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	<title>Altrove Archivi - NoReporter</title>
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	<title>Altrove Archivi - NoReporter</title>
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		<title>Un odore pestifero</title>
		<link>https://noreporter.org/un-odore-pestifero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fattoquotidiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 22:49:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse eravamo così</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Alle origini?</p>



<p>Un pianeta coperto da un oceano di lava e carico di gas solforati, tanto da essere già stato ribattezzato “il più puzzolente della galassia“. L’etichetta, rilanciata anche da siti divulgativi come Space.com, fotografa bene una scoperta che sta attirando l’attenzione della stampa internazionale perché mette in discussione le categorie con cui, finora, abbiamo provato a ordinare l’universo.</p>



<p>Il protagonista è L 98-59 d, osservato grazie al James Webb Space Telescope e analizzato in uno studio guidato dall’Università di Oxford, pubblicato su Nature Astronomy. Un pianeta che, come sottolineano anche testate come BBC e The Guardian, sfugge alle definizioni tradizionali: non è davvero roccioso, ma non è nemmeno un gigante gassoso. Si trova a circa 35 anni luce dalla Terra e orbita attorno a una nana rossa. Le osservazioni, sostenute anche dalla collaborazione tra NASA, Agenzia Spaziale Europea e Agenzia Spaziale Canadese, raccontano un mondo dominato da un oceano di magma che si estende per migliaia di chilometri.</p>



<p>Un’atmosfera ricca di idrogeno e composti dello zolfo<br>Il punto chiave, però, è quello che succede tra superficie e atmosfera. La radiazione ultravioletta della stella innesca reazioni chimiche che producono gas volatili, poi “assorbiti” dal magma e successivamente rilasciati. Un ciclo continuo che genera un’atmosfera ricca di idrogeno e composti dello zolfo, tra cui l’idrogeno solforato, responsabili del soprannome poco invitante. Con dimensioni pari a circa 1,6 volte la Terra ma una densità più bassa del previsto, L 98-59 d appare come un oggetto ibrido. Secondo le simulazioni, in origine poteva somigliare a un mini-Nettuno, poi trasformato nel tempo: perdita di atmosfera, raffreddamento parziale e nascita di questo equilibrio instabile tra gas e magma.</p>



<p>Nelle fasi iniziali, anche la Terra, come Marte, era probabilmente un oceano di magma<br>Ed è qui che la scoperta si allarga. Come evidenziato anche dai media internazionali, non si tratterebbe di un caso isolato ma del primo indizio di una nuova classe di pianeti: mondi ricchi di zolfo, con interni fusi e atmosfere in continuo scambio, che non rientrano nelle categorie classiche. Non solo. Studiare un pianeta così estremo permette anche di guardare indietro: nelle fasi iniziali, anche la Terra, come Marte, era probabilmente un oceano di magma. Ricostruire questi ambienti lontani aiuta quindi a capire l’infanzia del nostro stesso pianeta. Inospitale, certo. Ma proprio per questo prezioso: perché suggerisce che là fuori esistono mondi che non abbiamo ancora imparato a classificare né, forse, a immaginare.</p>



<p></p>
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		<title>La nascita dei pianeti</title>
		<link>https://noreporter.org/la-nascita-dei-pianeti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 22:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Noi, contemporanei, cinque miliardi di anni fa</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Possiamo riconoscerci in quel sistema</p>



