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	<title>Alterview Archivi - NoReporter</title>
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	<title>Alterview Archivi - NoReporter</title>
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		<title>La materia e la matematica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 22:22:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sulla soglia critica dove impazzisce lo spazio-tempo</p>
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<p class="wp-block-paragraph">O un frattale concentrico</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginate di concentrare una quantità immensa di energia in un singolo punto. I destini possibili sembrano essere solo due: o l’energia si disperde nuovamente nello spazio vuoto, oppure la gravità ha la meglio, facendola collassare in un buco nero. Ma cosa succede esattamente sulla linea di confine tra questi due scenari? A dare una risposta matematica a questo interrogativo è ora uno studio puramente teorico, condotto da ricercatori delle università di Vienna e Francoforte, pubblicato su Physical Review Letters il mese scorso.<br>Fino a oggi, il comportamento della materia su questo confine precario era un mistero quasi impenetrabile. Negli anni ’90, il fisico Matthew Choptuik scoprì che su questa soglia critica è come se lo spaziotempo impazzisse, creando uno stato intermedio altamente instabile. «A volte basta una causa minuscola, apparentemente insignificante, per innescare un cambiamento enorme e drammatico. Prendiamo ad esempio l’acqua liquida a zero gradi Celsius», dice Daniel Grumiller, tra gli autori del nuovo studio. «È sufficiente un cambiamento minimo perché l’acqua si congeli. A quel punto, le molecole d’acqua si dispongono spontaneamente in una struttura regolare e formano un cristallo di ghiaccio».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che le equazioni di Einstein in quattro dimensioni sono così complesse che questo “collasso critico” poteva essere studiato solo tramite pesanti simulazioni al computer. Per aggirare l’ostacolo e trovare finalmente una soluzione analitica esatta, con carta e penna, gli autori della nuova ricerca hanno utilizzato una scorciatoia matematica tanto elegante quanto insolita: hanno imposto la condizione di energia alla soglia critica utilizzando un campo scalare privo di massa, calato in uno spaziotempo a infinite dimensioni. La necessità di usare un campo non massivo deriva dal fatto che solo così si evita di introdurre una lunghezza fissa (lunghezza d’onda Compton), preservando l’esattezza matematica della soluzione. Ma perché aggiungere dimensioni?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il nostro universo ha quattro dimensioni: tre spaziali e una temporale», spiega Christian Ecker, primo autore dello studio. «Ma in linea di principio, nulla ci impedisce di scrivere equazioni fisiche per un numero maggiore di dimensioni: cinque, quarantadue o persino un numero infinito». L’aver portato le dimensioni a infinito è servito per “arginare” matematicamente le onde gravitazionali. In uno spaziotempo a quattro dimensioni, infatti, le continue oscillazioni del campo tra implosione ed esplosione genererebbero turbolenze che modificherebbero il campo stesso, rendendo il calcolo impossibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato di questo stato critico isolato è una soluzione analitica chiamata autosimilarità discreta: un frattale concentrico che mantiene lo stesso pattern via via che si fa zoom verso il centro del collasso. Questo schema geometrico che si ripete su scale di grandezza sempre più piccole è il motivo per cui ci si riferisce a esso come a un cristallo spaziotemporale<br>«Questo cristallo è un oggetto davvero singolare e affascinante», riprende Grumiller. «Si tratta di una sorta di stato intermedio, un punto instabile che può evolversi in due direzioni diverse. Potrebbe dissolversi di nuovo, lasciando uno spaziotempo ordinario. Ma se viene aggiunta una minuscola quantità di energia, l’evoluzione prende una piega completamente diversa: l’insignificante cristallo spaziotemporale si trasforma in un buco nero».<br>Siccome il pattern si ripete a scale via via più microscopiche prima che l’equilibrio si rompa, queste soluzioni dimostrano la possibilità teorica di generare buchi neri di dimensioni infinitesime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente le ipotesi di partenza sono delle astrazioni matematiche, ma il risultato fornisce uno strumento formidabile per sondare i limiti della relatività generale e capire come la gravità si comporti in condizioni estreme. Inoltre, questa dinamica teorica potrebbe offrire nuovi indizi sulla formazione dei buchi neri primordiali, nati dal caos dell’universo neonato.<br>«La nostra tecnica si è rivelata straordinariamente stabile. A seconda della precisione desiderata, possiamo migliorare sistematicamente le nostre formule ricorrendo a ulteriori metodi di approssimazione», conclude Florian Ecker. «Questo ci offre un nuovo metodo per studiare fenomeni legati ai buchi neri che in precedenza non potevano essere analizzati analiticamente».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Bastava leggere Guénon</title>
		<link>https://noreporter.org/bastava-leggere-guenon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 22:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto agli antichi era già chiaro</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La fisica scopre se stessa</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solitamente i buchi neri nascono dal collasso gravitazionale di una stella, che crea un oggetto di densità tale da piegare lo spaziotempo fino a rendere impossibile per qualunque cosa, compresa la luce, sfuggire al suo campo gravitazionale. Ne esiste però un altro tipo, ancor più ipotetico: i cosiddetti buchi neri primordiali, formati nei primi attimi dopo il Big Bang, quando la materia dell’universo era talmente densa che bastava una piccola fluttuazione per creare singolarità con il loro orizzonte degli eventi e tutte le altre caratteristiche di un buco nero tradizionale, ma una massa che può però essere molto inferiore. Simili corpi celesti non sono mai stati osservati, e si riteneva che i più piccoli dovessero comunque essere ormai spariti da un pezzo, evaporati per effetto della radiazione di Hawking (l’emissione di energia termica postulata dal grande fisico inglese di cui porta il nome).