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	<title>Altrove Archivi - NoReporter</title>
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	<title>Altrove Archivi - NoReporter</title>
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		<title>Ci sono altri mondi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 22:34:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Intelligenza Artificiale ci aiuta a scoprirli</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non li immagineremo mai tutti</p>



<p>Sono più di cento i pianeti esterni al Sistema solare la cui esistenza è stata confermata con l&#8217;aiuto dell&#8217;intelligenza artificiale, che ha passato in rassegna i dati raccolti dal telescopio spaziale Tess della Nasa. Dei nuovi pianeti fanno parte trentuno finora mai identificati.<br>La ricerca, condotta dall&#8217;Università britannica di Warwick, è pubblicata in tre articoli sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Il cacciatore di mondi alieni Tess è specializzato nel registrare le oscillazioni che avvengono nella luminosità di una stella quando un pianeta transita contro il suo disco. Sono i dati relativi a queste osservazioni che i ricercatori hanno fatto analizzare al sistema di IA chiamato Raven: ne ha esaminate più di 2,2 milioni, raccolte nei primi quattro anni di vita operativa di Tess, focalizzandosi soprattutto sui pianeti che orbitano più vicino alla loro stella, percorrendo un&#8217;orbita in meno di sedici giorni.<br>&#8220;Utilizzando il sistema Raven siamo stati in grado di validare la scoperta di 118 esopianeti e di individuare oltre duemila candidati esopianeti, mille dei quali completamente nuovi&#8221;, dice la prima autrice di uno degli articoli, la spagnola Marina Lafarga Magro dell&#8217;Università di Warwick. &#8220;È uno dei campioni meglio caratterizzati di pianeti con un&#8217;orbita ravvicinata e in futuro ci aiuterà a identificare i sistemi più promettenti&#8221;, ha aggiunto.<br>I risultati dello studio Tra le informazioni più importanti ci sono quelle relative ai pianeti che orbitano attorno alle loro stelle in meno di ventiquattro ore, ai pianeti del cosiddetto &#8220;deserto neptuniano&#8221;, che si trovano cioè in una regione nella quale si ritiene che i pianeti simili a Nettuno dovrebbero essere molto rari, e ancora sistemi nei quali più pianeti sono su orbite vicine alla loro stella. Dall&#8217;analisi dei dati è emerso inoltre che circa il 10% delle stelle simili al Sole ospitano almeno un pianeta che percorre un&#8217;orbita ravvicinata e che i pianeti simili a Nettuno si trovano intorno ad appena lo 0,08% delle stelle simili al Sole.<br>In particolare, il sistema Raven aiuta a capire se l&#8217;attenuazione della luminosità di una stella sia effettivamente causata da un pianeta o da un&#8217;altra causa. &#8220;Abbiamo addestrato modelli di apprendimento automatico per identificare schemi nei dati che possono indicarci il tipo di evento rilevato&#8221;, osserva Andreas Hadjigeorghiou dell&#8217;Università di Warwick, che ha guidato lo sviluppo di Raven. Quello che l&#8217;IA ha permesso di ottenere non è una lista di pianeti, ma uno strumento &#8220;sufficientemente affidabile da poter essere utilizzato come campione per mappare la prevalenza di diversi tipi di pianeti attorno a stelle simili al Sole&#8221;, ha detto David Armstrond, coautore degli articoli.</p>



<p></p>
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		<title>Molto più alto dell&#8217;Everest</title>
		<link>https://noreporter.org/molto-piu-alto-delleverest/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 22:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre sette volte più alto del Monte Bianco</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>geopop.it</p>



<p>L&#8217;Olympus Mons (“Monte Olimpo” in latino) su Marte è il vulcano più grande del sistema solare, alto circa 24 km – quasi tre volte il Monte Everest – e largo oltre 550 km. Per estensione potrebbe essere paragonato all&#8217;Italia intera, dato che occupa una superficie di circa 300.000 km².</p>



