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	<title>Altrove Archivi - NoReporter</title>
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	<title>Altrove Archivi - NoReporter</title>
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		<title>Ex caos lux</title>
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		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 22:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'enigma di una galassia a spirale</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I buchi neri alimentano la luminosità?</p>



<p class="wp-block-paragraph">In direzione della costellazione del Leone, a circa 1,8 miliardi anni luce dalla Terra, si trova una galassia a spirale con una caratteristica particolare: l’intensità della sua emissione radio è aumentata di oltre venti volte in un breve lasso di tempo e non mostra segni di attenuazione. Nome in codice Sdss J110546.07+145202.4, da più di otto anni la galassia brilla eccezionalmente nel regime radio, con un’intensità pari a circa dieci milioni di miliardi di volte quella del Sole. Ciò la rende particolarmente insolita: molte emissioni radio durano giorni o settimane, mentre questa si è mantenuta per un periodo di tempo assai più lungo.<br>La sorgente della radiazione si trova vicino al buco nero al centro della galassia. Si tratta di un buco nero con massa relativamente piccola, ma che si sta ingrandendo a un ritmo incredibilmente veloce grazie all’accrescimento di materia. Un team internazionale di ricercatori ha analizzato il fenomeno in uno studio pubblicato lo scorso maggio su The Astrophysical Journal.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La radiazione radio luminosa proveniente da buchi neri leggeri in rapida crescita è di per sé rara», premette la prima autrice dell’articolo, Stefanie Komossa, del Max Planck Institute for Radio Astronomy (Germania). «Il loro passaggio a uno stato luminoso (in banda radio) di lunga durata non è mai stato osservato prima», aggiunge il coautore Alexander Kraus del Max Planck Institute for Radio Astronomy. «Le osservazioni di follow-up effettuate con numerosi telescopi, tra cui il radiotelescopio di Effelsberg, l’Australia Telescope Compact Array del Csiro – l’agenzia scientifica nazionale australiana – e i satelliti spaziali, confermano le proprietà uniche della sorgente».<br>I ricercatori ipotizzano che, per diversi anni, della materia aggiuntiva sia caduta verso il buco nero, innescando un getto relativistico, cioè un fascio di particelle con velocità paragonabili a quella della luce. La causa precisa dell’episodio, però, resta ancora da chiarire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le caratteristiche del buco nero — massa relativamente piccola e crescita molto rapida — ricordano quelle dei nuclei galattici osservati a grandi distanze, quando l’universo era giovane. È proprio questo a renderlo un oggetto di studio particolarmente interessante: un corpo celeste vicino permette di studiare condizioni fisiche che, nell’universo primordiale, erano molto più comuni ma che oggi sono difficili da analizzare direttamente. In questo modo, gli scienziati hanno la possibilità di seguire nel dettaglio la formazione dei getti e il comportamento della materia in caduta verso il buco nero, due processi cruciali per comprendere come siano cresciuti i primi buchi neri supermassicci.<br>«Eventi ad alta energia come questi possono fornire agli astronomi una grande quantità di informazioni. Osservando questi getti e queste esplosioni, possiamo studiare i processi fisici che avvengono in alcuni degli ambienti più estremi dell’universo», spiega il coautore Kovi Rose dell’Università di Sydney. Strumenti ad alta risoluzione come il Very Long Baseline Array consentiranno di mappare la struttura del getto e di seguire, nei prossimi anni, l’evoluzione dell’emissione radio.<br>«Grazie a strutture sensibili come i futuri telescopi Ska, saremo in grado di identificare transienti radio simili nelle future rilevazioni del cielo. Ciò è fondamentale», conclude Komossa, «per colmare le lacune nella nostra comprensione dell’universo primordiale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Superpianeti</title>
		<link>https://noreporter.org/superpianeti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[La Stampa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 22:29:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Magnetismo extra</p>
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<p class="wp-block-paragraph">in rapporto con le proprie stelle</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esistono pianeti doitati di superpoteri, e nel caso di cui parliamo, di poteri magnetici. Uno studio pubblicato sulla rivista Science, guidato dall&#8217;Instituto de Astrofísica de Andalucía (IAA-CSIC) con l’importante contributo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica italiano (INAF), dimostra per la prima volta come un esopianeta possa influenzare direttamente l&#8217;attività della sua stella ospite tramite il proprio campo magnetico. Questa scoperta fornisce la prova più solida mai ottenuta dell&#8217;esistenza di tale “forza” su un pianeta extrasolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spiega Daniel Revilla, ricercatore dell&#8217;IAA-CSIC che ha guidato lo studio nell&#8217;ambito della sua tesi di dottorato: «Abbiamo osservato che GJ 436 b, un esopianeta simile a Nettuno che orbita molto vicino alla sua stella, produce variazioni regolari nell&#8217;emissione della stella a specifiche lunghezze d&#8217;onda». Analizzando come e quando si verificano queste variazioni nella stella, il team internazionale è riuscito a stimare per la prima volta l&#8217;intensità del campo magnetico di un pianeta di questo tipo, aprendo una nuova strada per lo studio delle proprietà e dell&#8217;abitabilità dei mondi alieni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Preservare l’atmosfera e l’acqua<br>I campi magnetici svolgono un ruolo fondamentale nell&#8217;abitabilità dei pianeti, modulando l&#8217;interazione tra il vento stellare e l&#8217;atmosfera e condizionandone l&#8217;evoluzione. Se sulla Terra il campo magnetico agisce come uno scudo protettivo essenziale per preservare l&#8217;atmosfera e la vita, Marte rappresenta l&#8217;esempio opposto: la perdita del suo scudo globale, avvenuta miliardi di anni fa, ha causato la progressiva erosione dell&#8217;atmosfera e la perdita dell’acqua. Per questo motivo, capire se gli esopianeti possiedono campi magnetici è una questione fondamentale per valutarne la potenziale abitabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’influenza reciproca<br>Fino a poco tempo fa si pensava che fosse soprattutto la stella a influenzare il pianeta, attraverso la forza di attrazione gravitazionale, la radiazione e il proprio magnetismo. Questo studio dimostra per la prima volta che può verificarsi anche il contrario, ovvero che un pianeta può alterare l’ambiente della propria stella, se gli orbita molto vicino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le osservazioni, ottenute con gli spettrografi CARMENES (installato all&#8217;Osservatorio di Calar Alto, in Spagna) e HARPS (all’Osservatorio La Silla dell’ESO, in Cile), rivelano che il campo magnetico del pianeta interagisce con quello della sua stella e inietta energia nella cromosfera (uno degli strati superiori dell&#8217;atmosfera stellare), aumentandone l&#8217;attività. Si tratta di un fenomeno paragonabile alle aurore terrestri, ma su scala stellare. Secondo Antonino F. Lanza, ricercatore dell’INAF e coautore dello studio, «nonostante le sue dimensioni più ridotte, GJ 436 b potrebbe possedere un campo magnetico da 2,33 a 27 volte più intenso di quello di Giove».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Caldo e freddo</title>
