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	<title>admin, Autore presso NoReporter</title>
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	<title>admin, Autore presso NoReporter</title>
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		<title>Il bucaniere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 22:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'universo ricicla anche i vortici di vuoto</p>
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<p class="wp-block-paragraph">wired.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un gruppo internazionale di astrofisici ha trovato prove del fatto che l’universo ricicla i buchi neri, facendoli fondere tra loro per formarne altri più grandi. Le onde gravitazionali registrate negli ultimi anni mostrano che alcuni dei buchi neri più pesanti all’interno degli ammassi stellari presentano segnali chiari di essere di “seconda generazione”, cioè il prodotto di collisioni precedenti. Per questo non possono essere nati dal collasso di una stella massiccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I buchi neri impossibili<br>La teoria dell’evoluzione stellare spiega che, alla fine della vita delle stelle più massicce, il loro nucleo si comprime fino a formare un punto così denso da curvare lo spazio-tempo fino all’infinito. È il buco nero classico, con una massa compresa tra 10 e 40 volte quella del Sole. Esistono anche i buchi neri supermassicci, al centro delle galassie, con milioni o miliardi di masse solari, la cui origine è legata a processi avvenuti nei primissimi istanti dell’universo.<br>Tra questi due estremi compare però una categoria ancora discussa, quella dei buchi neri con una massa tra 40 e 100 volte quella del Sole. Sono troppo pesanti per nascere dalla morte di una stella, ma non abbastanza grandi da poter derivare dal collasso di una gigantesca nube di materia. La fisica stellare convenzionale li considera “impossibili”, eppure compaiono spesso nelle rilevazioni.<br>Gli astrofisici ipotizzano che questi buchi neri pesanti possano formarsi dalla fusione di due o più oggetti ultradensi più piccoli. L’idea è coerente, ma aveva bisogno di prove e, fino a tempi relativamente recenti, non esisteva un modo per ottenerle.<br>Poi sono entrati in scena i rivelatori di onde gravitazionali. Questi strumenti usano laser per misurare le microdistorsioni dello spazio-tempo generate dalla collisione di oggetti estremamente densi. La prima rilevazione, nel 2015, ha confermato una fusione tra buchi neri. Da allora, ogni nuovo segnale ha permesso di caratterizzare meglio queste strutture e di rivelare che queste collisioni avvengono molto più spesso di quanto immaginassimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La firma della seconda generazione<br>Lo studio, pubblicato il 7 maggio su Nature Astronomy, ha analizzato un catalogo di eventi transitori legati alle onde gravitazionali, raccolto dai tre principali osservatori al mondo. La banca dati includeva 153 rilevazioni affidabili di fusioni tra buchi neri e, tra queste, 34 riguardavano oggetti particolarmente pesanti.<br>Confrontando tutti i segnali, il gruppo di ricerca ha identificato due popolazioni distinte. I buchi neri più leggeri, fino a circa 40 masse solari, mostravano una rotazione lenta e orientata nella stessa direzione, come ci si aspetta da oggetti nati dal collasso di una stella. Superata una certa soglia, intorno alle 45 masse solari, è emersa invece una popolazione completamente diversa, composta da buchi neri più pesanti, che ruotano rapidamente e in direzioni caotiche. È una firma statistica che può comparire solo quando l’oggetto ha già partecipato a una fusione precedente.<br>“È esattamente la firma che ci aspetteremmo se i buchi neri si fondessero ripetutamente all’interno di densi ammassi stellari”, ha spiegato la dottoressa Isobel M. Romero-Shaw, coautrice della ricerca, in un comunicato dell’Università di Cardiff.<br>Finora non abbiamo osservato direttamente nessuno di questi buchi neri “impossibili”. A differenza di quelli supermassicci, non compaiono né nei raggi X né nello spettro visibile. Sappiamo però che esistono perché le loro collisioni fanno vibrare lo spazio-tempo, e quella vibrazione rivela masse che la fisica stellare non riesce a spiegare.<br>Lo studio mostra che i buchi neri più pesanti non nascono, ma vengono costruiti. Emergono da generazioni precedenti di collisioni e vengono assemblati negli ambienti più densi del cosmo.</p>
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		<title>Il nucleare da sotto il mare</title>
