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	<title>admin, Autore presso NoReporter</title>
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	<title>admin, Autore presso NoReporter</title>
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		<title>I computer biologici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 22:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Neuroni gamer</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>geopop.it</p>



<p>In Australia esiste un laboratorio che sta costruendo computer controllati da reti di neuroni in provetta, o meglio su un microchip. Insomma, l&#8217;opposto di quello che ci siamo abituati a vedere negli ultimi anni, in cui elettronica e informatica permettono di integrare e potenziare il corpo umano con arti robotici protesici sempre più sofisticati e microchip capaci di supportare funzioni vitali (come pacemaker e neurostimolatori),<br>Già nel 2022, con uno studio pubblicato su Neuron, i ricercatori australiani del Cortical Labs avevano attirato l’attenzione &#8220;insegnando&#8221; a una rete di neuroni su un sofisticato microchip a interagire con un ambiente virtuale e giocare a Pong (una semplice simulazione del ping pong). A marzo del 2026, il gruppo è tornato a far parlare di sé pubblicando un video in cui mostra CL1, un “computer biologico”, guidato da circa 200.000 neuroni, mentre interagisce con il più complesso ambiente di Doom, un videogioco sparatutto in prima persona. I risultati e i dettagli sperimentali non sono ancora stati pubblicati né sottoposti a peer-review, quindi dovremmo aspettare ancora un po&#8217; per capire come si è svolto questo secondo esperimento che sembra arrivare direttamente da un film di fantascienza.</p>



<p>I primi “neuroni gamer” Dishbrain nel 2022<br>Nel 2022 un piccolo laboratorio di Melbourne (Australia), chiamato Cortical Labs, incuriosì il mondo con un video su Youtube.&nbsp;Per molti, le immagini del video non sembreranno nulla di speciale. D’altronde, si tratta di una banale partita a Pong, il noto simulatore di tennis da tavolo degli anni Settanta. Eppure, quella mostrata non è una partita come tutte le altre. O meglio, a giocare non è un giocatore qualunque, ma si tratta di un DishBrain: un sofisticato microchip “colonizzato” da una rete di circa 800.000 neuroni (umani e di topo) in coltura.<br>Ma come possono dei neuroni, fuori dalla complessità di un cervello integro, imparare a giocare a Pong? Nello studio, pubblicato dai ricercatori australiani sulla nota rivista Neuron, i ricercatori australiani hanno insegnato ai neuroni del DishBrain a “vedere”, pur non essendo dotati di occhi, convertendo in segnali elettrici (la “lingua” dei neuroni) le uniche due informazioni essenziali per giocare a Pong: la posizione della palla e la distanza rispetto alla racchetta.</p>



<p>Sul microchip dove crescono i neuroni possiamo distinguere due zone:<br>Una regione sensore, che invia segnali elettrici ai neuroni in punti del chip corrispondenti al campo virtuale del pong. In pratica, se la palla sullo schermo si muove verso l’alto, i neuroni della parte alta del microchip ricevono una scossa, con una frequenza maggiore via via che la palla si avvicina alla racchetta. In questo modo, i neuroni possono letteralmente “vedere” la palla.<br>Una regione motoria, che registra i segnali elettrici rilasciati dai neuroni e li converte nel movimento della racchetta. In poche parole, se i neuroni nella parte bassa del microchip inviano una scossa elettrica, il cursore si muove verso il basso.</p>



<p>Eppure, per quanto fantascientifico, questo sistema da solo non basta. I neuroni, infatti, durante le prime partite si muovono in maniera del tutto casuale, un po’ come un bambino che impara a muovere i suoi primi passi. Ma dando loro dei precisi segnali di feedback quando colpiscono o mancano la palla (degli impulsi elettrici con specifiche caratteristiche), i neuroni imparano a giocare,&nbsp; modificando in pochi minuti gli schemi di attività elettrica in modo da commettere sempre meno errori, aumentando partita dopo partita il loro “record” personale.<br>Attenzione però: immaginare che quei neuroni stiano pensando o agendo secondo una precisa volontà sarebbe un errore. Man mano che “imparano a giocare”, infatti, i &#8220;neuroni gamer” del DishBrain si auto-organizzano in circuiti sempre più funzionali. Si tratta di un meccanismo simile a quello che succede quando impariamo qualcosa, ma in questo caso non all’interno un cervello, bensì su un microchip, dando una dimostrazione dell’incredibile plasticità delle cellule nervose: la capacità di plasmare la struttura delle loro connessioni in risposta alle esperienze.</p>



<p>Ora i neuroni gamer giocano a DOOM<br>Vedere un computer controllato da neuroni giocare a Pong è indubbiamente un grande traguardo bio-tecnologico. Eppure, il pubblico del web difficilmente si lascia sorprendere ed è noto per le sue richieste stravaganti. Così, il video pubblicato dai ricercatori australiani sui “neuroni gamer” è stato rapidamente sommerso da una miriade di commenti, quasi tutti con la stessa domanda: “riesce a giocare a Doom?”.<br>Per chi non è appassionato di retrogaming, Doom è un celebre sparatutto in prima persona in cui il videogiocatore veste i panni di un marine spaziale in missione su Marte per fermare un’invasione di demoni e zombie. Il gioco esplose negli anni ’90, quando nelle sale giochi di tutto il mondo i videogiocatori si riunivano per esplorare il suo mondo tridimensionale, fatto di trappole e nemici da sparare ad ogni angolo. Insomma, una dinamica di gioco e di interazione decisamente più complessa rispetto al semplice Pong.<br>La risposta di Cortical Labs alla sfida del web non si è fatta attendere: sfida accettata. Così, a Marzo 2026, l’azienda australiana ha pubblicato un nuovo video in cui mostra CL1: il primo computer biologico, guidato da una rete di circa 200.000 neuroni, capace di esplorare il mondo di DOOM e sparare ai nemici. Certo, come ammesso dalla stessa azienda, i CL1 non sono ancora dei professionisti (come si direbbe nel gergo del gaming: non sono dei &#8220;pro player&#8221;), e giocano un po’ come dei bambini alle prime armi. Ma se si considera che a controllare il personaggio è una rete di neuroni , i quali ricevono e inviano segnali elettrici attraverso un minuscolo microchip, l’impresa risulta senza dubbio affascinante. E soprattutto, in maniera simile a un essere umano o una AI, più giocano, più migliorano. Insomma, imparano.<br>I dettagli sperimentali non sono stati ancora pubblicati in alcun paper peer-reviewed, ma è plausibile che il sistema utilizzi principi simili a quelli già impiegati per Pong, integrati con algoritmi più avanzati e una migliore interazione tra computer e neuroni.</p>



