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	<title>Alterview Archivi - NoReporter</title>
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	<title>Alterview Archivi - NoReporter</title>
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		<title>Benvenuti al Sud!</title>
		<link>https://noreporter.org/benvenuti-al-sud/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 22:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Specialmente i giovani</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Controesodo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre più giovani scelgono di restare nel Mezzogiorno e avviare un&#8217;attività. Sono oltre 2.200 le domande presentate per il programma &#8220;Resto al Sud 2.0&#8221;, per un valore complessivo di 153 milioni di euro. A trainare la crescita sono soprattutto le donne. Quasi il 40% delle nuove attività finanziate sarà infatti a conduzione femminile, una quota superiore a quella registrata nel Centro-Nord. Turismo, servizi alla persona e supporto alle piccole imprese sono i settitori più richiesti.</p>
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		<title>Non è tempo di ultime spiagge</title>
		<link>https://noreporter.org/non-e-tempo-di-ultime-spiagge/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Adinolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 22:57:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ricerca di soluzioni miracolose è solo un ostacolo alle azioni di avanguardia</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">“C’è molta confusione sotto il cielo” diceva <strong>Mao</strong>. A me pare che non ce ne sia affatto e che i vari giocatori di Risiko (tutti in competizione e in società tra di loro a fasi alterne) non si preoccupino più di nascondere il loro gioco.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ci sono, invece, alcune potenziali evoluzioni in un senso o nell’altro</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Riguardano la natalità, le migrazioni, il futuro identitario non solo dei popoli ma delle persone. E le contese tra le varie potenze – prese al loro interno dai problemi testé elencati, ma contemporaneamente in rapporto reciproco di rivalità e interdipendenza – volte al controllo delle fonti energetiche e alla realizzazione delle rivoluzioni tecnologiche e industriali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sarebbe sufficiente respirare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">prendere la distanza emotiva necessaria dalla gazzarra “politica” quotidiana e concepirsi in linea con l’attualità, per contribuire – e sottolineo contribuire, dato che nessuno qui è un superuomo – alle corrette evoluzioni della propria gente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Poi c’è la grande confusione sotto il cielo crollato sulla testa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; come avrebbe paventato Asterix &#8211; a tutti coloro sui quali esso è veramente crollato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi riferisco a chi prova nostalgia, non per la vita, i simboli o le realizzazioni di un passato che può benissimo rigenerare il futuro, in quanto non è morto, ma per le condizioni di vita cui egli stesso era abituato e per gli schemi mentali che conosceva prima e da cui non riesce a liberarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo produce la costruzione mentale di Villaggi dei Galli nei quali rinchiudersi e attendere che qualche castigamatti possa vendicare le proprie disillusioni. Di qui le mitizzazioni di vere e proprie sottoculture o di potenze tracotanti e violente, che ci si rifiuta di vedere come realmente sono e a cui ci si affida fideisticamente. Poco conta che si tratti dei russi, degli americani, degli israeliani, degli iraniani o dei coreani del nord: il procedimento mentale è lo stesso e conduce al medesimo risultato di autocorrosione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Oppure riaffiora, a cadenze regolari, l’uomo o la donna dell’ultima spiaggia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Colui o colei che viene a dire ad alta voce quello che pochi osano dire (come se dire e fare fossero la stessa cosa&#8230;), che fa il pieno di folle che eccita fino allo spasimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta più di uomini che, per cultura politica, generazione, condizione storica, potevano offrire alternative difficilissime ma potenzialmente realizzabili per i loro popoli. Non c’è più nessun <strong>Jean-Marie Le Pen</strong>. Oggi ci sono gli E<strong>ric Zemmour</strong> le <strong>Marine Le Pen</strong> o, peggio ancora, le <strong>Alice Weidel</strong>. Da noi abbiamo avuto <strong>Salvini</strong>, oggi ingrigito e incalzato da <strong>Vannacci</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il risultato è puntualmente lo stesso</h2>



<p class="wp-block-paragraph">si ridistribuiscono i voti, generalmente a vantaggio della casta, e nulla cambia perché nulla può cambiare se non si è lavorato prima, in profondità e in continuità; se non ci si è resi conto del fatto che il potere politico non dipende da quello elettorale e neppure da minoranze chiassose, ma dagli elementi di forza che vantano le minoranze organizzate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al netto del loro valore intrinseco, gli uomini, o donne, &#8220;della provvidenza&#8221;, nulla possono davvero perché si scontrano contro questa scoperta clamorosa del populismo terminale: il potere in quanto tale, che esso definisce “deep state”, il quale va conquistato o nisba, perché è quello che le leggi le applica e le disposizioni le segue, oppure no. Esso prevale sempre su chi le detta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, senza le conquiste previe delle postazioni, sono sempre e solo fuochi d’artificio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sia chiaro che non intendo mettere il bastone tra le ruote</h2>



