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	<title>wired.it, Autore presso NoReporter</title>
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	<title>wired.it, Autore presso NoReporter</title>
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		<title>Sovranità digitale europea</title>
		<link>https://noreporter.org/sovranita-digitale-europea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 22:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È più di una semplice velleità</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci si prova</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Commissione europea sta premendo sull&#8217;acceleratore della sovranità digitale. Il 3 giugno 2026 è stato presentato ufficialmente l&#8217;European technological sovereignty package, la mossa più ambiziosa e strutturata dell&#8217;Unione per ridurre le dipendenze da fornitori extraeuropei e garantire che le reti del continente tornino sotto il nostro controllo.<br>L&#8217;Europa sembra aver finalmente riconosciuto il valore strategico dell&#8217;infrastruttura digitale per la nostra società. Non è solo una questione vitale per un&#8217;economia ormai basata quasi esclusivamente su processi digitalizzati, ma è un requisito essenziale per la tenuta dei sistemi democratici e per la difesa dei valori europei. Già la Direttiva Nis2 (direttiva Ue 2022/2555), creata per rafforzare la cybersicurezza in tutta l&#8217;Unione, classifica le &#8220;Infrastrutture digitali&#8221; come un settore ad altissima criticità.<br>Le fondamenta tecnologiche sono vitali per un paese: per proteggere la propria indipendenza, uno stato deve averne il pieno controllo. Essere dipendenti da nazioni terze per queste architetture significa legarsi a doppio filo alle decisioni e agli umori di chi fornisce le tecnologie necessarie a costruirle e mantenerle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa deve partire da zero?<br>Come fare, se negli ultimi decenni abbiamo trascurato di far crescere aziende digitali locali, dando priorità all’acquisto di prodotti &#8220;chiavi in mano&#8221; sviluppati oltreoceano? Come si recuperano decenni di mancato sviluppo di prodotto?<br>La risposta è che l’Europa può costruire su tecnologia aperta: il software libero, o open source. L’Europa non ha bisogno di ricominciare daccapo. Può basarsi su un patrimonio tecnologico sviluppato a livello mondiale da una community sconfinata di sviluppatori indipendenti, ricercatori e aziende. Una rete diversificata che ha già imparato a collaborare e a creare innovazione condivisa.<br>È interessante, e quasi paradossale, notare che alla base di tantissime architetture globali ci sia proprio un progetto nato in Europa. Il celebre kernel Linux vide la luce nel 1991, grazie a Linus Torvalds all’Università di Helsinki, in Finlandia. Oggi, questo progetto di software libero è il motore di quasi tutti i prodotti delle big tech: le soluzioni cloud come Aws di Amazon o Azure di Microsoft, gli smartphone Android e i laptop ChromeBook di Google si basano sul kernel Linux. Dal più potente supercomputer al mondo fino ai minuscoli sensori IoT, Linux – un&#8217;intuizione europea poi sviluppata come tecnologia aperta globale – ha creato la piattaforma per eccellenza della ricerca internazionale ed è oggi la base delle reti più innovative al mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione al &#8220;Washing&#8221;<br>Tuttavia, adottare una singola componente come Linux non basta per garantire che una soluzione sia davvero sovrana.<br>La spinta alla sovranità digitale sta creando un nuovo, ricchissimo mercato per far crescere le aziende europee. Questo, purtroppo, attira anche attori che cercano di partecipare con offerte poco trasparenti. La conseguenza di questo marketing aggressivo è la rapida diffusione di messaggi di Open Washing o Digital Sovereignty Washing: prodotti che vengono denominati &#8220;sovrani&#8221; nonostante non lo siano affatto, o lo siano solo in minima parte.<br>Come può, allora, l’Europa identificare soluzioni che siano e rimangano genuinamente europee nel tempo? Soluzioni che non rischino di diventare improvvisamente obsolete perché l’azienda fornitrice chiude o viene acquisita da un colosso extraeuropeo?<br>Per garantire che la tecnologia di base rimanga a disposizione, le licenze del software libero si confermano l&#8217;antidoto migliore per ridurre i rischi, perché garantiscono le 4 libertà fondamentali. Per prima, la libertà di utilizzare il software per qualsiasi scopo e senza restrizioni. Poi la libertà di studiare come funziona il programma per capire cosa fa e verificare che faccia esattamente ciò che promette (senza funzionalità o &#8220;backdoor&#8221; nascoste). Ma anche la libertà di distribuire il software per creare nuove soluzioni innovative e generare nuove offerte sul mercato e la libertà di modificare il software per adattarlo a nuove esigenze, ad esempio per aggiungere funzionalità o per rimuovere tempestivamente problemi di sicurezza.<br>Il software libero aiuta l’Europa a forgiare un&#8217;infrastruttura digitale sovrana senza dover partire da zero, garantendo una base sostenibile in cui le offerte europee possono rimanere indipendenti nel tempo.<br>Il momento per parlarne e per agire è adesso. Non a caso, il prossimo 13 e 14 novembre 2026 sviluppatori, ricercatori e decisori politici da tutta Europa si riuniranno al Noi Techpark di Bolzano per la Sfscon (South Tyrol free software conference). E il tema centrale di quest&#8217;anno, come annunciato sul sito ufficiale, sarà proprio la sovranità digitale.<br>È arrivato il momento di smettere di acquistare &#8220;scatole chiuse&#8221; opache e iniziare a fare rete: il futuro della nostra indipendenza tecnologica passa inevitabilmente per il codice aperto.</p>