<br>Una nuova ricerca offre però un’alternativa intrigante: i buchi neri primordiali della giusta massa potrebbero essere sopravvissuti fino ai nostri giorni, trasformandosi nel loro opposto, cioè “buchi bianchi” che respingono continuamente materia ed energia e in cui nulla, neanche la luce, può entrare varcando l’orizzonte degli eventi. I risultati, descritti in uno studio depositato per ora in preprint su arXiv, non sono solo interessanti da un punto di vista teorico, ma offrono anche un nuovo possibile candidato per la massa mancante dell’Universo: la sfuggente materia oscura che ancora oggi nessuno è riuscito a scovare potrebbe essere infatti costituita da buchi bianchi microscopici, con massa paragonabile a quella di un singolo capello umano, e quindi pressoché impossibili da individuare dal nostro Pianeta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le origini nell’universo primordiale<br>I buchi neri sono oggetti con una massa enorme, che nascono dal collasso di una stella di grandi dimensioni (con una massa almeno 20-25 volte più grande di quella del nostro Sole) o dall’accumulo di enormi quantità di gas nel centro delle galassie (i buchi neri supermassicci). I buchi neri primordiali sono molto diversi: sarebbero corpi celesti formatisi nei primi millisecondi di vita del cosmo, in una fase in cui l’universo era un plasma caldo e ultra-denso, in cui le fluttuazioni quantistiche della densità avrebbero spinto alcune regioni oltre la soglia critica, innescando un collasso gravitazionale immediato. Il risultato sono oggetti matematicamente identici ai buchi neri comuni, ma con un ventaglio di masse teoriche vastissimo, che spazia da frazioni di grammo fino a migliaia di masse solari.<br>Nel 1974 Stephen Hawking introdusse gli effetti quantistici nella descrizione dei buchi neri, dimostrando che potrebbero emettere una debole forma di radiazione termica. Un fenomeno che determinerebbe una costante perdita di massa. Per i buchi neri di origine stellare l’effetto è più o meno irrilevante: la loro temperatura è inferiore a quella del fondo cosmico, il che significa che assorbono più energia di quanta ne emettano. Per i buchi neri primordiali più piccoli, invece, il discorso cambia. La loro temperatura è inversamente proporzionale alla massa, e maggiore è la temperatura, più intensa è la radiazione che emettono. Col passare del tempo un buco nero di piccole dimensioni è destinato quindi a perdere massa sempre più rapidamente, arrivando teoricamente ad evaporare completamente in un’esplosione finale di raggi ad alta energia. Per questo motivo, tutti i modelli standard indicavano che i buchi neri primordiali con massa iniziale inferiore a un miliardo di tonnellate avrebbero dovuto cessare di esistere molto prima dell’epoca attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La massa di Planck<br>Come dicevamo, normalmente si ritiene che un buco nero di piccole dimensioni evapori sempre più velocemente, fino a sparire del tutto in un’esplosione finale che potrebbe produrre radiazioni ad alta energia, come i raggi gamma. La fisica incontra però un limite quando tenta di descrivere gli istanti finali di questa evaporazione. Quando la massa del buco nero si riduce fino a raggiungere la massa di Planck (circa 22 microgrammi, l’equivalente di un capello umano), ci si trova in un punto di confine in cui il mondo microscopico della fisica quantistica e quello macroscopico della relatività generale collidono, e gli effetti di entrambe diventano contemporaneamente dominanti.<br>È qui che entrano in gioco i calcoli appena pubblicati dai fisici della Pennsylvania State University. In precedenza, erano state proposte diverse teorie sul fato a cui andrebbe incontro un teorico “buco nero planckiano”. I calcoli più accettati indicavano che gli ultimi 22 microgrammi rimasti sarebbero evaporati nel giro di circa un secondo. Ma i risultati descritti nel nuovo studio sono differenti: il buco nero planckiano diventerebbe infatti un oggetto estremamente longevo, e inizierebbe ad emettere un nuovo tipo di radiazione, detto “purificante” perché “purifica” lo stato quantistico dell’universo, restituendo l’informazione intrappolata oltre l’orizzonte degli eventi, che sarebbe invece andata perduta se il buco nero fosse evaporato del tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La massa mancante?<br>In questo modo, i risultati risolvono uno dei paradossi che emergono dalla radiazione di Hawking, perché per le leggi della fisica non dovrebbe essere possibile cancellare l’informazione quantistica. Il buco nero di 22 microgrammi diventerebbe quindi un oggetto stabile, che inizia ad emettere una radiazione costante esattamente come dovrebbe fare un ipotetico buco bianco. A questo punto, le previsioni dei ricercatori americani si fermano: per studiare più a fondo la transizione di un buco nero primordiale in un microscopico buco bianco servirebbe una teoria della gravità quantistica, un’unificazione della relatività generale e della meccanica quantistica che elude gli sforzi dei fisici da più di un secolo.<br>Quello della Pennsylvania State University resta per ora un modello teorico in attesa di peer review, ma apre una strada affascinante per l’astrofisica. La caccia alla materia oscura, finora concentrata su ipotetiche particelle elementari mai rilevate, potrebbe spostarsi su queste anomalie gravitazionali microscopiche. Se così fosse, vorrebbe dire che la massa mancante dell’universo non è una nuova particella, ma quel che rimane dei primissimi buchi neri della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>L&#8217;algoritmo ci precede</title>
		<link>https://noreporter.org/lalgoritmo-ci-precede/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 22:13:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con la Sicilia come ponte</p>