<p>Il Mauna Loa, alle Hawaii, è il vulcano attivo più grande del Pianeta Terra con circa 70.000-80.000 km3 di volume: se, però, dovessimo guardare a tutto il Sistema Solare, questo primato spetterebbe a un altro gigante vulcanico, con dimensioni nettamente superiori. Si tratta dell&#8217;Olympus Mons (“Monte Olimpo” in latino), un vulcano a scudo situato su Marte che, in quanto tale, ha la tipica forma “schiacciata”, dove l&#8217;altezza (in rapporto) è molto più piccola rispetto alla larghezza della base.<br>Questo colosso marziano è alto circa 24 km – quasi 3 volte il Monte Everest, che spicca sulla Terra con i suoi 8.849 m di altezza –, ha un diametro di oltre 550 km (contro i 120 km del Mauna Loa) e occupa un&#8217;area di circa 300.000 km². Per intenderci, l&#8217;Italia ha una superficie complessiva di 302.073 km²: come estensione, quindi, l&#8217;Olympus Mons potrebbe essere paragonato al nostro Paese!</p>



<p>Un confronto tra l’Olympus Mons, il Monte Everest e il Vulcano Mauna Loa. Crediti: CC BY–SA 3.0 Wikimedia Commons.<br>Entrando più nello specifico, l&#8217;Olympus Mons – che può essere considerato anche il più grande rilievo dell&#8217;intero Sistema Solare – si trova nella regione di Tharsis, vicino all&#8217;equatore marziano, caratterizzata dalla presenza di altri vulcani di enormi dimensioni, ben visibili nella foto qui sotto: si tratta dell&#8217;Arsia Mons (il primo a essersi formato), il Pavonis Mons e l&#8217;Ascraeus Mons.<br>Un’immagine della regione Tharsis su Marte. Da sinistra a destra: Arsia Mons, Pavonis Mons e Ascraeus Mons. L’Olympus Mons si intravede nella parte superiore dell’immagine. Credit: ESA<br>Ma com&#8217;è possibile che, su Marte, esistano dei vulcani così grandi? Come evidenziato dall&#8217;USGS (United States Geological Survey, il Servizio Geologico degli Stati Uniti), ci sono due spiegazioni di questo fenomeno.</p>



<p>La prima riguarda il fatto che Marte, a differenza della Terra, non mostra evidenze di tettonica a placche attiva: questo significa che la superficie del pianeta rosso è piuttosto statica e, di conseguenza, i punti caldi di lava sotto la crosta rimangono nella stessa posizione per lunghi periodi di tempo, permettendo al vulcano di ingrandirsi sempre di più.<br>La seconda ragione ha a che fare con la gravità, che su Marte è circa un terzo di quella terrestre (circa 0,38 volte rispetto a quella della Terra): questo significa che i vulcani marziani possono raggiungere dimensioni maggiori rispetto a quelli terrestri che, con dimensioni di questo tipo, rischierebbero invece di collassare sotto il proprio peso.</p>



<p></p>
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		<title>La strana coppia</title>
		<link>https://noreporter.org/la-strana-coppia-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 22:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cambia la percezione della velocità dell'universo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un decennio di continue scoperte</p>



<p>La coppia di buchi neri più massiccia mai scoperta, la più asimmetrica e quella dalla velocità di rotazione eccezionalmente elevata: sono fra le sorgenti più originali di onde gravitazionali fra le 128 rilevate da maggio 2023 a gennaio 2024 dalla rete internazionale Lkv, costituita dagli osservatori Ligo negli Stati Uniti, Virgo in Italia e Kagra in Giappone.<br>Sono descritte nel catalogo aggiornato di tutti gli eventi gravitazionali osservati finora, chiamato Gravitational-Wave Transient Catalog-4.0 (Gwtc-4), pubblicato in una serie di articoli su Astrophysical Journal Letters.</p>