<p class="wp-block-paragraph">a chi sente il richiamo della foresta: ogni impegno porta sempre frutti, magari collaterali, e va bene così. Bisogna però comprendere che solo le torri di Babele vengono erette in questo modo e regolarmente crollano su di sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È l’effetto immancabile di ogni scelta da ultima spiaggia. Aliena chi si arrocca e poi muore di rammarico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se fa difetto un radicamento, non solo ideale ma di metodo, e con esso una gestione rivoluzionaria, il radicalismo si maschera da estremismo, alza la voce, buca magari qualche schermo e crea un personaggio; <em>intanto</em><em> spezza le catene che vanno dal centro alla periferia, e viceversa</em>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché, se non si ha ben presente questa centralità radicale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">ci si polarizza tra estremismo e moderazione: due impotenze complementari. Che dipendono, entrambe, dalla rinuncia alla propria soggettività per rifugiarsi in una delega, spesso fideistica, sempre autolesionista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest’alternativa tra estremismo e moderazione non avrebbe alcun senso se si fosse assunta la mentalità politica rivoluzionaria che non prevede la sottomissione a qualcuno o a qualcosa e quindi neppure qualsiasi forma di entrismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sostengo da anni che l’entrismo lo si fa da fuori. Per meglio dire, è l’autonomia che concede forza contrattuale e consente di entrare in gioco in rete, formando catena con chi altri ha qualcosa da condividere con noi nelle pulsioni e nelle visioni. Le sinergie non richiedono tesseramenti, anzi!</p>



<h2 class="wp-block-heading">La rete si fa da ovunque</h2>



<p class="wp-block-paragraph">quindi se qualcuno sceglie di andare per forza da una parte anziché da un’altra non è di per sé un problema. Lo diventa quando lo fa con la mentalità da ultima spiaggia e affidando le sue aspettative al provvidenziale “messia” di turno. Emotività più che logica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le condizioni odierne sono particolarmente favorevoli</h2>



<p class="wp-block-paragraph">sia sul piano internazionale che su quello nazionale come ha appena dimostrato l’impressionante manifestazione di Roma per la Remigrazione con un’oceanica di folla composta da gente normalissima, tra cui migliaia di giovanissimi che non militano in nessun movimento o partito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le condizioni favorevoli si possono cogliere benissimo, ma mai e poi mai con la sindrome dell’ultima spiaggia. Non farlo, oggi che la ruota gira nella giusta direzione, significherebbe mancare un dovere e deludere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Vediamo di non perdere anche questa volta il treno della storia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">per inseguire modelli che rassicurano la nostra pigrizia e la nostra incapacità di evolvere mentre restiamo fermi nei principi!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Va detto, purtroppo, che generalmente si “evolve” nei principi, nel senso che li si abbandona o disconosce, mentre ci si fossilizza nel mentale e nel comportamentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il “solve” viene quindi applicato all’essenziale, che così si dissolve, e il “coagula” al mentale che si fossilizza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uccidiamo dunque lo spirito di gravità che ci portiamo dentro come zavorra e il più sarà fatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È tempo. Ed è nostro dovere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Le spirali del tempo</title>
		<link>https://noreporter.org/le-spirali-del-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 22:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più la scienza progredisce e più si conferma la sapienza antica</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">passioneastronomia.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che sappiamo sui wormhole potrebbe non essere esatto: i ponti di Einstein-Rosen, questo il loro nome completo, sono sempre stati dipinti come dei “passaggi”, dei collegamenti diretti tra un punto e l’altro dell’universo, una sorta di scorciatoia cosmica dall’aria fantascientifica che connette due punti con un percorso più breve, riuscendo a curvare lo spazio-tempo. Ora, gli studiosi stanno esplorando una pista completamente nuova, che ha a che fare con la meccanica quantistica: forse, lo scopo dei wormhole non è quello di unire due punti, ma quello di connettere due linee del tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cos’è un wormhole<br>Un wormhole è una struttura ipotetica che, a livello teorico, riesce a curvare talmente tanto lo spazio-tempo da “avvicinare” tra loro due punti lontani, diminuendo notevolmente i tempi di percorrenza. Questa logica è stata ampiamente utilizzata nella fantascienza letteraria e cinematografica, un espediente perfetto per arrivare in luoghi del cosmo altrimenti irraggiungibili con i limiti delle tecnologie umane. La teoria dei ponti di Einstein-Rosen parlava già, in realtà, di strutture instabili, modelli matematici non verificabili materialmente: se anche potessimo trovarne uno, in teoria il wormhole non sarebbe attraversabile. Infatti, un tunnel del genere si restringerebbe al passaggio della materia, fino a collassare. Ma una nuova indagine ribalta, in parte, questa interpretazione: i wormhole sarebbero in grado di coniugare al loro interno il nostro tempo ed uno perfettamente speculare ad esso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due frecce del tempo<br>I nuovi studi partono da un presupposto: le leggi della fisica sono “simmetriche“. Se le applichiamo in un contesto e poi invertiamo la direzione nello spazio o, addirittura, la direzione nel tempo, quelle leggi non cambiano. È a partire da questo presupposto che gli studiosi Enrique Gaztañaga, K Sravan Kumar e João Marto hanno proposto una visione completamente nuova dei ponti di Einstein-Rosen. Pensiamo per un attimo all’universo, concentrandoci su come la realtà è strutturata a livello microscopico: dobbiamo scavare nei complessi meandri della meccanica quantistica. Gli stati quantistici sono formati da più componenti. Se applichiamo questo concetto a un wormhole, possiamo pensare che le componenti sovrapposte siano due; ed è qui che arriva il bello: una delle due ha un tempo che scorre in avanti. Ma per l’altra, il tempo scorre all’indietro. Sostanzialmente, nei wormhole potrebbero coesistere due tempi, l’uno l’opposto dell’altro, sovrapposti in un’unica entità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Risolto il paradosso dell’informazione?