		<link>https://noreporter.org/caldo-e-freddo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 22:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inversione spaziale</p>
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<p class="wp-block-paragraph">l&#8217;uno o l&#8217;altro alla rinfusa</p>



<p class="wp-block-paragraph">I gioviani caldi sono esopianeti giganti gassosi in orbita stretta attorno alla loro stella, solitamente con periodo di rivoluzione intorno all’astro e rotazione intorno al proprio asse di uguale durata. Sono quindi caratterizzati da un lato estremamente caldo, sempre rivolto verso la stella, e dal lato opposto molto più freddo. Non solo: a differenza di quanto avviene nei pianeti a rotazione sincrona rocciosi, in quelli gassosi le atmosfere vorticose rendono meno netti i confini tra le due zone, e i punti caldi del lato diurno risultano leggermente spostati nella direzione della loro rotazione e della loro orbita attorno alla stella ospite.<br>Solitamente, ma non sempre. Uno studio del 2018 guidato da Lisa Dang, della University of Waterloo (Canada), aveva individuato un’eccezione in CoRoT-2b, avanzando tre possibili ipotesi sul perché il punto caldo dell’esopianeta si trovasse in direzione opposta rispetto a quanto osservato negli altri gioviani caldi: la presenza di nuvole a ostacolare la visuale di osservazione; complesse interazioni tra i campi magnetici; oppure, una rotazione del pianeta più lenta rispetto a quella della sua rivoluzione intorno alla stella.<br>Ora uno studio guidato da Aurora Kesseli del Nasa Exoplanet Science Institute, presentato nel corso del 248esimo meeting dell’American Astronomical Society (Pasadena, California, 14-18 giugno 2026), analizzando nuovi dati spettroscopici raccolti dal Very Large Telescope dello European Southern Observatory, in Cile, ha individuato in una delle tre ipotesi quella che parrebbe essere la spiegazione corretta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel nuovo studio, sottoposto per la pubblicazione a The Astronomical Journal e ancora in fase di peer review, Kesseli ha misurato la velocità del pianeta, scoprendo che un giorno su CoRoT-2b equivale a circa tre giorni terrestri, mentre un anno dura 1,5 giorni, dunque circa la metà. Ciò significa che l’esopianeta orbita due volte attorno alla sua stella prima di completare una rotazione sul proprio asse.<br>«Sono rimasta piacevolmente sorpresa», dice Kesseli, «quando ho provato diversi metodi e mi sono detta: “Ah, ecco! In realtà corrisponde a una delle tre ipotesi!” Vedere i dati indicare piuttosto chiaramente una di esse è stato davvero emozionante. Il modo in cui un pianeta ruota influisce notevolmente sulla distribuzione del calore sul pianeta stesso e, di conseguenza, sulla sua abitabilità; pertanto, per un pianeta in rotazione sincrona, le temperature, i venti e i climi saranno completamente diversi da quelli di un pianeta che non si trova in tale condizione».<br>Questa animazione mostra come CoRoT-2b ruoti più lentamente e in senso opposto rispetto ai tipici gioviani caldi, che solitamente sono in rotazione sincrona. Crediti: Keith Miller (Caltech/IPAC – SELab)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cause della velocità di rotazione più lenta osservata in CoRoT-2b non sono ancora chiare, e per questo saranno raccolti altri dati sui questa tipologia di esopianeti. «I gioviani caldi sono il primo tipo di pianeta per cui siamo riusciti a esplorare e perfezionare davvero i nostri modelli climatici», dice Kesseli. «Con la prossima generazione di telescopi, come l’Habitable Worlds Observatory e l’Extremely Large Telescope, saremo in grado di effettuare misurazioni più approfondite su un maggior numero di pianeti, forse anche su quelli potenzialmente abitabili».</p>
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		<title>La strana coppia di zucchero filato</title>
		<link>https://noreporter.org/la-strana-coppia-di-zucchero-filato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 22:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giganti ma leggeri</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Due pianeti gemelli</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come nel film La strana coppia, anche nel sistema Toi-791 convivono due “partner” molto particolari: due pianeti giganti, in orbitano attorno alla stessa stella, con una densità così ridotta da risultare tra i più leggeri mai osservati, al punto da sfiorare la consistenza dello zucchero filato. La scoperta, pubblicata oggi sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, aggiunge un nuovo tassello alla comprensione di una fra le classi di esopianeti più enigmatiche conosciute: i cosiddetti pianeti super-puff. Lo studio è stato condotto dall’Università di Oxford, dall’Université Côte d’Azur/Observatoire de la Côte d’Azur e dall’Università di Birmingham, nell’ambito di una collaborazione internazionale che ha combinato dati raccolti nello spazio e con quelli catturati da osservatori distribuiti in diversi continenti, compresa l’Antartide.<br>Questa rappresentazione artistica raffigura la stella Toi-791, simile al Sole, e due pianeti giganti che il telescopio spaziale Tess della Nasa ha scoperto in orbita attorno a essa. Questi pianeti, denominati Toi-791 b e Toi-791 c, hanno all’incirca le dimensioni di Giove ma una massa pari a una minuscola frazione – rispettivamente, meno del tre e meno del sei per cento – di quella di Giove, il che significa che hanno una densità straordinariamente bassa. Crediti: Nasa / D. Rutter</p>