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<p class="wp-block-paragraph">orizzontescuola.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per milioni di italiani l’algoritmo non è più soltanto un concetto informatico. È diventato una presenza quotidiana, spesso invisibile. Nella scuola determina assegnazioni di supplenze, trasferimenti e procedure di mobilità del personale. Sui social network seleziona notizie, video e contenuti che scorrono sugli schermi di adolescenti e adulti. Nel commercio suggerisce acquisti, nei motori di ricerca organizza le informazioni e nella pubblica amministrazione contribuisce alla gestione di procedure sempre più complesse.<br>Eppure la parola che oggi evoca software, intelligenza artificiale e piattaforme digitali ha origini antiche. La sua storia attraversa secoli di scambi culturali e passa anche dalla Sicilia, crocevia tra Oriente e Occidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dalle rive del Tigri all’Europa medievale<br>L’origine del termine risale a Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī, matematico, astronomo e geografo vissuto tra l’VIII e il IX secolo nella Baghdad del califfato abbaside.<br>I suoi trattati contribuirono alla diffusione del sistema numerico indo-arabo e di nuove tecniche di calcolo che avrebbero trasformato la matematica europea. Quando le sue opere furono tradotte in latino, il suo nome venne adattato nella forma “Algoritmi”. Da quella latinizzazione nacque il termine medievale algorismus, inizialmente utilizzato per indicare l’arte del calcolo con le cifre arabe.<br>Solo nei secoli successivi la parola assunse il significato moderno di procedura composta da istruzioni precise da seguire per raggiungere un risultato.<br>La stessa figura di al-Khwarizmi è legata a un’altra parola fondamentale della matematica: algebra. Il termine deriva infatti da al-jabr, contenuto nel titolo di una delle sue opere più celebri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Sicilia, ponte del sapere<br>Sebbene al-Khwarizmi non abbia mai visitato l’isola, la Sicilia ebbe un ruolo decisivo nella circolazione delle conoscenze matematiche provenienti dal mondo arabo.<br>Tra l’XI e il XIII secolo Palermo era uno dei principali centri culturali del Mediterraneo. Dopo la dominazione islamica e durante il regno normanno, convivevano lingue, religioni e tradizioni differenti. Arabo, greco e latino erano strumenti quotidiani di amministrazione, commercio e produzione culturale.<br>In questo contesto si sviluppò uno dei principali canali attraverso cui il sapere scientifico arabo raggiunse l’Europa occidentale.<br>La corte di Federico II rappresentò uno dei momenti più alti di questo incontro. Astronomia, medicina, matematica e filosofia provenienti dall’Oriente vennero studiate, tradotte e diffuse nel mondo latino. Fu anche grazie a questo ambiente che le innovazioni matematiche sviluppate nei secoli precedenti nel mondo islamico riuscirono a radicarsi stabilmente nella cultura europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fibonacci e la diffusione dei numeri arabi<br>Un ruolo fondamentale fu svolto da Leonardo Fibonacci (nell&#8217;immagine).<br>Il matematico pisano, attivo tra XII e XIII secolo, entrò in contatto con i sistemi di numerazione utilizzati nei porti e nei centri commerciali del Mediterraneo. Nel Liber Abaci, pubblicato nel 1202, introdusse in Europa il sistema numerico indo-arabo, molto più efficiente rispetto ai numeri romani.<br>Quel patrimonio matematico affondava le proprie radici nella tradizione scientifica che aveva avuto in al-Khwarizmi uno dei principali protagonisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando l’algoritmo entra nella scuola<br>Oggi il termine ha assunto un significato molto diverso da quello originario.<br>Nella sua definizione più semplice, un algoritmo è una sequenza di istruzioni che consente di elaborare dati e produrre un risultato. Proprio per questa capacità di trattare enormi quantità di informazioni, gli algoritmi sono diventati strumenti centrali nella pubblica amministrazione e non solo.<br>Le procedure informatizzate per l’assegnazione delle supplenze, le immissioni in ruolo, la mobilità territoriale e professionale, l’incrocio delle graduatorie e molte altre operazioni si basano su sistemi algoritmici che elaborano migliaia di domande e preferenze in tempi ridotti.<br>L’obiettivo è garantire uniformità di trattamento e rapidità delle procedure, anche se sempre più spesso li troviamo come “imputati” in ricorsi presso i TAR, non perché fallibili, ma perché la fallibilità è dell’uomo che ne determina i meccanismi.<br>Negli ultimi anni diversi contenziosi amministrativi hanno posto il tema della trasparenza delle decisioni automatizzate e del diritto dei cittadini a conoscere i criteri utilizzati da questi sistemi informatici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dalle graduatorie ai social network<br>Se nella scuola l’algoritmo è percepito come uno strumento amministrativo, nel mondo digitale assume una funzione molto più pervasiva e contestata.<br>Le piattaforme social utilizzano sistemi di raccomandazione che analizzano comportamenti, preferenze e interazioni degli utenti per selezionare i contenuti da mostrare.<br>È proprio su questo terreno che si concentra oggi una parte rilevante del dibattito pubblico.<br>Numerosi studi scientifici hanno evidenziato come gli algoritmi tendano a proporre contenuti simili a quelli già visualizzati o ricercati dall’utente. Il fenomeno viene descritto come un ciclo di rinforzo: ogni interazione diventa un segnale che orienta le successive raccomandazioni. Un meccanismo contestato, sempre più anche nei tribunali e che rappresenta e rappresenterà un argomento di forte dibattito internaizonale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parola antica, una sfida moderna<br>C’è da chiedersi come al-Khwarizmi reaggirebbe se sapesse che il suo nome oggi determina l’assegnazione di una supplenza o la comparsa di un determinato reel e che sarà sempre più al centro di uno scontro sottile tra uomo e macchina, in cui il primo si troverà nella necessità di decidere il modo in cui società, istituzioni e cittadini sceglieranno di governare la seconda.<br>Di certo è che una parola nata nella Baghdad degli Abbasidi, transitata attraverso il Mediterraneo e la Sicilia medievale, è oggi diventata il simbolo di una delle principali sfide contemporanee.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il motore delle stelle</title>