<br>Sta qui la chiave della rivoluzione: le teorie hanno sempre spiegato che nei buchi neri (teoricamente, le “porte d’ingresso” verso i wormhole), superato l’orizzonte degli eventi, tutto ciò che è entrato finisce per essere perso per sempre. Non sappiamo dove vada, né come scompaia. La risposta a questo dilemma potrebbe essere proprio in questi nuovi studi: forse, ciò che entra nei buchi neri non supera un orizzonte irreversibile, un “punto di non ritorno”. Forse tutto ciò che finisce nei buchi neri continua a esistere, ma con un tempo che è speculare rispetto al nostro. In questo modo, avremmo risolto il più grande paradosso dei buchi neri: non sarebbe vero che l’informazione scompare. Essa si conserva, evolve, ma in un tempo diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La spiegazione microscopica<br>Quello che risulta non è così assurdo, incomprensibile o fantascientifico: nel mondo microscopico, e quindi quantistico, le regole del gioco sono molto diverse da quelle che vediamo ogni giorno; controintuitive, apparentemente prive di logica. Pensiamo solo al fatto che uno stato di un sistema è ordinariamente composto da una sovrapposizione delle possibili “configurazioni” che esso può assumere, tutte contemporaneamente. Non è così assurdo da credere, quindi, che due di queste configurazioni, tutte diverse tra loro, possano essere diverse anche nel tempo: uno ha una freccia positiva, e l’altro negativa. In fondo, in fisica solitamente non si ha una “direzione” privilegiata: siamo noi, nel mondo macroscopico, a percepire il tempo scorrere in questo modo, per via dell’aumento del disordine dovuto al secondo principio della termodinamica. Ma per le particelle microscopiche, tutto è estremamente diverso: dobbiamo smettere di assumere il tempo come parametro, e considerarlo come un’entità che può avere versi differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viviamo in un buco nero?<br>Questo modello si può applicare in ambiti ancor più complessi della cosmologia, arrivando ad indagare l’universo primordiale: forse, l’universo stesso in cui viviamo è il risultato di una di queste inversioni. In sostanza, l’intero universo sarebbe nato all’interno di un buco nero. Già alcune teorie, in passato, avevano vagliato questa ipotesi. E la materia oscura, quella che non possiamo vedere pur misurandone gli effetti gravitazionali, sarebbe secondo questa interpretazione un “residuo” di una fase precedente all’inversione del tempo. Tutto questo, parlandoci di buchi neri e di stati quantistici, sembra avvicinare le due teorie che governano le leggi dell’universo, notoriamente inconciliabili: la relatività e la meccanica quantistica. Se fosse davvero un punto d’incontro, potremmo essere sulla strada verso la risoluzione di alcuni tra i maggiori problemi aperti nella fisica, nella comprensione a livello fondamentale dell’intera struttura del nostro universo.</p>
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		<title>Stranamore con noi!</title>
		<link>https://noreporter.org/stranamore-con-noi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[La Stampa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 22:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Visto? Mai disperare!</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Uomini di poca fede&#8230;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Germania prende decisamente l’iniziativa in campo militare con uno stanziamento di ben 135 miliardi di euro, superiore al 3% del suo bilancio. Per la parte spaziale, e questa è una assoluta novità, stanzia 35 miliardi, fino al 2030. Il piano punta a rafforzare la cybersicurezza, migliorare l’allerta precoce di attacchi, aumentare la ridondanza delle costellazioni e garantire capacità di lancio più sicure e flessibili per la Bundeswehr, l’esercito tedesco.<br>Nel suo complesso è quindi una scelta di campo decisa e non un aggiornamento tecnologico: si vuole costruire una completa architettura nazionale di sicurezza spaziale, dando a Berlino un’autonomia più marcata da condividere con i Paesi di lingua tedesca, come dichiarato dal ministro alla Difesa Pistorius in una recente conferenza stampa. C’è da chiedersi anche come cambierà la posizione dell’Agenzia spaziale europea, Esa, con questa decisione forte del suo più importante contributore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I partner di lingua tedesca<br>La decisione tedesca ribadisce l’importanza del “dominio spazio”, inizialmente pensato importante solo per l’osservazione dei teatri di operazione, ma oggi considerato essenziale a tutto campo: osservazione e deterrenza, comunicazioni, intelligence e intervento.<br>La Germania ha proposto ai suoi partner di lingua tedesca, Austria, Svizzera e Lichtenstein, anche l’istituzione di un Centro operativo comune per i satelliti militari. L’intenzione è di investire anche nella diversificazione delle capacità di lancio, usufruendo delle aziende nazionali che stanno provando a inserirsi nel settore dei servizi per satelliti relativamente piccoli. Isar Aerospace, Rocket Factory Augsburg e HyImpulse, prossimi a ottenere buoni risultati operativi nel settore lancio, fornirebbero la base industriale principalmente collegata agli aspetti di sicurezza spaziale.<br>Ovviamente, sopra queste, troviamo OHB che già ha contribuito ai programmi SAR-Lupe, la piccola costellazione radar militare tedesca per la sorveglianza militare, ora dismessa, e SARah, che ha rimpiazzato la precedente. Certamente gli altri due giganti dell’aerospazio Airbus e Rheinmetall faranno parte della filiera che costruirà le nuove costellazioni satellitari militari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quali possibilità reali di innovazione?<br>Sul piano di riarmo tedesco nel suo complesso ci sono anche critiche, secondo un rapporto dell’autorevole Kiel Institute, la Germania spenderà molto investendo in modo “vecchio” tecnologicamente, senza sviluppare sistemi autonomi, intelligenza artificiale e piattaforme realmente innovative. Se vogliamo il rischio, in sostanza, è che il grande sforzo finanziario si traduca in un relativo beneficio, investendo in modelli industriali e militari non attuali, che non tengono conto degli avvenimenti degli ultimi anni.