		<link>https://noreporter.org/il-nucleare-da-sotto-il-mare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 22:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un dopodomani rivoluzionario?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">hdblog.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sapevate che il combustibile nucleare necessario per alimentare i reattori nucleari potrebbe nascondersi tra le onde dei nostri oceani? Parliamo dell&#8217;uranio e la sfida è sempre stata quella di recuperarlo in modo efficiente. Eppure sappiamo che negli oceani ne sono sciolte circa 4,5 miliardi di tonnellate, il problema è che la sua concentrazione è talmente bassa che pescarlo è come cercare uno spillo in un pagliaio liquido. Pensate che la Cina voglia lasciarlo lì? Assolutamente no, e infatti lavora attivamente a soluzioni per estrarlo.<br>A tal proposito, un team di ricercatori dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze ha messo a punto una soluzione basata su minuscoli motori semoventi capaci di dare la caccia a questo elemento. Sviluppati presso l&#8217;Istituto dei Laghi Salati di Qinghai, questi dispositivi microscopici funzionano grazie a una struttura metallo-organica che trasforma la luce in movimento. A differenza dei vecchi sistemi, che restavano fermi aspettando che l&#8217;uranio vi si depositasse sopra, questi granelli spugnosi si muovono attivamente.<br>Pensate che hanno un diametro di appena 2 micrometri, e sono di fatto molto più sottili di un capello umano. Quando vengono immersi in acqua con una piccola quantità di perossido di idrogeno, iniziano a navigare a una velocità di circa 7 micrometri al secondo, ma sotto l&#8217;esposizione alla luce raddoppia quasi la loro velocità, dando loro una spinta energetica naturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il coordinatore della ricerca, Yongquan Zhou, ha spiegato che questi micro-motori non si limitano a vagare a caso e hanno comportamenti incredibilmente simili a quelli naturali, quasi come se fossero piccoli predatori che inseguono la preda. Questa capacità di navigazione attiva permette loro di raccogliere fino a 406 milligrammi di uranio per ogni grammo di materiale, trasformando poi l&#8217;elemento catturato in una forma minerale stabile, facile da separare e conservare in sicurezza.<br>Sappiamo che Pechino sta accelerando la costruzione di centrali nucleari, ma vuole nel contempo ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibile, e forse questo approccio potrebbe dare i soui frutti nel lungo termine. Tuttavia, la strada verso un utilizzo su larga scala è ancora lunga e ci sono ancora dei limiti tecnici, specialmente in ambienti ad altissima salinità come i laghi salati, che possono frenare i motori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Non solo orologi e cioccolato</title>
		<link>https://noreporter.org/non-solo-orologio-e-cioocolato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 22:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E neppure solo conti in banca</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">hwupgrade.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Svizzera è in costruzione quello che viene descritto come il più potente sistema di accumulo energetico basato su tecnologia redox-flow. Il progetto è guidato dal gruppo FlexBase e sorgerà a Laufenburg, nel cantone Argovia. L&#8217;obiettivo è immagazzinare grandi quantità di energia rinnovabile e contribuire alla stabilità delle reti elettriche svizzere ed europee.<br>Per ospitare l&#8217;impianto, è in corso lo scavo di una struttura sotterranea profonda circa 27 metri e lunga oltre due campi da calcio. Secondo quanto dichiarato dal cofondatore Marcel Aumer, il sistema sarà in grado di assorbire o immettere fino a 1,2 gigawattora di elettricità in pochi millisecondi, una capacità paragonabile alla potenza della Centrale nucleare di Leibstadt.<br>L&#8217;infrastruttura farà parte di un più ampio centro tecnologico che includerà un data center dedicato all&#8217;intelligenza artificiale, oltre a uffici e laboratori, per una superficie complessiva di circa 20.000 metri quadrati. L&#8217;entrata in funzione è prevista per il 2029 e si stima che il progetto possa generare circa 300 posti di lavoro. L&#8217;investimento, interamente privato, è compreso tra 1 e 5 miliardi di franchi svizzeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dettagli tecnici delle batterie redox-flow\<br>A differenza delle batterie agli ioni di litio, i sistemi redox-flow utilizzano elettroliti liquidi contenuti in grandi serbatoi. L&#8217;energia viene accumulata sotto forma chimica e poi convertita in elettricità attraverso celle dedicate. Questo tipo di tecnologia consente di immagazzinare energia prodotta da fonti rinnovabili, come sole e vento, per poi restituirla alla rete nei momenti di maggiore richiesta.