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	<title>admin, Autore presso NoReporter</title>
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	<title>admin, Autore presso NoReporter</title>
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		<title>L&#8217;artiglieria romana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 22:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Storia&sorte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Così artigliava i nemici</p>
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<p class="wp-block-paragraph">storicang.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Famosa per la sua imbattibile fanteria pesante, Roma ebbe anche un’eccellente forza di artiglieria, adottata dai greci quando l’Urbe iniziò a espandersi nel Mediterraneo. Tuttavia non furono i romani a inventarla, ma furono prima vittime delle armi di Archimede durante l’assedio di Siracusa, progettate a partire dalle prime macchine d’assedio inventate sotto il padre di Alessandro Magno.<br>A partire da questi modelli greci catturati al nemico, Roma iniziò a costruire la propria artiglieria, formata inizialmente da catapulte a torsione in cui i bracci di una grande balestra erano azionati da una serie di corde avvolte attorno a due colonne che fungevano da molla per lanciare un proiettile lungo un fusto di legno.<br>Azionate da due uomini, queste catapulte venivano caricate mediante un gancio collegato a un argano che tirava indietro la corda generando così la forza necessaria allo sparo, che avveniva azionando una leva che liberava bruscamente il gancio. L’arma aveva inoltre una notevole capacità di manovra grazie al fatto di essere montata su una base di legno articolata che permetteva di puntare a 360° e di inclinare la catapulta verso l’alto e verso il basso.<br>Conosciute nelle fonti come balistae, queste catapulte a torsione formarono l’arsenale dei generali della repubblica prima e poi dell’impero, e la loro funzione variava a seconda delle dimensioni e del tipo di proiettile che lanciavano. Le più piccole, chiamate scorpiones, scagliavano piccoli dardi lunghi circa trenta centimetri che, secondo le fonti, potevano uccidere due uomini contemporaneamente, mentre le balistae di maggiori dimensioni lanciavano grandi pietre (fino a ottanta chili di peso) capaci di distruggere le merlature e i portoni di una fortificazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante l’impero questo progetto venne migliorato grazie all’apertura di un varco tra le colonne di torsione che permetteva di mirare lungo il fusto dell’arma, e fu anche miniaturizzato fino a consentire a un solo uomo di caricarla e spararla, appoggiandosi a un parapetto, come una sorta di pesante balestra chiamata manubalista.<br>In quest’epoca si sviluppò persino un tipo di carro armato primitivo montando uno scorpio su un carro trainato da muli: la carroballista permise all’artiglieria di prendere parte alle battaglie in campo aperto, fornendole per la prima volta nella storia mobilità. L’elemento finale dell’arsenale romano, introdotto nel IV secolo d.C., fu l’onagro o “asino selvatico”, così chiamato per la forza del suo impatto. Si trattava di una catapulta a un solo braccio montato perpendicolarmente su una barra di torsione orizzontale che lanciava pietre mediante una fionda, dopo aver urtato contro un arresto imbottito situato nella parte anteriore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Battaglie e assedi<br>Utilizzata principalmente negli assedi, l’artiglieria romana fu protagonista nella conquista di fortezze come Gerusalemme e Masada, dove spazzava via le merlature dai difensori per lasciare libero il passaggio agli arieti e alle torri d’assedio. Anche la flotta trasse vantaggio dalla nuova arma, armando le galee più grandi con baliste i cui proiettili potevano essere incendiati mediante uno strato di stracci e olio per dare fuoco alle navi nemiche, una tattica usata anche negli assedi.<br>In battaglia le carrobaliste vennero impiegate soprattutto lungo il confine danubiano, dove gli archi compositi della cavalleria sarmata e dacica permettevano di colpire le legioni da una distanza molto maggiore rispetto a quella degli archi e dei giavellotti romani, per cui l’artiglieria divenne l’unico modo per contrastarle.<br>Ma abbiamo anche esempi di pezzi di maggiori dimensioni usati in combattimento aperto, come la grande balista che aprì sanguinose brecce nelle legioni di Vespasiano durante l’anno dei quattro imperatori.<br>Secondo il manuale militare di Vegezio ogni legione contava sulla carta cinquantacinque scorpioni e dieci baliste, potendo i primi diventare artiglieria mobile se montati sui carri di rifornimento dell’esercito. Naturalmente questo numero variava in base alle risorse di ciascuna legione e al tipo di teatro operativo, risultando ad esempio più utile l’artiglieria nei numerosi assedi della rivolta giudaica che nei fitti boschi della Germania.<br>In campagna l’artiglieria veniva trasportata smontata insieme al resto dell’equipaggiamento, e sappiamo che all’interno di ogni legione esisteva un corpo specializzato di artiglieri incaricato del suo uso e della sua manutenzione, oltre che della costruzione di nuovi pezzi quando necessario. Al contrario, in tempo di pace veniva conservata nei magazzini del campo, sebbene le armi più piccole fossero utilizzate per la difesa, ad esempio montate sulle torri del perimetro fortificato.<br>Fu così che, sia in attacco sia in difesa, l’artiglieria divenne un elemento indispensabile per migliorare la capacità di combattimento delle legioni romane, che, pur essendone inizialmente vittime, la adottarono come tante altre innovazioni dei loro nemici, trasformandola in un’arma terrificante sia in difesa sia in attacco.</p>