<p>Osservata la nascita di due pianeti intorno a una stella molto giovane, distante quattrocento anni luce e chiamata Wispit 2. La scoperta, pubblicata sulla rivista The Astrophysical Journal Letters, si deve al gruppo di ricerca guidato da Chloe Lawlor, dell&#8217;Università di Galway in Irlanda, che ha utilizzato il Very Large Telescope dell&#8217;Osservatorio Europeo Australe in Cile.<br>&#8220;A oggi Wispit 2 è la migliore visione mai ottenuta del nostro passato&#8221;, ha detto Lawlor presentando lo studio. Il sistema planetario nascente è infatti simile a come probabilmente appariva il nostro Sistema solare neonato circa cinque miliardi di anni fa, quando il Sole era ancora circondato da un disco di gas e polveri e prendevano forma i primi pianeti.<br>Com&#8217;è fatto il sistema solare Wispit 2 Dopo Pds 70 scoperto nel 2018, Wispit 2 è solo il secondo sistema planetario conosciuto catturato nella sua fase iniziale, ma a differenza del precedente ha una struttura più articolata, fatta da anelli di spazi vuoti ben riconoscibili. Il primo dei pianeti in orbita attorno a Wispit 2 era stato scoperto nel 2025, con una massa quasi cinque volte superiore a quella di Giove e in orbita a una distanza dalla stella pari a circa sessanta volte quella tra la Terra e il Sole. Il nuovo pianeta invece è quattro volte più vicino e una massa doppia. Entrambi sono stati osservati all&#8217;interno di spazi vuoti ben definiti nel disco di polvere e gas che circonda la giovane stella. Dei veri e propri &#8220;solchi&#8221; che sono il risultato del graduale sviluppo di ciascun pianeta che lentamente attirano a sé, grazie alla loro attrazione gravitazionale, materiali fino a &#8220;ripulire&#8221; la regione in cui orbitano. Oltre a questi due pianeti le immagini hanno anche identificato un terzo solco vuoto, indice della presenza di un ulteriore pianeta che però al momento non è stato ancora osservato direttamente.</p>
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		<title>Ci sono altri mondi</title>
		<link>https://noreporter.org/ci-sono-altri-mondi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 22:34:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Intelligenza Artificiale ci aiuta a scoprirli</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non li immagineremo mai tutti</p>



<p>Sono più di cento i pianeti esterni al Sistema solare la cui esistenza è stata confermata con l&#8217;aiuto dell&#8217;intelligenza artificiale, che ha passato in rassegna i dati raccolti dal telescopio spaziale Tess della Nasa. Dei nuovi pianeti fanno parte trentuno finora mai identificati.<br>La ricerca, condotta dall&#8217;Università britannica di Warwick, è pubblicata in tre articoli sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Il cacciatore di mondi alieni Tess è specializzato nel registrare le oscillazioni che avvengono nella luminosità di una stella quando un pianeta transita contro il suo disco. Sono i dati relativi a queste osservazioni che i ricercatori hanno fatto analizzare al sistema di IA chiamato Raven: ne ha esaminate più di 2,2 milioni, raccolte nei primi quattro anni di vita operativa di Tess, focalizzandosi soprattutto sui pianeti che orbitano più vicino alla loro stella, percorrendo un&#8217;orbita in meno di sedici giorni.<br>&#8220;Utilizzando il sistema Raven siamo stati in grado di validare la scoperta di 118 esopianeti e di individuare oltre duemila candidati esopianeti, mille dei quali completamente nuovi&#8221;, dice la prima autrice di uno degli articoli, la spagnola Marina Lafarga Magro dell&#8217;Università di Warwick. &#8220;È uno dei campioni meglio caratterizzati di pianeti con un&#8217;orbita ravvicinata e in futuro ci aiuterà a identificare i sistemi più promettenti&#8221;, ha aggiunto.<br>I risultati dello studio Tra le informazioni più importanti ci sono quelle relative ai pianeti che orbitano attorno alle loro stelle in meno di ventiquattro ore, ai pianeti del cosiddetto &#8220;deserto neptuniano&#8221;, che si trovano cioè in una regione nella quale si ritiene che i pianeti simili a Nettuno dovrebbero essere molto rari, e ancora sistemi nei quali più pianeti sono su orbite vicine alla loro stella. Dall&#8217;analisi dei dati è emerso inoltre che circa il 10% delle stelle simili al Sole ospitano almeno un pianeta che percorre un&#8217;orbita ravvicinata e che i pianeti simili a Nettuno si trovano intorno ad appena lo 0,08% delle stelle simili al Sole.<br>In particolare, il sistema Raven aiuta a capire se l&#8217;attenuazione della luminosità di una stella sia effettivamente causata da un pianeta o da un&#8217;altra causa. &#8220;Abbiamo addestrato modelli di apprendimento automatico per identificare schemi nei dati che possono indicarci il tipo di evento rilevato&#8221;, osserva Andreas Hadjigeorghiou dell&#8217;Università di Warwick, che ha guidato lo sviluppo di Raven. Quello che l&#8217;IA ha permesso di ottenere non è una lista di pianeti, ma uno strumento &#8220;sufficientemente affidabile da poter essere utilizzato come campione per mappare la prevalenza di diversi tipi di pianeti attorno a stelle simili al Sole&#8221;, ha detto David Armstrond, coautore degli articoli.</p>