		<link>https://noreporter.org/il-motore-delle-stelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 22:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Yang</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Misteri del gas</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scoperta un&#8217;enorme riserva di gas molecolare freddo, il motore della formazione delle stelle, nella galassia Rebels-25, che esiste da quando l&#8217;Universo aveva appena 700 milioni di anni, meno del 5% della sua età attuale.<br>La scoperta è il risultato della ricerca internazionale coordinata da Karin Cescon dell&#8217;Università di Leida (Paesi Bassi), alla quale ltalia ha partecipato con l&#8217;Università di Pisa. Pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, il risultato aiuta a capire come le prime galassie siano riuscite a svilupparsi così rapidamente nelle prime fasi della storia cosmica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Per la prima volta abbiamo una prova diretta che alcune galassie dell&#8217;universo primordiale erano estremamente ricche di gas molecolare, il combustibile da cui nascono le stelle&#8221;, commenta Andrea Pallottini del dipartimento di Fisica dell&#8217;Università di Pisa, che ha preso parte alla ricerca. &#8220;Comprendere le caratteristiche fisiche di questo materiale &#8211; ha aggiunto &#8211; è essenziale per ricostruire i processi che hanno portato alla formazione delle prime galassie e all&#8217;evoluzione dell&#8217;Universo nei suoi primi miliardi di anni&#8221;.<br>Il risultato è stato ottenuto grazie alle osservazioni del radiotelescopio Very Large Array (Vla) negli Stati Uniti e radiotelescopio Alma in Cile condotte anche da Osservatorio di Leida, National Radio Astronomy Observatory degli Usa,European Southern Observatory (Eso), osmic Dawn Center (Danimarca) e diversi atenei e centri di ricerca europei, asiatici e nordamericani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I ricercatori hanno identificato il segnale emesso dal monossido di carbonio presente nella galassia, traccia fondamentale per misurare la quantità di gas molecolare. Si aprono così nuove prospettive per lo studio dell&#8217;universo giovane. La futura generazione di radiotelescopi, dicono gli autori della ricerca, permetterà di estendere queste osservazioni a un numero molto più ampio di galassie, offrendo una visione sempre più dettagliata delle prime fasi dell&#8217;evoluzione cosmica.</p>
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		<title>Champignon!</title>
		<link>https://noreporter.org/champignon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 22:35:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'umidità del sottosuolo</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I funghi sotto i piedi</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto la Terra c&#8217;è una straordinaria rete sotterranea di funghi dalle proporzioni quasi inimmaginabili. A raccontarlo è stato un team di ricerca internazionale che, per la prima volta, ha messo a punto una mappa globale di questa immensa rete micorrizica, ossia il sistema di filamenti fungini impegnati in uno scambio reciproco con le piante che ricoprono il nostro pianeta, stimando che raggiunge una lunghezza complessiva di circa 110 quadrilioni di chilometri, pari a quasi un miliardo di volte la distanza tra la Terra e il Sole. I dettagli del nuovo studio sono stati pubblicati su Science.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto i nostri piedi<br>I funghi micorrizici arbuscolari (noti come funghi Amf) formano reti sotterranee che sostengono la vita vegetale e contribuiscono a regolare il clima terrestre. Più nel dettaglio, attraverso sottilissimi filamenti chiamati ife, i funghi instaurano una relazione simbiotica con le radici delle piante: forniscono acqua e nutrienti ricevendo in cambio carbonio prodotto dalla fotosintesi delle piante. Un fenomeno di una portata vastissima: basta pensare che, secondo le stime, oggi circa il 70% delle specie vegetali sul nostro pianeta dipende da questa simbiosi micorrizica per la propria sopravvivenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mappa globale<br>Sebbene uno studio pubblicato su Nature lo scorso anno abbia già esaminato i modelli di diversità delle comunità fungine micorriziche sotterranee, finora nessuno era riuscito a dare un&#8217;idea della densità e della distribuzione globale di questa rete sotterranea di funghi. Per realizzare la prima mappa globale di questa immensa rete nascosta, quindi, gli autori del nuovo studio hanno raccolto i dati da 322 studi, oltre a 16 mila campioni di suolo prelevati in diversi ecosistemi terrestri. Utilizzando tecniche di apprendimento automatico e sistemi avanzati di imaging, il team ha stimato sia l&#8217;estensione sia la biomassa delle reti sotterranee. “Con l&#8217;avvento di nuove tecnologie nell&#8217;imaging ad alta risoluzione, nell&#8217;apprendimento automatico e nella robotica, stiamo iniziando a svelare ciò che è rimasto a lungo nascosto sotto i nostri piedi”, ha commentato il co-autore Corentin Bisot. “Stiamo scoprendo come le complesse strutture dei funghi che formano reti trasportano i nutrienti e contribuiscono a regolare il clima”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;immensa rete sotterranea<br>Dai risultati è emerso che questa rete sotterranea di funghi ha una lunghezza totale di circa 110 quadrilioni di chilometri. Ma non solo: la sua biomassa ammonterebbe a 300 megatoni di carbonio, ossia 4-6 volte la massa di tutti gli esseri umani viventi. Secondo i calcoli, inoltre, trasporterebbe ogni anno nel suolo circa 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente, pari all&#8217;11% di tutte le emissioni di anidride carbonica di origine antropica. &#8220;È difficile sottovalutare l&#8217;importanza e la vastità di questi funghi&#8221;, ha affermato l&#8217;autore principale Justin Stewart, della Society for the Protection of Underground Networks. &#8220;In un solo cucchiaino di suolo si possono trovare fino a 10 metri di rete micorrizica”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un sistema circolatorio planetario<br>I ricercatori hanno, tuttavia, lanciato un campanello d&#8217;allarme. Secondo lo studio, infatti, la densità della rete sotterranea di funghi nei terreni