<p>“Nell&#8217;ultimo decennio, l&#8217;astronomia delle onde gravitazionali ha fatto passi da gigante, passando dalla prima rivelazione all&#8217;osservazione di centinaia di fusioni di buchi neri”, afferma Stephen Fairhurst della Cardiff University e portavoce della collaborazione Ligo che fa capo all’Osservatorio gravitazionale europeo (Ego) al quale l’Italia partecipa con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. “Queste osservazioni – prosegue &#8211; ci consentono di comprendere meglio come si formano i buchi neri dal collasso di stelle massicce, di indagare l&#8217;evoluzione cosmologica dell&#8217;universo e di fornire conferme sempre più rigorose della teoria della relatività generale”.</p>



<p>Per il portavoce di Virgo Gianluca Gemme, dell’Infn, dal catalogo appena pubblicato emerge “un vero e proprio caleidoscopio di collisioni cosmiche: dai buchi neri binari più pesanti mai rilevati, come GW231123, alle coppie che ruotano a quasi metà della velocità della luce. Queste non sono più solo rare anomalie, ma forniscono la base statistica di cui abbiamo bisogno per testare la relatività generale di Einstein con una precisione senza precedenti e per fornire una nuova misurazione indipendente della velocità di espansione del nostro universo. Per Virgo e la rete LVK, questi risultati dimostrano che ora stiamo mappando la complessa evoluzione del cosmo con maggiore chiarezza che mai”.</p>



<p>Le strane coppie di buchi neri svelate dalle onde gravitazionali sono per i ricercatori “una sfida” e “ricordano che l&#8217;universo può ancora sorprenderci. Per comprenderlo veramente, i nostri modelli scientifici devono essere in grado di spiegare, e persino anticipare, l&#8217;intera gamma di segnali che la natura crea&#8221;, ha osservato Filippo Santoliquido, del Gran Sasso Science Institute.</p>



<p>I nuovi segnali permettono inoltre di fare ulteriori test della teoria della relatività generale di Einstein e potrebbero aiutare a rispondere a un’altra grande domanda della cosmologia, quella relativa alla velocità di espansione dell&#8217;universo. Analizzando tutte le rilevazioni di onde gravitazionali nell&#8217;intero catalogo appena pubblicato è stata infatti elaborata una nuova stima della costante di Hubble, che suggerisce che l&#8217;universo si sta espandendo alla velocità di 76 chilometri al secondo per megaparsec, il che significa che una galassia distante un megaparsec dalla Terra si allontanerebbe da noi a una velocità di 76 chilometri al secondo.</p>



<p></p>
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		<title>Saranno vestigia di Atlantide</title>
		<link>https://noreporter.org/saranno-vestigia-di-atlantide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le leggende sono sempre ben altro che leggende</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>everyeye.it</p>



<p>Sotto l’oceano Atlantico esiste un luogo che sembra uscito da un’altra epoca del pianeta. Torri subacquee (qui una foto), gas che filtrano dalla roccia e forme di vita che prosperano senza luce né ossigeno raccontano una storia che mette in discussione molte certezze tra cui quella su come potrebbe essere nata la vita sulla Terra.<br>Alcune strutture sono piccole come funghi, altre superao i 60 metri. Qui il mantello terrestre risale e reagisce con l&#8217;acqua marina, liberando idrogeno, metano e altri gas. Un processo lento e stabile che alimenta comunità microbiche capaci di vivere sfruttando reazioni chimiche invece della fotosintesi.<br>Ed è proprio questo dettaglio a incuriosire gli studiosi. Se la vita può emergere e mantenersi in condizioni così diverse da quelle &#8220;classiche&#8221;, le implicazioni si estendono ben oltre la Terra. Secondo il microbiologo William Brazelton, ecosistemi simili potrebbero essere attivi oggi sulle lune Encelado ed Europa, e forse lo sono stati su Marte miliardi di anni fa.</p>