<br>Nel settore spaziale il pericolo è, per sua natura, molto minore, ma anche qui c’è da considerare la consolidata mentalità europea che guarda al valore delle commesse e non alla capacità di integrare innovazione, velocità di sviluppo e costruzione, fondamentali in campo militare, oltre all’utilizzo dual use dei satelliti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quale ruolo per l’Agenzia spaziale europea?<br>È un punto delicato, che si porta dietro il coordinamento europeo nel suo complesso e il ruolo di Esa, l’Agenzia spaziale europea, di cui Berlino è il maggiore contribuente con oltre cinque miliardi, spalmati su più anni. La cifra rappresenta il 23% dell’intero bilancio dell’Agenzia, mentre Francia, circa il 16.5%, e Italia, 15.7%, contribuiscono quasi alla pari.<br>La politica di ritorno geografico dell’Esa fa sì che in questi tre Paesi la quasi totalità dell’investimento in Esa venga reinvestito direttamente nell’industria aerospaziale nazionale. Un’ottima cosa, ovviamente, ma che nel tempo ha introdotto una rigidità notevole, nemica dell’agilità di decisione, velocità di realizzazione e, in definitiva, capacità di innovare: i lanciatori europei, ottimi ma non riutilizzabili come quelli di SpaceX, sono meno economici e rappresentano il miglior esempio. La Germania, che è comunque predominante anche nella dirigenza dell’Agenzia, sembrerebbe rafforzare Esa con questo piano spaziale militare, anche se non direttamente, dato che investimenti nazionali di questa portata inducono più capacità industriale e più sviluppo tecnologico. Si potrebbe pensare anche che, in un momento in cui la dipendenza da tecnologie extraeuropee appare sempre più difficile da sopportare, Berlino potrebbe aiutare gli Stati membri di Esa ad uscire da questo vincolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Costellazione di satelliti<br>Altri, forse più realisticamente, vedono il rischio di indebolire il ruolo dell’Esa, che già deve inseguire e finanziare tante iniziative nazionali, per esempio in Francia, Svezia, Spagna, che vogliono sviluppare lanciatori medio piccoli, di cui, si presume, il mercato europeo farà presto richiesta, dato il gran numero di costellazioni satellitari nazionali previste.<br>Una di queste costellazioni, prevista dal nuovo piano tedesco, è proprio una sorta di Starlink germanico, di cui proprio l’Ucraina ha suggerito la necessità. La mossa sembra una sorta di clonazione delle “buone pratiche” care all’UE, e sarebbe sperabile che si andasse anche oltre.<br>Esa, per statuto, non può interessarsi del lato militare e, in questo scenario, potrebbe ben restare centrale nei grandi programmi civili, scientifici e di accesso allo spazio, ma perdere progressivamente influenza nelle scelte più strategiche e innovative.<br>Forse presentando questa possibilità, Josef Aschbacher, direttore generale Esa, in occasione del Globsec forum, che si è tenuto a Praga nei giorni scorsi, ha dichiarato in un’intervista: “Se non faremo grandi cambiamenti, non riusciremo mai a tenere il passo con gli Usa”. Basterebbe aggiungere anche “e Cina”.</p>
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		<title>In fondo siamo in una trottola</title>
		<link>https://noreporter.org/in-fondo-siamo-in-una-trottola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 22:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E non ci accorgiamo di come gira</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">hdblog.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che accade nelle profondità più remote del nostro pianeta resta ancora oggetto di discussione e quanto scoperto di recente non fa altro che confermarlo. Un gruppo di ricercatori ha capito che nel 2010 il cuore di ferro fuso della Terra, situato a circa 2200 chilometri di profondità sotto l&#8217;Oceano Pacifico, ha improvvisamente invertito la sua rotta.<br>Evidentemente l&#8217;interno del nostro mondo è molto più dinamico e imprevedibile di quanto immaginassimo, perché per decenni la comunità scientifica ha ritenuto che i flussi di ferro liquido nel nucleo esterno, responsabili della generazione del campo magnetico terrestre, si muovessero seguendo schemi stabili e tendenzialmente orientati verso ovest.<br>Le nuove analisi dei dati raccolti tra il 1997 e il 2025 dicono che un&#8217;ampia regione sotto il Pacifico equatoriale ha cambiato bruscamente direzione, iniziando a fluire vigorosamente verso est. Come abbiamo fatto a ricostruire con così grande precisione un simile evento? E soprattutto, a distanza di anni?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò è stato possibile incrociando le rilevazioni delle stazioni a terra con quelle di diverse missioni satellitari, tra cui i satelliti europei Swarm e CryoSat, il tedesco CHAMP e il danese Ørsted.<br>In particolare, i satelliti della costellazione Swarm, in orbita dal 2013, si sono rivelati fondamentali grazie ai loro magnetometri di altissima precisione e alle orbite coordinate. Sono così riusciti a isolare i segnali magnetici profondi dai disturbi causati dalla crosta terrestre, dagli oceani e dall&#8217;atmosfera. Pur essendo entrati in funzione dopo l&#8217;evento del 2010, questi strumenti hanno permesso di mappare l&#8217;evoluzione del flusso negli anni successivi, individuando persino un&#8217;anomalia nota come scatto geomagnetico nel 2017. Dovete sapere che questi movimenti avvengono a migliaia di chilometri sotto i nostri piedi, ma non rappresentano un pericolo diretto per la vita o per il clima. Al contrario, il campo magnetico è la nostra difesa contro le particelle solari nocive e influenza i sistemi di navigazione e i satelliti in orbita.</p>
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		<title>Era anche antisismica</title>