<p></p>
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		<title>Molto più alto dell&#8217;Everest</title>
		<link>https://noreporter.org/molto-piu-alto-delleverest/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 22:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre sette volte più alto del Monte Bianco</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>geopop.it</p>



<p>L&#8217;Olympus Mons (“Monte Olimpo” in latino) su Marte è il vulcano più grande del sistema solare, alto circa 24 km – quasi tre volte il Monte Everest – e largo oltre 550 km. Per estensione potrebbe essere paragonato all&#8217;Italia intera, dato che occupa una superficie di circa 300.000 km².</p>



<p>Il Mauna Loa, alle Hawaii, è il vulcano attivo più grande del Pianeta Terra con circa 70.000-80.000 km3 di volume: se, però, dovessimo guardare a tutto il Sistema Solare, questo primato spetterebbe a un altro gigante vulcanico, con dimensioni nettamente superiori. Si tratta dell&#8217;Olympus Mons (“Monte Olimpo” in latino), un vulcano a scudo situato su Marte che, in quanto tale, ha la tipica forma “schiacciata”, dove l&#8217;altezza (in rapporto) è molto più piccola rispetto alla larghezza della base.<br>Questo colosso marziano è alto circa 24 km – quasi 3 volte il Monte Everest, che spicca sulla Terra con i suoi 8.849 m di altezza –, ha un diametro di oltre 550 km (contro i 120 km del Mauna Loa) e occupa un&#8217;area di circa 300.000 km². Per intenderci, l&#8217;Italia ha una superficie complessiva di 302.073 km²: come estensione, quindi, l&#8217;Olympus Mons potrebbe essere paragonato al nostro Paese!</p>



<p>Un confronto tra l’Olympus Mons, il Monte Everest e il Vulcano Mauna Loa. Crediti: CC BY–SA 3.0 Wikimedia Commons.<br>Entrando più nello specifico, l&#8217;Olympus Mons – che può essere considerato anche il più grande rilievo dell&#8217;intero Sistema Solare – si trova nella regione di Tharsis, vicino all&#8217;equatore marziano, caratterizzata dalla presenza di altri vulcani di enormi dimensioni, ben visibili nella foto qui sotto: si tratta dell&#8217;Arsia Mons (il primo a essersi formato), il Pavonis Mons e l&#8217;Ascraeus Mons.<br>Un’immagine della regione Tharsis su Marte. Da sinistra a destra: Arsia Mons, Pavonis Mons e Ascraeus Mons. L’Olympus Mons si intravede nella parte superiore dell’immagine. Credit: ESA<br>Ma com&#8217;è possibile che, su Marte, esistano dei vulcani così grandi? Come evidenziato dall&#8217;USGS (United States Geological Survey, il Servizio Geologico degli Stati Uniti), ci sono due spiegazioni di questo fenomeno.</p>



<p>La prima riguarda il fatto che Marte, a differenza della Terra, non mostra evidenze di tettonica a placche attiva: questo significa che la superficie del pianeta rosso è piuttosto statica e, di conseguenza, i punti caldi di lava sotto la crosta rimangono nella stessa posizione per lunghi periodi di tempo, permettendo al vulcano di ingrandirsi sempre di più.<br>La seconda ragione ha a che fare con la gravità, che su Marte è circa un terzo di quella terrestre (circa 0,38 volte rispetto a quella della Terra): questo significa che i vulcani marziani possono raggiungere dimensioni maggiori rispetto a quelli terrestri che, con dimensioni di questo tipo, rischierebbero invece di collassare sotto il proprio peso.</p>