<p>Una sfida per il futuro<br>L’obiettivo dichiarato dell’azienda è sviluppare macchine guidate da intelligenze biologiche sintetiche sempre più sofisticate, che potrebbero essere utilizzate per studiare la risposta dei neuroni a farmaci o malattie, indagare i meccanismi biologici alla base dell’intelligenza e persino creare nuove forme di “intelligenza” più efficienti, flessibili e sostenibili delle attuali AI. Il tutto sfruttando la più sorprendente e caratteristica proprietà delle cellule nervose: la capacità di “sentire” l’ambiente circostante e riorganizzarsi adattandosi a esso.</p>



<p></p>
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		<title>A noi due mandarino!</title>
		<link>https://noreporter.org/a-noi-due-mandarino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 22:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Giappone l'affronta negli abissi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>wired.it</p>



<p>Si chiama Minamitorishima ed è un piccolo atollo dell&#8217;oceano Pacifico. È una delle isole più remote dell&#8217;immenso arcipelago del Giappone, tanto da trovarsi a quasi duemila chilometri a sudest di Tokyo. Eppure, proprio dalle profondità marine di Minamitorishima potrebbe arrivare il regalo più desiderato dalla premier Sanae Takaichi.</p>



<p>È lì, nelle profondità marine comprese tra i 5.000 e i 6.000 metri nelle profondità marine, che nei giorni a cavallo del voto un gruppo di ricercatori giapponesi è riuscito in quella che molti hanno definito una vera e propria mission impossible: il recupero di sedimenti contenenti terre rare da uno dei giacimenti sottomarini più promettenti scoperti negli ultimi anni. L&#8217;impresa è destinata a rafforzare il ruolo che il Giappone ricopre nel sempre più cruciale settore delle terre rare, elemento centrale della guerra commerciale tra la Cina (che negli anni ha costruito una posizione dominante che ora fa pesare nei suoi rapporti bilaterali) Stati Uniti. Il Giappone è infatti l’unico grande paese industriale che, pur rimanendo parzialmente esposto, è riuscito a ridurre in modo significativo la propria dipendenza da Pechino.</p>



<p>Il governo giapponese ha definito il risultato “un traguardo significativo in termini di sicurezza economica e sviluppo marittimo complessivo”, sottolineando che le analisi in corso dovranno ora determinare con precisione la quantità e la qualità degli elementi presenti nei campioni estratti. Ma al di là dell’aspetto tecnico, il valore dell’impresa è soprattutto strategico.</p>



<p>Le terre rare sono un gruppo di 17 metalli fondamentali per le tecnologie avanzate: entrano nella produzione di magneti ad alta resistenza per veicoli elettrici, turbine eoliche, dispositivi elettronici, semiconduttori, sistemi radar e missili. Elementi come il disprosio e l’ittrio, di cui l’area intorno a Minamitorishima conterrebbe riserve stimate rispettivamente per 730 e 780 anni di consumo, sono diventati materiali critici per l’industria moderna e per la difesa. Secondo alcune stime, il giacimento sottomarino giapponese potrebbe contenere oltre 16 milioni di tonnellate di terre rare, configurandosi come la terza riserva mondiale.</p>



<p>Lo shock del 2010 e la svolta strategica<br>La corsa di Tokyo verso l’autosufficienza mineraria non comincia oggi. Affonda le sue radici nel 2010, quando una crisi diplomatica con Pechino fece emergere brutalmente la vulnerabilità giapponese.</p>



<p>Dopo l’incidente tra un peschereccio cinese e due unità della guardia costiera giapponese nei pressi delle isole Senkaku, la Cina bloccò per circa due mesi le esportazioni di terre rare verso il Giappone. All’epoca Tokyo dipendeva da Pechino per oltre il 90% delle proprie importazioni di questi materiali. L’embargo provocò il panico nell’industria, in particolare nel settore automobilistico, e i prezzi globali delle terre rare aumentarono di dieci volte nel giro di un anno.</p>



<p>Quella crisi rappresentò uno shock strategico. A differenza di altri paesi industriali, che in quegli anni considerarono l’episodio come una tensione circoscritta o temporanea, Tokyo lo interpretò come un segnale strutturale: la dipendenza eccessiva da un unico fornitore, per di più un rivale regionale, costituiva un rischio esistenziale per una economia avanzata e fortemente industrializzata. Da quel momento il Giappone ha cambiato radicalmente strategia. Il governo varò un pacchetto straordinario di misure: investimenti in tecnologie per ridurre l’uso di terre rare, sviluppo di materiali alternativi, potenziamento del riciclo, acquisizione di partecipazioni in miniere all’estero – in particolare in Australia, con il sostegno al gruppo Lynas – e creazione di scorte strategiche.</p>



<p>Grazie a questa politica, la dipendenza dalla Cina è scesa progressivamente, fino a toccare negli ultimi anni una quota intorno al 50%, un risultato che nessun altro è riuscito a ottenere con la stessa efficacia. Il fattore decisivo per il successo della strategia è stato l&#8217;approccio integrato.</p>



<p>Il Giappone non si è limitato a cercare nuovi fornitori, ma ha lavorato contemporaneamente su più fronti: riduzione dei consumi, innovazione tecnologica, riciclo, investimenti all’estero, stoccaggio strategico. Le imprese giapponesi, con il sostegno pubblico, hanno investito nello sviluppo di magneti che utilizzano quantità inferiori di disprosio. Parallelamente, sono stati promossi programmi di ricerca su materiali alternativi. Questo aspetto è fondamentale: ridurre la dipendenza non significa solo cambiare fornitore, ma anche diminuire il fabbisogno strutturale.</p>



<p>Scorte, innovazione e vantaggio competitivo<br>Un altro fattore fondamentale, secondo gli analisti, è lo stoccaggio. Il governo giapponese ha creato riserve strategiche di terre rare per attenuare eventuali interruzioni temporanee delle forniture. Questa scelta, apparentemente semplice, richiede però una visione di lungo periodo e una disponibilità di capitale che non tutti i Paesi hanno voluto o potuto mobilitare. Le scorte non eliminano la dipendenza, ma offrono tempo prezioso in caso di shock, consentendo all’industria di adattarsi senza blocchi immediati.</p>



<p>A questi elementi si aggiunge una caratteristica strutturale dell’economia giapponese: l’elevata integrazione tecnologica. Il Giappone non è solo un importatore di terre rare, ma un attore avanzato nella loro trasformazione in componenti ad alto valore aggiunto. Questa competenza ha facilitato l’innovazione e la riduzione dell’intensità d’uso dei materiali critici. In altre parole, la capacità di fare più con meno è diventata un vantaggio competitivo.</p>