		<link>https://noreporter.org/era-anche-antisismica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 22:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Piramide svela le alte conoscenze degli antichi</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">nationalgeographic.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intorno al 2500 a.C., il grande faraone egizio Khufu, meglio noto come Cheope, avviò un imponente progetto di costruzione.<br>Il suo obiettivo era quello di erigere una grande piramide sull&#8217;altopiano di Giza, che in seguito sarebbe servita da sua tomba, insieme a una serie di piramidi più piccole per le sue mogli. Per 26 anni, migliaia di operai hanno trasportato e impilato oltre 2,3 milioni di blocchi di calcare e granito per creare il monumento alto 147 metri. Questa meraviglia architettonica avrebbe resistito alle devastazioni del tempo fino ai nostri giorni.<br>Ora, gli scienziati hanno scoperto che la Grande Piramide di Cheope era tanto ben strutturata da resistere a un altro tipo di flagello: i terremoti.<br>In uno studio pubblicato lo scorso 21 maggio, dei ricercatori egiziani e giapponesi hanno raccolto i dati di risonanza, ovvero onde vibranti, da quasi 40 diverse aree all&#8217;interno e intorno alla Grande Piramide per vedere come il monumento rispondesse all&#8217;attività sismica. Hanno scoperto che la struttura ha una notevole capacità di disperdere le vibrazioni sismiche, garantendole una risposta &#8220;solida come una roccia&#8221; a terremoti altrimenti distruttivi. I dati indicano che la piramide è &#8220;intelligentemente bilanciata e ben calibrata&#8221; per garantire la stabilità, afferma Asem Mostafa, sismologo presso, l&#8217;Istituto Nazionale di Ricerca di Astronomia e Geofisica (NRIAG) del Cairo, nonché autore dello studio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso dei suoi 4.600 anni di storia, la piramide è sopravvissuta a numerosi terremoti che hanno distrutto gli edifici circostanti. I risultati, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, aggiungono una nuova dimensione alla già sbalorditiva ingegnosità degli antichi ingegneri egizi. Sebbene la ricerca dimostri le impressionanti capacità dei costruttori, i ricercatori affermano di non poter dire con certezza se le loro tecniche fossero state effettivamente utilizzate tenendo conto dei terremoti.<br>&#8220;Consideriamo quest&#8217;opera il culmine di secoli di esperienza da parte dei costruttori egizi, che hanno imparato sia dai successi che dai fallimenti&#8221;, afferma Mostafa. &#8220;È stato come riportare alla luce un capolavoro di ingegneria empirica che era rimasto nascosto alla vista di tutti per migliaia di anni&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resistere ai terremoti in Egitto<br>L&#8217;Egitto non è nuovo all&#8217;attività sismica. Negli ultimi secoli, diversi terremoti hanno colpito il Paese con conseguenze disastrose. Nell&#8217;ottobre del 1992, un terremoto di magnitudo 5.9 si è verificato nella zona di Dashur, circa 35 chilometri a sud-ovest del Cairo, devastando l&#8217;altopiano. Il sisma ha danneggiato o distrutto più di 129.000 edifici, tra cui oltre un terzo delle abitazioni locali [e causato oltre 550 vittime]. Molte antiche moschee hanno riportato crepe nelle strutture in marmo.<br>Ma in quell&#8217;occasione solo una pietra è caduta dalla piramide di Cheope, secondo Mohamed ElGabry, sismologo anch&#8217;egli presso l&#8217;NRIAG e autore principale dello studio.<br>&#8220;Le strutture antiche, costruite con blocchi di pietra massicci e ben incastrati tra loro, hanno generalmente subito danni molto minori rispetto ai monumenti delle epoche successive&#8221;, afferma ElGabry.<br>Molte delle caratteristiche architettoniche più avanzate della Grande Piramide erano già note ai ricercatori, aggiunge. Il monumento è più largo alla base, che si estende per oltre 230 metri, garantendo un&#8217;integrità strutturale che ne impedisce il facile crollo. È inoltre altamente simmetrica e si appoggia su una solida base rocciosa.<br>&#8220;Il fatto che sia strutturalmente resistente non è mai stato messo in dubbio&#8221;, aggiunge Mostafa.<br>Gran parte dell’ingegnosità derivava da una storia di innovazioni nella costruzione delle piramidi. Le prime strutture simili furono costruite nella città di Saqqara, che si trova a circa 30 km a sud del Cairo. La Piramide di Djoser, detta anche Piramide a gradoni, è la più antica di queste e ha preceduto la Grande Piramide di oltre un secolo. Ha una forma esterna diversa dalle piramidi di Cheope, innalzandosi in modo massiccio e alti gradoni piuttosto che con una pendenza continua come nelle Piramidi di Giza.<br>Il faraone Snefru, che regnò dal 2613 al 2589 a.C., probabile padre di Cheope, costruì in seguito grandi piramidi che aprirono la strada alla forma dai lati lisci delle piramidi di Giza. Gli egizi continuarono a costruire piramidi anche molto tempo dopo la morte di Cheope, avvenuta nel 2566 a.C. Mentre alcune di queste piramidi utilizzavano gli stessi progetti strutturali delle sue, altre cercavano di ridurre i costi.<br>Djedefre, il figlio e successore di Cheope, costruì una piramide a nord del Cairo che sfruttava in parte una collina per aumentarne l’imponenza. Il monumento, inglobato nel terreno della collina, riduceva al minimo l&#8217;incastro dei blocchi, compromettendone la stabilità. La cosiddetta &#8220;Piramide Nera&#8221;, costruita da Amenemhat III diversi secoli dopo, era realizzata principalmente con mattoni di fango, più economici ma più soggetti al deterioramento rispetto ai solidi blocchi di calcare. Il materiale di base più fragile ne ha determinato un degrado più rapido a causa dell&#8217;erosione e dell&#8217;invecchiamento. A differenza della Piramide di Cheope, alcune di queste strutture sono poi crollate completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una piramide armonica<br>Durante l&#8217;esame della Grande Piramide di Giza, i sismologi hanno misurato le frequenze di vibrazione all&#8217;interno delle sue camere e gallerie interne, tra cui la Camera del Re, la Camera della Regina, le camere di scarico e la Camera Sotterranea. Hanno utilizzato una tecnica non distruttiva chiamata &#8220;analisi delle vibrazioni ambientali&#8221; che ha permesso loro di misurare come le vibrazioni si propagano attraverso i diversi blocchi, gallerie e cavità interne. I dati li avrebbero aiutati a chiarire come la struttura risponde ai terremoti.<br>I risultati hanno mostrato che la risonanza complessiva dell&#8217;intera struttura si attesta in media tra 2 e 2,6 hertz, indicando che le vibrazioni si propagano in modo uniforme da una pietra all’altra: un segno chiave di stabilità. L’analisi ha inoltre rilevato che le vibrazioni differiscono da quelle del terreno circostante la piramide, che si aggirano intorno a 0,6 hertz.