<p></p>
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		<title>La strana coppia</title>
		<link>https://noreporter.org/la-strana-coppia-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 22:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cambia la percezione della velocità dell'universo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un decennio di continue scoperte</p>



<p>La coppia di buchi neri più massiccia mai scoperta, la più asimmetrica e quella dalla velocità di rotazione eccezionalmente elevata: sono fra le sorgenti più originali di onde gravitazionali fra le 128 rilevate da maggio 2023 a gennaio 2024 dalla rete internazionale Lkv, costituita dagli osservatori Ligo negli Stati Uniti, Virgo in Italia e Kagra in Giappone.<br>Sono descritte nel catalogo aggiornato di tutti gli eventi gravitazionali osservati finora, chiamato Gravitational-Wave Transient Catalog-4.0 (Gwtc-4), pubblicato in una serie di articoli su Astrophysical Journal Letters.</p>



<p>“Nell&#8217;ultimo decennio, l&#8217;astronomia delle onde gravitazionali ha fatto passi da gigante, passando dalla prima rivelazione all&#8217;osservazione di centinaia di fusioni di buchi neri”, afferma Stephen Fairhurst della Cardiff University e portavoce della collaborazione Ligo che fa capo all’Osservatorio gravitazionale europeo (Ego) al quale l’Italia partecipa con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. “Queste osservazioni – prosegue &#8211; ci consentono di comprendere meglio come si formano i buchi neri dal collasso di stelle massicce, di indagare l&#8217;evoluzione cosmologica dell&#8217;universo e di fornire conferme sempre più rigorose della teoria della relatività generale”.</p>



<p>Per il portavoce di Virgo Gianluca Gemme, dell’Infn, dal catalogo appena pubblicato emerge “un vero e proprio caleidoscopio di collisioni cosmiche: dai buchi neri binari più pesanti mai rilevati, come GW231123, alle coppie che ruotano a quasi metà della velocità della luce. Queste non sono più solo rare anomalie, ma forniscono la base statistica di cui abbiamo bisogno per testare la relatività generale di Einstein con una precisione senza precedenti e per fornire una nuova misurazione indipendente della velocità di espansione del nostro universo. Per Virgo e la rete LVK, questi risultati dimostrano che ora stiamo mappando la complessa evoluzione del cosmo con maggiore chiarezza che mai”.</p>



<p>Le strane coppie di buchi neri svelate dalle onde gravitazionali sono per i ricercatori “una sfida” e “ricordano che l&#8217;universo può ancora sorprenderci. Per comprenderlo veramente, i nostri modelli scientifici devono essere in grado di spiegare, e persino anticipare, l&#8217;intera gamma di segnali che la natura crea&#8221;, ha osservato Filippo Santoliquido, del Gran Sasso Science Institute.</p>



<p>I nuovi segnali permettono inoltre di fare ulteriori test della teoria della relatività generale di Einstein e potrebbero aiutare a rispondere a un’altra grande domanda della cosmologia, quella relativa alla velocità di espansione dell&#8217;universo. Analizzando tutte le rilevazioni di onde gravitazionali nell&#8217;intero catalogo appena pubblicato è stata infatti elaborata una nuova stima della costante di Hubble, che suggerisce che l&#8217;universo si sta espandendo alla velocità di 76 chilometri al secondo per megaparsec, il che significa che una galassia distante un megaparsec dalla Terra si allontanerebbe da noi a una velocità di 76 chilometri al secondo.</p>



<p></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Saranno vestigia di Atlantide</title>
		<link>https://noreporter.org/saranno-vestigia-di-atlantide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le leggende sono sempre ben altro che leggende</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>everyeye.it</p>