<p>Nonostante questi progressi, il Giappone non ha eliminato del tutto la dipendenza dalla Cina. Pechino continua a dominare la raffinazione globale, soprattutto per le terre rare pesanti. Negli ultimi mesi, le tensioni tra Tokyo e Pechino si sono nuovamente intensificate. Dopo le dichiarazioni di Takaichi sulla possibilità di reagire militarmente a un eventuale attacco cinese a Taiwan, Pechino ha iniziato a rallentare o limitare le esportazioni di terre rare, magneti e materiali a duplice uso. Le misure avrebbero già avuto ripercussioni su imprese giapponesi attive nei settori automobilistico, dei semiconduttori e della difesa.</p>



<p>L’asse con Washington e il Quadro di Tokyo<br>È in questo contesto che la “missione Minamitorishima” assume una dimensione ancora più marcata. L’estrazione dai fondali marini non è solo una sfida ingegneristica, ma una dichiarazione di intenti: ridurre in modo strutturale la vulnerabilità strategica del Paese. C&#8217;è un problema: nonostante il successo della missione sui fondali marini, sfruttare un giacimento a 6.000 metri di profondità comporta costi enormi e tecnologie altamente sofisticate.</p>



<p>Ed è qui che entrano in gioco gli Stati Uniti. Nel corso della visita del presidente statunitense a Tokyo, lo scorso ottobre, Takaichi e Donald Trump hanno firmato un accordo di cooperazione sulle terre rare e sui minerali critici, definito Quadro di Tokyo. L’intesa prevede investimenti pubblici e privati congiunti, la creazione di meccanismi bilaterali di coordinamento e un Gruppo di risposta rapida USA-Giappone per monitorare eventuali crisi nelle catene di approvvigionamento. Washington garantirà finanziamenti e supporto tecnologico per le operazioni di estrazione previste per il 2026, ottenendo in cambio un accesso privilegiato alle risorse.</p>



<p>Takaichi ha confermato questi impegni anche durante l&#8217;incontro con Trump alla Casa Bianca del 19 marzo e mira a rafforzare ulteriormente l&#8217;accordo. &#8220;Spero in un impegno totale degli Stati Uniti&#8221;, ha detto la premier giapponese in riferimento alla cooperazione sulle terre rare di Minamitorishima, prima di siglare un&#8217;ulteriore intesa con il presidente francese Emmanuel Macron a fine marzo. Se lo sfruttamento industriale dovesse rivelarsi sostenibile dal punto di vista economico e ambientale, il Giappone disporrebbe di una risorsa notevole per garantire forniture stabili e ridurre ulteriormente la dipendenza dalla Cina, ancora invece fortissima altrove, Europa compresa.</p>
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		<title>Non sono gnomi, però</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 22:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Colored]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si divertono e ci possono beffare</p>
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<p>focus.it</p>



<p>Qui in Italia i procioni non sono ancora residenti fissi, si contano solo poche popolazioni sparse soprattutto tra Lombardia e Toscana. Per questo, a differenza di chi vive negli Stati Uniti, non siamo abituati ai loro scherzetti: sono animali estremamente curiosi, famosi ad esempio per la loro passione per i bidoni della spazzatura. Ora un nuovo studio pubblicato su Animal Behaviour rivela che la loro curiosità è una spinta potentissima, più impellente anche della ricerca di cibo. Gli autori hanno dimostrato infatti che questi animali si divertono a risolvere enigmi, anche quando l&#8217;unica ricompensa è la soddisfazione di avercela fatta.<br>L&#8217;importante è il puzzle, non il premio. Come facciamo a conoscere le motivazioni dietro al comportamento dei procioni? Il team della University of British Columbia che ha condotto lo studio ha messo alla prova un gruppo di procioni, proponendo loro un puzzle box, una scatola contenente un singolo marshmallow (del quale questi animali vanno ghiotti) e dotata di nove diversi ingressi possibili, ciascuno sbarrato da una qualche forma di enigma. Si andava da semplici chiavistelli a sistemi più complessi che prevedevano l&#8217;uso di leve e porte scorrevoli. Ogni enigma era classificato come &#8220;facile&#8221;, &#8220;medio&#8221; o &#8220;difficile&#8221; da risolvere.<br>Per la sorpresa di nessuno dei presenti, i procioni sono riusciti a risolvere tutti i puzzle. Quello che ha stupito i ricercatori, però, è che una volta recuperato il marshmallow i procioni non smettevano di cimentarsi negli enigmi: alcuni esemplari li hanno risolti addirittura tutti e nove, pur sapendo di avere già recuperato l&#8217;unica ricompensa presente all&#8217;interno. Secondo gli autori dello studio, è un segnale molto chiaro del fatto che ai procioni interessi assimilare informazioni e che per loro sia una ricompensa valida tanto quanto un marshmallow.</p>



<p>La lezione di arrampicata di mamma procione<br>Come al ristorante. Un&#8217;altra peculiarità del metodo dei procioni è che è flessibile. Di fronte agli enigmi più semplici, i soggetti studiati hanno sperimentato una vasta gamma di soluzioni per scoprire quale fosse la più efficace. I puzzle più difficili sono invece stati risolti sempre nello stesso modo. Gli autori dello studio paragonano questa differenza alla scelta che facciamo quando andiamo in un ristorante: «Ordini il tuo piatto preferito o qualcosa di nuovo? Quando il rischio è alto &#8211; scrivono &#8211; per esempio di fronte a un piatto sconosciuto e costoso, è più facile che la soluzione sia la prima, perché è più sicura».<br>I procioni fanno lo stesso ragionamento: quando esplorare non comporta grandi rischi (nel caso dell&#8217;esperimento, ad esempio, quando risolvere gli enigmi era facile), ci si dedicano con gusto. Quando le cose si fanno più difficili, invece, preferiscono prima assicurarsi di avere la loro ricompensa. Secondo gli autori, uno studio del genere è fondamentale: i procioni hanno una reputazione secolare, con aneddoti che sfiorano il folklore, ma ci sono pochissime prove empiriche e scientificamente documentate di quanto siano intelligenti. E soprattutto curiosi.</p>
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		<title>I moschettieri</title>
		<link>https://noreporter.org/i-moschettieri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 22:45:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storia&sorte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Romanzati, leggendari, ma veri</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>wired.it</p>



<p>D’Artagnan è realmente vissuto. Che le avventure alla base de I Tre Moschettieri siano almeno in parte reali si sa da sempre. Recente è invece la notizia che i resti di Charles de Batz de Castelmore, conte d&#8217;Artagnan, sarebbero stati ritrovati in una chiesa nei pressi di Maastricht. Molti, leggendo, hanno sorriso: come se si fossero ritrovato i resti di Paperino o di qualche altro personaggio immaginario. E invece non si tratta di una bufala, né di una notiziola sciocca e ingenua. Certo, occorreranno altri studi e il test del Dna, ma resta il fatto che lo stesso Dumas, nella prefazione al suo romanzo spiegava: “circa un anno fa, mentre facevo delle ricerche alla Biblioteca Reale per la mia storia di Luigi XIV, mi capitarono tra le mani, per combinazione, le Memorie del Signor d’Artagnan, stampate ad Amsterdam da Pietro Rouge. Il titolo mi sedusse: col permesso del direttore della biblioteca portai con me il libro e, naturalmente, lo divorai”.</p>