<br>&#8220;Le frequenze di vibrazione dominanti della piramide differiscono in modo significativo da quelle del terreno circostante, il che probabilmente riduce gli effetti di risonanza durante i terremoti&#8221;, afferma Mostafa. Riducendo la risonanza, il potenziale distruttivo delle violente vibrazioni del terreno viene minimizzato.<br>Ahmed Eldosouky, geofisico dell’Università di Suez in Egitto che non ha partecipato alla ricerca, è d’accordo.<br>&#8220;Le misurazioni effettuate in diverse parti interne della piramide hanno mostrato frequenze fondamentali relativamente costanti&#8221;, afferma Eldosouky. &#8220;Questo livello di omogeneità dinamica suggerisce che siamo davanti a un sistema strutturale notevolmente stabile, soprattutto considerando l&#8217;età del monumento e il periodo di costruzione&#8221;.<br>I ricercatori hanno inoltre scoperto che le camere di scarico contribuivano a ridurre le frequenze distruttive nella Camera del Re, che si trova direttamente al di sotto di esse. La diminuzione delle frequenze in queste camere ha contribuito a stabilizzare l&#8217;attività sismica intorno alla preziosa Camera del Re e a prevenire danni alla struttura in caso di terremoto.<br>Secondo Mostafa, la nuova scoperta dimostra che gli antichi costruttori egizi svilupparono pratiche edilizie altamente efficaci nel corso di generazioni di attenta osservazione e perfezionamento. &#8220;I loro risultati rimangono straordinari anche se esaminati con strumenti scientifici moderni&#8221;, afferma.</p>
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		<title>I vermi amano decomporre i cadaveri</title>
		<link>https://noreporter.org/i-vermi-amano-decomporre-i-cadaveri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Adinolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:42:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La rabbia cieca dei miserabili</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Questo è il <strong>Valle de los Caídos</strong>, il cimitero monumentale fatto erigere da Francisco Franco tra il 1940 e il 1958 vicino all&#8217;Escorial, nella regione di Madrid, nella Sierra di Guadarrama.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contiene le ossa di caduti di ambo le parti della guerra civile spagnola (1936-39), anche dei vinti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi venne inumato<strong> José Antonio </strong>e, una volta deceduto (1975), anche <strong>Francisco Franco</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I miserabili fin dal governo di <strong>Zapatero</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"> &#8211; proprio quello travolto dallo scandalo di tangenti faraoniche dal Sud America e dalla Cina &#8211; hanno deciso di demolirlo. Loro sono per la Tabula Rasa e contro ogni Memoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto <strong>Sanchez</strong> è stata varata la <strong>Ley </strong>detta appunto <strong>de Memoria</strong>. Così come chiamano &#8220;missioni di pace&#8221; le invasioni, hanno proclamato legge della memoria quella che verte a cancellarla del tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le salme di José Antonio e di Franco erano già state dissotterrate ed esiliate; restavano quelle dei Caduti di ambo le parti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come recita proprio un proverbio spagnolo: Non c&#8217;è peggior tiranno di uno schiavo con la frusta in mano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tra i mille ricordi del mio errare tra spazio e tempo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">mi tengo stretto il 20 novembre del 1981 quando mi recai lì con <strong>Walter Spedicato</strong>, entrambi ricercati e clandestini: il dirigente del servizio d&#8217;ordine della Falange dopo averci fissati ci scelse in mezzo ad altra gente e ci mise a montare la guardia alla tomba del Caudillo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per passare inosservati non poteva esserci di meglio!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri, in occasione della visita del Papa a Madrid,<strong> hanno iniziato a demolire il Valle</strong>. Forse non è casuale il giorno scelto visto che proprio questo Papa ventitré anni fa si era recato a visitare il Valle.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Faccio notare che parecchi hanno simpatizzato per <strong>Sanchez</strong> </h2>



<p class="wp-block-paragraph">per via delle sue esternazioni circensi contro Trump e Israele. Come cantava Battiato: &#8220;abbocchi sempre all&#8217;amo&#8221;. Non solo Sanchez non ha fatto niente di diverso da Merz, Macron e Meloni &#8211; che i nostri &#8220;intransigenti&#8221; si guardano bene dall&#8217;esaltare &#8211; ma tutta l&#8217;attuale linea &#8220;antioccidentalista&#8221;, dalla Flotilla all&#8217;Iran, passando per le simpatie ad est, non ha niente in comune con le lotte antimperialiste di alcuni decenni fa né con le cause dei popoli, ed esprime un&#8217;autentica Orchettilandia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutta gente che ha sempre dissotterrato i morti, li ha gettati nelle fosse comuni, ha vietato il pensiero, ha odiato la luce e la virtù.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La si pianti di simpatizzare per tutte queste schifezze </h2>



<p class="wp-block-paragraph">per il solo fatto che &#8211; da molto più in basso &#8211; insultano quello che a noi non piace e che non siamo in grado di cambiare o rigenerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi dobbiamo farlo, ma non dimenticare mai che i finti antagonisti della nostra decadenza sono questa gente qua.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Era e resta uno scontro di civiltà.</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Molecole extraterrestri</title>
		<link>https://noreporter.org/molecole-extraterrestri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 22:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un nuovo strumento per le investigazioni stellari</p>