<br>Il gestore della rete elettrica nazionale, Swissgrid, prevede di collegare l&#8217;impianto, segnando un passo importante per il sistema energetico svizzero. Secondo i rappresentanti dell&#8217;organizzazione, queste batterie avranno un ruolo fondamentale nel bilanciare la produzione variabile delle rinnovabili e garantire una fornitura stabile.<br>Oltre a migliorare la sicurezza energetica, tali sistemi possono contribuire a soddisfare la crescente domanda di elettricità, in particolare quella legata ai data center per l&#8217;intelligenza artificiale. Sebbene in Europa questa tecnologia sia ancora in fase di sviluppo, in Paesi come Giappone, Cina e Corea del Sud è già più avanzata, con un vantaggio stimato di diversi anni rispetto al continente europeo.</p>
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		<title>Artificiali ma vivi</title>
		<link>https://noreporter.org/artificiali-ma-vivi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 22:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Neuroni</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">fnob.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un gruppo della Northwestern University ha sviluppato neuroni artificiali stampati su materiali flessibili e a basso costo capaci di generare segnali elettrici abbastanza realistici da attivare neuroni vivi. Nei test i dispositivi hanno prodotto impulsi con tempi e forma compatibili con quelli richiesti per interagire direttamente con cellule nervose biologiche. Secondo il team guidato da Mark Hersam, il risultato supera un limite tecnico importante: altri approcci risultavano troppo lenti o troppo rapidi per dialogare davvero con il tessuto nervoso. La prospettiva è duplice: da un lato bioelettronica più compatibile con il cervello, dall’altro sistemi di calcolo neuromorfico più efficienti sul piano energetico. Per ora si tratta di ricerca sperimentale preclinica, ma il lavoro apre alla possibilità di interfacce ibride più raffinate tra dispositivi artificiali e sistema nervoso.</p>
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		<title>I nostri antenati hanno sempre avuto ragione</title>
		<link>https://noreporter.org/i-nostri-antenati-hanno-sempre-avuto-ragione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 22:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal vuoto la materia, dal caos il cosmo</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">everyeye.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Nature, potrebbe aver rilevato per la prima volta le prove a sostegno della teoria secondo cui la materia può nascere (anche) dallo spazio vuoto.<br>Senza addentrarci in dettagli particolarmente complessi e cercando di semplificare il sorprendente studio guidato da Zhoudunming Tu del Brookhaven National Laboratory, iniziamo subito col ricordare come lo spazio non sia mai completamente vuoto. Vi sono infatti delle impercettibili fluttuazioni di energia, ipotizzate dalla teoria quantistica dei campi, secondo cui il cosiddetto vuoto quantistico è in realtà uno stato dinamico e instabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le particelle emerse dal vuoto<br>Sebbene fino ad oggi gli scienziati di tutto il mondo abbiano più volte ipotizzato l’esistenza di tale fenomeno, nessuno era mai stato in grado di rilevarlo sperimentalmente. Ora però, il team di esperti ha individuato coppie di particelle che emergono direttamente dal vuoto durante collisioni di protoni ad alta energia. Parliamo dunque di precise circostanze in cui l’energia disponibile può convertire queste fluttuazioni in particelle reali, direttamente osservabili.<br>All&#8217;interno di un&#8217;esplosione di detriti derivante dalla collisione di protoni, sono infatti apparse delle particelle lambda collegate tra loro con uno schema che corrisponde a quello delle coppie di quark che ci si aspetta si formino nel vuoto.<br>Tracciando questo schema attraverso le conseguenze della collisione, Tu e il suo team hanno dimostrato che l&#8217;allineamento originale persisteva nelle particelle rilevate. Ma non è tutto.