<p>Il quarto moschettiere<br>Le Memorie sono in realtà una pseudo autobiografia, un lavoro già romanzato di Gatien de Courtilz, signore di Sandras: l’autore fu a sua volta moschettiere e raccolse le testimonianze di un compagno d&#8217;armi del vero d&#8217;Artagnan. Pubblicate nel 1700, le Memoires costituiscono dunque il nucleo del romanzo di Dumas. È stato poi il genio del grande scrittore a trasformare queste note in un’opera d’arte. Ancora nella prefazione si legge: “mi accontenterò di indicare quest’opera curiosa a quelli tra i miei lettori che apprezzano i quadri storici. Vi troveranno ritratti sbozzati da mano maestra e, benché questi schizzi siano per lo più tracciati sulle porte delle caserme o sui muri, vi riconosceranno egualmente rassomiglianti (…) le immagini di Luigi XIII, di Anna d’Austria, di Richelieu, di Mazzarino e di molti altri cortigiani di quell’epoca&#8221;. E d’Artagnan? &#8220;Figuratevi don Chisciotte a diciott’anni, ma un don Chisciotte senza corazza e senza cosciali, vestito di una giubba di panno il cui blu originario si era trasformato in una sfumatura indescrivibile di feccia di vino e d’azzurro pallido. Viso ovale e bruno dagli zigomi salienti, segno indubbio di astuzia; muscoli mascellari enormemente sviluppati, indizio infallibile in cui si riconosce il guascone, anche senza berretto”. Così ne I tre moschettieri Dumas presenta il suo protagonista, un giovane dall’aspetto certo poco marziale e per nulla eroico, che si fa strada in sella a un improbabile cavallo giallo. Anche questo dettaglio contribuisce a introdurre d’Artagnan in modo che il lettore sia incuriosito mentre sorride. Il Guascone ha un unico grande desiderio, quello di entrare a far parte del corpo dei Moschettieri del Re, e il suo viaggio ha come meta l’anticamera del signor di Tréville, capitano della guardia. Ancora nella prefazione, Dumas racconta come d’Artagnan, quello storico, si sia recato davvero in quell’anticamera, dove secondo le Memoires incontrò “tre giovani soldati dell’illustre corpo nel quale desiderava ardentemente entrare, che si chiamavano: Athos, Porthos e Aramis. (…) Non avemmo più pace finché non trovammo, nelle opere del tempo, una qualsiasi traccia di questi nomi strani che avevano in sì fatto modo risvegliato la nostra curiosità”.</p>



<p>Tutti per uno<br>E anche i tre moschettieri hanno un loro archetipo originale nella realtà. Dumas racconta ancora di aver a fatica scovato un manoscritto in folio intitolato Memoria del signor conte de La Fère: “S’immagini quale fu la nostra gioia – scrive – allorché sfogliando questo manoscritto ritrovammo alla ventesima pagina il nome di Athos, alla ventisettesima il nome di Porthos e alla trentunesima il nome di Aramis”. Le figure storiche di questi personaggi corrispondono rispettivamente ad Armand de Sillègue d’Athos d’Hauteville, cugino del capitano de Tréville, anch’egli realmente esistito, ad Isaac de Portau e a Henri d’Aramitz, abate, militare e agente segreto, oltre che cugino di Athos. Le loro sono state vite certamente avventurose, anche se non quanto quelle dei personaggi nati dalla penna di Dumas. Eppure Charles de Batz de Castelmore, conte d&#8217;Artagnan, è stato un modello per il d’Artagnan letterario in molti sensi: guascone, nato da una famiglia nobile ma poco danarosa, prestò servizio militare prima nelle guardie e poi, nel 1644 entrò a far parte dei Moschettieri e le vicende della sua biografia sono degne di quelle del suo omonimo letterario: capitano, spia, combattente, politico, partecipò alle azioni e alle trame che hanno segnato l’epoca, muovendosi tra i regni di Luigi XIII e XIV. Fu quest’ultimo a nominarlo governatore di Lille, al confine tra Francia e Paesi Bassi. Proprio in questa zona, durante l’assedio di Maastricht fu colpito dalla pallottola che gli fu fatale, nel 1673: d’Artagnan aveva 58 anni quando morì. L’ultimo capitolo dell’ultimo romanzo della trilogia dedicata ai moschettieri, Il Visconte di Bragelonne, si intitola La morte del signor d’Artagnan. Durante l’assedio all’ultima fortezza nemica in frisia, il Guascone riceve dal Re la nomina a Maresciallo di Francia. Ma nell’atto di aprire il cofanetto contenente il messaggio viene colpito al petto da un proiettile. “Allora stringendo con la mano raggrinzita il bastone ricamato di fiordalisi d’oro, abbassò su di esso gli occhi che non avevano più la forza di guardare il cielo, e cadde mormorando queste parole strane, che parvero ai soldati sorpresi parole cabalistiche, parole che avevano rappresentato un tempo tante cose sulla terra, e che nessuno, eccettuato quel moribondo, comprendeva più: «Athos, Porthos, arrivederci. Aramis, addio per sempre!» Dei quattro valorosi, di cui abbiamo narrato la storia, non restava che un corpo solo: Dio aveva ripreso le anime”. Cala il sipario sull’eroe e su un’epoca. Accanto allo scheletro ritrovato a Maastricht è stata rinvenuta la pallottola, causa probabile della morte: se si tratti veramente di Charles de Batz de Castelmore, conte d&#8217;Artagnan verrà stabilito dal test del DNA eseguito su un discendente della famiglia. A noi resta in ogni caso la memoria di fatti storici reali e l’immaginazione che fa vivere per sempre eroi trasfigurati dall’arte, che nella mente dei lettori non possono morire.</p>
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		<title>Paint in black</title>
		<link>https://noreporter.org/paint-in-black/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 22:12:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cuore nero</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>wired.it</p>



<p>Si è formato nella prima frazione di secondo dopo il Big Bang. È questo ciò che rende speciale un buco nero primordiale. E che ora, grazie a un recente segnale del Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (Ligo), potremmo aver finalmente ottenuto la prima prova diretta della sua esistenza. A raccontarlo in uno studio pubblicato sul server pre-print arXivsono stati gli astrofisici Alberto Magaraggia e Nico Cappelluti, dell&#8217;Università di Miami, che, sebbene potrebbero volerci ancora tempo per dimostrarlo, potrebbero essere sul punto di scoprire l&#8217;esistenza dei buchi neri primordiali e il ruolo che svolgono in uno dei più grandi misteri della cosmologia.</p>