<p class="wp-block-paragraph">I protagonisti della scoperta sono due giganti quasi impalpabili, Toi-791 b e Toi-791 c, due pianeti che orbitano attorno a una stella nana di tipo F7 situata a 1110 anni luce dalla Terra, nella costellazione australe del Pesce volante. A prima vista sembrano normali giganti gassosi, con dimensioni paragonabili a quelle di Giove. È la loro bassissima densità a renderli bizzarri: quella di Toi-791 b è di appena 0,038 grammi per centimetro cubo, mentre Toi-791 c raggiunge 0,047 grammi per centimetro cubo. Per comprendere quanto siano estremi questi valori può essere utile qualche confronto. Giove, il gigante del Sistema solare, ha una densità media di circa 1,33 grammi per centimetro cubo – dunque tra 28 e 35 volte superiore a quella dei due nuovi pianeti, mentre la Terra arriva a circa 5,5 grammi per centimetro cubo. Per trovare valori paragonabili a quelli dei due esopianeti possiamo pensare allo zucchero filato, che ha una densità tipica di circa 0,05 grammi per centimetro cubo.<br>«Si conoscono solo una manciata di questi pianeti “super-gonfi”, ed è ancora più raro trovarne due nello stesso sistema», osserva George Dransfield dell’Università di Oxford, prima autrice dello studio nonché conduttrice del programma della Bbc Sky at Night. «Le loro densità estremamente basse li rendono obiettivi affascinanti per comprendere come si formano ed evolvono i sistemi planetari».<br>Toi-791 b e Toi-791 c non sono soltanto due nuovi membri della rara famiglia dei super-puff: rientrando tra i pianeti giganti meno densi mai identificati ed essendosi formati, si ritiene, all’interno dello stesso disco protoplanetario di gas e polveri che circonda la giovane stella, si collocano ai limiti estremi di ciò che i modelli teorici riescono a spiegare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le dimensioni dei due pianeti giganti che orbitano attorno alla stella Toi791 a confronto con quelle di alcuni dei pianeti del Sistema solare. Non ne esistono immagini dirette: la missione Tess della Nasa ne ha rilevato la presenza misurando la variazione di luce mentre transitavano davanti alla loro stella. Pertanto, l’aspetto dei pianeti di Toi-791 in questa illustrazione è una rappresentazione artistica. Crediti: Nasa/ D. Rutter<br>A rendere ancora più interessante il sistema è la particolare relazione gravitazionale che lega i due pianeti. Toi-791 b e Toi-791 c si trovano infatti in una risonanza di moto medio 5:3. Detto alrtimenti, ogni volta che il pianeta più interno completa cinque orbite attorno alla stella, quello esterno ne compie tre. Questa configurazione crea una sorta di danza cosmica perfettamente sincronizzata: a intervalli regolari i due pianeti si trovano nelle stesse posizioni relative e la loro attrazione gravitazionale reciproca si ripete con regolarità, lasciando una “firma” osservabile. Gli effetti di questa interazione si manifestano nei cosiddetti tempi di transito. Quando un pianeta passa davanti alla propria stella, visto dalla Terra, provoca una lieve diminuzione della luminosità stellare. Se i pianeti fossero gravitazionalmente isolati, questi passaggi avverrebbero con una periodicità rigorosa; nel sistema Toi-791, invece, i transiti mostrano piccoli anticipi e ritardi causati dall’influenza gravitazionale reciproca. Proprio l’analisi di queste minuscole variazioni temporali ha permesso agli astronomi di stimarne le masse e, quindi, di determinarne la densità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La rarità del sistema Toi-791 lo rende un laboratorio naturale prezioso per capire come questi mondi si formano ed evolvono. Ma anche la storia di come sono stati scoperti è interessante. Tutto inizia grazie alla collaborazione tra professionisti e astrofili: Toi-791 b e Toi-791 c furono, infatti, individuati inizialmente come candidati esopianeti rispettivamente nel 2019 e nel 2023 dai volontari del progetto di citizen science Planet Hunters Tess. L’iniziativa analizza i dati raccolti dal satellite Transiting Exoplanet Survey Satellite (Tess) della Nasa, incaricato di monitorare la luminosità di milioni di stelle alla ricerca delle caratteristiche diminuzioni di luce prodotte dal passaggio di pianeti in transito. Anche gli astrofili italiani Franco Mallia, Giovanni Isopi e Aldo Zapparata dell’Osservatorio di Campo Catino hanno partecipato alle osservazioni e all’analisi dei dati nell’ambito della rete internazionale di follow-up. Una volta identificati i candidati, i ricercatori hanno infatti avviato una lunga campagna osservativa utilizzando telescopi distribuiti in tutto il mondo per confermarne l’esistenza e caratterizzarne le proprietà fisiche.<br>La scoperta è il risultato di circa otto anni di osservazioni e deve molto a uno dei luoghi più remoti del pianeta: la Stazione Concordia, nel cuore dell’Antartide. In questa base di ricerca italo-francese opera Astep (Antarctic Search for Transiting ExoPlanets), un telescopio gestito dai ricercatori dell’Université Côte d’Azur/Observatoire de la Côte d’Azur insieme a collaboratori internazionali. L’ambiente antartico offre un vantaggio quasi unico: poiché durante il lungo inverno polare il Sole non sorge per mesi, è possibile compiere osservazioni astronomiche continue e senza interruzioni. Questa caratteristica si è rivelata fondamentale, perché i transiti dei due pianeti sono insolitamente lunghi e ciascuno dura oltre undici ore. Ciò comporta che nella maggior parte degli osservatori terrestri, a causa dell’alternanza tra giorno e notte, sarebbe impossibile seguirli dall’inizio alla fine, mentre da Concordia gli astronomi hanno potuto osservare l’intero transito in un’unica sequenza continua. Si tratta dei transiti planetari continui più lunghi mai osservati integralmente da terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante il numero crescente di osservazioni, la natura dei pianeti super-puff rimane un mistero. L’ipotesi principale suggerisce che questi mondi possiedano atmosfere dominate da idrogeno ed elio, talmente estese da costituire una frazione significativa della loro massa complessiva. Come giganteschi palloncini cosmici, questi pianeti potrebbero avere nuclei relativamente modesti avvolti da involucri gassosi estremamente espansi. Secondo i modelli più accreditati, tali atmosfere potrebbero essersi formate quando i pianeti si trovavano molto più lontani dalla stella rispetto a oggi, nelle regioni fredde del disco protoplanetario: in quelle zone il gas avrebbe potuto raffreddarsi e accumularsi rapidamente attorno a un nucleo solido, creando involucri eccezionalmente spessi.<br>La vera sfida per gli astronomi non è soltanto spiegare come questi pianeti si siano gonfiati a tal punto, ma capire perché non si siano già sgonfiati. Atmosfere così estese dovrebbero essere particolarmente vulnerabili all’erosione provocata dalla radiazione stellare e, invece, questi pianeti sono riusciti a conservare atmosfere così puffy per miliardi di anni, senza perderle nello spazio. La loro stessa esistenza suggerisce che nei processi di formazione ed evoluzione planetaria manchi ancora qualche tassello importante. Per rispondere a queste domande aperte, gli astronomi guardano già al James Webb Space Telescope (Jwst).</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Questo sistema offre un laboratorio unico per comprendere come si formano ed evolvono i pianeti super-puff», afferma Amaury Triaud dell’Università di Birmingham, responsabile scientifico del progetto Astep e coautore dello studio. «Proponiamo di effettuare osservazioni spaziali utilizzando il telescopio spaziale James Webb per valutare se l’atmosfera gonfia contenga specie a base di carbonio, azoto e ossigeno, fornendo nuove informazioni su come si sono formati questi pianeti insoliti». Durante un transito, infatti, una certa quantità di luce stellare attraversa gli strati gassosi dei pianeti, consentendo agli astronomi di cercare le impronte chimiche delle molecole presenti nelle loro atmosfere. L’analisi della composizione chimica potrebbe rivelare dove e in quali condizioni questi mondi si siano formati prima di raggiungere le attuali orbite. I super-puff sono tra i migliori bersagli per la spettroscopia atmosferica: essendo molto estese, le loro atmosfere intercettano una grande quantità luce stellare durante i transiti, rendendo questi pianeti bersagli ideali per Jwst.<br>Lo studio rappresenta anche un esempio di come l’astronomia moderna sia sempre più un’impresa collettiva, che unisce osservatori terrestri, telescopi spaziali e ricercatori distribuiti in tutto il mondo. «Questi sistemi multiplanetari sono complessi, con interazioni gravitazionali tra i pianeti che si evolvono nell’arco di periodi molto lunghi, decine di anni o più. Questa scoperta sottolinea l’importanza di una collaborazione internazionale continua nel campo dell’astronomia», sottolinea a tal proposito un altro fra i coautori dello studio, Tristan Guillot dell’Université Côte d’Azur. «Mettere insieme le osservazioni provenienti dall’Antartide, dai telescopi spaziali e dagli osservatori di diversi continenti è stato essenziale per rivelare la vera natura di questi straordinari pianeti»</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La vie en rose</title>