<br>Gli esperti hanno inoltre esaminato altre possibili fonti di tali fenomeni, tra cui la scissione dei gluoni e le successive interazioni tra le particelle prodotte, concludendo però che sono trascurabili rispetto al segnale osservato, rafforzando così l’ipotesi di un’origine direttamente legata al vuoto quantistico. Ovviamente, questi risultati non pongono fine al dibattito, ma restringono il campo a spiegazioni più semplici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché lo studio può cambiare la fisica<br>Si tratta quindi a tutti gli effetti di uno studio in grado di ridefinire l&#8217;origine di gran parte della materia ordinaria. La rivelazione più importante però, è il fatto che lo spazio stesso può ora essere inteso come una fonte attiva piuttosto che come un mero ambiente passivo. Ad oggi, i fisici non conoscono ancora il meccanismo completo, ma finalmente ora c’è una strada da seguire.<br>Rimanendo in tema di curiosità legate al mondo della fisica, sapevate che il primo laser a neutrini è realmente sorprendente? Al contrario, cambiamo parzialmente argomento per citare un video mozzafiato divenuto virale. Ritrae la Terra che tramonta dietro la Luna. Si tratta del primo filmato in grado di immortalare tale momento.</p>
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		<title>Ritornare a scuola!</title>
		<link>https://noreporter.org/ritornare-a-scuola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 22:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ma per davvero</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">rivistastudio.com</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Svezia ha deciso di reintrodurre carta e penna nelle aule scolastiche. Con lo slogan “från skärm till pärm” (che in svedese significa “dallo schermo al raccoglitore”, e siamo sicuri che in originale lo slogan suoni assai più accattivante che in italiano), il governo di Stoccolma sta smantellando il primato degli schermi per riportare carta, penne e volumi cartacei al centro della didattica. Dopo aver imposto l’uso dei dispositivi digitali persino negli asili nel 2019, la nuova coalizione di destra ha invertito bruscamente la rotta, stanziando oltre 200 milioni di dollari per riacquistare libri di testo e introducendo un divieto totale sui dispositivi. È un paradosso geografico: una delle nazioni più digitalizzate al mondo sta scommettendo sul ritorno all’analogico per salvare i propri studenti da un declino “accademico” che si fa ogni anno più preoccupante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta non è una questione di nostalgia, ma una risposta ai preoccupanti dati ricavati dei test PISA (indagine internazionale che valuta le competenze dei 15enni in lettura, matematica e scienze), che hanno visto crollare le competenze svedesi in lettura e matematica. Come scrive Bbc, supportato da neuroscienziati del Karolinska Institute di Solna, il governo sostiene che gli schermi agiscano come un costante elemento di disturbo, frammentando l’attenzione e ostacolando la capacità del cervello di elaborare informazioni complesse. Per il governo, leggere su carta e scrivere a mano non sono esercizi obsoleti, ma condizioni necessarie per acquisire conoscenze che la digitalizzazione sembra aver polverizzato, portando quasi un quarto dei 15enni svedesi a non raggiungere i livelli minimi di comprensione del testo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, il ritorno all’analogico ha portato a un acceso dibattito tra gli educatori e le aziende tecnologiche, preoccupate che un distacco eccessivo dal digitale possa minare la competitività economica della nazione(e la loro, soprattutto). Sebbene l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico) confermi l’elevata presenza di distrazioni digitali nelle classi svedesi, molti esperti avvertono che il problema risiede nel metodo, non nel mezzo, e che limitare l’accesso alla tecnologia potrebbe lasciare gli studenti impreparati a un mercato del lavoro sempre più digitale.</p>
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		<title>Non solo animale, anche minerale</title>