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		<title>La bottega dello speziale</title>
		<link>https://noreporter.org/la-bottega-dello-speziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 22:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La più antica ancora esistente</p>
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<p class="wp-block-paragraph">menshealth.com</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono una di quelle attività che, nel tempo, hanno segnato la storia e le tradizioni dell&#8217;umanità intera. Delle vere e proprie piazze dei saperi che hanno aiutato a costruire, con il loro contributo, la società di oggi con i progressi che hanno portato nella società attraverso i secoli. Stiamo parlando delle farmacie: non semplici luoghi in cui acquistare medicine, ma veri spazi di preparazione, studio e conservazione dei rimedi, spesso legati a conventi, monasteri o grandi istituzioni cittadine. Oggi quel ruolo di studio non esiste forse più, il loro ruolo è cambiato, ma quello che non è cambiata è la loro importanza per i territori, da quelli più grandi a quelli più piccoli. Oggi le farmacie sono presìdi sanitari quotidiani, punti di riferimento per la salute di tutti i giorni e servizi essenziali nelle città contemporanee. Eppure, in alcuni casi, continuano anche a raccontare una storia molto più antica, fatta di erbe officinali, ricette tramandate e tradizioni che attraversano i secoli. È proprio il caso della città con la farmacia più antica al mondo che è in Italia: il caso più celebre e lampante di questa lunga continuità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La città che può rivendicare questo primato mondiale è Firenze, grazie all’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella, la cui apertura viene datata al 1221 e per questo è considerata la più antica farmacia del mondo. Non un&#8217;unica realtà così antica, sia chiaro, ma questa eccellenza, la più antica, è un primato che spetta totalmente all&#8217;Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia dell’Officina di Santa Maria Novella comincia quando i frati domenicani si stabilirono a Firenze nel 1221 e iniziarono a coltivare un orto monastico e un giardino botanico per produrre preparati e rimedi. Secondo le ricostruzioni, già nel 1334 le cure dei frati erano abbastanza apprezzate da essere ricordate anche in relazione al mercante Dardano Acciaioli. Fonti ufficiali fiorentine ricordano poi che attorno al 1381 venne elaborata l’Acqua di Rose, usata all’epoca sia come disinfettante degli ambienti, soprattutto durante le pestilenze, sia come blando rimedio medicinale.<br>Nel tempo l’attività si è trasformata da spezieria conventuale a officina aperta al pubblico, mantenendo però un fortissimo legame con la città: ancora oggi la sede storica di via della Scala è insieme bottega, museo e simbolo di una tradizione che ha attraversato più di otto secoli.</p>
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		<title>Viaggio al centro della terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 22:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E di là ovunque</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">hdblog.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un gruppo di ricercatori ha sviluppato una nuova tecnologia wireless potenzialmente rivoluzionaria, che può trasmettere e ricevere senza mezzi fisici, quindi senza fili, comunicazioni vocali fino a 100 metri sottoterra. La scoperta porta la firma di un gruppo di ricercatori dell’Electronics and Telecommunications Research Institute (ETRI), un importante istituto di ricerca di Daejeon, in Corea del Sud.<br>La tecnologia è stata individuata nell’ambito del progetto Through-The-Earth a cui ETRI lavora dal 2023. I sistemi di comunicazione tradizionali, o comunque quelli su cui si poteva contare in precedenza, basati su radiofrequenze, potevano penetrare solo pochi metri sottoterra. Il nuovo metodo invece usa la corrente elettrica per produrre un’induzione magnetica sufficiente a trasmettere segnali wireless attraverso la terra, utilizzando basse frequenze radio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si arriva così a grandi distanze nel sottosuolo, il che può tornare utile in parecchi ambiti, scenari e a diverse categorie professionali: miniere e trivellazioni offshore, comunicazioni all’interno di tunnel o infrastrutture sotterranee di vario tipo, soccorsi dopo terremoti, eruzioni o esplosioni, applicazioni militari. Siamo all’inizio, e in mezzo a vantaggi come un segnale che degrada di gran lunga meno all’aumentare della distanza, i limiti non mancano. Uno dei più grandi è la velocità di trasmissione, molto bassa: circa 2 kilobyte al secondo.<br>E c’è poi la questione ingombri. Allo stato attuale il sistema è composto da un’antenna trasmittente ad anello di circa un metro quadrato e da un sensore che riceve il campo magnetico. Il prossimo obiettivo dei ricercatori è la semplificazione e la miniaturizzazione della tecnologia, in modo da renderla eleggibile per i dispositivi di grande diffusione come smartphone e tablet.</p>