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<p class="wp-block-paragraph">O della diversità biologica</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca di vita extraterrestre si è concentrata per molto tempo sulle molecole da cercare, quali metano, amminoacidi, acidi grassi e altri composti considerati possibili biofirme. Molti di questi composti, tuttavia, possono formarsi anche in assenza di organismi, come mostrato dai rilevamenti in meteoriti o in ambienti abiotici sperimentali simili a quelli spaziali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo studio guidato da Gideon Yoffe (Weizmann Institute of Science, Israele) e da Fabian Klenner (Università della California, Riverside), pubblicato su Nature Astronomy, propone un metodo che sfrutta la diversità molecolare come nuova classe di biofirme. Il metodo consiste nell’osservare la struttura statistica delle popolazioni di molecole: non solo quali composti sono presenti, ma come sono distribuiti in termini di ricchezza (quante diverse specie molecolari) e di equità (quanto uniforme è la loro abbondanza). I ricercatori hanno applicato ai dati dei concetti derivati dall’ecologia, adattando strumenti usati per misurare la biodiversità biologica agli insiemi di molecole rinvenute in campioni terrestri ed extraterrestri. Analizzando circa 100 dataset che includono amminoacidi e acidi grassi da microbi, suoli, fossili, meteoriti, asteroidi e campioni sintetici, il team ha individuato dei pattern sistematici. Nei campioni biologici, gli amminoacidi tendono a essere più diversi ed equamente distribuiti rispetto a quelli prodotti in modo abiotico, mentre gli acidi grassi di origine abiotica sono più uniformemente distribuiti di quelli prodotti da processi biologici. Questi pattern risultano persistenti anche in materiali fortemente alterati o degradati, come nel caso di gusci fossili di uovo di dinosauro, che mantengono tracce statistiche della loro origine biologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un punto di forza di questo metodo è che non richiede strumenti specifici o nuove tecnologie: funziona a partire dall’abbondanza relativa delle molecole, che possono essere misurate da spettrometri già presenti o pianificati su missioni verso Marte e altri corpi del Sistema solare.<br>«La vita non produce solo molecole, produce anche un principio organizzativo che può essere rivelato con strumenti statistici», spiega Klenner. Yoffe, da parte sua, sottolinea che l’astrobiologia è una scienza “forense”: deve ricostruire processi passati da dati sparsi e limitati, e questo nuovo filtro statistico offre un modo robusto per separare la chimica biologica da quella non biologica.<br>Gli autori precisano anche che nessun singolo metodo sarà in grado da solo di dimostrare l’esistenza di vita extraterrestre. Qualsiasi affermazione attendibile dovrà poggiare su più linee di evidenza. Tuttavia, il framework proposto potrebbe diventare uno strumento standard per analizzare i dati delle missioni future, affiancando altre tecniche già esistenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Geni a intermittenza?</title>
		<link>https://noreporter.org/geni-a-intermittenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 22:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Altre scoperte sul dna</p>
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<p class="wp-block-paragraph">fnob.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni si è pensato che alcune parti del DNA fossero praticamente irraggiungibili, troppo compatte per essere lette dalla cellula. Ora però questa idea vacilla: anche nelle zone più ripiegate, considerate finora inattive, i geni possono lavorare, solo in modo più sfumato. Lo studio, pubblicato su Nature e guidato da Vijay Ramani e Hani Goodarzi, mostra che l’attività genetica non è un semplice “on/off”. È più simile a una manopola: i geni possono essere accesi a diversi livelli, non solo completamente attivi o spenti. Per arrivarci, i ricercatori hanno usato uno strumento basato sull’intelligenza artificiale, capace di analizzare come il DNA si avvolge attorno agli istoni, le proteine che lo impacchettano dentro il nucleo. Ed è proprio lì la sorpresa: questo avvolgimento non è sempre preciso e uniforme, ma varia in modi specifici, come se la cellula regolasse intenzionalmente l’intensità dell’attività dei geni. Secondo il genetista Giuseppe Novelli, si tratta di un cambio di prospettiva importante. Capire meglio questi meccanismi potrebbe aiutare a spiegare malattie complesse, dall’invecchiamento ai tumori, dove spesso non basta cercare un singolo gene difettoso. In altre parole, il DNA non è un sistema rigido: è molto più dinamico e fine di quanto si pensasse.</p>
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		<title>La natura naturante</title>
		<link>https://noreporter.org/la-natura-naturante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 22:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella che definirono "particella di Dio"</p>
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<p class="wp-block-paragraph">passioneastronomia.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bosone di Higgs è una particella estremamente importante per tutti i fisici ed è stata una scommessa, a quanto pare vinta, dei modelli che descrivono i mattoni fondamentali della materia e come essi interagiscono per formare le strutture che vediamo, dagli atomi alle stelle. A partire dagli anni 60 del secolo scorso, i fisici delle particelle avevano compreso che tutta la materia era formata dalla combinazione di alcune, poche, particelle fondamentali. A tal proposito fu compilata una tabella, una specie di tavola periodica delle particelle, detta modello standard. In questa speciale tabella trovano posto due gruppi di particelle fondamentali (particelle che non si possono più dividere): quark e leptoni sono chiamati fermioni e rappresentano le lettere dell’alfabeto attraverso le quali si costruiscono nuclei atomici e atomi. L’altro gruppo è composto dai bosoni, particelle estremamente particolari, che hanno il compito unico di trasmettere nello spazio le informazioni sulle proprietà dei fermioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Comunicazione tra particelle<br>Possiamo immaginare i bosoni come particelle utilizzate dai fermioni per comunicare e interagire tra di loro. Quando un fermione si avvicina ad un altro e vuole interagire con esso, prende il telefono e comunica attraverso l’emissione di bosoni. Ma rispetto ad una classica telefonata, c’è qualcosa di diverso. A seconda del modo in cui due fermioni vogliono comunicare, utilizzano