coltivati è circa la metà di quella presente negli ecosistemi naturali. Eppure, sebbene le praterie contengano il 40% della biomassa mondiale di micorrize arbuscolari, queste sono tra gli ecosistemi meno protetti della Terra, venendo convertite in terreni agricoli a una velocità 4 volte superiore rispetto alle foreste. Gli scienziati temono quindi che reti meno dense riducano la capacità del suolo di immagazzinare carbonio e riciclare nutrienti. &#8220;I funghi micorrizici hanno plasmato la vita sulla Terra per centinaia di milioni di anni, ma sappiamo ancora troppo poco su come l&#8217;infrastruttura di questi sistemi di trasporto viventi sia distribuita sul pianeta&#8221;, ha concluso il co-autore Merlin Sheldrake. &#8220;Questo studio rappresenta un passo entusiasmante verso la comprensione del funzionamento di questo sistema circolatorio planetario e suggerisce modi in cui possiamo collaborare al meglio con i funghi per affrontare molte delle sfide emergenti del nostro tempo, dalla sicurezza alimentare ai cambiamenti climatici</p>



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		<title>Massima allerta per Francia-Marocco</title>
		<link>https://noreporter.org/massima-allerta-per-francia-marocco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Adinolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 14:28:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come il calcio, specchio deformante della realtà, può alimentare le minacce di un modello disastroso</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Giovedì notte ci sarà Francia-Marocco e per diverse ore a Parigi, come in altre località francesi, si prevedono distruzioni, devastazioni, aggressioni, e non impossibili linciaggi di bianchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno scenario ricorrente in circostanze simili che mettono a nudo il re della favola progressista.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I campionati mondiali sono la quintessenza dell’oppio dei popoli</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ci raccontano la favola di un paradiso multietnico, in cui ognuno può scegliere di essere tedesco, francese, britannico, marziano, e rappresentare popoli ai quali raramente è legato e che sovente disprezza. È un po’ la dottrina del gender applicata alla nazionalità: ogni singolo atomo può ritenersi qualunque cosa a piacimento e a intermittenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è anche un positivo aspetto realista in questa favola mainstream, che è quello di ricordare a tutti che le società più ricche – e quindi soprattutto quelle bianche – non fanno più figli e quindi il fenomeno migratorio, soprattutto con le seconde o terze generazioni prodotte, ha reso la situazione non necessariamente “irreversibile” ma da prendere in mano con logica articolata, prospettiva plurigenerazionale e soprattutto buon senso. Un buon senso che impone innanzitutto la rimozione dei sacerdoti delle open society e dei paradisi artificiali hollywoodiani dalla gestione della cultura di massa, dell’ordine pubblico e delle organizzazioni di schiavismo buonista.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un razzismo sfrontato</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non è questo il luogo per discutere di diversi approcci al problema della denatalità e delle migrazioni, qui mi limito a segnalare le follie della cultura dominante e il suo profondo razzismo, perché è razzista in tutto e per tutto. Lo è nella filosofia dello Ius Soli, che considera di fatto la nazionalità di qualunque paese europeo come superiore a quella di appartenenza dell’immigrato. Lo è nella logica maternalista, con la quale costui è coccolato come un cagnolino, come un inferiore da rieducare da matrone moderne che ritengono di averne la tutela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo è nella lingua. Ad esempio si rifiuta la parola “negro”. Questo solo perché la sua deformazione in America, “nigger” è sprezzante. Peccato però che “negro” in spagnolo significhi nero e che addirittura esista una corrente di pensiero e di cultura africana che si definisce in francese “negritude”. Rifiutando negro, si è giunti a “di colore” (che poi è un’altra assurdità perché cromaticamente “di colore” dovrebbero essere i bianchi perché il bianco è la somma di tutti i colori) fino a decidere infine che loro sono “africani”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un altro assurdo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Anni fa, a Parigi, il cassiere di un supermercato che mi seguiva su internet mi riconobbe e mi chiese di procurargli un mio libro. Tornai a portarglielo ma non era di turno e domandai quando avrei potuto trovarlo. Quando lo feci mi disse: “Lei ha scioccato il mio manager”. “Perché?” “Perché mi ha definito arabo”. “E che avrei dovuto dire?” “Magrebino”. “Ma magrebino è solo un termine geografico, arabo contiene lingua e cultura! Lei come si definisce?” “Io sono Arabo; ma loro sono matti!”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Marocco ha ben sette giocatori nati in Francia che si sentono marocchini. Una mentalità identitaria, la Francia ne ha invece una di tipo “banlieusard”, e lo spiego a breve.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le squadre africane e asiatiche sono tutte identitarie</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non lo sono, salvo poche eccezioni, le bianche, proprio per la denatalità, alla quale si aggiunge la svolta esistenziale dei giochi informatici fin da piccoli, quindi non solo i bianchi sono sempre di meno, ma giocano sempre di meno a pallone. Ecco perché esistono nazionali con neo-francesi (si dice così?) al 90% anziché al massimo al 25% come è nella società di cui sono divenute lo specchio deformante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I bianchi progressisti, integrazionisti e globalisti continuano però a coccolare i loro calciatori per vincere per delega, tramite loro. Ma non li considerano affatto uguali. Altrimenti perché li definirebbero Afroamericani quando giocano per le nazionali del nuovo mondo? Quelli sono lì da oltre quattro secoli, perché dovrebbero essere ancora “africani” se non perché i predicatori del “Keep racism out” sono razzisti biologici e sociologici che non possono fare a meno di rimarcare la propria diversità?