<p>Sotto l’oceano Atlantico esiste un luogo che sembra uscito da un’altra epoca del pianeta. Torri subacquee (qui una foto), gas che filtrano dalla roccia e forme di vita che prosperano senza luce né ossigeno raccontano una storia che mette in discussione molte certezze tra cui quella su come potrebbe essere nata la vita sulla Terra.<br>Alcune strutture sono piccole come funghi, altre superao i 60 metri. Qui il mantello terrestre risale e reagisce con l&#8217;acqua marina, liberando idrogeno, metano e altri gas. Un processo lento e stabile che alimenta comunità microbiche capaci di vivere sfruttando reazioni chimiche invece della fotosintesi.<br>Ed è proprio questo dettaglio a incuriosire gli studiosi. Se la vita può emergere e mantenersi in condizioni così diverse da quelle &#8220;classiche&#8221;, le implicazioni si estendono ben oltre la Terra. Secondo il microbiologo William Brazelton, ecosistemi simili potrebbero essere attivi oggi sulle lune Encelado ed Europa, e forse lo sono stati su Marte miliardi di anni fa.</p>



<p>Nel 2024 i ricercatori hanno estratto un carotaggio record: 1.268 metri di roccia del mantello prelevati proprio da quest&#8217;area. Il campione potrebbe contenere indizi su come la vita sia emersa sul nostro pianeta, conservati nelle strutture minerali formatesi in condizioni simili a quelle primordiali.<br>A differenza delle sorgenti idrotermali sottomarine profonde, la Lost City (questo il suo nome) non dipende dal magma. Le sue sorgenti rilasciano fino a 100 volte più idrogeno e metano, e i camini di calcite testimoniano un&#8217;attività prolungata nel tempo.<br>Alcuni emettono fluidi a 40 °C, creando microambienti abitati da lumache, crostacei, granchi e ricci di mare.<br>Tuttavia, questo equilibrio millenario è minacciato. Nel 2018 la Polonia ha ottenuto diritti di estrazione mineraria nelle aree circostanti e le attività potrebbero sollevare sedimenti e rilasciare plume capaci di investire l&#8217;habitat.<br>Per questo diversi esperti chiedono il riconoscimento come patrimonio mondiale.</p>



<p></p>
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		<item>
		<title>I virus e lo spazio</title>
		<link>https://noreporter.org/i-virus-e-lo-spazio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 22:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si dice mutanti</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>wired.it</p>



<p>A bordo della Stazione spaziale internazionale (Iss) i virus che attaccano i batteri, anche noti come fagi, sono in grado di infettare l&#8217;ospite Escherichia coli anche in condizioni di microgravità. Ma le dinamiche delle loro interazioni sono molto differenti da quelle che conosciamo qui sulla Terra. A dimostrarlo in un nuovo studio apparso sulle pagine di Plos Biology è stato un team di ricerca dell&#8217;Università del Wisconsin-Madison, negli Stati Uniti, i cui risultati non solo contribuiscono a far luce sul rapporto tra virus e batteri nello Spazio, ma potrebbero tornare utili anche per la nostra salute.</p>



<p>Virus e batteri<br>Le interazioni tra i fagi, ossia i virus che infettano i batteri, e i loro ospiti, come per esempio Escherichia coli, svolgono un ruolo fondamentale negli ecosistemi microbici. Sebbene queste interazioni virus-batteri siano state ampiamente studiate sulla Terra, sappiamo che le condizioni di microgravità che ci sono sulla Stazione spaziale internazionale alterano la fisiologia e la fisica delle loro dinamiche. Tuttavia, finora, poche ricerche hanno provato a studiare e documentare nel dettaglio come queste interazioni differiscano nello Spazio.</p>



<p>Sulla Stazione spaziale internazionale<br>Per colmare questa lacuna, i ricercatori del nuovo studio hanno confrontato due serie di campioni di Escherichia coli infettati con un fago noto come T7: una serie cresciuta sulla Terra e l&#8217;altra a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Le successive osservazioni dei campioni sulla Iss hanno mostrato che, dopo un ritardo iniziale, il fago T7 ha infettato con successo Escherichia coli. Tuttavia, il sequenziamento del genoma ha rivelato mutazioni genetiche insolite sia batteriche che virali tra i campioni cresciuti nella Iss rispetto alle loro controparti terrestri. &#8220;I microbi continuano a evolversi in condizioni di microgravità e lo fanno in modi non sempre prevedibili dagli esperimenti condotti sulla Terra&#8221;, ha commentato a Gizmodo l&#8217;autore principale Vatsan Raman.</p>