		<link>https://noreporter.org/non-solo-animale-anche-minerale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 22:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Suggestiva evoluzione</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Uno scorpione ha due armi: il pungiglione sulla &#8220;coda&#8221; (metasoma), con cui inietta il veleno, e le chele frontali, con cui afferra e schiaccia la preda. Entrambe contengono metalli pesanti come zinco, manganese e ferro incorporati direttamente nell&#8217;esoscheletro. Non si tratta di una contaminazione ambientale ma una scelta evolutiva affinata in 450 milioni di anni. E uno studio appena pubblicato sul Journal of the Royal Society Interface, condotto dai ricercatori del National Museum of Natural History e del Museum Conservation Institute della Smithsonian Institution, guidati da Sam Campbell dell&#8217;Università del Queensland, ha che questi metalli non sono distribuiti a caso, ma seguono schemi precisi e diversi per ogni arma. Il ferro si trova solo nelle chele, il manganese quasi solo nel pungiglione, e lo zinco compare in entrambe ma in modo inversamente proporzionale. Dove ce n&#8217;è di più in un&#8217;arma, ce n&#8217;è di meno nell&#8217;altra. Come se ogni scorpione avesse un budget di risorse da spendere, e lo investisse sull&#8217;arma che usa di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché uno scorpione ha bisogno di metalli nelle armi<br>L&#8217;esoscheletro degli artropodi (insetti, ragni, scorpioni) è composto principalmente di chitina, uno zucchero strutturale. È un materiale resistente, ma da solo non basta a sopportare le forze in gioco durante la predazione degli scorpioni. La soluzione evolutiva è stata incorporare ioni metallici direttamente nella struttura. Il risultato è un materiale più duro e resistente all&#8217;usura.<br>Per capire come questi metalli vengono distribuiti, il team ha analizzato 18 specie di scorpioni provenienti da famiglie diverse, usando microscopia elettronica ad alta risoluzione e fluorescenza a raggi X (µXRF). I risultati mostrano schemi molto precisi.<br>Nel pungiglione (telson), lo zinco è concentrato all&#8217;estremità della struttura ad ago. Appena sotto questo punto, il manganese diventa il metallo dominante, creando un confine netto tra i due strati. Oltre quella zona di transizione, i metalli scompaiono: il bulbo che contiene il veleno ne è privo. Come ha descritto il co-autore dello studio Edward Vicenzi del Museum Conservation Institute, &#8220;sembra proprio un ghiacciolo a strati&#8221;.<br>Nelle chele, lo schema è diverso: i metalli compaiono solo lungo il bordo tagliente della tenaglia, rinforzando le parti che sopportano più stress. Qui lo zinco è presente in quasi tutte le specie, spesso affiancato dal ferro nelle specie della famiglia Buthidae.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il significato evolutivo<br>Gli scorpioni che &#8220;investono&#8221; molto zinco nel pungiglione tendono ad avere livelli più bassi di zinco nelle chele, e viceversa. Vicenzi parla esplicitamente di un &#8220;compromesso evolutivo&#8221; in cui una delle due armi viene rinforzata preferenzialmente.<br>La letteratura scientifica indica già da tempo che gli scorpioni con chele robuste usano il pungiglione meno frequentemente, preferendo schiacciare la preda, mentre quelli con chele sottili si affidano quasi esclusivamente al veleno. La distribuzione dei metalli sembra riflettere esattamente questa strategia di caccia.<br>Per rendere i dati più solidi, il team ha mappato le relazioni evolutive tra le specie analizzate, scegliendo scorpioni da famiglie diverse (la collezione del Museo Nazionale di Storia Naturale, comprende tra i 3.000 e i 4.000 esemplari). Il rischio era che, se più specie mostrano la stessa distribuzione di metalli ma sono tutte strettamente imparentate, il risultato non dice nulla di nuovo. &#8220;È stato un aspetto davvero innovativo di questo studio&#8221;, afferma la co-autrice Hannah Wood, curatrice di aracnidi al National Museum of Natural History.<br>Gli scorpioni non sono poi i soli artropodi con &#8220;armi metalliche&#8221;: anche formiche, vespe e centopiedi presentano parti del corpo arricchite di metalli. I metodi messi a punto in questo studio potrebbero offrire un modello per studiarli tutti. Conoscere cosa si cela dietro al loro arsenale potrebbe far sembrare questi animali più affascinanti che spaventosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Pensavamo di sapere tutto</title>
		<link>https://noreporter.org/pensavamo-di-sapere-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 22:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ma in fondo non sapevamo niente</p>