<p>Nel 2024 i ricercatori hanno estratto un carotaggio record: 1.268 metri di roccia del mantello prelevati proprio da quest&#8217;area. Il campione potrebbe contenere indizi su come la vita sia emersa sul nostro pianeta, conservati nelle strutture minerali formatesi in condizioni simili a quelle primordiali.<br>A differenza delle sorgenti idrotermali sottomarine profonde, la Lost City (questo il suo nome) non dipende dal magma. Le sue sorgenti rilasciano fino a 100 volte più idrogeno e metano, e i camini di calcite testimoniano un&#8217;attività prolungata nel tempo.<br>Alcuni emettono fluidi a 40 °C, creando microambienti abitati da lumache, crostacei, granchi e ricci di mare.<br>Tuttavia, questo equilibrio millenario è minacciato. Nel 2018 la Polonia ha ottenuto diritti di estrazione mineraria nelle aree circostanti e le attività potrebbero sollevare sedimenti e rilasciare plume capaci di investire l&#8217;habitat.<br>Per questo diversi esperti chiedono il riconoscimento come patrimonio mondiale.</p>



<p></p>
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		<title>I virus e lo spazio</title>
		<link>https://noreporter.org/i-virus-e-lo-spazio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 22:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si dice mutanti</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>wired.it</p>



<p>A bordo della Stazione spaziale internazionale (Iss) i virus che attaccano i batteri, anche noti come fagi, sono in grado di infettare l&#8217;ospite Escherichia coli anche in condizioni di microgravità. Ma le dinamiche delle loro interazioni sono molto differenti da quelle che conosciamo qui sulla Terra. A dimostrarlo in un nuovo studio apparso sulle pagine di Plos Biology è stato un team di ricerca dell&#8217;Università del Wisconsin-Madison, negli Stati Uniti, i cui risultati non solo contribuiscono a far luce sul rapporto tra virus e batteri nello Spazio, ma potrebbero tornare utili anche per la nostra salute.</p>



<p>Virus e batteri<br>Le interazioni tra i fagi, ossia i virus che infettano i batteri, e i loro ospiti, come per esempio Escherichia coli, svolgono un ruolo fondamentale negli ecosistemi microbici. Sebbene queste interazioni virus-batteri siano state ampiamente studiate sulla Terra, sappiamo che le condizioni di microgravità che ci sono sulla Stazione spaziale internazionale alterano la fisiologia e la fisica delle loro dinamiche. Tuttavia, finora, poche ricerche hanno provato a studiare e documentare nel dettaglio come queste interazioni differiscano nello Spazio.</p>



<p>Sulla Stazione spaziale internazionale<br>Per colmare questa lacuna, i ricercatori del nuovo studio hanno confrontato due serie di campioni di Escherichia coli infettati con un fago noto come T7: una serie cresciuta sulla Terra e l&#8217;altra a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Le successive osservazioni dei campioni sulla Iss hanno mostrato che, dopo un ritardo iniziale, il fago T7 ha infettato con successo Escherichia coli. Tuttavia, il sequenziamento del genoma ha rivelato mutazioni genetiche insolite sia batteriche che virali tra i campioni cresciuti nella Iss rispetto alle loro controparti terrestri. &#8220;I microbi continuano a evolversi in condizioni di microgravità e lo fanno in modi non sempre prevedibili dagli esperimenti condotti sulla Terra&#8221;, ha commentato a Gizmodo l&#8217;autore principale Vatsan Raman.</p>



<p>Le strane dinamiche<br>In particolare, i fagi a bordo della Stazione spaziale internazionale hanno accumulato mutazioni specifiche che possono aumentare la loro infettività e la loro capacità di legarsi ai recettori presenti sulle cellule batteriche. Sempre sulla Iss, anche Escherichia coli ha accumulato mutazioni che, questa volta, possono rafforzare le difese contro l&#8217;infezione dei fagi e migliorare la sua sopravvivenza. Inoltre, applicando una tecnica chiamata scansione mutazionale profonda per esaminare più da vicino i cambiamenti nella proteina legante il recettore T7, che svolge un ruolo chiave nell&#8217;infezione, i ricercatori hanno scoperto ulteriori differenze tra le condizioni di microgravità e quelle terrestri. Questi cambiamenti nello Spazio sono stati poi collegati a una maggiore attività contro i ceppi di Escherichia coli resistenti al T7, che causano infezioni del tratto urinario negli esseri umani.</p>