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		<title>Questi non remigrano</title>
		<link>https://noreporter.org/questi-non-remigrano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 22:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Altre razze sconosciute</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">wired.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il minuscolo polpo blu che vive nelle profondità marine a largo delle coste delle isole Galápagos è talmente piccolo da poter stare nel palmo di una mano. Ad annunciare la scoperta di questa nuova specie, chiamata ufficialmente Microeledone galapagensis, è stato un team di ricercatori coordinato dal Field Museum di Chicago che, sebbene in realtà abbia incontrato il polpo blu già nel 2015, ne ha descritto per la prima volta le caratteristiche solamente ora, in un nuovo studio appena pubblicato sulla rivista Zootaxa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo incontro con il polpo blu<br>Il minuscolo polpo blu è stato avvistato per la prima volta nel 2015 durante una spedizione in acque profonde a bordo della nave da ricerca E/V Nautilus. Da qui, i biologi marini hanno utilizzato un robot sottomarino a controllo remoto (Rov) per esplorare il fondale oceanico vicino all&#8217;isola di Darwin, un&#8217;isola all&#8217;estremità settentrionale dell&#8217;arcipelago delle Galápagos che prende il nome dal famosissimo biologo che formulò la teoria dell&#8217;evoluzione. Mentre la telecamera del Rov si muoveva sul fondale marino vicino a un pendio sottomarino, a 1.773 metri di profondità, hanno così notato il piccolo polpo dalla vivace colorazione blu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esemplare unico<br>Compiendo un&#8217;ispezione ravvicinata, i ricercatori sono riusciti a recuperare il polpo blu e a filmare altri due esemplari, conducendo poi, al termine della missione, un&#8217;analisi approfondita del campione che li ha però lasciati perplessi, non essendo certi a quale specie appartenesse. Hanno così contattato l&#8217;esperta del Field Museum di Chicago, Janet Voight, inviandole una foto dell&#8217;animale. “Ho capito subito che si trattava di qualcosa di davvero speciale”, ha ricordato Voight, autrice principale del nuovo studio. “Non avevo mai visto niente di simile”. Tuttavia, per stabilire se un animale appartiene a una nuova specie è necessaria un&#8217;analisi completa di tutte le sue parti del corpo, e dato che il polpo blu era l&#8217;unico campione mai raccolto, gli esperti non volevano sezionare e perdere quindi un esemplare così prezioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova specie<br>Per superare questo problema, gli autori si sono serviti della tomografia computerizzata a raggi X per creare e assemblare migliaia di micro-scansioni Tc che hanno poi permesso di ottenere un modello 3D del polpo blu, sia internamente che esternamente. I ricercatori, quindi, sono stati in grado di osservare i dettagli più minuti, dai tentacoli tozzi con poche ventose, alla pelle liscia quasi priva di pigmento sul dorso, al grande dente rachidiano e a uno specifico organo a forma di imbuto, ottenendo così le informazioni necessarie per classificarlo come una nuova specie e per collocarlo tra gli altri cefalopodi. &#8220;Dato che la tomografia computerizzata (TC) non è distruttiva, è particolarmente importante per gli esemplari come questo”, ha commentato la co-autrice Stephanie Smith. “E questo è fantastico per me, perché spesso le persone mi portano esemplari incredibilmente rari e di una bellezza straordinaria, che ho il privilegio di poter virtualmente sezionare”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abissi inesplorati<br>Oltre a descrivere la nuova specie, il polpo blu ci ricorda quanto ancora non sappiamo sugli abissi oceanici e su quanto queste spedizioni e ricerche siano fondamentali per comprendere meglio questi ecosistemi ancora inesplorati e perché proteggerli sia così importante. &#8220;Si tratta di piccoli polpi che vivono nelle profondità marine e quasi nessuno sulla Terra ha mai avuto la fortuna di vedere”, ha concluso Voight. &#8220;Se prendessimo tutte le terre emerse e le unissimo, non riusciremmo a coprire l&#8217;Oceano Pacifico. Gli oceani sono così vasti e c&#8217;è ancora così tanto da esplorare”.</p>
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		<title>Esopianeta</title>