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<p class="wp-block-paragraph">geopop.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;enzima batterico (DRT3) ha una subunità capace di sintetizzare DNA senza alcun stampo genetico, usando la propria struttura proteica come guida. Lo studio dell&#8217;Università di Stanford documenta un&#8217;eccezione rivoluzionaria a una delle regole fondamentali della biologia molecolare ma non va sopravvalutata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Generata con AI a scopo puramente illustrativo.<br>Un team di ricercatori della Stanford University guidato da Alex Gao ha infatti scoperto un&#8217;eccezione al dogma centrale della biologia: DRT3, un enzima che i batteri usano per difendersi dai virus, è in grado di sintetizzare DNA partendo da una struttura proteica usata come stampo. Il &#8220;principio&#8221; formulato da Francis Crick nel 1957, descrive il flusso della vita in una sola, rigida direzione: dal DNA all&#8217;RNA, e dall&#8217;RNA alle proteine. Pur conoscendo l&#8217;eccezione della trascrittasi inversa, in grado di sintetizzare DNA partendo dall&#8217;RNA, la conversione a ritroso dalle proteine al DNA non era mai stata documentata. Lo studio, pubblicato su Science, descrive questo percorso alternativo inedito, anche se l&#8217;autore stesso invita alla cautela: la porzione dell&#8217;enzima coinvolta, Drt3b, produce soltanto una singola sequenza ripetitiva (ACACAC…). Non rappresenta quindi un meccanismo generale che consente alle proteine di &#8220;riscrivere&#8221; il codice genetico a piacimento, ma è sufficiente a dimostrare che la biologia ha ancora molte strade nascoste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;enzima DRT3 che ha rotto le regole della biologia: la ricerca dello Stanford University<br>I batteri vivono in un stato di guerra con i batteriofagi, specifici virus in grado di infettare solo loro. Per sopravvivere, nel corso dell&#8217;evoluzione hanno sviluppato diversi sistemi di difesa tra cui quello delle trascrittasi inverse associate alla difesa, abbreviate in DRT. Si tratta di enzimi che i batteri impiegano per bloccare l&#8217;infezione virale.<br>Il team di Stanford, guidato dal biochimico Alex Gao, ha deciso di studiare nel dettaglio uno di questi sistemi, il DRT3 in&nbsp;Escherichia coli. Composto da tre elementi, due proteine chiamate Drt3a e Drt3b, più un frammento di RNA non codificante, questo complesso produce un doppio filamento formato da GTGTGT… ripetuto molte volte legato al suo complementare, ACACAC. Come esattamente il DNA prodotto da Drt3b aiuti il batterio a respingere i fagi non è ancora del tutto chiaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come funziona la sintesi del DNA con DRT3: la proteina che fa da stampo<br>La porzione Drt3a si occupa di produrre la sequenza poli-GC partendo dallo stampo a RNA presente nel complesso. La vera particolarità risiede però nella porzione Drt3b: pur essendo una DNA polimerasi (l&#8217;enzima addetto alla sintesi del DNA), a differenza di tutte quelle conosciute finora non ha bisogno di un template di acido nucleico per funzionare. Per costruire la sua catena, infatti, non legge alcuna sequenza preesistente di DNA o RNA ma usa la forma della proteina stessa data dagli aminoacidi come stampo per determinare quale sequenza di DNA viene prodotta.<br>Come ha spiegato lo stesso Gao, &#8220;la proteina funge da progetto per la sequenza del DNA&#8221;. Il risultato è un flusso di informazione che va dalla proteina al DNA, esattamente l&#8217;inverso di quanto previsto dal dogma centrale.<br>È importante però non sopravvalutare questo meccanismo. Drt3b produce solo una sequenza ripetitiva specifica e fissa (poli-AC). Non si tratta di un meccanismo generale per cui qualsiasi proteina possa &#8220;scrivere&#8221; codice genetico arbitrario. Ma il principio che dimostra l&#8217;esistenza di un modo per produrre DNA senza stampo rimane rivoluzionario.<br>Per il dogma centrale della biologia l’informazione passa dal DNA, all’RNA e infine alle proteine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché questa scoperta è importante<br>Dal punto di vista teorico, la scoperta non demolisce il dogma centrale della biologia molecolare, ma per ora lo arricchisce con un&#8217;eccezione inattesa. Dimostra che la vita, nel corso dell&#8217;evoluzione, ha trovato almeno una scorciatoia per costruire DNA senza partire da DNA.<br>Anche CRISPR-Cas9, la tecnologia di edting genetico che permette di modificare in modo preciso il DNA, nacque come sistema di difesa batterico contro i fagi. I batteri lo usavano da milioni di anni prima che i ricercatori capissero come funzionava e lo adattassero per modificare il genoma di qualsiasi organismo, dall&#8217;uomo alle piante. Oggi è considerato uno degli strumenti scientifici più potenti mai sviluppati.<br>È naturale chiedersi se DRT3 possa percorrere lo stesso cammino. In teoria, un enzima capace di produrre DNA senza template e con una sequenza dettata dalla propria struttura potrebbe diventare un mattone prezioso per la biologia sintetica. In pratica, la strada è ancora lunga, Drt3b per ora produce solo quella sua sequenza fissa e non è chiaro se e come potrebbe essere riprogrammato.</p>