<p>Oltre lo spazio<br>Oltre ad avere implicazioni per le missioni spaziali, in particolare quelle di lunga durata, i nuovi risultati quindi potrebbero anche essere utili per la nostra salute. &#8220;La conclusione principale è che la microgravità non solo ritarda l&#8217;infezione da parte dei fagi, ma rimodella anche il modo in cui fagi e batteri si evolvono&#8221;, ha concluso Raman. &#8220;Spero che questo lavoro incoraggi i ricercatori a pensare allo Spazio non solo come un luogo in cui riprodurre esperimenti terrestri, ma come un ambiente fisico diverso in grado di scoprire nuove conoscenze biologiche, intuizioni che alla fine si ripercuotono positivamente sulla ricerca e sulle applicazioni qui sulla Terra&#8221;.</p>



<p></p>
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		<title>Partirà, la nave partirà</title>
		<link>https://noreporter.org/partira-la-nave-partira-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 22:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A soli due secoli luce di qui</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una superterra</p>



<p>Una densa atmosfera avvolge un mondo alieno simile a una palla di lava bollente che si trova al di fuori del Sistema solare, a 280 anni luce dalla Terra.<br>La scoperta è del telescopio spaziale James Webb e sfida la teoria corrente secondo cui i pianeti relativamente piccoli così vicini alle loro stelle non sarebbero in grado di sostenere un&#8217;atmosfera. Le osservazioni sono pubblicate su The Astrophysical Journal Letters da un team di astronomi guidato dal Carnegie Institute (Usa) e rappresentano la prova più solida mai rilevata circa l’esistenza di un’atmosfera attorno a un esopianeta roccioso.</p>



<p>La superTerra ultra-calda TOI-561 b al centro dello studio è stata osservata per la prima volta nel 2020. Ha un raggio che è circa 1,4 volte quello terrestre e completa la sua orbita in meno di 11 ore: per questo motivo rientra in una rara classe di oggetti noti come esopianeti a periodo ultra-corto. Sebbene la sua stella madre sia solo leggermente più piccola e fredda del Sole, TOI-561 b orbita così vicino alla stella (a un quarantesimo della distanza tra Mercurio e il Sole) che deve essere in rotazione sincrona, con la temperatura del suo lato diurno permanente che supera di gran lunga la temperatura di fusione della roccia.</p>
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		<title>Fabbrica di stelle</title>
		<link>https://noreporter.org/fabbrica-di-stelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 22:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Firmamento infinito</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Davvero d&#8217;altra dimensione</p>



