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	<title>everyeye.it, Autore presso NoReporter</title>
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		<title>La geologia extraterrestre</title>
		<link>https://noreporter.org/la-geologia-extraterrestre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[everyeye.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 22:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anzi, extragalattica</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nuovi progressi eccezionali</p>



<p class="wp-block-paragraph">LHS 3844 b (in foto) non è un posto per i deboli di cuore. A 48,5 anni luce dalla Terra, questo mondo roccioso orbita attorno a una nana rossa con una velocità tale da completare un giro completo in appena undici ore. Inchiodato gravitazionalmente alla sua stella, mostra sempre la stessa faccia verso la luce, mentre l’altro emisfero resta sepolto in un’oscurità eterna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie alla sensibilità senza precedenti del James Webb Space Telescope, un team guidato da Laura Kreidberg presso il Max Planck Institute for Astronomy è riuscito a ottenere qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza: rilevare direttamente la firma termica della superficie di un pianeta extrasolare roccioso. Non un&#8217;atmosfera, non nubi o gas, ma il bagliore infrarosso emesso dalle rocce incandescenti di un altro mondo. I dati raccolti dal MIRI, il Mid-Infrared Instrument del Webb, raccontano una realtà estrema. Sul lato diurno, la temperatura raggiunge circa 725 °C, abbastanza da far brillare la superficie nel medio infrarosso. Non si tratta ancora di un oceano globale di lava, ma il calore è sufficiente affinché il telescopio possa “vedere” direttamente la radiazione termica delle rocce. L&#8217;assenza quasi totale di atmosfera è il dettaglio più importante. Su LHS 3844 b non esistono venti, nuvole o meccanismi capaci di distribuire il calore. Tutta l&#8217;energia resta intrappolata sul lato esposto alla stella, mentre l&#8217;emisfero notturno si trova in un congelamento perpetuo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;analisi spettroscopica ha permesso anche di identificare la natura della superficie. Il team guidato da Sebastian Zieba ha escluso una crosta ricca di granito, simile a quella dei continenti terrestri. I dati indicano invece una composizione dominata da rocce basaltiche, materiali vulcanici scuri analoghi ai basalti presenti nei fondali oceanici terrestri, nei mari lunari e sulla superficie di Mercurio.<br>È qui che questa scoperta diventa storica. Per decenni gli astronomi si sono limitati ad individuare pianeti extrasolari calcolandone massa, raggio e distanza dalla stella madre. Oggi, invece, stiamo entrando in una nuova era: quella della geologia extraterrestre. Il James Webb Space Telescope non si limita più a confermare l&#8217;esistenza di mondi lontani, ma inizia a distinguerne la composizione superficiale, la natura mineralogica e il comportamento termico. In altre parole, l&#8217;umanità sta imparando a “toccare” pianeti alieni da trilioni di chilometri di distanza. Non con mani o sonda, ma con sensori capaci di leggere il calore delle rocce attraverso il vuoto cosmico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Un&#8217;architettura universale</title>
		<link>https://noreporter.org/unarchitettura-universale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[everyeye.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 22:49:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra animale e cosmico: molte delle nostre scelte razionali ci precedono</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I geni sono più geniali di noi</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza cervello né sistema nervoso, Physarum polycephalum ha ricreato la rete ferroviaria attorno a Tokyo con una precisione inattesa. L&#8217;esperimento del biologo Toshiyuki Nakagaki, pubblicato su Science nel 2010, ha mostrato come un fungo possa agire meglio dell&#8217;uomo.<br>Questa curiosa melma con i superpoteri appartiene al gruppo dei mixomiceti, organismi che occupano una posizione ibrida tra funghi e protozoi. In natura, si espande in cerca di cibo secernendo filamenti che formano reti: più un percorso viene attraversato da flussi di nutrienti, più si consolida; i rami inattivi si restringono progressivamente fino a scomparire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’esperimento sulla rete di Tokyo<br>Nell&#8217;esperimento di Nakagaki, la disposizione del cibo replicava la posizione geografica delle città attorno a Tokyo. Lasciato libero di espandersi per circa ventisette ore, il fungo ha generato una struttura ramificata quasi identica a quella della Japan Railways.<br>I ricercatori hanno poi misurato i parametri di efficienza, resilienza e costo del percorso: il Physarum ha eguagliato la rete giapponese su tutti e tre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intelligenza distribuita e applicazioni<br>Questo meccanismo è chiamato intelligenza distribuita: non esiste un centro di controllo, ma una serie di decisioni locali che, aggregate, producono un comportamento globale coerente.<br>Ogni nodo del reticolo risponde solo alle condizioni locali (pressione, concentrazione chimica, flusso) senza alcuna visione d&#8217;insieme.<br>I modelli ispirati a questi organismi trovano applicazione pratica nell&#8217;ottimizzazione delle reti informatiche, nella progettazione di infrastrutture di trasporto e nella pianificazione urbana. I sistemi biologici però operano in ambienti semplificati, senza tener conto di costi economici, vincoli normativi o dinamiche politiche che governano i progetti reali.<br>Quello che il Physarum risolve espandendosi spontaneamente, i modelli computazionali classici affrontano con algoritmi che richiedono potenza di calcolo e parametri iniziali precisi. La biologia offre qui un metodo alternativo, non una sostituzione: un modo per estrarre logiche efficienti da organismi che la selezione naturale ha ottimizzato per milioni di anni.</p>
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		<title>Eravamo bravissimi, prima</title>
		<link>https://noreporter.org/eravamo-bravissimi-prima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[everyeye.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2024 22:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dolmen </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Scoperta ispanica</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel cuore dell&#8217;Andalusia si erge maestoso il dolmen di Menga, un complesso megalitico risalente al periodo tra il 3600 e il 3800 a.C.. Rappresenta un vero e proprio miracolo dell&#8217;ingegneria neolitica, frutto di conoscenze multidisciplinari che hanno permesso ai nostri antenati di realizzare un&#8217;impresa costruttiva senza precedenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Recenti analisi geologiche e archeologiche, condotte da un team di ricercatori guidati da Leonardo García Sanjuán dell&#8217;Università di Siviglia, hanno svelato i segreti nascosti dietro la costruzione di questo monumentale tesoro. I 32 imponenti blocchi di pietra (qui le foto degli interni) che compongono la struttura, alcuni dei quali pesanti oltre 130 tonnellate, testimoniano una profonda comprensione dei principi di fisica, geologia e geometria da parte dei costruttori neolitici.<br>Una storia che ricorda in maniera stupefacente quella della mastodontica pietra dell&#8217;altare di Stonehenge. Anche lei, pesante molto più delle pietre andaluse, è stata trasportata per centinaia di km usando tecniche e tecnologie che non avremmo immaginato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante la fragilità intrinseca della pietra arenaria utilizzata, gli antichi architetti hanno sapientemente modellato i blocchi per creare un insieme stabile e armonioso, simile a un gigantesco puzzle tridimensionale. La precisione millimetrica con cui ogni elemento si incastra perfettamente con gli altri rivela una conoscenza sorprendente dei concetti di angolazione e dei principi statici (qui dei particolari tecnici).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il vero miracolo ingegneristico si cela nella pietra di copertura da 130 tonnellate, la cui superficie convessa ricorda il principio dell&#8217;arco, distribuendo in modo ottimale le forze e conferendo maggiore resistenza alla struttura. Questa potrebbe essere la prima testimonianza documentata dell&#8217;applicazione del principio dell&#8217;arco nella storia dell&#8217;umanità, un&#8217;intuizione geniale che anticipa di millenni le future conquiste architettoniche.</p>
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