		<link>https://noreporter.org/la-vie-en-rose-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 22:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>O meglio,  la planète en rose</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un pianeta dagli strani colori</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gj 504 b è un mondo distante 57 anni luce dalla Terra che orbita attorno a una stella simile al Sole, Gliese 504. Se potessimo osservarlo direttamente con i nostri occhi, vedremmo un corpo celeste dall’insolita colorazione magenta, dovuta alle sue “gelide” temperature superficiali, una caratteristica che gli è valsa il soprannome di Pink Planet, Pianeta rosa.<br>Nonostante il soprannome, la sua vera natura rimane tuttavia incerta. Con una massa di oltre venti volte quella di Giove, Gj 504 b si colloca infatti al confine tra i pianeti giganti e le nane brune, tanto che gli astronomi preferiscono definirlo un planetary-mass companion, ovvero un “compagno di massa planetaria” in orbita attorno a una stella.<br>Per oltre un decennio questo enigmatico oggetto ha rappresentato una sfida per gli astronomi. La sua luminosità estremamente debole, conseguenza della bassa temperatura superficiale, ha impedito infatti ai telescopi terrestri di analizzarne la luce mediante spettroscopia, limitando gli studi a semplici misure fotometriche.<br>Utilizzando lo spettrografo NirSpec del James Webb Space Telescope, un team di ricerca guidato dalla Northwestern University è ora riuscito per la prima volta a ottenere lo spettro di luce diretto dell’oggetto celeste, rivelando un’atmosfera dalla chimica esotica, con nubi di sale mai osservate prima d’ora su un corpo celeste. I risultati dello studio sono stati pubblicati la scorsa settimana su The Astronomical Journal<br>Le osservazioni sono state condotte nell’ambito del programma Gto 2778, dedicato alla spettroscopia ad alto contrasto di due candidati substellari, tra cui, appunto, Gj 504 b. Nello studio, mediante spettroscopia, i ricercatori hanno prima catturato la radiazione termica emessa dall’oggetto e la luce stellare riflessa dalla sua atmosfera. Successivamente, grazie alla tecnica dell’angular differential imaging (Adi), hanno eliminato il bagliore prodotto dalla stella, molto più luminosa.<br>Questa combinazione di metodologie ha permesso di ottenere lo spettro di luce di Gj 504 b, un grafico in cui la luce del pianeta è scomposta nelle diverse lunghezze d’onda. Poiché ogni elemento e ogni molecola interagiscono con la radiazione in modo caratteristico, lo spettro conserva la loro firma chimica. La sua analisi permette dunque agli astronomi di identificare le specie presenti e ricostruire la composizione dell’atmosfera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il Pianeta rosa è il compagno di massa planetaria più freddo mai scoperto con strumenti terrestri», spiega Aneesh Baburaj, ricercatore della Northwestern University e primo autore dello studio. «Molti gruppi di ricerca in tutto il mondo hanno effettuato osservazioni di follow-up per analizzarne la luce, ma il segnale era troppo debole per gli strumenti installati a Terra. Per questo rappresentava un bersaglio ideale per il Jwst. Quando abbiamo finalmente ottenuto il suo spettro, ci è sembrato subito molto interessante. Ma è stato solo analizzando i dati più in dettaglio che ci siamo resi conto di trovarci davanti a un oggetto diverso da qualsiasi altro avessimo studiato finora».<br>L’analisi dello spettro ha rivelato la presenza di numerose specie molecolari, tra cui vapore acqueo (H₂O), metano (CH₄), anidride carbonica (CO₂), ammoniaca (NH₃), idrogeno solforato (H₂S) e monossido di carbonio (CO). Ma la sorpresa è arrivata dopo.<br>Quando i ricercatori hanno cercato di riprodurre i dati mediante modelli atmosferici, si sono imbattuti in un problema: le simulazioni non riuscivano a spiegare lo spettro osservato senza introdurre caratteristiche fisicamente poco plausibili. La soluzione è arrivata aggiungendo come input un ingrediente finora solo ipotizzato: nubi di sale. Includendo nubi composte da cloruro di potassio e solfuro di zinco, è stato infatti possibile riprodurre correttamente lo spettro osservato, spiegano i ricercatori.<br>«Abbiamo eseguito simulazioni includendo le nubi e i risultati sono diventati coerenti con ciò che sappiamo dei pianeti freddi», aggiunge Baburaj. «Abbiamo testato tre diversi tipi di nubi e quelle di sale hanno fornito la migliore corrispondenza con i dati osservativi. Tenendo conto della loro presenza, il segnale delle molecole situate negli strati più profondi dell’atmosfera del compagno risultava attenuato, rendendo finalmente il modello fisicamente plausibile.<br>Ma non è finita. La modellizzazione dell’atmosfera, effettuata mediante il codice petitRadTrans sviluppato dal Max Planck Institute, indica infatti una gravità superficiale del corpo celeste di circa 741 metri al secondo quadrato, pari a circa 75,6 volte quella terrestre, e una temperatura compresa tra 283 e 291 gradi Celsius, dunque relativamente bassa, perlomeno rispetto ai pianeti extrasolari dei quali si siano ottenute immagini dirette.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spettro suggerisce inoltre un’atmosfera particolarmente ricca di elementi pesanti – quelli che in astronomia vengono genericamente chiamati metalli – con rapporti isotopici di carbonio e ossigeno compatibili con quelli del mezzo interstellare.<br>I parametri atmosferici indicano anche che Gj 504 b ha una massa di circa 25 volte quella di Giove, in buon accordo con l’intervallo di 19-27 masse gioviane previsto dai modelli evolutivi e compatibile con un’età stimata tra i 2,5 e i 4 miliardi di anni. Proprio questa relativa maturità del corpo celeste spiegherebbe la sua temperatura insolitamente bassa.<br>Per quanto riguarda la natura di Gj 504 b, per stabilire se esso si sia formato come un pianeta oppure come una nana bruna i ricercatori hanno confrontato la sua composizione chimica con quella della stella madre Gliese 504. Dall’analisi è emerso che, a fronte di un’abbondanza di zolfo compatibile con quella della stella, l’atmosfera del pianeta presenta un arricchimento di carbonio pari a circa 2,5 volte e di ossigeno pari a circa 2,1 volte rispetto ai valori misurati nella stella primaria.<br>Questo arricchimento in elementi pesanti suggerisce una formazione di Gj 504 b simile a quella dei pianeti, sottolineano i ricercatori, ma non consente ancora di escludere del tutto che l’oggetto sia una nana bruna. Per risolvere questa ambiguità, concludono, saranno necessari studi futuri che determinino con maggiore precisione le abbondanze chimiche della stella oppure riducano le incertezze sui livelli di arricchimento, ad esempio grazie a misure dinamiche più accurate della sua massa.</p>