<p>Le strane dinamiche<br>In particolare, i fagi a bordo della Stazione spaziale internazionale hanno accumulato mutazioni specifiche che possono aumentare la loro infettività e la loro capacità di legarsi ai recettori presenti sulle cellule batteriche. Sempre sulla Iss, anche Escherichia coli ha accumulato mutazioni che, questa volta, possono rafforzare le difese contro l&#8217;infezione dei fagi e migliorare la sua sopravvivenza. Inoltre, applicando una tecnica chiamata scansione mutazionale profonda per esaminare più da vicino i cambiamenti nella proteina legante il recettore T7, che svolge un ruolo chiave nell&#8217;infezione, i ricercatori hanno scoperto ulteriori differenze tra le condizioni di microgravità e quelle terrestri. Questi cambiamenti nello Spazio sono stati poi collegati a una maggiore attività contro i ceppi di Escherichia coli resistenti al T7, che causano infezioni del tratto urinario negli esseri umani.</p>



<p>Oltre lo spazio<br>Oltre ad avere implicazioni per le missioni spaziali, in particolare quelle di lunga durata, i nuovi risultati quindi potrebbero anche essere utili per la nostra salute. &#8220;La conclusione principale è che la microgravità non solo ritarda l&#8217;infezione da parte dei fagi, ma rimodella anche il modo in cui fagi e batteri si evolvono&#8221;, ha concluso Raman. &#8220;Spero che questo lavoro incoraggi i ricercatori a pensare allo Spazio non solo come un luogo in cui riprodurre esperimenti terrestri, ma come un ambiente fisico diverso in grado di scoprire nuove conoscenze biologiche, intuizioni che alla fine si ripercuotono positivamente sulla ricerca e sulle applicazioni qui sulla Terra&#8221;.</p>



<p></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Partirà, la nave partirà</title>
		<link>https://noreporter.org/partira-la-nave-partira-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 22:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A soli due secoli luce di qui</p>
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<p>Una superterra</p>



<p>Una densa atmosfera avvolge un mondo alieno simile a una palla di lava bollente che si trova al di fuori del Sistema solare, a 280 anni luce dalla Terra.<br>La scoperta è del telescopio spaziale James Webb e sfida la teoria corrente secondo cui i pianeti relativamente piccoli così vicini alle loro stelle non sarebbero in grado di sostenere un&#8217;atmosfera. Le osservazioni sono pubblicate su The Astrophysical Journal Letters da un team di astronomi guidato dal Carnegie Institute (Usa) e rappresentano la prova più solida mai rilevata circa l’esistenza di un’atmosfera attorno a un esopianeta roccioso.</p>



<p>La superTerra ultra-calda TOI-561 b al centro dello studio è stata osservata per la prima volta nel 2020. Ha un raggio che è circa 1,4 volte quello terrestre e completa la sua orbita in meno di 11 ore: per questo motivo rientra in una rara classe di oggetti noti come esopianeti a periodo ultra-corto. Sebbene la sua stella madre sia solo leggermente più piccola e fredda del Sole, TOI-561 b orbita così vicino alla stella (a un quarantesimo della distanza tra Mercurio e il Sole) che deve essere in rotazione sincrona, con la temperatura del suo lato diurno permanente che supera di gran lunga la temperatura di fusione della roccia.</p>
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		<title>Fabbrica di stelle</title>
		<link>https://noreporter.org/fabbrica-di-stelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 22:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Firmamento infinito</p>
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<p>Davvero d&#8217;altra dimensione</p>