<p>I buchi neri primordiali<br>I buchi neri, ricordiamo brevemente, sono solitamente causati dal collasso di una stella supernova, ma gli scienziati hanno a lungo ipotizzato che i buchi neri primordiali potessero essere esistiti anche nei primissimi istanti dell&#8217;Universo, senza la necessità di una stella. Fino ad oggi, tuttavia, questi fenomeni cosmici sono puramente teorici, ma se confermati potrebbero finalmente aiutarci a spiegare diverse cose, tra cui la natura della materia oscura, la sostanza invisibile che costituisce circa l&#8217;85% di tutta la materia nell&#8217;Universo. &#8220;Crediamo che il nostro studio contribuirà a confermare la loro effettiva esistenza&#8221;, ha commentato Cappelluti.</p>



<p>Il segnale captato da Ligo<br>Il nuovo studio si basa sulla recente potenziale scoperta di un buco nero subsolare, quando un segnale insolito captato da Ligo ha indicato una collisione in cui uno degli oggetti pesava meno di una massa solare, suggerendo la potenziale presenza di un buco nero primordiale. &#8220;I buchi neri più comuni si formano a seguito di una supernova, ovvero la morte di una stella massiccia&#8221;, ha spiegato l&#8217;esperto. &#8220;Pertanto, le loro masse possono variare da poche volte la massa del Sole a miliardi di masse solari”. I buchi neri primordiali, d&#8217;altra parte, dovrebbero avere masse molto inferiori.</p>



<p>Il rilevamento di un buco nero primordiale<br>Sebbene non sia escluso che il segnale sia un falso allarme dovuto al rumore generato dai giganteschi rivelatori di Ligo, gli autori del nuovo studio sono convinti che l&#8217;esistenza di un buco nero primordiale con massa subsolare sia la spiegazione più probabile. Stimando quanti buchi neri primordiali possono esistere nell&#8217;Universo e quanti di questi Ligo dovrebbe essere in grado di rilevare, sono infatti giunti alla conclusione che i buchi neri subsolari come quello che Ligo potrebbe aver osservato dovrebbero essere effettivamente rari, coerentemente con la scarsa frequenza con cui tali eventi sono stati osservati finora. “Il nostro studio suggerisce che la spiegazione più plausibile per il segnale Ligo, che non trova alcuna spiegazione astrofisica convenzionale, sia il rilevamento di un buco nero primordiale&#8221;, ha commenta Cappelluti. &#8220;E la nostra ricerca indica che questi buchi neri primordiali potrebbero rappresentare una parte significativa, se non la totalità, della materia oscura”.</p>



<p>Studi futuri<br>Dato che servirà ancora molto lavoro per far luce sul segnale di Ligo, bisognerà aspettare sperando che l&#8217;osservatorio rilevi un altro segnale insolito proveniente da quello che potrebbe essere un buco nero primordiale. Inoltre, con il continuo aggiornamento di Ligo e l&#8217;entrata in funzione di nuovi strumenti, come l&#8217;Interferometer Space Antenna (LISA) dell&#8217;Agenzia spaziale europea, un rilevatore di onde gravitazionali il cui lancio è previsto per il 2035, potremmo riuscire a individuare un numero maggiore di buchi neri primordiali per verificarne l&#8217;esistenza. “Ligo ha raccolto prove molto forti dell&#8217;esistenza di questi tipi di buchi neri. Ma dovremo rilevare un altro segnale simile, o anche diversi altri, per avere la conferma definitiva della loro esistenza&#8221;, ha concluso Cappelluti. &#8220;Quel che è certo è che non si può escludere la loro esistenza&#8221;.</p>
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		<title>Germania antichissima</title>
		<link>https://noreporter.org/germania-antichissima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 22:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Erdstall</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>vitelloniristogrill.it</p>



<p>Durante normali lavori di scavo legati a un futuro parco eolico, un’équipe di ricerca ha intercettato una struttura che sembrava una tomba neolitica. Poco alla volta, però, quella che appariva come una semplice sepoltura si è trasformata in qualcosa di molto diverso: un tunnel medievale scavato dentro un’area funeraria preistorica, utilizzata per migliaia di anni. Un vero “palinsesto” di epoche sovrapposte.</p>



<p>Un cunicolo medievale dove si pensava a una tomba<br>Lo scavo si trova nel distretto del Harz, zona centrale della Germania, in un’area collinare nota come Dornberg. Gli archeologi stavano eseguendo indagini preventive, pratica ormai standard prima di grandi opere come impianti energetici e infrastrutture.<br>All’inizio la struttura individuata sembrava rientrare nello schema di una classica sepoltura del Neolitico: una fossa allungata, lunga circa due metri, chiusa da una grande lastra di pietra. Tutto faceva pensare a una tomba antichissima, in linea con quanto già noto per la collina.<br>Procedendo con la rimozione dei sedimenti, però, il quadro è cambiato. La cavità non si esauriva in superficie: continuava a scendere nel terreno, curvando e allungandosi sotto il cimitero preistorico. A quel punto gli studiosi hanno capito di avere davanti non una semplice sepoltura, ma l’accesso a un sistema sotterraneo più complesso.</p>



<p>Che cos’è un “Erdstall”<br>La galleria individuata appartiene alla categoria degli “Erdstall”, termine tedesco con cui si indicano cunicoli artificiali, scavati a mano, spesso molto stretti e con piccoli allargamenti che formano camere laterali.<br>Gli Erdstall sono labirinti sotterranei medievali, distribuiti soprattutto nell’Europa centrale, difficili da datare e circondati da ipotesi sul loro uso reale.<br>Nel caso del sito del Harz, la presenza di frammenti di ceramica del basso Medioevo ha permesso di collocare il tunnel in un periodo compreso tra il XIII e il XV secolo. Le pareti mostrano piccole cavità, nicchie e blocchi di pietra sistemati in modo da sostenere parte della struttura, segnali evidenti di un lavoro pianificato.</p>



<p>Gli archeologi hanno riconosciuto alcune caratteristiche tipiche di questo tipo di gallerie:<br>sezioni molto strette, che costringono a procedere carponi o strisciando<br>cambi di direzione improvvisi, come in un piccolo labirinto<br>camere leggermente più ampie, con possibile funzione di sosta o deposito<br>assenza di veri e propri ingressi monumentali in superficie<br>Un cimitero usato per 6.000 anni<br>Il contesto rende la scoperta ancora più singolare. La collina di Dornberg era già nota per ospitare un’area funeraria molto antica. Nella stessa zona convivono:<br>Lo stesso rilievo, quindi, viene usato per millenni come luogo dei morti, poi scelto da qualcuno in epoca medievale per aprire un sistema di gallerie. Un caso da manuale di riutilizzo del paesaggio, dove ogni generazione sovrappone i propri significati a quelli precedenti, senza cancellarli del tutto.</p>