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		<title>Un frammento di Thule</title>
		<link>https://noreporter.org/un-frammento-di-thule/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 22:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dove potrebbe essere anche avvenuta un'Iliade</p>
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<p class="wp-block-paragraph">sportoutdoor24it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso sottovalutato, il Mar Baltico è la culla di frammenti di terra che sembrano appartenere a epoche geologiche lontane, luoghi dove l’intervento umano si è fermato per lasciar parlare il vento e le maree. Nella parte meridionale della celebre Isola di Rügen, incastonata nel Greifswalder Bodden, sorge l’Isola di Vilm, minuscola scheggia di terra emersa che rappresenta uno dei santuari naturalistici più preziosi dell’intera Germania.<br>Estesa per appena 94 ettari, la sua genesi risale a 6000 anni fa, durante l’ultima glaciazione. All’epoca, infatti, venne plasmato un territorio che oggi appare come un museo a cielo aperto della natura costiera nordeuropea. Protetta fin dal 1936, Vilm gode di una tutela rigidissima all’interno della Riserva della Biosfera del Sud-est di Rügen, fattore che ne ha preservato l’aspetto primordiale.<br>Un protocollo di sbarco per pochi eletti: come visitare l‘Isola di Vilm<br>L’accesso a questo ecosistema fragilissimo avviene via mare partendo dal porto di Lauterbach. Il tragitto è garantito dalla motonave Little Freedom o dai mezzi della Flotta Bianca, i quali trasportano i visitatori verso il molo settentrionale. Le regole di sbarco risultano ferree: sono ammessi massimo 30 visitatori contemporaneamente e solo tramite escursioni autorizzate.<br>Gli animali domestici non possono calpestare il suo suolo, mentre la balneazione e l’attracco privato entro i 100 metri dalla riva sono severamente proibiti. Partecipare a queste spedizioni richiede una registrazione preventiva online, scegliendo itinerari che durano circa 2,5 ore su un percorso di 3,2 chilometri tra boschi fitti e terreni impervi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La foresta vergine salvata dagli zar e dai principi<br>La particolarità di Vilm risiede nella sua foresta vergine. Querce colossali e faggi maestosi crescono indisturbati da secoli, poiché il principe Wilhelm Malte zu Putbus impedì già nel 1812 alle truppe napoleoniche di abbattere gli alberi per ricavarne legname. Tale continuità ecologica ha permesso la sopravvivenza di specie rarissime come il fungo Hericium coralloides, soprannominato barbetta spinosa, oltre a particolari famiglie di coleotteri tenebrionidi.<br>Il suolo, coperto da uno spesso strato di humus ricchissimo di carbonio, testimonia un ciclo vitale che non conosce la mano dell’uomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradiso blindato dei leader della DDR<br>Oltre al valore biologico, Vilm possiede una storia politica quasi surreale: dal 1959 al 1990, il governo della Repubblica Democratica Tedesca la trasformò in un ritiro blindato per l’élite del Partito. Erich Honecker amava soggiornare nella casa numero 2 della piccola colonia di villette in stile Fischer, e persino Brežnev trascorse del tempo in queste stanze isolate.<br>La stampa occidentale dell’epoca definì scherzosamente il posto come una “riserva naturale ad uso esclusivo dei funzionari“. E, volente o nolente, proprio tale interdizione totale al pubblico per tre decenni ha protetto l’isola dal turismo di massa, consegnandoci oggi un territorio intatto.<br>Attualmente le vecchie residenze del Politburo ospitano l’Accademia Internazionale per la Conservazione della Natura. L’arte continua a vivere nel vecchio edificio del generatore, trasformato in galleria. Lungo i sentieri si incontrano sculture in quercia di Hans Werner Kratzsch, sedute pensate per stimolare la riflessione durante le pause dei congressi scientifici<br>Pure la fauna selvatica locale interagisce col territorio in modo curioso: quando la marea si abbassa e il canale verso Rügen raggiunge appena i 30 centimetri di profondità, gruppi di cinghiali selvatici attraversano il tratto di mare per raggiungere le sponde dell’isola. Visitare Vilm richiede scarpe robuste e un buon repellente per insetti, ma la ricompensa consiste nel respirare l’aria di un mondo che ha deciso di restare selvaggio.</p>