<p>Una vera e propria &#8220;fabbrica di stelle&#8221; è stata scoperta da un team di astrofisici internazionale tra cui alcuni cosmologi della Scuola Normale di Pisa.<br>Grazie ai dati del telescopio Alma, spiega la Normale, &#8220;è stato osservato che la galassia denominata Y1 brilla intensamente di polvere cosmica surriscaldata, formando stelle a una velocità 180 volte superiore a quella della nostra Via Lattea: una conferma che il tasso di crescita delle stelle nelle galassie primordiali, ad appena 600 milioni di anni dopo il big bang, era molto più alto rispetto all&#8217;universo attuale&#8221;.<br>&#8220;Sappiamo che le prime generazioni di stelle si sono formate in condizioni molto diverse da quelle che possiamo osservare oggi e che stelle come il nostro Sole si formano in enormi e dense nubi di gas nello spazio, come la Nebulosa di Orione e quella della Carena, due esempi di fabbriche di stelle che brillano grazie a un numero enorme di minuscoli granelli di polvere cosmica, riscaldati dalla luce stellare, ma a lunghezze d&#8217;onda superiori a quelle percepibili dall&#8217;occhio umano&#8221;, spiegano Andrea Ferrara e Stefano Carniani, due dei cosmologi della Normale coinvolti nello studio.<br>La rilevazione del telescopio Alma ha mostrato così che la polvere di Y1 brillava a una temperatura di 90 gradi Kelvin, ovvero circa -180 gradi Celsius. Questa temperatura è molto fredda rispetto a quella della polvere terrestre, ma molto più alta che in altre galassie primordiali già osservate. Inoltre, prosegue la Normale, &#8220;Y1 potrebbe far risolvere un altro mistero cosmico: le galassie nell&#8217;universo primordiale sembrano infatti avere molta più polvere di quanta le loro stelle avrebbero potuto produrre nel breve periodo in cui hanno brillato e l&#8217;insolita temperatura di Y1 indica una soluzione&#8221;. Secondo l&#8217;astrofisica Laura Sommovigo, ex allieva della Normale, &#8220;le galassie dell&#8217;universo primordiale sembrano troppo giovani per la quantità di polvere che contengono, ma una piccola quantità di polvere calda può essere luminosa quanto grandi quantità di polvere fredda ed è esattamente ciò che stiamo osservando in Y1&#8221;.</p>
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		<title>Saturno</title>
		<link>https://noreporter.org/saturno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 22:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si può vivere in una sua luna</p>
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<p>Rimembranze dell&#8217;età dell&#8217;oro nello spazio</p>



<p>L&#8217;oceano nascosto di Encelado, una delle lune di Saturno coperta dai ghiacci, ha tutte le caratteristiche per poter ospitare in modo stabile forme di vita extraterrestri. Lo indica lo studio guidato dall&#8217;Università di Oxford, pubblicato sulla rivista Science Advances e basato su nuove analisi dei dati raccolti dalla missione Cassini di Nasa, Agenzia spaziale europea e Agenzia Spaziale Italiana, lanciata nel 1997 e conclusa nel 2017.<br>Leggi anche</p>



<p>Saturno, c&#8217;è &#8220;vita&#8221; sulla luna Encelado: scoperte nuove molecole da Cassini<br>I risultati mostrano Encelado non emette calore soltanto dal polo Sud come si pensava finora, ma anche da quello Nord. Ciò significa che il sistema è attivo e in equilibrio, e che l&#8217;oceano è in grado di mantenersi liquido per tempi sufficienti lunghi per consentire l&#8217;emergere della vita. I ricercatori hanno confrontato le osservazioni della regione polare settentrionale eseguite nel 2005 durante la stagione invernale e nel 2015 in quella estiva. I dati sono serviti a misurare quanta energia passa dall&#8217;oceano sotterraneo, che si trova a una temperatura di circa 0 gradi, alla sua superficie ghiacciata, dove le temperature arrivano a -223 gradi. Gli autori dello studio hanno così scoperto che il calore in fuga dal polo Nord ammonta a circa 35 gigawatt: più o meno l&#8217;energia prodotta da 66 milioni di pannelli solari, o da 10.500 turbine eoliche.<br>&#8220;È davvero entusiasmante che questo nuovo risultato supporti la stabilità a lungo termine di Encelado&#8221;, afferma Carly Howett di Oxford e Planetary Science Institute dell&#8217;Arizona, co-autrice dello studio. Ora sarà fondamentale capire se l&#8217;oceano esiste da un tempo sufficientemente lungo da avere permesso lo sviluppo di organismi viventi, visto che al momento la sua età è ancora incerta.</p>



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		<title>Il signore degli anelli?</title>
		<link>https://noreporter.org/il-signore-degli-anelli-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2025 22:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dai getti dei buchi neri</p>
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<p>media.inaf.it</p>