		<link>https://noreporter.org/esopianeta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 22:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per nuove analisi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">passioneastronomia.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Utilizzando lo strumento MIRI del James Webb Space Telescope, un team guidato da Sebastian Zieba e Laura Kreidberg ha analizzato la superficie dell’esopianeta roccioso LHS 3844 b. Lo studio rappresenta un importante passo avanti nella geologia degli esopianeti. Scopriamo ora questo pianeta alieno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un pianeta roccioso e senza atmosfera<br>LHS 3844 b è una super-Terra grande circa il 30% in più della Terra e orbita attorno a una nana rossa in appena 11 ore. Il pianeta è bloccato gravitazionalmente: mostra sempre la stessa faccia alla stella, con un lato diurno che raggiunge circa 1000 Kelvin (725 °C). Situato a 48,5 anni luce dalla Terra, potrebbe avere una superficie scura simile a quella della Luna o di Mercurio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le osservazioni con MIRI<br>Lo strumento MIRI ha analizzato la radiazione infrarossa emessa dal pianeta tra 5 e 12 micrometri, ottenendo uno spettro dettagliato. I dati sono stati confrontati con modelli e campioni di rocce terrestri, lunari e marziane per identificare la possibile composizione della superficie.<br>I risultati escludono la presenza di una crosta ricca di silicati, come quella terrestre composta da granito. Questo suggerisce che LHS 3844 b non abbia una tettonica a placche simile a quella della Terra oppure che essa sia molto limitata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un pianeta probabilmente povero d’acqua<br>Secondo i ricercatori, la mancanza di una crosta silicatica indica anche una probabile scarsità d’acqua. Sulla Terra, infatti, acqua e attività tettonica sono fondamentali per la formazione di croste evolute e ricche di silicati.<br>Le osservazioni indicano che la superficie di LHS 3844 b è composta da materiali scuri simili al basalto terrestre o lunare, probabilmente ricchi di magnesio, ferro e minerali come l’olivina. Le analisi suggeriscono che vaste aree del pianeta siano formate da rocce magmatiche solide oppure da materiale roccioso frantumato, mentre polveri fini e chiare risultano meno compatibili con i dati osservati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli effetti dell’alterazione spaziale<br>In assenza di un’atmosfera protettiva, la superficie del pianeta è continuamente modificata dalle radiazioni stellari e dagli impatti meteorici. Questi processi trasformano gradualmente le rocce in regolite, una polvere fine simile a quella presente sulla Luna. Inoltre, la superficie tende a scurirsi a causa dell’accumulo di ferro e carbonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due possibili scenari</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Superficie giovane e vulcanica<br>Il primo scenario ipotizza una crosta relativamente fresca, composta da rocce basaltiche recentemente emerse grazie ad attività geologica o vulcanica diffusa.</li>



<li>Superficie antica e inattiva<br>Il secondo scenario prevede invece una superficie più vecchia, simile a quella di Mercurio o della Luna, ricoperta da uno spesso strato di regolite scurita dopo lunghi periodi di inattività geologica.</li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca di tracce vulcaniche<br>Per distinguere tra le due ipotesi, gli astronomi hanno cercato gas vulcanici come l’anidride solforosa (SO₂), normalmente associata al vulcanismo. Tuttavia, il telescopio spaziale James Webb non ha rilevato alcuna traccia significativa di questo gas, rendendo meno probabile l’ipotesi di attività recente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nuove osservazioni in arrivo<br>Gli studiosi stanno ora effettuando ulteriori osservazioni con il JWST per capire se la superficie sia costituita principalmente da rocce compatte o da regolite. Analizzando il modo in cui il pianeta riflette ed emette luce, sperano di chiarire definitivamente la natura della crosta di LHS 3844 b e, in futuro, di altri esopianeti rocciosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Le spirali del tempo</title>
		<link>https://noreporter.org/le-spirali-del-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 22:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più la scienza progredisce e più si conferma la sapienza antica</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">passioneastronomia.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che sappiamo sui wormhole potrebbe non essere esatto: i ponti di Einstein-Rosen, questo il loro nome completo, sono sempre stati dipinti come dei “passaggi”, dei collegamenti diretti tra un punto e l’altro dell’universo, una sorta di scorciatoia cosmica dall’aria fantascientifica che connette due punti con un percorso più breve, riuscendo a curvare lo spazio-tempo. Ora, gli studiosi stanno esplorando una pista completamente nuova, che ha a che fare con la meccanica quantistica: forse, lo scopo dei wormhole non è quello di unire due punti, ma quello di connettere due linee del tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cos’è un wormhole<br>Un wormhole è una struttura ipotetica che, a livello teorico, riesce a curvare talmente tanto lo spazio-tempo da “avvicinare” tra loro due punti lontani, diminuendo notevolmente i tempi di percorrenza. Questa logica è stata ampiamente utilizzata nella fantascienza letteraria e cinematografica, un espediente perfetto per arrivare in luoghi del cosmo altrimenti irraggiungibili con i limiti delle tecnologie umane. La teoria dei ponti di Einstein-Rosen parlava già, in realtà, di strutture instabili, modelli matematici non verificabili materialmente: se anche potessimo trovarne uno, in