<p>Perché scavare un tunnel in un antico cimitero?<br>La domanda centrale rimane il motivo. Per quale ragione, nel Medioevo, qualcuno avrebbe dovuto intraprendere il faticoso lavoro di scavare cunicoli stretti e scomodi proprio sotto un’area funeraria preistorica?<br>Una delle spiegazioni considerate dagli studiosi è quella del rifugio. La collina di Dornberg presenta già per sua natura un profilo difendibile: rilievi, fossati antichi, dislivelli. In un periodo segnato da conflitti locali, razzie e insicurezza, un sistema di gallerie nascosto poteva offrire:<br>una via di fuga quasi invisibile da lontano<br>un luogo dove mettere al sicuro oggetti preziosi o provviste<br>uno spazio nascosto per attendere il passaggio di un esercito nemico<br>Il fatto che gli ingressi degli Erdstall siano spesso poco evidenti si adatta bene a questa funzione: non servivano a ospitare la vita quotidiana, ma a sparire per qualche ora o qualche giorno.</p>



<p>L’ipotesi rituale: tra sacro e paura<br>La seconda ipotesi tocca un aspetto più simbolico. Costruire gallerie in un antico cimitero significa intervenire in un luogo già carico di memoria e di timore. La sola presenza di tombe molto antiche poteva bastare a scoraggiare l’accesso dei curiosi, rendendo il sito una sorta di “zona proibita”.<br>Alcuni ricercatori suggeriscono che cunicoli così angusti, dove è necessario strisciare nel buio, possano aver avuto un ruolo in pratiche di tipo rituale o iniziatico. Passaggi stretti, salti di quota, camere chiuse: un ambiente ideale per creare sensazioni di limite, prova, rinascita simbolica.<br>Passare in spazi bui e soffocanti, nel silenzio sottoterra, può assumere un valore simbolico legato al mondo dei morti, al passaggio, alla trasformazione.<br>Non ci sono prove dirette – testi scritti o oggetti chiaramente legati al culto – ma il contesto funerario plurimillenario e la scelta consapevole del luogo rendono questa spiegazione plausibile per una parte almeno dell’uso del tunnel.</p>



<p>Un “puzzle” ancora aperto per l’archeologia europea<br>La scoperta nel distretto del Harz si inserisce in un quadro più ampio. In vari paesi dell’Europa centrale esistono sistemi di gallerie simili, documentati già da decenni, e spesso la discussione oscilla tra uso pratico e significato simbolico.<br>Gli archeologi tedeschi intendono proseguire lo studio del sito con analisi mirate:<br>rilievo 3D dettagliato del tunnel e delle sue ramificazioni<br>studio dei sedimenti interni, per rintracciare tracce di fumo, resti organici o impronte<br>confronto con altri Erdstall dell’area germanica e austriaca<br>Ogni nuovo dato può aiutare a capire se si tratta soprattutto di rifugi temporanei, di spazi con una forte carica rituale o di strutture che combinavano entrambe le funzioni a seconda delle circostanze storiche.</p>



<p>Perché i siti “a strati” interessano tanto gli studiosi<br>Luoghi come Dornberg, dove si sovrappongono cultura neolitica, età del bronzo e Medioevo, sono vere miniere per chi studia il rapporto fra comunità e territorio.</p>



<p>Un singolo rilievo collinare può raccontare:<br>la scelta di aree adatte ai riti funerari nel Neolitico<br>il passaggio a tombe monumentali nell’età del bronzo<br>il riuso medievale di spazi “carichi” di memoria come punti di rifugio o luoghi liminali<br>Questi “strati” materiali permettono di seguire continuità e rotture: cosa viene rispettato, cosa viene riadattato, cosa viene dimenticato. Il tunnel medievale nel cuore di un cimitero di 6.000 anni fa rende visibile, letteralmente scavandola, questa lunga relazione tra vivi, morti e paesaggio.</p>



<p>Operare in un Erdstall comporta sfide particolari. Gli ambienti sono angusti, l’aria circola poco, e ogni movimento rischia di danneggiare tracce delicate. Per questo le squadre utilizzano spesso:<br>lampade frontali a luce fredda, che non scaldano e non alterano i materiali<br>scanner laser e fotogrammetria, per registrare la forma del tunnel senza bisogno di interventi invasivi<br>sistemi di sostegno temporaneo, nel caso in cui tratti di volta risultino fragili<br>Lo scopo non è solo “vedere cosa c’è”, ma capire come il tunnel è stato scavato, quali strumenti sono stati usati, quanto tempo potrebbe essere servito e quante persone erano coinvolte. Tutti indizi che contribuiscono a ricostruire la storia sociale nascosta sotto quella collina tedesca apparentemente tranquilla.</p>



<p></p>
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		<title>Messaggi da Shambala</title>
		<link>https://noreporter.org/messaggi-da-shambala/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 22:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>O dal dio serpente</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>geopop.it</p>



<p>Nel sud dell&#8217;isola di Sulawesi, in Indonesia, è stato documentato il serpente selvatico più lungo mai misurato. Si tratta di una femmina di pitone reticolato (Malayopython reticulatus) lunga ben 7,22 metri e con un peso di 96,5 kg. La misurazione ufficiale avvenuta a gennaio 2026 ha fatto entrare di diritto questo esemplare nel Guinness World Record con un nuovo primato mondiale. Il pitone è stato soprannominato &#8220;Ibu Baron&#8221; che in italiano significa La Baronessa e ha battuto il record precedente del 1999 di un altro pitone reticolato di circa 25 centimetri. Infatti, la specie di serpenti costrittori (non velenosi) originaria dell&#8217;Asia sud-orientale è già nota per comprendere i serpenti più lunghi del mondo con una lunghezza media di 5-6 metri.</p>