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		<title>Trump vorrà anch&#8217;essa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 22:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal nostro Nord ancestrale le risorse</p>
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<p class="wp-block-paragraph">euronews.com</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Finlandia è diventata il primo Paese in Europa a ospitare un ciclo completo di produzione del litio, dalla miniera alla raffineria. Lo ha reso noto martedì il Servizio Geologico finlandese.<br>La miniera a cielo aperto Syväjärvi di Kaustinen produrrà idrossido di litio per batterie, un materiale fondamentale per l&#8217;elettronica moderna, dai veicoli elettrici agli smartphone.<br>La domanda di litio viene spesso paragonata a quella del petrolio agli inizi del 1900 e la Finlandia possiede alcune delle maggiori riserve in Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa vuole ridurre la dipendenza dalle importazioni da Asia e Australia<br>Il progetto ha un valore di 783 milioni di euro ed è gestito dalla società mineraria finlandese Keliber Oy.<br>L&#8217;amministratore delegato Hannu Hautala ha dichiarato che il progetto ridurrà la dipendenza europea dalle importazioni di litio provenienti da Asia e Australia.<br>&#8220;Favorisce lo sviluppo e aumenta l’indipendenza dalle importazioni, ad esempio da Paesi asiatici e dall&#8217;Australia&#8221;, ha dichiarato.<br>La miniera dovrebbe essere pienamente operativa entro due anni. I camion trasporteranno il minerale a un vicino impianto di concentrazione, dove sarà trasformato in un concentrato di sabbia che verrà poi portato in una raffineria per produrre idrossido di litio per batterie.<br>&#8220;L&#8217;idrossido di litio sarà destinato all&#8217;industria europea delle batterie&#8221;, ha dichiarato Hautala, senza specificare i nomi dei clienti.<br>Sibanye-Stillwater, il gigante minerario sudafricano, possiede l&#8217;80 per cento delle azioni di Keliber, mentre il restante 20 per cento è detenuto dal Finnish Minerals Group, di proprietà dello Stato finlandese. La Banca europea per gli investimenti ha investito 150 milioni di euro nel progetto.<br>L&#8217;amministratore delegato di Sibanye-Stillwater, Neal Froneman, ha definito la miniera &#8220;piuttosto piccola&#8221;, ma ha affermato che è &#8220;molto, molto importante&#8221; dal punto di vista strategico e tecnologico, rappresentando il primo grande investimento dell&#8217;azienda sudafricana in Europa.<br>Il progetto Keliber si estende per oltre 500 chilometri quadrati e comprende altri sei siti minerari previsti nell&#8217;area, oltre a Syväjärvi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Estrazione mineraria in acque profonde: la Norvegia sospende la pratica contestata fino al 2029<br>La popolazione locale è divisa sul progetto<br>Nella vicina città di Kaustinen, dove vivono poco più di quattromila persone, le opinioni sul progetto sono contrastanti.<br>&#8220;Dal punto di vista del lavoro, è stato positivo&#8221;, ha detto l&#8217;insegnante di musica Pilvi Järvelä. &#8220;Ma naturalmente la gente è anche preoccupata per l&#8217;impatto ambientale&#8221;.<br>Hautala ha detto che l&#8217;operazione dovrebbe dare lavoro a circa 300 persone.<br>Il direttore tecnico della raffineria, Sami Heikkinen, ha dichiarato che sono già iniziati i test con l&#8217;acqua. Se tutto va secondo i piani, &#8220;confezioneremo i primi sacchi alla fine del 2026&#8221;, ha detto, descrivendo il prodotto finale come simile a &#8220;cristalli di zucchero bianchi&#8221;, conservati in sacchi da 500 o mille chilogrammi pronti per il trasporto.<br>Una volta pienamente operativa, la raffineria dovrebbe produrre circa 15mila tonnellate di idrossido di litio per batterie all&#8217;anno, circa il 10 per cento dell&#8217;attuale domanda europea, secondo Langbacka, il che significa che le importazioni continueranno a svolgere un ruolo significativo. La Cina domina l&#8217;offerta globale di litio.<br>Mentre Paesi come il Portogallo e la Repubblica Ceca possiedono riserve, il sito finlandese è il primo a portare l&#8217;intera catena di produzione in un raggio di 43 chilometri, con la miniera, il concentratore e la raffineria tutti nelle immediate vicinanze.</p>
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