teoria il wormhole non sarebbe attraversabile. Infatti, un tunnel del genere si restringerebbe al passaggio della materia, fino a collassare. Ma una nuova indagine ribalta, in parte, questa interpretazione: i wormhole sarebbero in grado di coniugare al loro interno il nostro tempo ed uno perfettamente speculare ad esso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due frecce del tempo<br>I nuovi studi partono da un presupposto: le leggi della fisica sono “simmetriche“. Se le applichiamo in un contesto e poi invertiamo la direzione nello spazio o, addirittura, la direzione nel tempo, quelle leggi non cambiano. È a partire da questo presupposto che gli studiosi Enrique Gaztañaga, K Sravan Kumar e João Marto hanno proposto una visione completamente nuova dei ponti di Einstein-Rosen. Pensiamo per un attimo all’universo, concentrandoci su come la realtà è strutturata a livello microscopico: dobbiamo scavare nei complessi meandri della meccanica quantistica. Gli stati quantistici sono formati da più componenti. Se applichiamo questo concetto a un wormhole, possiamo pensare che le componenti sovrapposte siano due; ed è qui che arriva il bello: una delle due ha un tempo che scorre in avanti. Ma per l’altra, il tempo scorre all’indietro. Sostanzialmente, nei wormhole potrebbero coesistere due tempi, l’uno l’opposto dell’altro, sovrapposti in un’unica entità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Risolto il paradosso dell’informazione?<br>Sta qui la chiave della rivoluzione: le teorie hanno sempre spiegato che nei buchi neri (teoricamente, le “porte d’ingresso” verso i wormhole), superato l’orizzonte degli eventi, tutto ciò che è entrato finisce per essere perso per sempre. Non sappiamo dove vada, né come scompaia. La risposta a questo dilemma potrebbe essere proprio in questi nuovi studi: forse, ciò che entra nei buchi neri non supera un orizzonte irreversibile, un “punto di non ritorno”. Forse tutto ciò che finisce nei buchi neri continua a esistere, ma con un tempo che è speculare rispetto al nostro. In questo modo, avremmo risolto il più grande paradosso dei buchi neri: non sarebbe vero che l’informazione scompare. Essa si conserva, evolve, ma in un tempo diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La spiegazione microscopica<br>Quello che risulta non è così assurdo, incomprensibile o fantascientifico: nel mondo microscopico, e quindi quantistico, le regole del gioco sono molto diverse da quelle che vediamo ogni giorno; controintuitive, apparentemente prive di logica. Pensiamo solo al fatto che uno stato di un sistema è ordinariamente composto da una sovrapposizione delle possibili “configurazioni” che esso può assumere, tutte contemporaneamente. Non è così assurdo da credere, quindi, che due di queste configurazioni, tutte diverse tra loro, possano essere diverse anche nel tempo: uno ha una freccia positiva, e l’altro negativa. In fondo, in fisica solitamente non si ha una “direzione” privilegiata: siamo noi, nel mondo macroscopico, a percepire il tempo scorrere in questo modo, per via dell’aumento del disordine dovuto al secondo principio della termodinamica. Ma per le particelle microscopiche, tutto è estremamente diverso: dobbiamo smettere di assumere il tempo come parametro, e considerarlo come un’entità che può avere versi differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viviamo in un buco nero?<br>Questo modello si può applicare in ambiti ancor più complessi della cosmologia, arrivando ad indagare l’universo primordiale: forse, l’universo stesso in cui viviamo è il risultato di una di queste inversioni. In sostanza, l’intero universo sarebbe nato all’interno di un buco nero. Già alcune teorie, in passato, avevano vagliato questa ipotesi. E la materia oscura, quella che non possiamo vedere pur misurandone gli effetti gravitazionali, sarebbe secondo questa interpretazione un “residuo” di una fase precedente all’inversione del tempo. Tutto questo, parlandoci di buchi neri e di stati quantistici, sembra avvicinare le due teorie che governano le leggi dell’universo, notoriamente inconciliabili: la relatività e la meccanica quantistica. Se fosse davvero un punto d’incontro, potremmo essere sulla strada verso la risoluzione di alcuni tra i maggiori problemi aperti nella fisica, nella comprensione a livello fondamentale dell’intera struttura del nostro universo.</p>
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		<title>In fondo siamo in una trottola</title>
		<link>https://noreporter.org/in-fondo-siamo-in-una-trottola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 22:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E non ci accorgiamo di come gira</p>