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un caso lampante dell’utilizzazione dei nuovi ascari è poi la nazionale tedesca. Se fosse lo specchio della società sarebbe piena di turchi e non di schwarzen come lo è per scelta, per, falliti, scopi di vittoria. Non c’è più traccia di quella nazionale che, chiunque giocasse, una volta indossata la maglia bianca si trasfigurava e che vinse così quattro titoli mondiali e tre europei. Oggi è distratta e svogliata e sembra che le sue caratteristiche tradizionali le abbia ereditate Capo Verde.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso francese poi è unico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’arcipelago banlieues, dove esiste un disagio ampiamente assistito che gode di ogni tipo d’immunità maternalistica per ogni genere di crimini, dagli stupri, allo spaccio, ha prodotto una tipologia umana in cui la rivincita sociale, l’orgoglio razziale e il rifugio in alcune deformazioni dell’Islam ha confezionato una miscela esplosiva che s’incendia ogni qual volta possibile. Un arcipelago banlieues che pratica un razzismo antibianco al suo interno, perché i bianchi non sono ammessi se non eccezionalmente nelle squadre locali e vengono discriminati a monte, quando gli va bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche questo spiega il perché non si trovino molti bianchi da schierare in nazionale in Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il modello France-banlieue è un disastro sociale e culturale, non solo di ordine pubblico. È il coronamento dell’immaginario artificiale ideato da una borghesia viziata, che vive in quartieri residenziali e, senza troppo immischiarsi, si considera la realizzatrice dell’Eden alla Netflix che però risulta piuttosto infernale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non è soltanto l’effetto della convivenza difficile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">tra etnie e culture diverse, indifferenziate in una melma da marketing globale, ma di una gestione perversa, dato che in altri luoghi, dove comunque la multietnia viene da lontano, dopo l’estinzione o quasi dei popoli nativi, si è sviluppata senza pifferai ideologici. Non c’è paragone sul come la nazionale francese e quella brasiliana impattano sul quotidiano delle singole nazioni. Sia ideologicamente che sul piano sociale e dell’ordine pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Francia un’eredità illuminista, collegatasi con l’aids esistenziale che proviene da centrali come la Scuola di Francoforte, sommatasi alla logica trozkista, ha finito col partorire un mostro che oggi cerca di darsi una veste perfino ideologica con il cosiddetto islamogauchisme di Mélenchon.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nazionale marocchina, viceversa, è un esempio d’identità, anche per la scelta di sette giocatori che avrebbero potuto indossare la maglietta della Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La partita tra i bleues e una nazione magrebina verrà presumibilmente impugnata dalla rabbia sociale, dalla caccia al bottino e dalla violenza di banlieue che farà sua una contrapposizione difficilmente condivisa in Marocco. Il problema persiste tra Francia e Algeria, non lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma banlieusards di ogni etnia faranno dello scontro di giovedì un derby che non è tale a Rabat.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non sappiamo quali danni ci saranno da giovedì notte in poi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">né se vi saranno vittime come sovente accade e che non faranno tanto rumore nei media affinché non sia messa in discussione la favoletta main stream degli apprendisti stregoni che ci governano da decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fatto sta che giovedì una nazionale identitaria, la marocchina, affronterà quella dei globetrotters e le tragedie annunciate, che si spera non si verifichino, verranno ridimensionate da chi deve santificare a ogni costo il proprio razzismo sociobiologico che si affretta a definire “antirazzista” perché, questa gente ha sempre paura di essere onesta con se stessa. La cosa che più odia è la verità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde se fossero onesti con se stessi sarebbero altra gente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le nostre società starebbero molto meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Stella stellina</title>
		<link>https://noreporter.org/stella-stellina-5/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 22:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Magnetismo interplanetario</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Prodotta dal gas?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come fanno due stelle neonate ad avvicinarsi e aggregarsi così rapidamente in sistemi binari? A svelare il mistero è oggi uno studio, pubblicato sulla rivista The Monthly Notices of the Royal Astronomical Society e guidato da un team di ricerca giapponese, che ha individuato nei campi magnetici la chiave di volta per spiegare questo fenomeno.<br>Le stelle si formano da nubi di gas interstellare che collassano in regioni dense, dette nuclei di nubi molecolari. In queste zone, più stelle si formano contemporaneamente vicine tra loro e, in alcuni casi, due di esse rimangono legate gravitazionalmente, dando vita a un sistema stellare binario. Le osservazioni di archivio suggeriscono che questi sistemi si formino molto presto, prima ancora che le stelle stesse si siano sviluppate del tutto.<br>Visualizzazione dei flussi di gas attorno a un sistema di protostelle binarie calcolata da Aterui III. Il gas in rosso orbita attorno a una delle due protostelle, quello in blu attorno al sistema binario complessivo, mentre il gas riprodotto in verde viene espulso dal sistema, portando via momento angolare. Crediti: Matsumoto, Hotokezaka, Inayoshi 2026</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il team di ricerca ha effettuato nuove simulazioni utilizzando diversi supercomputer, tra cui il supercomputer per simulazioni astronomiche Aterui III e il suo predecessore Aterui II, entrambi presso l’Osservatorio astronomico nazionale del Giappone. I risultati mostrano che le interazioni tra un campo magnetico interstellare e il gas che circonda le protostelle possono rimuovere momento angolare dalla coppia di protostelle, consentendo ai sistemi binari di formarsi in un arco temporale realistico. Nella simulazione eseguita in assenza di alcun campo magnetico, le protostelle si sono in realtà allontanate l’una dall’altra, evidenziando l’importanza del campo magnetico in questo processo.