<p>Una vera e propria &#8220;fabbrica di stelle&#8221; è stata scoperta da un team di astrofisici internazionale tra cui alcuni cosmologi della Scuola Normale di Pisa.<br>Grazie ai dati del telescopio Alma, spiega la Normale, &#8220;è stato osservato che la galassia denominata Y1 brilla intensamente di polvere cosmica surriscaldata, formando stelle a una velocità 180 volte superiore a quella della nostra Via Lattea: una conferma che il tasso di crescita delle stelle nelle galassie primordiali, ad appena 600 milioni di anni dopo il big bang, era molto più alto rispetto all&#8217;universo attuale&#8221;.<br>&#8220;Sappiamo che le prime generazioni di stelle si sono formate in condizioni molto diverse da quelle che possiamo osservare oggi e che stelle come il nostro Sole si formano in enormi e dense nubi di gas nello spazio, come la Nebulosa di Orione e quella della Carena, due esempi di fabbriche di stelle che brillano grazie a un numero enorme di minuscoli granelli di polvere cosmica, riscaldati dalla luce stellare, ma a lunghezze d&#8217;onda superiori a quelle percepibili dall&#8217;occhio umano&#8221;, spiegano Andrea Ferrara e Stefano Carniani, due dei cosmologi della Normale coinvolti nello studio.<br>La rilevazione del telescopio Alma ha mostrato così che la polvere di Y1 brillava a una temperatura di 90 gradi Kelvin, ovvero circa -180 gradi Celsius. Questa temperatura è molto fredda rispetto a quella della polvere terrestre, ma molto più alta che in altre galassie primordiali già osservate. Inoltre, prosegue la Normale, &#8220;Y1 potrebbe far risolvere un altro mistero cosmico: le galassie nell&#8217;universo primordiale sembrano infatti avere molta più polvere di quanta le loro stelle avrebbero potuto produrre nel breve periodo in cui hanno brillato e l&#8217;insolita temperatura di Y1 indica una soluzione&#8221;. Secondo l&#8217;astrofisica Laura Sommovigo, ex allieva della Normale, &#8220;le galassie dell&#8217;universo primordiale sembrano troppo giovani per la quantità di polvere che contengono, ma una piccola quantità di polvere calda può essere luminosa quanto grandi quantità di polvere fredda ed è esattamente ciò che stiamo osservando in Y1&#8221;.</p>
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		<title>Saturno</title>
		<link>https://noreporter.org/saturno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 22:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si può vivere in una sua luna</p>
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<p>Rimembranze dell&#8217;età dell&#8217;oro nello spazio</p>



<p>L&#8217;oceano nascosto di Encelado, una delle lune di Saturno coperta dai ghiacci, ha tutte le caratteristiche per poter ospitare in modo stabile forme di vita extraterrestri. Lo indica lo studio guidato dall&#8217;Università di Oxford, pubblicato sulla rivista Science Advances e basato su nuove analisi dei dati raccolti dalla missione Cassini di Nasa, Agenzia spaziale europea e Agenzia Spaziale Italiana, lanciata nel 1997 e conclusa nel 2017.<br>Leggi anche</p>



<p>Saturno, c&#8217;è &#8220;vita&#8221; sulla luna Encelado: scoperte nuove molecole da Cassini<br>I risultati mostrano Encelado non emette calore soltanto dal polo Sud come si pensava finora, ma anche da quello Nord. Ciò significa che il sistema è attivo e in equilibrio, e che l&#8217;oceano è in grado di mantenersi liquido per tempi sufficienti lunghi per consentire l&#8217;emergere della vita. I ricercatori hanno confrontato le osservazioni della regione polare settentrionale eseguite nel 2005 durante la stagione invernale e nel 2015 in quella estiva. I dati sono serviti a misurare quanta energia passa dall&#8217;oceano sotterraneo, che si trova a una temperatura di circa 0 gradi, alla sua superficie ghiacciata, dove le temperature arrivano a -223 gradi. Gli autori dello studio hanno così scoperto che il calore in fuga dal polo Nord ammonta a circa 35 gigawatt: più o meno l&#8217;energia prodotta da 66 milioni di pannelli solari, o da 10.500 turbine eoliche.<br>&#8220;È davvero entusiasmante che questo nuovo risultato supporti la stabilità a lungo termine di Encelado&#8221;, afferma Carly Howett di Oxford e Planetary Science Institute dell&#8217;Arizona, co-autrice dello studio. Ora sarà fondamentale capire se l&#8217;oceano esiste da un tempo sufficientemente lungo da avere permesso lo sviluppo di organismi viventi, visto che al momento la sua età è ancora incerta.</p>



<p></p>
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