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<p class="wp-block-paragraph">hdblog.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che accade nelle profondità più remote del nostro pianeta resta ancora oggetto di discussione e quanto scoperto di recente non fa altro che confermarlo. Un gruppo di ricercatori ha capito che nel 2010 il cuore di ferro fuso della Terra, situato a circa 2200 chilometri di profondità sotto l&#8217;Oceano Pacifico, ha improvvisamente invertito la sua rotta.<br>Evidentemente l&#8217;interno del nostro mondo è molto più dinamico e imprevedibile di quanto immaginassimo, perché per decenni la comunità scientifica ha ritenuto che i flussi di ferro liquido nel nucleo esterno, responsabili della generazione del campo magnetico terrestre, si muovessero seguendo schemi stabili e tendenzialmente orientati verso ovest.<br>Le nuove analisi dei dati raccolti tra il 1997 e il 2025 dicono che un&#8217;ampia regione sotto il Pacifico equatoriale ha cambiato bruscamente direzione, iniziando a fluire vigorosamente verso est. Come abbiamo fatto a ricostruire con così grande precisione un simile evento? E soprattutto, a distanza di anni?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò è stato possibile incrociando le rilevazioni delle stazioni a terra con quelle di diverse missioni satellitari, tra cui i satelliti europei Swarm e CryoSat, il tedesco CHAMP e il danese Ørsted.<br>In particolare, i satelliti della costellazione Swarm, in orbita dal 2013, si sono rivelati fondamentali grazie ai loro magnetometri di altissima precisione e alle orbite coordinate. Sono così riusciti a isolare i segnali magnetici profondi dai disturbi causati dalla crosta terrestre, dagli oceani e dall&#8217;atmosfera. Pur essendo entrati in funzione dopo l&#8217;evento del 2010, questi strumenti hanno permesso di mappare l&#8217;evoluzione del flusso negli anni successivi, individuando persino un&#8217;anomalia nota come scatto geomagnetico nel 2017. Dovete sapere che questi movimenti avvengono a migliaia di chilometri sotto i nostri piedi, ma non rappresentano un pericolo diretto per la vita o per il clima. Al contrario, il campo magnetico è la nostra difesa contro le particelle solari nocive e influenza i sistemi di navigazione e i satelliti in orbita.</p>
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		<title>Era anche antisismica</title>
		<link>https://noreporter.org/era-anche-antisismica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 22:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Piramide svela le alte conoscenze degli antichi</p>
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<p class="wp-block-paragraph">nationalgeographic.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intorno al 2500 a.C., il grande faraone egizio Khufu, meglio noto come Cheope, avviò un imponente progetto di costruzione.<br>Il suo obiettivo era quello di erigere una grande piramide sull&#8217;altopiano di Giza, che in seguito sarebbe servita da sua tomba, insieme a una serie di piramidi più piccole per le sue mogli. Per 26 anni, migliaia di operai hanno trasportato e impilato oltre 2,3 milioni di blocchi di calcare e granito per creare il monumento alto 147 metri. Questa meraviglia architettonica avrebbe resistito alle devastazioni del tempo fino ai nostri giorni.<br>Ora, gli scienziati hanno scoperto che la Grande Piramide di Cheope era tanto ben strutturata da resistere a un altro tipo di flagello: i terremoti.<br>In uno studio pubblicato lo scorso 21 maggio, dei ricercatori egiziani e giapponesi hanno raccolto i dati di risonanza, ovvero onde vibranti, da quasi 40 diverse aree all&#8217;interno e intorno alla Grande Piramide per vedere come il monumento rispondesse all&#8217;attività sismica. Hanno scoperto che la struttura ha una notevole capacità di disperdere le vibrazioni sismiche, garantendole una risposta &#8220;solida come una roccia&#8221; a terremoti altrimenti distruttivi. I dati indicano che la piramide è &#8220;intelligentemente bilanciata e ben calibrata&#8221; per garantire la stabilità, afferma Asem Mostafa, sismologo presso, l&#8217;Istituto Nazionale di Ricerca di Astronomia e Geofisica (NRIAG) del Cairo, nonché autore dello studio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso dei suoi 4.600 anni di storia, la piramide è sopravvissuta a numerosi terremoti che hanno distrutto gli edifici circostanti. I risultati, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, aggiungono una nuova dimensione alla già sbalorditiva ingegnosità degli antichi ingegneri egizi. Sebbene la ricerca dimostri le impressionanti capacità dei costruttori, i ricercatori affermano di non poter dire con certezza se le loro tecniche fossero state effettivamente utilizzate tenendo conto dei terremoti.<br>&#8220;Consideriamo quest&#8217;opera il culmine di secoli di esperienza da parte dei costruttori egizi, che hanno imparato sia dai successi che dai fallimenti&#8221;, afferma Mostafa. &#8220;È stato come riportare alla luce un capolavoro di ingegneria empirica che era rimasto nascosto alla vista di tutti per migliaia di anni&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resistere ai terremoti in Egitto<br>L&#8217;Egitto non è nuovo all&#8217;attività sismica. Negli ultimi secoli, diversi terremoti hanno colpito il Paese con conseguenze disastrose. Nell&#8217;ottobre del 1992, un terremoto di magnitudo 5.9 si è verificato nella zona di Dashur, circa 35 chilometri a sud-ovest del Cairo, devastando l&#8217;altopiano. Il sisma ha danneggiato o distrutto più di 129.000 edifici, tra cui oltre un terzo delle abitazioni locali [e causato oltre 550 vittime]. Molte antiche moschee hanno riportato crepe nelle strutture in marmo.<br>Ma in quell&#8217;occasione solo una pietra è caduta dalla piramide di Cheope, secondo Mohamed ElGabry, sismologo anch&#8217;egli presso l&#8217;NRIAG e autore principale dello studio.