<br>Inoltre, le simulazioni suggeriscono che lo stesso processo potrebbe applicarsi ai buchi neri binari massicci situati nel cuore ricco di gas di una nuova galassia nata dalla fusione di due galassie più piccole. Questo aiuterebbe a spiegare come i buchi neri massicci riescano ad avvicinarsi abbastanza da fondersi e formare un buco nero supermassiccio. Tuttavia, la simulazione diretta di buchi neri massicci nell’arco di tempo necessario affinché questi si avvicinino spiraleggiando l’uno attorno all’altro rappresenta ancora una sfida dal punto di vista computazionale. Pertanto, un’indagine rigorosa sugli effetti dei campi magnetici sui buchi neri binari massicci rimane un obiettivo per le ricerche future.</p>
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		<title>Lo zero assoluto</title>
		<link>https://noreporter.org/lo-zero-assoluto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[everyeye.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 22:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di una gravità estrema</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Messa in discussione una legge della fisica</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un gruppo dell&#8217;Università di Cambridge ha simulato con reti neurali la nascita di un buco nero estremo e ha trovato un risultato che incrina la terza legge della meccanica dei buchi neri, formulata nel 1973. Nelle simulazioni, tocca lo zero assoluto grazie alla sola gravità, senza materia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crepa nella terza legge<br>Una prima crepa è arrivata nel 2022, quando Ryan Unger e Christoph Kehle hanno mostrato che la legge poteva fallire per buchi neri elettricamente carichi che assorbono materia carica idealizzata.<br>Il gruppo di Cambridge, guidato da John R. Crump in uno studio pubblicato su Physical Review Letters, ha tolto di mezzo la materia, chiedendosi se basti la sola gravità del vuoto a portare un buco nero allo zero assoluto.<br>Vale la pena ricordare che nell&#8217;ultimo anno molti fisici stanno constatando che i buchi neri violano determinate leggi della fisica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come è stata realizzata la simulazione<br>Per rispondere, i ricercatori hanno lavorato in uno spazio-tempo a cinque dimensioni, dove una simmetria assente nelle quattro del nostro universo rende il calcolo trattabile, e hanno usato il characteristic gluing per saldare regioni in una geometria coerente con le equazioni di Einstein.<br>A individuare la regione che collega un buco nero di Schwarzschild a uno estremo di Myers-Perry ha pensato una rete neurale, che riceve coordinate spaziali e restituisce la forma dello spazio-tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato dello studio<br>Il responso è netto: in cinque dimensioni la terza legge è falsa, e la sola gravità basta a generare il buco nero estremo, senza chiamare in causa materia oscura o particelle del Modello Standard, che comunque inizia a vacillare.<br>Crump ritiene che nelle quattro dimensioni reali la legge possa reggere, ma il gruppo sta già studiando quel caso, più ostico.<br>Su Amazon Amazon Basics, 36 batterie alcaline AAA ad alte prestazioni, 1,5 è uno dei più venduti di oggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>I primitivi lo erano un po&#8217; meno di quanto pretendono i moderni</title>
		<link>https://noreporter.org/i-primitivi-lo-erano-un-po-meno-di-quanto-pretendono-i-moderni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 22:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche altrove</p>
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<p class="wp-block-paragraph">geopop.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per secoli, gli smeraldi sono stati uno dei simboli di potere più prestigiosi nell’America precolombiana. Tuttavia, comprendere come queste pietre preziose circolassero tra le diverse società antiche del continente è sempre stato difficile.<br>Ora un nuovo studio pubblicato sulla rivista Latin American Antiquity ha fornito una risposta a un antico enigma archeologico: alcuni smeraldi rinvenuti in importanti tombe di Panama provenivano effettivamente dalla Colombia, a centinaia di chilometri di distanza, grazie alle reti commerciali lunghe fino a 700 km.<br>Uno degli smeraldi colombiani rinvenuti in una delle sepolture della necropoli.<br>La ricerca, con capofila Carlos Mayo Torné, si è concentrata su un gruppo di pietre verdi traslucide recuperate nei siti archeologici di El Caño e Sitio Conte, due dei più importanti complessi funerari della regione di Coclé, a Panama. Questi luoghi, frequentati tra l’VIII e il X secolo d.C., hanno restituito tombe ricchissime, contenenti manufatti d’oro, ornamenti e oggetti di grande valore associati alle élite locali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per determinare la natura delle pietre, gli studiosi hanno impiegato una serie di tecniche non invasive, tra cui la microscopia ottica, la fluorescenza a raggi X, la spettroscopia UV-Vis-NIR, FTIR e fotoluminescenza. I risultati hanno confermato che si trattava realmente di smeraldi e che la loro composizione geochimica corrispondeva a quella degli smeraldi colombiani.<br>La scoperta è importante perché dimostra l’esistenza di reti commerciali molto più articolate di quanto si pensasse, lunghe anche fino a 700 km. Gli smeraldi non erano infatti disponibili naturalmente a Panama e dovevano essere trasportati attraverso una complessa catena di scambi che collegava diverse popolazioni dell’area istmo-colombiana. Secondo gli autori, le comunità che controllavano i centri di El Caño e Sitio Conte svolsero probabilmente un ruolo centrale nel favorire questi contatti regionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo studio ha inoltre analizzato la lavorazione delle gemme. Confrontando gli smeraldi panamensi con esemplari provenienti da altre regioni dell’America settentrionale del Sud e dell’America Centrale, i ricercatori hanno scoperto che alcuni furono modificati da artigiani locali, mentre altri arrivarono già lavorati o parzialmente rifiniti. Questo suggerisce non solo uno scambio di materie prime, ma anche la circolazione di oggetti finiti e di conoscenze artigianali.<br>Le conclusioni della ricerca contribuiscono a ridisegnare l’immagine delle società precolombiane dell’area. Lontano dall’essere comunità isolate, i principali centri di Panama erano inseriti in una rete di relazioni che si estendeva per centinaia di chilometri, consentendo il movimento di beni di lusso, tecnologie e simboli di prestigio.</p>