<p>L’esemplare da record di pitone reticolato: 7,22 m di lunghezza<br>Il pitone reticolato (Malayopython reticulatus) selvatico più lungo mai misurato è stato scoperto a fine 2025 in Indonesia. Misurato con un metro e un nastro, gli esperti hanno registrato 7 metri e 22 centimetri – lungo come un camper o due utilitarie in fila – con un peso a stomaco vuoto di circa 96 kg. La Baronessa –&nbsp; Ibu Baron in lingua locale – è stata misurata completamente sveglia per evitarle i rischi dell&#8217;anestesia. Poiché i serpenti possono allungarsi fino al 10% in più quando i loro muscoli sono completamente rilassati sotto sedazione, gli scienziati sospettano che la sua lunghezza reale, se rilassata, potrebbe addirittura sfiorare gli 8 metri (7,90 m). Nel video qui sotto del Guinness dei Primati è possibile vedere la misurazione del serpente e comprenderne la lunghezza rispetto ad un uomo.<br>Il nome &#8220;reticolato&#8221; deriva proprio dal suo inconfondibile mantello &#8220;a rete&#8221; , che funge da camuffamento perfetto. Prima della recente scoperta, il primato per il serpente selvatico più lungo apparteneva a una femmina di 6,95 metri, misurata con prove ufficiali nel 1999 nel Borneo. Finora, però, abbiamo parlato solo di esemplari allo stato brado. Se passiamo ai serpenti cresciuti in cattività, il record spetta a… un altro pitone reticolato. Ospitata in Missouri (negli Stati Uniti), una femmina di nome &#8220;Medusa&#8221; ha raggiunto l&#8217;incredibile lunghezza di 7,67 metri.<br>Nonostante le loro dimensioni, i pitoni reticolati sono molto più in pericolo di quanto lo siamo noi a causa loro. Per questo motivo, gli esperti che si sono recati in Indonesia per misurare La Baronessa si sono affrettati consapevoli dei rischi che questi animali corrono a causa dell&#8217;uomo. Essendo predatori opportunisti, capita che si avvicinino ai centri abitati in cerca di prede, attaccando bestiame o animali domestici e, raramente, esseri umani. Per questo motivo, spesso vengono uccisi dagli abitanti locali per paura preventiva. Inoltre, ogni anno numerosi esemplari vengono cacciati e uccisi per alimentare il mercato della moda e delle medicine alternative.<br>Caratteristiche dei serpenti più lunghi del mondo: Malayopython reticulatus<br>Il pitone reticolato (Malayopython reticulatus) della famiglia Pythonidae&nbsp;è un serpente diffuso nel Sud-est asiatico, dal Bangladesh all’Indonesia e alle Filippine, anche se l’area che questa specie occupa non è netta e definita. La sua presenza è stata segnalata anche in alcune zone dell’India. Considerata la specie di serpente più lunga del mondo, in età adulta raggiunge una lunghezza media compresa tra i 5 e i 6 metri, ma come nel caso della Baronessa si possono anche superare i 7 metri.</p>



<p>Esemplare di pitone reticolato.<br>I numeri fuori dal comune dei pitoni reticolati non si fermano all&#8217;estensione, questi rettili infatti fanno anche registrare un peso medio di 75 kg con picchi oltre i 90. Anche Malayopython reticulatus, come altre specie di serpenti, presenta dimorfismo sessuale con le femmine che sono più grandi dei maschi. Nello specifico, le dimensioni del corpo raggiungono larghezze maggiori a parità (o quasi) di lunghezza. Nonostante queste cifre, il primato di serpente più pesante al mondo è delle femmine di anaconda verde&nbsp;(Eunectes murinus – E. akayima) che possono raggiungere addirittura i 300 kg quando sono in gravidanza o dopo aver mangiato una grossa preda.<br>La parola serpente viene subito associata nell&#8217;immaginario comune a &#8220;veleno&#8221;. Tuttavia, i pitoni reticolati non sono velenosi ma sono serpenti costrittori che immobilizzano le prede usando le possenti spire. La loro dieta è varia e comprende mammiferi, uccelli e, occasionalmente, anche altri rettili, anfibi e, essendo degli ottimi nuotatori, anche pesci.<br>Questa enorme specie non vive esclusivamente nelle foreste pluviali o nelle paludi ma è capace di adattarsi anche in aree urbane e piantagioni come le coltivazioni di palme da olio.</p>
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		<title>Da Amaterasu si riparte per la potenza</title>
		<link>https://noreporter.org/da-amaterasu-si-riparte-per-la-potenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 22:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per il ritorno del Sol Levante</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>money.it</p>



<p>Le terre rare sono sempre più indispensabili per l’industria tecnologica e, soprattutto, per la transizione energetica, poiché si tratta di elementi chimici fondamentali nella produzione di batterie, turbine eoliche, motori elettrici e dispositivi elettronici. Si prevede che la domanda di questi materiali aumenterà in modo significativo nei prossimi anni, spinta proprio dalla svolta green e dalla crescente elettrificazione dei sistemi produttivi. Per questo motivo è già partita una vera e propria corsa alle terre rare, con le principali potenze mondiali interessate a mettere le mani su nuovi giacimenti. Oggi la Cina domina il settore, controllando circa l’80-90% della raffinazione e oltre il 60% dell’estrazione globale. Tuttavia, una recente scoperta in Giappone potrebbe cambiare gli equilibri, anche se resta il problema, tutt’altro che banale, dell’estrazione.</p>



<p>Scoperto importante giacimento marino di terre rare in Giappone<br>In Giappone è stato individuato, sul fondale marino vicino all’isola di Minamitori, un enorme giacimento di terre rare, così esteso da poter coprire il fabbisogno globale per oltre 700 anni. La sfida principale riguarda però la profondità: queste risorse si trovano a circa 6.000 metri sotto il livello del mare, rendendo l’estrazione estremamente complessa. Nonostante le difficoltà, Tokyo sta accelerando i lavori per trovare soluzioni tecnologiche adeguate, anche perché il Paese dipende fortemente dalle importazioni cinesi. Riuscire a sfruttare questo giacimento rappresenterebbe quindi un’opportunità strategica di enorme portata, sostenuta anche dagli Stati Uniti.</p>



<p>Durante un recente vertice a Washington, il presidente Donald Trump e la leadership giapponese hanno presentato un piano d’azione congiunto volto a sviluppare alternative al dominio cinese nel settore delle terre rare. L’accordo prevede la creazione di un gruppo di lavoro congiunto per accelerare l’estrazione in acque profonde, includendo tredici progetti specifici legati alla filiera dei metalli critici. Inoltre, i due Paesi stanno valutando misure di politica commerciale, come l’introduzione di un prezzo minimo per i minerali, per evitare pratiche di dumping e garantire stabilità al mercato.</p>



<p>Per il Giappone, mettere le mani su questo giacimento è una priorità anche alla luce delle recenti tensioni con Pechino, che ha imposto restrizioni all’esportazione di alcuni minerali per motivi diplomatici. Il colosso giapponese dell’elettronica TDK Corp ha già segnalato difficoltà negli approvvigionamenti, evidenziando la vulnerabilità della catena produttiva.</p>



<p>ìIl progetto, tuttavia, resta estremamente complesso. Il giacimento è ricco di elementi strategici come disprosio e ittrio: il primo è essenziale per la produzione di magneti ad alte prestazioni utilizzati nei motori delle auto elettriche e nelle turbine eoliche, mentre il secondo trova impiego in tecnologie avanzate, dai laser ai sistemi di difesa. Secondo le stime, le riserve di questi materiali potrebbero soddisfare la domanda globale per oltre sette secoli. Nel deposito sono presenti anche altri elementi fondamentali, come neodimio, gadolinio e terbio.</p>