un determinato bosone. In tutto i bosoni a disposizione sono quattro: quattro modi di comunicare tra le particelle elementari. Questo numero non è di certo casuale. Le particelle elementari, in effetti, hanno solamente quattro modi possibili per interagire tra di loro. I fisici le chiamano le quattro forze fondamentali della Natura. In realtà non tutti i fermioni hanno a disposizione tutte e quattro le interazioni. Solamente i quark hanno piena libertà di scelta. I leptoni, a cui appartengono l’elettrone e gli sfuggenti neutrini, ne hanno a disposizione solamente 3. A prescindere da questa piccola differenza, le interazioni fondamentali sono: forza elettromagnetica, forza gravitazionale, forza forte e forza debole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bosone di Higgs<br>Tutto l’Universo obbedisce a queste quattro forze fondamentali, dalle galassie a noi che spingiamo il carrello della spesa ostacolati dalla forza di gravità e dall’interazione elettromagnetica con il pavimento che causa l’attrito. Le prime due sono ben conosciute, le ultime un po’ meno, perché agiscono solamente su scala subatomica. Ma non è importante capire quale sia il significato delle interazioni, piuttosto è fondamentale aver chiaro che quando due particelle fondamentali “scelgono” il modo di interagire, emettono i bosoni relativi a quella determinata interazione, i quali trasmettono nello spazio tutte le informazioni necessarie per capire come dovrà essere portata avanti l’interazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fin qui tutto bene<br>Attraverso l’interazione forte, i quark generano le particelle costituenti dei nuclei atomici: protoni e neutroni. La combinazione tra protoni e neutroni dà luogo ai nuclei atomici tenuti insieme dalla forza forte, aiutati dalla forza debole responsabile di alcuni processi, come il decadimento beta. La combinazione dei nuclei atomici con gli elettroni dà vita agli atomi, grazie alla forza elettromagnetica. Gli atomi si combinano e danno origine a molecole, le quali danno vita a strutture più grandi, fino ai pianeti e le stelle, regolati dalla forza di gravitazione. Il modello così presentato sembra funzionare molto bene.<br>Ogni particella è caratterizzata da un pacchetto di proprietà che ne costituisce la p erfetta carta d’identità, tra cui possiamo citare la carica elettrica, lo spin, e molte altre che non ci interessano. La carta d’identità di ogni particella determina il comportamento ed il risultato una volta che sceglie di comunicare con un’altra particella attraverso l’emissione di bosoni. Tuttavia nella carta d’identità manca un dato fondamentale: la massa. Il modello descrive perfettamente le proprietà e le modalità di interazione di tutte le particelle, arrivando a giustificare la formazione di tutta la materia e l’esistenza stessa dell’Universo, ma senza considerare la massa. Questo è un gran problema: è come dire di essere in grado di prevedere alla perfezione il comportamento e le proprietà dell’Universo, a patto di affermare che gli oggetti non abbiano massa, che pianeti, stelle, esseri umani siano fatti di particelle senza peso, non materiali.<br>Per capire che questa è una grande contraddizione, non c’è bisogno di essere dei fisici: provate ad attraversare un muro e ditemi se non sentite la consistenza del cemento! La situazione era ancora più seria, in realtà, perché se si introduceva nel modello una nuova proprietà che in qualche modo teneva conto della diversa massa delle particelle, tutto il castello crollava su se stesso: le interazioni, addirittura l’esistenza stessa della materia, non erano più giustificabili. Com’è possibile tutto questo? Il modello è sbagliato? Ma allora perché prevede così bene la realtà, a patto di non considerare la massa delle particelle?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fisico Peter Higgs<br>Il grande imbarazzo fu superato, almeno dal punto di vista teorico, da un fisico inglese, un certo Peter Higgs, negli anni 70. Il fisico britannico affermò che la massa è una proprietà esterna alle particelle, associata ad un campo, analogo a quelli responsabili delle quattro interazioni fondamentali, detto campo di Higgs. Il campo di Higgs può essere immaginato come una fitta trama gelatinosa che permea tutto lo spazio, nella quale le particelle si muovono e per qualche motivo incontrano una resistenza al moto. L’effetto osservato è del tutto equivalente a quello di una particella dotata di una massa intrinseca che si muove nello spazio, ma l’origine è ben diversa. Di fatto, questo modello ci dice una cosa sconvolgente: le particelle, quindi tutte le strutture dell’Universo, compresi noi, abbiamo massa, una consistenza, solamente perché ci muoviamo attraverso questa fitta rete gelatinosa che trattiene e regola i nostri movimenti.<br>L’idea non è poi così assurda, se non altro perché il campo gravitazionale è responsabile di un effetto simile: trattiene a sé i corpi, regolando le proprietà dei loro movimenti. Introducendo in termini matematici l’idea di questo campo di Higgs ed integrandola al modello standard, tutto sembra funzionare alla perfezione. Come comunicano, però, il campo di Higgs e le particelle che lo devono sentire? È qui che entra in gioco il famoso bosone di Higgs. Sappiamo infatti che i bosoni sono i modi per comunicare una precisa interazione, quindi se esiste il campo di Higgs che dà massa alle particelle, deve esistere il suo messaggero, il bosone di Higgs. Per provare l’esistenza del campo, quindi, è necessario osservare il bosone di Higgs.<br>Attualmente la gran parte degli sforzi dei fisici delle particelle si rivolge verso la rilevazione sperimentale di questa particella, che si pensa avere una massa circa 200 volte maggiore del protone. Per rilevare la sua presenza, occorre che gli acceleratori di particelle siano in grado di raggiungere un’energia di 200 GeV (Giga elettronVolt), teoricamente alla portata del nuovo acceleratore LHC (Large Hadron Collider) di Ginevra e del Fermilab di Chicago. E in effetti nell’estate del 2012 gli scienziati di LHC hanno annunciato di aver trovato le prove di questa importantissima e sfuggente particella. Sembra proprio, quindi, che la teoria era corretta. Per quanto possa sembrare strano, la Natura funziona in questo modo!</p>
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