stampa E-mail
Scritto da Diego Di Sopra   
Venerdì 23 Aprile 2004 01:00

Nel 1099 i crociati conquistarono la Terra Santa, caduta in mano ai turchi selgiuchidi. Le crudeli persecuzioni contro i cristiani e le continue uccisioni e violenze che dovettero subire i pellegrini in Terra Santa motivarono le crociate.

Evento storico di difficile valutazione oggettiva che caratterizzò l’XI secolo.

Il conte Hugue de Champagne nacque nel 1077 da Tibaldo II di Blois e di Champagne e da Alessia di Valois. Lo Champagne gli fu concesso in feudo nel 1093.

Tra il 1104 e il 1105 andò per la prima volta in Terra Santa e da li ritornò in Francia nel 1108. Al suo ritorno strinse rapporti con Etienne de Harding, abate di Citeaux. Da quel momento l’abate pose tutto il suo monastero allo studio minuzioso dei testi sacri ebraici, ricorrendo perfino all’aiuto degli eruditi rabbini dell’Alta Borgogna. Nel 1114 il conte di Champagne ritornò nuovamente a Gerusalemme, in Terra Santa. Ed al suo ritorno, nel 1115, riprese i contatti con l’abate di Citeaux.

Sicuramente il conte di Champagne era alla ricerca di qualche cosa in Terra Santa. Nello stesso anno il conte offrì all’Ordine cistercense una zona della foresta di querce di Bar-Sur-Aube, conosciuta come la Valle dell’Assenzio, per costruirvi un’abbazia. Lo stesso Etienne de Harding designò, non a caso, Bernard de Fontaine, San Bernardo, a dirigere la fondazione di quest’abbazia, l’abbazia di Clairvaux. Bernardo nacque nel 1090 a Fontaineslés Dijon da Alet dei duchi borgognoni di Montbard e da Tescelin de Fontaine, era il terzo di sette figli, i suoi genitori appartenevano all’alta nobiltà della Borgogna. Destinato alla carriera ecclesiastica andò alla scuola dei canonici di Chatillon-Sur-Seine. Egli entrò nel movimento benedettino (nei nuovi Cistercensi) tra il 1110 e il 1113 trascinando con sé i suoi fratelli e lo zio materno Andrée de Montbard. In giovanissima età conobbe il conte Hugue de Champagne.

A Gerusalemme nel 1118 o nel 1119 stando agli atti del Concilio di Troyes redatti dal monaco Jean Michel, Hugo de Payns o Ugone dei Pagani, un Cavalier Crociato francese o italiano che fosse, maestro d’arme del conte Hugue de Champagne, unitamente al cavaliere francese Goffredo de Saint-Omer, a capo d’altri sette cavalieri ottenne dal Patriarca Wormondo di Gerusalemme e dal Re Baldovidio II l’autorizzazione di garantire la sicurezza della strada dei pellegrini da Giaffa a Gerusalemme. E in dono una parte della spianata del Tempio di Salomone, da cui venne l’aggettivo di “ Templari”, nei pressi del Palazzo Reale, là dove i musulmani avevano edificato la Moschea Al-Aqsa. I cavalieri si stabilirono in un’ala del Palazzo Reale che sorgeva sulle fondamenta del Tempio e intrapresero una serie di lavori, nuovi corpi di costruzione furono innalzati sul lato occidentale e nel sottosuolo, le immense sale a volta divennero scuderie. E’ probabile che rimasero a lungo a scavare tra le rovine del Tempio, forse nella speranza di trovare qualcosa di prezioso.

 

La distruzione - recensione PDF Stampa E-mail
Scritto da Miro Renzaglia   
Venerdì 23 Aprile 2004 01:00

Se la ripubblicazione de La distruzione è diventato un caso letterario, vuol dire che si tratta di un caso maledettamente strano.

Se caso è, poteva esserlo fin da subito, quando uscì negli anni ’70 per i tipi della, nientedimeno, Mondadori. Ma non successe nulla: qualche stiracchiatella recensione e vendite probabilmente di poco superiori ad una raccolta di poesie di Mandel’stam… Eppure, alcuni degli ingredienti per montarlo, il caso, c’erano già: in quegli anni di sovreccitazione ideologica, la figura del nazista disegnata da Virgili, del nichilista puro che spera nella distruzione totale dell’umanità per vendicare, in un colpo solo, il Terzo Reich e le sue personali frustrazioni, avrebbe dovuto (o potuto) farne un comodo bersaglio dell’intellighentia progressista e, dall’altra parte, poteva scapparci almeno un vivaddio l’avanguardia letteraria non finisce a sinistra dei Novissimi (per la verità, del libro si accorse Gianfranco de Turris: senza seguito). Dunque - come ho detto - non accadde proprio un bel niente. Tanto che la stessa Mondadori gli rifiutò il secondo romanzo Metodo di sopravvivenza, ancora editorialmente inevaso. Che oggi il caso monti più di quanto sia avvenuto alla prima edizione recherà poca consolazione a Dante Virgili, morto in solitudine e dimenticanza nel 1992.