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		<title>Il più luminoso dei mostri cosmici</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 22:14:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse potrà spiegarci il mistero dei buchi neri</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ex chaos ordo&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Utilizzando i dati d’archivio raccolti dalla missione Neowise della Nasa, un team di astronomi del Mit ha individuato il quasar variabile più antico mai osservato. Il suo nome è J0439+1634, era già presente all’“alba cosmica”, quando l’universo aveva appena 850 milioni di anni (z ≈ 6.5), e la sua luminosità cambia nel tempo: un fenomeno mai osservato prima in un oggetto così distante. La scoperta, pubblicata questa settimana su Nature Astronomy, apre una nuova finestra di osservazione sui primi buchi neri supermassicci e sull’evoluzione delle galassie nell’universo primordiale.<br>I quasar sono tra gli oggetti più luminosi dell’universo. Si tratta di nuclei galattici attivi alimentati da buchi neri supermassicci che emettono enormi quantità di radiazione mentre accrescono materia.<br>Per molto tempo si è ritenuto che le prime galassie formatesi nel cosmo avessero bisogno di oltre un miliardo di anni per stabilizzarsi e maturare, e che quindi i buchi neri supermassicci non dovessero essere presenti nelle prime fasi dell’universo. Le osservazioni condotte a partire dai primi anni Duemila hanno però raccontato una storia diversa. Oggi gli astronomi hanno infatti identificato oltre duecento quasar risalenti al primo miliardo di anni di vita dell’universo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per studiare meglio questi antichi “mostri cosmici”, un team guidato da Gene Leung, del Massachusetts Institute of Technology, ha cercato le variazioni di luminosità di un quasar primordiale. Per farlo, gli autori dello studio hanno esaminato immagini dell’universo ottenute a lunghezze d’onda infrarosse e su intervalli temporali molto lunghi, dell’ordine di anni. A causa dell’espansione cosmica, infatti, la luce emessa da sorgenti remote viene spostata verso lunghezze d’onda più lunghe (redshift). Anche le variazioni temporali risultano però dilatate: un fenomeno che nel sistema di riferimento d’un quasar durerebbe settimane può apparire infatti distribuito su diversi mesi agli osservatori terrestri.<br>«Questa è stata la sfida tecnica che dovevamo superare», spiega Anna-Christina Eilers, ricercatrice al Mit e coautrice della pubblicazione. «Avevamo bisogno di dati raccolti ripetutamente a lunghezze d’onda infrarosse e su scale temporali molto estese».<br>Sfruttando circa quattordici anni di dati raccolti dal telescopio spaziale Neowise, gli astronomi hanno individuato un segnale risalente a soli 850 milioni di anni dopo il Big Bang. Era il segnale di J0439+1634, un quasar la cui luce ha viaggiato per quasi 13 miliardi di anni prima di raggiungerci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scoperto nel 2018 da un team internazionale di astronomi comprendente anche il ricercatore dell’Inaf Marco Bonaglia, J0439+1634 è stato a lungo il quasar più luminoso conosciuto nell’universo primordiale. Superato in luminosità nel 2024 da J0529-4351, oggi detiene un altro primato. Le analisi condotte in questo studio hanno infatti rivelato una chiara variabilità della sua emissione: il cosiddetto flickering, o “sfarfallio” – un fenomeno mai osservato prima in un oggetto così distante, rendendolo il quasar variabile più antico mai osservato.<br>«Nel corso dei 14 anni, abbiamo visto il quasar variare la sua luminosità in modo casuale, un po’ come la fiamma di una candela che tremola senza uno schema fisso», dice a questo proposito Leung.<br>I ricercatori stimano che il quasar abbia una luminosità pari a 12mila miliardi di Soli e che questa vari di circa il 20 per cento: quasi duemila miliardi di volte la luminosità della nostra stella. Gli scienziati hanno inoltre tracciato le variazioni di luminosità del quasar a diverse lunghezze d’onda, che hanno permesso di ottenere informazioni sulla forma e sulla struttura del disco di accrescimento attorno al buco nero centrale. Poiché la lunghezza d’onda della radiazione dipende dalla temperatura del materiale che la emette — e poiché il materiale più vicino al buco nero è anche il più caldo — le diverse bande possono essere infatti utilizzate per ricostruire la geometria del disco.<br>Dall’analisi è emerso che il disco del buco nero al centro di J0439+1634 è sorprendentemente sottile e piatto, una configurazione tipica dei buchi neri vicini e antichi, che hanno avuto molto più tempo per stabilizzarsi e maturare, spiegano i ricercatori.<br>Ilteam spera ora di spingersi ancora più indietro nel tempo cosmico per osservare quasar in fasi ancora più precoci del loro sviluppo. In questo modo gli scienziati potranno iniziare a ricostruire le condizioni che hanno portato alla nascita dei primi buchi neri supermassicci.<br>«Questo risultato», conclude Eilers, «fornisce una prova diretta del fatto che gli stessi processi di accrescimento e le stesse strutture osservate nell’universo vicino erano già presenti in epoche molto antiche, nonostante condizioni cosmiche profondamente diverse, qualcosa che non era mai stato osservato prima».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Visitors</title>
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		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 22:29:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Messaggeri cosmici</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Che ci fanno interrogare se abbiamo una concezione corretta di vuoto e di pien</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli oggetti interstellari 1I/’Oumuamua, 2I/Borisov, 3I/Atlas sono semplici visitatori provenienti da altri sistemi planetari o alfieri di una rivelazione astronomica sulla struttura dell’Universo? Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Amburgo gli Iso (Interstellar Objects), potrebbero spiegare una parte significativa della cosiddetta massa mancante della Via Lattea. La nuova teoria mette in discussione le attuali stime sulla densità della materia oscura, suggerendo che una porzione di ciò che credevamo fosse invisibile e misterioso sia in realtà composto da rocce e comete ordinarie che vagano nello spazio tra le stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mistero della massa mancante<br>Per decenni, gli astronomi hanno cercato di risolvere un paradosso legato alla velocità con cui le stelle orbitano attorno al centro della nostra galassia. Seguendo le leggi della fisica classica, le stelle dovrebbero orbitare a una velocità che varia in base alla loro distanza dal centro della Via Lattea: più sono lontane, più sono lente. Il problema è che i dati empirici ci dicono che non è così: la velocità osservata delle stelle è più elevata rispetto a quella che ci si aspetterebbe e resta costante fino ai bordi esterni della galassia. Ci deve essere, dunque, qualcosa che non vediamo che contribuisce alla massa della galassia e che esercita una forza di attrazione gravitazionale supplementare. L’ipotesi più condivisa nella comunità scientifica è che questo qualcosa sia quello che chiamiamo materia oscura, una forma di materia non barionica, cioè che non emette, non riflette, non assorbe luce e che è composta da particelle diverse rispetto a quelle della materia ordinaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I visitatori interstellari entrano in gioco<br>L’identificazione di alcuni corpi celesti che hanno attraversato il Sistema solare seguendo traiettorie che indicano una provenienza esterna (finora sono stati tre, cioè 1I/’Oumuamua, 2I/Borisov e 3I/Atlas), però, rimescola le carte. Secondo gli autori del nuovo studio, la conferma dell’esistenza di questi oggetti interstellari rinforza l’idea che lo spazio tra le stelle non sia vuoto, ma popolato da miliardi, se non trilioni, di corpi rocciosi o ghiacciati espulsi dai loro sistemi solari d&#8217;origine durante le fasi di formazione planetaria. Data la difficoltà di avvistare direttamente questi piccoli oggetti oscuri nello spazio tra le stelle, i ricercatori hanno utilizzato la distribuzione di Poisson (un metodo statistico che permette di calcolare la probabilità che si verifichi un evento raro, come il passaggio di una cometa interstellare vicino al Sole, basandosi sul numero di avvistamenti effettuati in un determinato periodo di tempo), combinando i dati del passaggio di 3I/Atlas con la durata delle attuali indagini astronomiche. In questo modo hanno stimato la densità locale degli Iso. Nonostante le incertezze legate alle dimensioni esatte del nucleo di Atlas, i calcoli indicano che la popolazione totale di questi corpi fatti di materia ordinaria potrebbe avere una massa complessiva molto significativa, contribuendo in modo non trascurabile al bilancio gravitazionale della galassia e mettendo quindi in discussione le stime sulla materia oscura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricalcolare la materia oscura<br>Lo studio ipotizza che gli oggetti come 3I/Atlas siano distribuiti in quello che viene chiamato &#8220;disco spesso&#8221; della Via Lattea, una struttura che si estende verticalmente per circa 0,8 kiloparsec (cioè circa 2.609 anni luce) sopra e sotto il piano galattico. Secondo i modelli elaborati, l&#8217;inclusione di questa popolazione di Iso potrebbe spiegare tra il 13% e il 45% della massa precedentemente attribuita alla materia oscura. Di conseguenza, la densità locale della materia oscura potrebbe essere ridotta dalla stima attuale, ricavata dalla missione Gaia, di 0,44 gigaelettronvolt per centimetro cubo (GeV/cm³) a un valore minimo di 0,24 GeV/cm³.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ripercussioni pratiche<br>Questa revisione al ribasso avrebbe conseguenze pratiche per gli esperimenti terrestri, come Lux-Zeplin e XENONnT, che cercano di registrare direttamente la materia oscura. I rilevatori, situati in laboratori sotterranei come quello del Gran Sasso, cercano i rarissimi segnali di collisione tra le particelle massive debolmente interagenti (Weakly interacting massive particles, Wimp), di cui si pensa sia fatta la materia oscura, e le vasche di xeno utilizzate negli esperimenti. Ma se la densità reale della materia oscura fosse inferiore anche solo del 18% rispetto a quanto ipotizzato dagli scienziati, la sensibilità di questi strumenti dovrebbe essere ricalibrata, poiché il flusso di particelle che attraversa la Terra sarebbe significativamente minore. In sostanza, potremmo aver cercato qualcosa di molto più raro di quanto immaginato, perché non abbiamo considerato correttamente il peso dei &#8220;sassi&#8221; spaziali che ci circondano.</p>



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		<title>I neonati dell&#8217;universo</title>
		<link>https://noreporter.org/i-neonati-delluniverso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 22:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>O, meglio, del Sistema Solare</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Noi cerchiamo di decifrarne la storia</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando guardiamo il cielo notturno, i pianeti del Sistema solare ci appaiono come mondi stabili e ben definiti. Eppure, ciascuno di essi ha alle spalle una complessa storia di formazione iniziata miliardi di anni fa all’interno di una densa e caotica culla cosmica: il disco protoplanetario, una struttura quasi piatta di gas e polveri che circonda le stelle giovani. Negli ultimi anni, grazie alle immagini ad alta risoluzione catturate dall’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (Alma), in Cile, la nostra visione di questi ambienti è radicalmente cambiata. Laddove un tempo si ipotizzavano dischi lisci e omogenei, oggi osserviamo una straordinaria varietà di sottostrutture: solchi concentrici (noti come gap) e accumuli di materia sotto forma di anelli (ring). È certamente possibile che queste strutture si formino attraverso meccanismi che non richiedono un pianeta; tuttavia, la loro origine è, almeno in parte, dovuta all’interazione dinamica tra il disco e uno o più pianeti in via di formazione immersi al suo interno. Man mano che un protopianeta cresce e orbita attorno alla stella ospite, la sua gravità perturba il materiale circostante del disco protoplanetario, spazzando via il gas lungo la sua traiettoria e accumulando la polvere appena fuori dalla sua orbita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Determinare la massa di questi “neonati planetari”, tuttavia, rappresenta uno dei rompicapi più complessi dell’astrofisica moderna. I pianeti in formazione sono completamente sepolti sotto coltri di gas e polvere, il che rende la loro osservazione diretta un’impresa quasi impossibile, ad eccezione di casi rarissimi come il sistema Pds 70. Per decenni, gli astronomi hanno cercato di aggirare l’ostacolo stimando la massa planetaria a partire dalle proprietà fisiche dei gap presenti nel disco di gas. Questo approccio presenta però forti limitazioni: misurare i profili del gas richiede l’osservazione di traccianti molecolari (come il monossido di carbonio) che emettono segnali deboli, richiedono tempi di osservazione lunghi e soffrono di una bassa risoluzione spaziale rispetto alle polveri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un team di ricercatori composto da Amena Faruqi e colleghi (Università di Warwick, Coventry, UK) ha recentemente proposto un radicale cambio di prospettiva. Invece di concentrare gli sforzi su ciò che manca, ossia il gap, perché non studiare in dettaglio le proprietà geometriche e fisiche di ciò che si accumula, ossia l’anello di polvere? La fisica alla base della formazione di questi anelli si basa sul concetto di “trappola di