<p>Ecco il più potente Orc mai scoperto<br>Trovato, grazie a un progetto di citizen science e ai dati di Lofar, il più potente e lontano cerchio radio anomalo a oggi rilevato. Se ne conoscono pochi esempi confermati, la maggior parte dei quali ha dimensioni pari a 10-20 volte quelle della nostra galassia. Un nuovo studio pubblicato su Mnras suggerisce che potrebbero essere collegati ai flussi di supervento provenienti dalle radiogalassie ospitanti<br>Sembra la locandina di Arrival, il celebre film di fantascienza di Denis Villeneuve. Ma in realtà non si tratta dei misteriosi “segni” alieni bensì degli Orc, acronimo di odd radio circle: anomali cerchi radio.<br>Questi curiosi anelli sono un fenomeno astronomico relativamente nuovo, essendo stati rilevati per la prima volta solo sei anni fa. Se ne conoscono pochi esempi confermati, la maggior parte dei quali ha dimensioni pari a 10-20 volte quelle della nostra galassia, la Via Lattea. Ora, in uno studio pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, viene suggerito che potrebbero essere collegati ai flussi di “supervento” provenienti dalle radiogalassie ospitanti.<br>Gli Orc sono enormi strutture di debole emissione radio a forma di anello che circondano le galassie, visibili esclusivamente nella banda radio dello spettro elettromagnetico e costituite da plasma relativistico magnetizzato. Ricerche precedenti hanno suggerito che potrebbero essere causati da onde d’urto provenienti dalla fusione di buchi neri supermassicci o galassie.<br>I ricercatori autori dello studio, guidati dall’Università di Mumbai, hanno fatto la loro scoperta con l’aiuto della piattaforma di citizen science Rad@home Astronomy Collaboratory e del Low-Frequency Array (Lofar).</p>



<p>La sorgente, denominata Rad J131346.9+500320, si trova a un redshift di circa 0,94 (quando l’universo aveva metà della sua età attuale), ed è il più lontano e potente Orc conosciuto. Inoltre, presenta non uno ma due anelli intersecanti, il secondo esempio con questa caratteristica, sollevando più domande che risposte.<br>Rad J131346.9+500320 è il primo Orc scoperto grazie alla citizen science e il primo identificato con l’aiuto di Lofar. Lofar è un radiotelescopio paneuropeo all’avanguardia, con centinaia di migliaia di antenne sparse nei Paesi Bassi e stazioni partner in molti paesi europei. Lavorando insieme come un unico gigantesco interferometro, fornisce una visione eccezionalmente nitida e sensibile del cielo alle basse frequenze radio, da 10 a 240 MHz.<br>Oltre alla nuova scoperta dell’Orc, il Rad@home Astronomy Collaboratory ha individuato altri due insoliti giganti cosmici. Il primo, Rad J122622.6+640622, è una galassia ampia quasi tre milioni di anni luce, più di 25 volte la dimensione della Via Lattea. Uno dei suoi potenti getti si piega improvvisamente di lato, come se fosse stato deviato dalla sua traiettoria, e poi emette uno spettacolare anello radio largo circa 100mila anni luce. Il secondo, Rad J142004.0+621715, si estende per 1,4 milioni di anni luce e mostra un anello simile di emissione radio all’estremità di uno dei suoi getti, con un altro getto radio stretto sull’altro lato della galassia ospite.<br>Entrambe le galassie si trovano in regioni “affollate” dello spazio, dove i loro getti interagiscono probabilmente con la materia circostante, un plasma termico caldo a milioni di gradi, che modella queste suggestive strutture cosmiche. Tutti e tre gli oggetti si trovano in ammassi galattici con masse di circa 100mila miliardi di Soli, suggerendo che le interazioni dei getti di plasma magnetizzato relativistico con il plasma termico caldo circostante possano contribuire a modellare questi rari anelli.</p>