Vero è che da qualunque parte lo si prenda, il libro era e resta scomodo per tutti: il significato del racconto è angosciante e clustrofobico e la sua tesi francamente incondivisibile; i comportamenti sessuali del protagonista, estremi a dir poco; il significante (cioè la tecnica di narrazione) fortemente sperimentale, ai limiti (ma al di qua del limite…) dell’astrazione: tra flussi di coscienza e di memoria; scambi mai del tutto dichiarati fra dimensione onirica e realtà; cronache giornalistiche riportate pari pari; masse verbali in tedesco; punteggiatura casual creativa… Eppure tutto lega, tiene: provate a dare al protagonista una linea revanchista magari appena appena più moderata o politically correct; alla sua attività sessuale, una pratica meno perversa o tradurlo secondo i canoni della Crusca: l’edificio crolla. O diventa inverosimile. Invece l’oggetto, a dispetto dei materiali sulfurei usati e di una tecnica di montaggio spericolata, è perfettamente attendibile. Se il valore di riconoscimento di un’opera letteraria è (anche…) nella perfetta corrispondenza della forma al proprio contenuto, La distruzione possiede questo valore. Certo, lo stomaco del lettore è messo sossopra e la sua intelligenza chiamata ripetutamente a sfidare ogni automatismo interpretativo. Ma l’architettura della narrazione è di una coerenza difficilmente contestabile.

Distruzione/autodistruzione e smodata (ancorché ripetutamente mancata) ricerca del piacere sessuale (diluite in ricorrenti ultradosaggi alcolici…) sono i due poli fra i quali l’Autore fa muovere il suo doppio letterario (ché, poi, alla fine di quello si tratta…). Eros e Thanatos, insomma. Sempiterni. Indissolubili. All’estremo. Il protagonista non si adatta a nessuna via di mezzo… Sconfitto in guerra, non sa vivere senza i miti della sua giovinezza e (si) auspica non l’alba utopica di un Quarto Reich

 
CENSURA. Le notizie più censurate nel 2003 PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter.org   
Mercoledì 21 Aprile 2004 01:00

Nuovi Mondi Media propone in Italia un’ importante antologia d’informazione controcorrente pubblicata negli Stati Uniti.

CENSURA di Peter Phillips e Project Censored

Prefazione di Sandro Provvisionato, pagg. 352, euro 18,50

"Il nostro stesso futuro dipende dalla conoscenza che questa raccolta di notizie celate ci permette" - San Diego Review

"Project Censored ? una delle organizzazioni alle quali dovremmo prestare ascolto, per avere la certezza che i nostri giornali e le nostre televisioni stiano svolgendo un serio ed etico lavoro informativo" - Walter Cronkite

"Una lettura doverosa per i giornalisti e i cittadini che vogliono
essere veramente informati" - Los Angeles Times

CENSURA: LE NOTIZIE CHE NON HANNO FATTO NOTIZIA NEL 2003

- Il piano di Rumsfeld per provocare attacchi terroristici
- Le 8mila pagine rimosse dal rapporto Iraq all'Onu
- La nuova minaccia coloniale all'Africa
- Il progetto statunitense di dominio globale
- Lo smantellamento dei sindacati
- Lo scontro euro/dollaro fra le ragioni della guerra all'Iraq
- Le responsabilitö Usa nel colpo di stato in Venezuela
- L'attacco alle libertö civili in nome della guerra al terrorismo
- Le violazioni degli accordi internazionali da parte di Washington
- Il peggioramento dei diritti umani in Afghanistan

e molto altro.

"Censura" ? il risultato di un lavoro annuale di selezione tra migliaia di notizie condotto, nella Sonoma State University, da oltre 200 fra studenti, giornalisti e studiosi di prestigio, tra cui Noam Chomsky, Norman Solomon e Howard Zinn.

In tempi di concentrazione inedita dei media nelle mani di pochi ricchi e potenti, uno straordinario contributo per la libertö e la democrazia nell'informazione.
æ
Peter Phillips, direttore di Project Censored, ? professore di Sociologia alla Sonoma State University (California). Project Censored (www.projectcensored.org) ? un autorevole gruppo statunitense di ricerca sui media che da 27 anni si propone di "promuovere il ruolo del giornalismo indipendente in una societö democratica".

INDICE

Prefazione di Sandro Provvisionato

Introduzione di Peter Phillips
Capitolo 1. Le 25 notizie pi? censurate nel 2003

1. Il piano di Rumsfeld per provocare i terroristi
2. Le forze britanniche e statunitensi continuano a utilizzare armi allÍuranio impoverito nonostante le prove schiaccianti di effetti negativi sulla salute
3. Gli Usa eliminano illegalmente varie pagine dal rapporto Onu sullÍIraq
4. LÍinosservanza degli accordi internazionali da parte degli Stati Uniti
5. LÍAfrica di fronte alla minaccia di un nuovo colonialismo
6. Il piano Puebla-Panama e il FTAA
7. Il coinvolgimento degli Usa nel massacro dei talebani
8. I rifugiati indesiderati, un problema globale
9. Gli aiuti statunitensi a Israele favoriscono lÍoccupazione repressiva della Palestina
10. Il piano neoconservatore per il dominio globale
11. LÍAmministrazione Bush dietro il fallito colpo di stato militare in Venezuela
12. Dollaro Usa contro euro: un altro motivo per lÍinvasione dellÍIraq
13. La crisi in Argentina dö un nuovo impulso alle cooperative
14. Le politiche di austeritö per il Terzo Mondo: prossimamente vicine a casa vostra
15. La sicurezza nazionale minaccia la libertö civile
16. Chiudere lÍaccesso alla tecnologia dellÍinformazione
17. Il tentativo di far scomparire i sindacati
18. Il Pentagono aumenta il numero dei contratti militari con aziende private
19. In Afghanistan la povertö, i diritti delle donne e la situazione civile non sono mai stati peggiori
20. La riforma del welfare pronta per una nuova ratifica ma ancora nessuna rete di sicurezza
21. Le multinazionali condannate sono premiate anzich? punite
22. La guerra dellÍesercito statunitense alla Terra
23. Il monopolio di Clear Channel suscita critiche
24. Lo status di ñpersona fisicaî delle societö per azioni ? messo in discussione
25. La proposta d

 

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