polvere”. Quando un protopianeta cresce all’interno del disco, la sua forza gravitazionale perturba la distribuzione del gas circostante, riducendone la densità lungo l’orbita e generando un gap parziale. Poiché la pressione del gas è strettamente legata alla sua densità, questa perturbazione produce un punto di massimo locale della pressione del gas subito al di fuori dell’orbita del pianeta. Nel disco protoplanetario, i granelli di polvere non si muovono liberamente, ma risentono costantemente dell’attrito idrodinamico esercitato dal gas (il cosiddetto gas drag). Normalmente, il gas ruota a una velocità leggermente inferiore rispetto a quella kepleriana pura perché è sostenuto dalla propria pressione interna che diminuisce tanto più ci si allontana dalla stella: il gas non ha bisogno di orbitare alla stessa velocità della polvere per rimanere in equilibrio, di conseguenza i granelli di polvere subiscono un vento contrario che fa perdere loro momento angolare, costringendoli a spiraleggiare rapidamente verso l’interno e a “morire” sulla stella centrale. Vale la regola: la polvere si muove sempre verso le zone dove la pressione del gas è maggiore. Tuttavia, in corrispondenza di un picco di pressione del gas generato dal gap del pianeta, la polvere all’esterno viene frenata e cade verso il picco, mentre quella all’interno viene accelerata e si muove anch’essa verso il picco: ai due lati del picco si formano flussi convergenti di polvere che generano un anello denso e brillante, facilmente visibile nelle frequenze radio millimetriche da Alma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non potendo riprodurre un disco protoplanetario in laboratorio, il team di ricerca ha sviluppato un sofisticato “laboratorio digitale”, conducendo una serie di 18 simulazioni idrodinamiche bidimensionali con cui ha fatto evolvere, simultaneamente e in modo accoppiato, la componente gassosa e quella polverosa del disco. Ogni simulazione è stata spinta fino a un tempo di calcolo complessivo di 1500 orbite del pianeta, sufficiente affinché l’anello di polvere raggiunga uno stato stazionario. L’analisi sistematica dei dati simulati ha portato alla luce una relazione che lega la morfologia dell’anello osservabile alla massa del pianeta nascosto. In particolare, gli autori hanno trovato l’esistenza di una relazione lineare tra il raggio d’influenza gravitazionale del pianeta – la sua sfera di Hill – e la posizione del massimo di densità dell’anello di polvere. La relazione trovata è indipendente dallo spessore o dalla temperatura del disco protoplanetario. Conoscendo la posizione del centro dell’anello, gli astronomi possono calcolare direttamente il raggio di Hill e, di conseguenza, estrarre la massa del pianeta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per dimostrare l’immediata applicabilità del loro metodo, Faruqi e il suo team l’hanno applicato a sistemi protoplanetari noti. Il primo è stato quello della stella di tipo T Tauri Pds 70. Il disco che circonda Pds 70 è un’eccezione nel panorama astronomico: è l’unico disco protoplanetario in cui non solo vediamo gli anelli di polvere, ma siamo riusciti a riprendere direttamente i pianeti giganti in crescita al suo interno, chiamati Pds 70b e Pds 70c. Grazie a tecniche di imaging completamente indipendenti dallo studio della polvere, è nota la massa del pianeta più esterno, che risulta compresa tra 3,8 e 5,4 masse gioviane con l’anello di polvere a 54,5 au dalla stella. Applicando la relazione derivata dalle simulazioni, il modello di Faruqi et al. ha predetto che, per produrre un anello in quella posizione, il pianeta avrebbe dovuto avere una massa di circa 3,3 masse gioviane: considerate le incertezze in gioco l’accordo è soddisfacente. Successivamente, il modello è stato applicato a cinque giovani stelle appartenenti alla survey osservativa exoAlma. Tra queste, il disco della stella DM Tau ha regalato agli autori un’ulteriore conferma indipendente dei loro risultati: la massa planetaria di circa 17 masse terrestri stimata attraverso la posizione geometrica del suo anello di polvere è risultata in buon accordo con la stima di massa di 13 masse terrestri pubblicata in uno studio del 2025, condotto con metodologie totalmente differenti. Per gli altri sistemi analizzati, come AA Tau e V4046 Sgr, la “bilancia degli anelli” ha permesso di stimare le masse dei pianeti invisibili, risultate rispettivamente di 0,5 e 218 masse terrestri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I punti di forza del nuovo metodo per stimare la massa dei protopianeti sono la semplicità di applicazione (basta misurare la distanza del disco di polvere dalla stella centrale) e l’indipendenza dallo spessore del disco protoplanetario. D’altra parte, per rendere computazionalmente fattibili le simulazioni a lungo termine, gli autori hanno dovuto escludere alcuni complessi meccanismi fisici reali, che aprono la strada a futuri raffinamenti del modello. Ad esempio, nelle simulazioni il pianeta è forzato a rimanere su un’orbita circolare fissa. Nella realtà, i pianeti scambiano momento angolare con il disco e subiscono la cosiddetta “migrazione di Tipo I“, spostandosi lentamente verso l’interno. Inoltre, il modello tratta la polvere come un fluido passivo che subisce l’azione del gas senza influenzarlo; i dischi protoplanetari sono strutture tridimensionali e non bidimensionali; infine, nel codice, le popolazioni di polvere mantengono rigorosamente inalterata la propria dimensione nel corso delle 1500 orbite. Nella realtà, la densità di materia all’interno di un anello accelera drasticamente il tasso di collisione tra i grani, il che può innescare una rapida crescita o la frammentazione collisionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante le inevitabili e dichiarate semplificazioni fisiche, lo studio firmato da Faruqi e dal suo gruppo segna un significativo passo in avanti nella nostra capacità di decodificare le prime fasi dell’evoluzione planetaria. Con il continuo flusso di dati ad altissima risoluzione provenienti da Alma e l’avvento dei telescopi di prossima generazione, questo metodo promette di svelare l’architettura intima dei sistemi protoplanetari, regalandoci risposte fondamentali su come, miliardi di anni fa, abbiano preso forma la Terra e l’intero Sistema solare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Esopianeta</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 22:45:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per nuove analisi</p>