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		<title>La casualità perfetta</title>
		<link>https://noreporter.org/la-casualita-perfetta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 22:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste davvero?</p>
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<p class="wp-block-paragraph">affidata ai numeri</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni giorno incontriamo eventi imprevedibili, che diciamo avvenire per puro caso. Ma se vogliamo creare qualcosa di veramente casuale le cose si fanno complicate: molti fenomeni sono governati da leggi fisiche i cui esiti possono essere previsti, con la dovuta potenza di calcolo. In informatica, poi, generare qualcosa a caso è del tutto impossibile, almeno con i computer tradizionali basati su algoritmi deterministici. Eppure è proprio in questo campo che un generatore di numeri casuali potrebbe rivelarsi realmente utile, perché permetterebbe di crittografare in modo impenetrabile dati e transazioni, utilizzando una chiave di criptatura assolutamente impossibile da indovinare. Per i fisici e gli esperti di sicurezza informatica la vera imprevedibilità è quindi una sfida titanica, che oggi potrebbe finalmente essere stata vinta: un team di scienziati dell&#8217;Eth di Zurigo ha annunciato di aver creato, per la prima volta, un sistema capace di generare “casualità perfetta” e certificata grazie alla fisica quantistica. I risultati sono stati descritti sulla rivista Nature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La casualità perfetta<br>Perché è così difficile ottenere qualcosa di realmente causale e imprevedibile? Facciamo un esempio pratico: il lancio di una moneta. Il risultato può sembrare casuale, ma è comunque regolato da forze fisiche che, per quanto complesse, danno risultati che almeno in teoria possono essere previsti. Ogni sistema fisico reale, come un dado o una moneta, può inoltre contenere piccole imperfezioni potenzialmente in grado di influenzare il risultato, rendendo più comuni alcuni numeri o il risultato di una delle due facce. “Persino i moderni generatori di numeri casuali basati su effetti della meccanica quantistica non sono del tutto immuni da errori sistematici o ‘bias’”, spiega Andreas Wallraff, ricercatore dell’Eth di Zurigo che ha coordinato il nuovo studio. Ora però il suo team ha trovato un modo per partire da una casualità imperfetta, come quella dei generatori basati su effetti quantistici, ed estrarre da essa numeri perfettamente casuali. Hanno battezzato il loro metodo “amplificazione della casualità” (randomness amplification).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il test di Bell<br>I ricercatori, infatti, si sono rivolti alla fisica quantistica e in particolare al test di Bell, un esperimento progettato per testare la teoria della meccanica quantistica in relazione al concetto di realismo locale di Albert Einstein. Il realismo locale, come vi abbiamo raccontato, è un’obiezione mossa da Einstein all’interpretazione della fisica quantistica di Niels Bohr. Con la parola realismo ci si riferisce al concetto secondo il quale qualsiasi oggetto ha proprietà ben definite anche quanto non lo si sta osservando; mentre con la parola locale si intende il fatto che gli oggetti possono essere influenzati solo da eventi che avvengono nelle loro vicinanze, e non da un’azione a distanza. Nella meccanica quantistica, invece, l’osservazione di un oggetto ne modifica in qualche modo le proprietà e postula l’esistenza di un’azione a distanza esercitata tra particelle intrinsecamente collegate tra loro, ossia il principio dell’entanglement.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;esperimento migliorato<br>Nel nuovo studio, i ricercatori hanno costruito un sistema molto complesso con una coppia di bit quantistici (qubit) che possono assumere lo stato 0 o 1, o qualsiasi sovrapposizione arbitraria di questi stati, collegati da un tubo lungo 30 metri e raffreddati a temperature prossime allo zero assoluto. I fotoni possono così viaggiare avanti e indietro tra i qubit, creando così un entanglement quantistico e ciò significa che una misurazione quantistica su un qubit, che produce casualmente i valori 0 o 1, influenza automaticamente e a distanza se 0 o 1 viene misurato sul secondo qubit. La distanza di 30 metri, aggiungono gli autori, garantisce che, durante la misurazione, anche alla velocità della luce, non vi sia alcuno scambio di informazioni tra i qubit, compromettendo così la casualità perfetta. Apportando miglioramenti tecnici sia alla stabilità che alla velocità dell&#8217;esperimento, che ha consentito di eseguire oltre un miliardo di prove del test di Bell in circa 9 ore, hanno poi effettuato delle misurazioni sui qubit che hanno prodotto correlazioni così forti da non poter essere spiegate da classiche regole nascoste o comportamenti pre-programmati. &#8220;In sostanza è stato dimostrato che l&#8217;amplificazione della casualità è impossibile con metodi puramente classici”, si legge nello studio. Il loro risultato è quindi un sistema in grado di generare una casualità perfetta, anche partendo da una casualità imperfetta. &#8220;I miglioramenti tecnici ci hanno permesso, per la prima volta, di creare numeri casuali che rimarranno perfettamente casuali per tutta l&#8217;eternità, indipendentemente dai metodi analitici utilizzati per valutarne la casualità&#8221;, ha concluso il co-autore Renato Renner.</p>
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