<br>&#8220;Le strutture antiche, costruite con blocchi di pietra massicci e ben incastrati tra loro, hanno generalmente subito danni molto minori rispetto ai monumenti delle epoche successive&#8221;, afferma ElGabry.<br>Molte delle caratteristiche architettoniche più avanzate della Grande Piramide erano già note ai ricercatori, aggiunge. Il monumento è più largo alla base, che si estende per oltre 230 metri, garantendo un&#8217;integrità strutturale che ne impedisce il facile crollo. È inoltre altamente simmetrica e si appoggia su una solida base rocciosa.<br>&#8220;Il fatto che sia strutturalmente resistente non è mai stato messo in dubbio&#8221;, aggiunge Mostafa.<br>Gran parte dell’ingegnosità derivava da una storia di innovazioni nella costruzione delle piramidi. Le prime strutture simili furono costruite nella città di Saqqara, che si trova a circa 30 km a sud del Cairo. La Piramide di Djoser, detta anche Piramide a gradoni, è la più antica di queste e ha preceduto la Grande Piramide di oltre un secolo. Ha una forma esterna diversa dalle piramidi di Cheope, innalzandosi in modo massiccio e alti gradoni piuttosto che con una pendenza continua come nelle Piramidi di Giza.<br>Il faraone Snefru, che regnò dal 2613 al 2589 a.C., probabile padre di Cheope, costruì in seguito grandi piramidi che aprirono la strada alla forma dai lati lisci delle piramidi di Giza. Gli egizi continuarono a costruire piramidi anche molto tempo dopo la morte di Cheope, avvenuta nel 2566 a.C. Mentre alcune di queste piramidi utilizzavano gli stessi progetti strutturali delle sue, altre cercavano di ridurre i costi.<br>Djedefre, il figlio e successore di Cheope, costruì una piramide a nord del Cairo che sfruttava in parte una collina per aumentarne l’imponenza. Il monumento, inglobato nel terreno della collina, riduceva al minimo l&#8217;incastro dei blocchi, compromettendone la stabilità. La cosiddetta &#8220;Piramide Nera&#8221;, costruita da Amenemhat III diversi secoli dopo, era realizzata principalmente con mattoni di fango, più economici ma più soggetti al deterioramento rispetto ai solidi blocchi di calcare. Il materiale di base più fragile ne ha determinato un degrado più rapido a causa dell&#8217;erosione e dell&#8217;invecchiamento. A differenza della Piramide di Cheope, alcune di queste strutture sono poi crollate completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una piramide armonica<br>Durante l&#8217;esame della Grande Piramide di Giza, i sismologi hanno misurato le frequenze di vibrazione all&#8217;interno delle sue camere e gallerie interne, tra cui la Camera del Re, la Camera della Regina, le camere di scarico e la Camera Sotterranea. Hanno utilizzato una tecnica non distruttiva chiamata &#8220;analisi delle vibrazioni ambientali&#8221; che ha permesso loro di misurare come le vibrazioni si propagano attraverso i diversi blocchi, gallerie e cavità interne. I dati li avrebbero aiutati a chiarire come la struttura risponde ai terremoti.<br>I risultati hanno mostrato che la risonanza complessiva dell&#8217;intera struttura si attesta in media tra 2 e 2,6 hertz, indicando che le vibrazioni si propagano in modo uniforme da una pietra all’altra: un segno chiave di stabilità. L’analisi ha inoltre rilevato che le vibrazioni differiscono da quelle del terreno circostante la piramide, che si aggirano intorno a 0,6 hertz.<br>&#8220;Le frequenze di vibrazione dominanti della piramide differiscono in modo significativo da quelle del terreno circostante, il che probabilmente riduce gli effetti di risonanza durante i terremoti&#8221;, afferma Mostafa. Riducendo la risonanza, il potenziale distruttivo delle violente vibrazioni del terreno viene minimizzato.<br>Ahmed Eldosouky, geofisico dell’Università di Suez in Egitto che non ha partecipato alla ricerca, è d’accordo.<br>&#8220;Le misurazioni effettuate in diverse parti interne della piramide hanno mostrato frequenze fondamentali relativamente costanti&#8221;, afferma Eldosouky. &#8220;Questo livello di omogeneità dinamica suggerisce che siamo davanti a un sistema strutturale notevolmente stabile, soprattutto considerando l&#8217;età del monumento e il periodo di costruzione&#8221;.<br>I ricercatori hanno inoltre scoperto che le camere di scarico contribuivano a ridurre le frequenze distruttive nella Camera del Re, che si trova direttamente al di sotto di esse. La diminuzione delle frequenze in queste camere ha contribuito a stabilizzare l&#8217;attività sismica intorno alla preziosa Camera del Re e a prevenire danni alla struttura in caso di terremoto.<br>Secondo Mostafa, la nuova scoperta dimostra che gli antichi costruttori egizi svilupparono pratiche edilizie altamente efficaci nel corso di generazioni di attenta osservazione e perfezionamento. &#8220;I loro risultati rimangono straordinari anche se esaminati con strumenti scientifici moderni&#8221;, afferma.</p>
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		<title>Geni a intermittenza?</title>
		<link>https://noreporter.org/geni-a-intermittenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 22:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Altre scoperte sul dna</p>