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<p class="wp-block-paragraph">passioneastronomia.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Utilizzando lo strumento MIRI del James Webb Space Telescope, un team guidato da Sebastian Zieba e Laura Kreidberg ha analizzato la superficie dell’esopianeta roccioso LHS 3844 b. Lo studio rappresenta un importante passo avanti nella geologia degli esopianeti. Scopriamo ora questo pianeta alieno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un pianeta roccioso e senza atmosfera<br>LHS 3844 b è una super-Terra grande circa il 30% in più della Terra e orbita attorno a una nana rossa in appena 11 ore. Il pianeta è bloccato gravitazionalmente: mostra sempre la stessa faccia alla stella, con un lato diurno che raggiunge circa 1000 Kelvin (725 °C). Situato a 48,5 anni luce dalla Terra, potrebbe avere una superficie scura simile a quella della Luna o di Mercurio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le osservazioni con MIRI<br>Lo strumento MIRI ha analizzato la radiazione infrarossa emessa dal pianeta tra 5 e 12 micrometri, ottenendo uno spettro dettagliato. I dati sono stati confrontati con modelli e campioni di rocce terrestri, lunari e marziane per identificare la possibile composizione della superficie.<br>I risultati escludono la presenza di una crosta ricca di silicati, come quella terrestre composta da granito. Questo suggerisce che LHS 3844 b non abbia una tettonica a placche simile a quella della Terra oppure che essa sia molto limitata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un pianeta probabilmente povero d’acqua<br>Secondo i ricercatori, la mancanza di una crosta silicatica indica anche una probabile scarsità d’acqua. Sulla Terra, infatti, acqua e attività tettonica sono fondamentali per la formazione di croste evolute e ricche di silicati.<br>Le osservazioni indicano che la superficie di LHS 3844 b è composta da materiali scuri simili al basalto terrestre o lunare, probabilmente ricchi di magnesio, ferro e minerali come l’olivina. Le analisi suggeriscono che vaste aree del pianeta siano formate da rocce magmatiche solide oppure da materiale roccioso frantumato, mentre polveri fini e chiare risultano meno compatibili con i dati osservati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli effetti dell’alterazione spaziale<br>In assenza di un’atmosfera protettiva, la superficie del pianeta è continuamente modificata dalle radiazioni stellari e dagli impatti meteorici. Questi processi trasformano gradualmente le rocce in regolite, una polvere fine simile a quella presente sulla Luna. Inoltre, la superficie tende a scurirsi a causa dell’accumulo di ferro e carbonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due possibili scenari</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Superficie giovane e vulcanica<br>Il primo scenario ipotizza una crosta relativamente fresca, composta da rocce basaltiche recentemente emerse grazie ad attività geologica o vulcanica diffusa.</li>



<li>Superficie antica e inattiva<br>Il secondo scenario prevede invece una superficie più vecchia, simile a quella di Mercurio o della Luna, ricoperta da uno spesso strato di regolite scurita dopo lunghi periodi di inattività geologica.</li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca di tracce vulcaniche<br>Per distinguere tra le due ipotesi, gli astronomi hanno cercato gas vulcanici come l’anidride solforosa (SO₂), normalmente associata al vulcanismo. Tuttavia, il telescopio spaziale James Webb non ha rilevato alcuna traccia significativa di questo gas, rendendo meno probabile l’ipotesi di attività recente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nuove osservazioni in arrivo<br>Gli studiosi stanno ora effettuando ulteriori osservazioni con il JWST per capire se la superficie sia costituita principalmente da rocce compatte o da regolite. Analizzando il modo in cui il pianeta riflette ed emette luce, sperano di chiarire definitivamente la natura della crosta di LHS 3844 b e, in futuro, di altri esopianeti rocciosi.</p>



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		<title>Mondi paralleli</title>
		<link>https://noreporter.org/mondi-paralleli-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 22:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">passioneastronomia.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli astronomi hanno scoperto di un esopianeta simile alla Terra a 40 anni luce di distanza che potrebbe essere solo un po’ più caldo del nostro mondo. Il pianeta potenzialmente abitabile, chiamato Gliese 12 b, orbita attorno alla sua stella ospite ogni 12,8 giorni, è di dimensioni paragonabili a Venere, quindi leggermente più piccolo della Terra, e ha una temperatura superficiale stimata di 42°C, che è inferiore alla maggior parte dei circa 5.000 esopianeti confermati finora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’atmosfera<br>Potrebbe avere un’atmosfera simile a quella terrestre, più simile a Venere, che ha sperimentato un effetto serra fuori controllo che l’ha resa un inferno a 400°C, senza atmosfera, o forse un diverso tipo di atmosfera non presente nel nostro pianeta solare. Ottenere una risposta è importante perché rivelerebbe se Gliese 12 b è in grado di mantenere temperature adatte all’acqua liquida e forse alla vita. Gliese 12 b non è affatto il primo esopianeta simile alla Terra ad essere stato scoperto, ma come ha detto la NASA, ci sono solo una manciata di mondi simili che meritano uno sguardo più attento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scoperta<br>La maggior parte degli esopianeti vengono scoperti utilizzando il metodo del transito, in cui un pianeta passa davanti alla sua stella dal nostro punto di vista, provocando un calo nella luminosità della stella ospite. Durante un transito, la luce della stella attraversa anche l’atmosfera di un esopianeta e alcune lunghezze d’onda vengono assorbite. Diverse molecole di gas assorbono colori diversi, quindi il transito fornisce una serie di impronte chimiche che possono essere rilevate da telescopi come il James Webb. Gliese 12 b potrebbe aiutare a rivelare se la maggior parte delle stelle nella nostra galassia, la Via Lattea (cioè stelle fredde) sono in grado di ospitare pianeti temperati dotati di atmosfera e quindi abitabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caratteristiche del pianeta<br>Orbita attorno a una fredda stella nana rossa chiamata Gliese 12, che si trova a quasi 40 anni luce dalla Terra nella costellazione dei Pesci. La stella ospite dell’esopianeta ha circa il 27% delle dimensioni del nostro Sole e ha una temperatura superficiale che è circa il 60% di quella della nostra stella. Tuttavia, la distanza che separa Gliese 12 e il nuovo pianeta è solo il 7% della distanza tra la Terra e il Sole. Gliese 12 b riceve quindi dalla sua stella 1,6 volte più energia di quella che la Terra riceve dal Sole e circa l’85% di quella che riceve Venere. Questa differenza nella radiazione solare è importante perché significa che la temperatura superficiale del pianeta dipende fortemente dalle sue condizioni atmosferiche. Rispetto alla temperatura superficiale stimata di Gliese 12 b di 42°C, la Terra ha una temperatura superficiale media di 15°C.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Speranze di vita?<br>I ricercatori hanno utilizzato le osservazioni del TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite) della NASA per la loro scoperta. Un fattore importante per trattenere un’atmosfera è la tempestosità della sua stella. Le nane rosse tendono ad essere magneticamente attive, provocando frequenti e potenti brillamenti di raggi X. Tuttavia, le analisi concludono che Gliese 12 non mostra segni di un comportamento così estremo, facendo sperare che l’atmosfera possa essere ancora intatta. Seguiranno ulteriori studi.</p>



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