<p>Scavare a 6.000 metri di profondità, in condizioni di pressione estrema e in un ambiente ancora poco conosciuto, richiede però soluzioni ingegneristiche altamente avanzate. Il Giappone prevede di avviare i primi test nei primi mesi del 2027. C’è da affrontare poi anche la problematica dell’impatto ambientale: gli ambientalisti hanno già sollevato forti preoccupazioni per i possibili danni agli ecosistemi marini profondi, ancora in gran parte inesplorati. Le attività minerarie su larga scala potrebbero infatti causare danni irreversibili alla biodiversità, rendendo il progetto non solo una sfida tecnologica, ma anche etica e ambientale.</p>



<p></p>
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		<title>Questo sì che è super quark!</title>
		<link>https://noreporter.org/questo-si-che-e-super-quark/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 22:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il toponio</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>wired.id</p>



<p>Il toponio, una particella subatomica che fino a poco tempo fa era confinata solamente alla teoria, esiste. A confermarlo è stata una nuova misurazione effettuata dall&#8217;esperimento Cms (Compact Muon Solenoid) presso il Large Hadron Collider (Lhc) del Cern di Ginevra, che si è dimostrata coerente appunto con l&#8217;esistenza del toponio, la particella composta più massiccia mai osservata, l&#8217;unione momentanea di un quark top e del suo antiquark. Questo risultato, presentato la settimana scorsa alla conferenza Rencontres de Moriond, un appuntamento accademico di diffusione dei risultati di ricerche nel mondo della fisica, rafforza quindi l&#8217;osservazione dello scorso anno secondo cui i quark top potrebbero effettivamente accoppiarsi brevemente con le loro controparti di antimateria.</p>



<p>La materia<br>La maggior parte della materia, ricordiamo brevemente, è composta da atomi, nei quali gli elettroni sono legati ai protoni tramite la forza elettromagnetica. I protoni, tuttavia, non sono particelle elementari, ma appartengono a una famiglia di particelle subatomiche chiamate adroni (suddivisi in barioni e mesoni), a loro volta formati dai quark (che si differenziano in up, down, charm, strange, top e bottom), legati tra loro tramite la forza nucleare forte.<br>Tra questi, le più semplici sono le coppie di un quark con il proprio antiquark. Da decenni questi stati sono noti per ogni tipo di quark tranne il più sfuggente: il quark top, la particella elementare più pesante e dalla vita più breve conosciuta, scoperta per la prima volta più di 30 anni fa dall&#8217;acceleratore Tevatron vicino a Chicago.</p>



<p>Il quark top<br>La comunità scientifica, infatti, ha a lungo ipotizzato che il quark top decadesse troppo rapidamente per formare stati legati. Nonostante, infatti, gli esperimenti al Large Handron Collider siano riusciti a misurare l&#8217;entanglement quantistico tra quark top e antiquark, anche quando prodotto insieme al suo antiquark, il quark top decade prima che si possa formare uno stato legato. Tuttavia, le centinaia di milioni di coppie quark top-antiquark prodotte dal Lhc hanno fornito un insieme di dati così enorme che anche i fenomeni più rari hanno lasciato una traccia rilevabile.</p>



<p>Il toponio, la particella composta più massiccia<br>In questa ultima misurazione, i ricercatori sono riusciti a fornire, grazie a una nuova tecnica assistita dall&#8217;intelligenza artificiale, ulteriori prove dell&#8217;esistenza del toponio, la particella subatomica in cui il quark top e la sua controparte si legano fugacemente, completando così la famiglia di stati quark-antiquark legati dalla forza nucleare forte.<br>&#8220;Il toponio è più pesante del nucleo atomico più pesante conosciuto, l&#8217;oganesson, il che lo rende lo stato legato più massiccio mai osservato&#8221;, ha commentato Regina Demina, responsabile del gruppo Cma presso l&#8217;Università di Rochester. E ha aggiunto: &#8220;La sua scoperta approfondisce la nostra comprensione della forza nucleare forte e della sua capacità di legare i costituenti fondamentali della materia”.</p>



<p></p>
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		<title>Vantaggio Spagna</title>
		<link>https://noreporter.org/vantaggio-spagna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 22:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi deve partire quasi da zero va più veloce di chi deve innovare</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>hdblog.it</p>



<p>Negli ultimi anni la Spagna ha fatto grandi passi avanti verso la creazione di sistemi energetici più flessibili e sostenibili, e la recente entrata in funzione della più grande batteria al vanadio per ricerca applicata in Europa ne è una chiara dimostrazione. L’impianto, testato con successo nel centro tecnologico di Cubillos del Sil, nel nord-ovest del Paese, rappresenta un banco di prova avanzato per le tecnologie di accumulo a lunga durata, che potrà essere preso da esempio anche da altri paesi.<br>A quanto pare il progetto è stato sviluppato dalla Fundación Ciudad de la Energía, ente sostenuto dal governo spagnolo, che ha validato un sistema con una potenza di 1 megawatt e una capacità di accumulo pari a 8 megawattora. In effetti non si parla di una struttura pensata per l&#8217;accumulo energetico per l&#8217;utilizzo civile, quanto di una piattaforma sperimentale, con un modulo dedicato alla ricerca da 100 kilowatt e 800 kilowattora per test su nuove soluzioni.<br>Tecnologia molto promettente quella utilizzata, che si basa su elettroliti liquidi contenenti ioni di vanadio, una caratteristica che distingue queste batterie da quelle agli ioni di litio a cui siamo abituati.</p>



<p>In questo caso l’energia viene conservata in serbatoi esterni, e questo approccio ha il vantaggio di consentire una maggiore flessibilità tra potenza e capacità. Un altro aspetto interessante è il ciclo di vita, che viene dichiarato superiore ai 20 anni. Per quanto riguarda la durata di erogazione, questa può superare le 15 ore, caratteristica che la rende ideale per gestire l’intermittenza delle fonti rinnovabili.<br>Il sito ospita anche altre tecnologie, tra cui una batteria sodio-zolfo da 1 megawatt e 5,8 megawattora e un sistema agli ioni di litio da 600 kilowatt e 1,3 megawattora. Ultimo dettaglio, ma non per importanza, l’intero impianto è collegato a un parco solare da 2,2 megawatt, con una capacità complessiva di accumulo di circa 15 megawattora. Questo risulta sufficiente sufficiente a trattenere la produzione giornaliera nei momenti di picco.<br>Si parla di un investimento, pari a 6,4 milioni di euro, che è stato affidato alla società spagnola CYMI, la quale si è affidata a tecnologia sudcoreana.</p>
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