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<p class="wp-block-paragraph">fnob.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni si è pensato che alcune parti del DNA fossero praticamente irraggiungibili, troppo compatte per essere lette dalla cellula. Ora però questa idea vacilla: anche nelle zone più ripiegate, considerate finora inattive, i geni possono lavorare, solo in modo più sfumato. Lo studio, pubblicato su Nature e guidato da Vijay Ramani e Hani Goodarzi, mostra che l’attività genetica non è un semplice “on/off”. È più simile a una manopola: i geni possono essere accesi a diversi livelli, non solo completamente attivi o spenti. Per arrivarci, i ricercatori hanno usato uno strumento basato sull’intelligenza artificiale, capace di analizzare come il DNA si avvolge attorno agli istoni, le proteine che lo impacchettano dentro il nucleo. Ed è proprio lì la sorpresa: questo avvolgimento non è sempre preciso e uniforme, ma varia in modi specifici, come se la cellula regolasse intenzionalmente l’intensità dell’attività dei geni. Secondo il genetista Giuseppe Novelli, si tratta di un cambio di prospettiva importante. Capire meglio questi meccanismi potrebbe aiutare a spiegare malattie complesse, dall’invecchiamento ai tumori, dove spesso non basta cercare un singolo gene difettoso. In altre parole, il DNA non è un sistema rigido: è molto più dinamico e fine di quanto si pensasse.</p>
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		<title>Mondi paralleli</title>
		<link>https://noreporter.org/mondi-paralleli-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 22:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il problema è raggiungerlo </p>
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<p class="wp-block-paragraph">passioneastronomia.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli astronomi hanno scoperto di un esopianeta simile alla Terra a 40 anni luce di distanza che potrebbe essere solo un po’ più caldo del nostro mondo. Il pianeta potenzialmente abitabile, chiamato Gliese 12 b, orbita attorno alla sua stella ospite ogni 12,8 giorni, è di dimensioni paragonabili a Venere, quindi leggermente più piccolo della Terra, e ha una temperatura superficiale stimata di 42°C, che è inferiore alla maggior parte dei circa 5.000 esopianeti confermati finora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’atmosfera<br>Potrebbe avere un’atmosfera simile a quella terrestre, più simile a Venere, che ha sperimentato un effetto serra fuori controllo che l’ha resa un inferno a 400°C, senza atmosfera, o forse un diverso tipo di atmosfera non presente nel nostro pianeta solare. Ottenere una risposta è importante perché rivelerebbe se Gliese 12 b è in grado di mantenere temperature adatte all’acqua liquida e forse alla vita. Gliese 12 b non è affatto il primo esopianeta simile alla Terra ad essere stato scoperto, ma come ha detto la NASA, ci sono solo una manciata di mondi simili che meritano uno sguardo più attento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scoperta<br>La maggior parte degli esopianeti vengono scoperti utilizzando il metodo del transito, in cui un pianeta passa davanti alla sua stella dal nostro punto di vista, provocando un calo nella luminosità della stella ospite. Durante un transito, la luce della stella attraversa anche l’atmosfera di un esopianeta e alcune lunghezze d’onda vengono assorbite. Diverse molecole di gas assorbono colori diversi, quindi il transito fornisce una serie di impronte chimiche che possono essere rilevate da telescopi come il James Webb. Gliese 12 b potrebbe aiutare a rivelare se la maggior parte delle stelle nella nostra galassia, la Via Lattea (cioè stelle fredde) sono in grado di ospitare pianeti temperati dotati di atmosfera e quindi abitabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caratteristiche del pianeta<br>Orbita attorno a una fredda stella nana rossa chiamata Gliese 12, che si trova a quasi 40 anni luce dalla Terra nella costellazione dei Pesci. La stella ospite dell’esopianeta ha circa il 27% delle dimensioni del nostro Sole e ha una temperatura superficiale che è circa il 60% di quella della nostra stella. Tuttavia, la distanza che separa Gliese 12 e il nuovo pianeta è solo il 7% della distanza tra la Terra e il Sole. Gliese 12 b riceve quindi dalla sua stella 1,6 volte più energia di quella che la Terra riceve dal Sole e circa l’85% di quella che riceve Venere. Questa differenza nella radiazione solare è importante perché significa che la temperatura superficiale del pianeta dipende fortemente dalle sue condizioni atmosferiche. Rispetto alla temperatura superficiale stimata di Gliese 12 b di 42°C, la Terra ha una temperatura superficiale media di 15°C.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Speranze di vita?<br>I ricercatori hanno utilizzato le osservazioni del TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite) della NASA per la loro scoperta. Un fattore importante per trattenere un’atmosfera è la tempestosità della sua stella. Le nane rosse tendono ad essere magneticamente attive, provocando frequenti e potenti brillamenti di raggi X. Tuttavia, le analisi concludono che Gliese 12 non mostra segni di un comportamento così estremo, facendo sperare che l’atmosfera possa essere ancora intatta. Seguiranno ulteriori studi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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