<p>«Queste scoperte dimostrano che gli Orc e gli anelli radio non sono curiosità isolate, ma fanno parte di una più ampia famiglia di strutture plasmatiche esotiche modellate dai getti dei buchi neri, dai venti e dai loro ambienti», spiega Pratik Dabhade, del Centro Nazionale per la Ricerca Nucleare di Varsavia, in Polonia, coautore dello studio. «Il fatto che siano stati scoperti da cittadini scienziati sottolinea l’importanza del riconoscimento dei modelli da parte dell’uomo, anche nell’era dell’apprendimento automatico».<br>Con le strutture di prossima realizzazione, come lo Square Kilometre Array (Ska), gli astronomi prevedono che saranno scoperti molti altri Orc. Allo stesso tempo, nuove survey ottiche come il Dark Energy Spectroscopic Instrument (Desi) e il Large Synoptic Survey Telescope (Lsst) dell’Osservatorio Vera C. Rubin forniranno i redshift e permetteranno di capire gli ambienti delle loro galassie ospiti, contribuendo a ricostruire come questi misteriosi anelli si formano ed evolvono.<br>Per ora, i tre nuovi anelli cosmici, scoperti non da un software automatizzato ma da cittadini scienziati, rappresentano un passo importante verso la scoperta dei segreti di queste vaste e misteriose strutture.</p>



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		<title>Ci riforniremo lontano, lontano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 22:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da altri mondi</p>
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<p>Ma tra qualche migliaio di anni</p>



<p>C&#8217;è metano su un piccolo mondo ghiacciato ai confini del Sistema Solare, il pianeta nano Makamake. La scoperta, basata sui dati del telescopio spaziale James Webb si deve alla ricerca guidata dal Southwest Research Institute, online sulla piattaforma arXiv e in via di pubblicazione su The Astrophysical Journal Letters.<br>Scoperto nel 2016, Makemake &#8220;è uno dei mondi ghiacciati più grandi e luminosi oltre Nettuno, e la sua superficie è dominata dal metano ghiacciato&#8221;, osserva Silvia Protopapa del Southwest Research Institute e prima autrice della ricerca.<br>&#8220;Il telescopio Webb &#8211; prosegue la ricercatrice &#8211; ha rivelato che il metano è presente anche nella fase gassosa sopra la superficie, una scoperta che rende Makemake ancora più affascinante. Dimostra che il pianeta nano non è un residuo inattivo del Sistema Solare esterno, ma un corpo dinamico in cui il ghiaccio di metano è ancora in evoluzione&#8221;. Dopo Plutone, Makamake è il secondo pianeta nano oltre l&#8217;orbita di Nettuno sul quale viene rilevata la presenza di gas.</p>



<p>Le tracce di metano sono particolarmente interessanti perché potrebbero indicare la presenza di un&#8217;atmosfera, anche se molto tenue. Questa però al momento è ancora un&#8217;ipotesi che dovrà essere verificata. &#8220;Le future osservazioni Webb a una risoluzione spettrale più elevata aiuteranno a determinare se il metano deriva da una sottile atmosfera legata o da un degassamento a pennacchio&#8221;, rileva un altro autore della ricerca, Ian Wong, dello Space Telescope Science Institute.<br>&#8220;Questa scoperta solleva la possibilità che Makemake abbia un&#8217;atmosfera molto tenue sostenuta dalla sublimazione del metano&#8221;, rileva un altro autore della ricerca, Emmanuel Lellouch dell&#8217;Osservatorio di Parigi. &#8220;I nostri modelli migliori &#8211; aggiunge &#8211; indicano una temperatura del gas intorno a meno 233 gradi Celsius e una pressione superficiale di soli 10 picobar circa, ovvero 100 miliardi di volte inferiore alla pressione atmosferica terrestre e un milione di volte più tenue di quella di Plutone. Se questo scenario fosse confermato, Makemake si unirebbe alla ristretta cerchia di corpi celesti esterni del Sistema solare in cui gli scambi superficie-atmosfera sono ancora attivi oggi&#8221;.<br>Per Protopapa &#8220;un&#8217;altra possibilità è che il metano venga rilasciato in esplosioni simili a pennacchi. In questo scenario, i nostri modelli suggeriscono che il metano potrebbe essere rilasciato a una velocità di poche centinaia di chilogrammi al secondo, paragonabile ai vigorosi pennacchi d&#8217;acqua sulla luna di Saturno Encelado e di gran lunga superiore al debole vapore osservato su Cerere&#8221;.</p>



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