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		<title>Bastava leggere Guénon</title>
		<link>https://noreporter.org/bastava-leggere-guenon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 22:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto agli antichi era già chiaro</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La fisica scopre se stessa</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solitamente i buchi neri nascono dal collasso gravitazionale di una stella, che crea un oggetto di densità tale da piegare lo spaziotempo fino a rendere impossibile per qualunque cosa, compresa la luce, sfuggire al suo campo gravitazionale. Ne esiste però un altro tipo, ancor più ipotetico: i cosiddetti buchi neri primordiali, formati nei primi attimi dopo il Big Bang, quando la materia dell’universo era talmente densa che bastava una piccola fluttuazione per creare singolarità con il loro orizzonte degli eventi e tutte le altre caratteristiche di un buco nero tradizionale, ma una massa che può però essere molto inferiore. Simili corpi celesti non sono mai stati osservati, e si riteneva che i più piccoli dovessero comunque essere ormai spariti da un pezzo, evaporati per effetto della radiazione di Hawking (l’emissione di energia termica postulata dal grande fisico inglese di cui porta il nome).<br>Una nuova ricerca offre però un’alternativa intrigante: i buchi neri primordiali della giusta massa potrebbero essere sopravvissuti fino ai nostri giorni, trasformandosi nel loro opposto, cioè “buchi bianchi” che respingono continuamente materia ed energia e in cui nulla, neanche la luce, può entrare varcando l’orizzonte degli eventi. I risultati, descritti in uno studio depositato per ora in preprint su arXiv, non sono solo interessanti da un punto di vista teorico, ma offrono anche un nuovo possibile candidato per la massa mancante dell’Universo: la sfuggente materia oscura che ancora oggi nessuno è riuscito a scovare potrebbe essere infatti costituita da buchi bianchi microscopici, con massa paragonabile a quella di un singolo capello umano, e quindi pressoché impossibili da individuare dal nostro Pianeta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le origini nell’universo primordiale<br>I buchi neri sono oggetti con una massa enorme, che nascono dal collasso di una stella di grandi dimensioni (con una massa almeno 20-25 volte più grande di quella del nostro Sole) o dall’accumulo di enormi quantità di gas nel centro delle galassie (i buchi neri supermassicci). I buchi neri primordiali sono molto diversi: sarebbero corpi celesti formatisi nei primi millisecondi di vita del cosmo, in una fase in cui l’universo era un plasma caldo e ultra-denso, in cui le fluttuazioni quantistiche della densità avrebbero spinto alcune regioni oltre la soglia critica, innescando un collasso gravitazionale immediato. Il risultato sono oggetti matematicamente identici ai buchi neri comuni, ma con un ventaglio di masse teoriche vastissimo, che spazia da frazioni di grammo fino a migliaia di masse solari.<br>Nel 1974 Stephen Hawking introdusse gli effetti quantistici nella descrizione dei buchi neri, dimostrando che potrebbero emettere una debole forma di radiazione termica. Un fenomeno che determinerebbe una costante perdita di massa. Per i buchi neri di origine stellare l’effetto è più o meno irrilevante: la loro temperatura è inferiore a quella del fondo cosmico, il che significa che assorbono più energia di quanta ne emettano. Per i buchi neri primordiali più piccoli, invece, il discorso cambia. La loro temperatura è inversamente proporzionale alla massa, e maggiore è la temperatura, più intensa è la radiazione che emettono. Col passare del tempo un buco nero di piccole dimensioni è destinato quindi a perdere massa sempre più rapidamente, arrivando teoricamente ad evaporare completamente in un’esplosione finale di raggi ad alta energia. Per questo motivo, tutti i modelli standard indicavano che i buchi neri primordiali con massa iniziale inferiore a un miliardo di tonnellate avrebbero dovuto cessare di esistere molto prima dell’epoca attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La massa di Planck<br>Come dicevamo, normalmente si ritiene che un buco nero di piccole dimensioni evapori sempre più velocemente, fino a sparire del tutto in un’esplosione finale che potrebbe produrre radiazioni ad alta energia, come i raggi gamma. La fisica incontra però un limite quando tenta di descrivere gli istanti finali di questa evaporazione. Quando la massa del buco nero si riduce fino a raggiungere la massa di Planck (circa 22 microgrammi, l’equivalente di un capello umano), ci si trova in un punto di confine in cui il mondo microscopico della fisica quantistica e quello macroscopico della relatività generale collidono, e gli effetti di entrambe diventano contemporaneamente dominanti.<br>È qui che entrano in gioco i calcoli appena pubblicati dai fisici della Pennsylvania State University. In precedenza, erano state proposte diverse teorie sul fato a cui andrebbe incontro un teorico “buco nero planckiano”. I calcoli più accettati indicavano che gli ultimi 22 microgrammi rimasti sarebbero evaporati nel giro di circa un secondo. Ma i risultati descritti nel nuovo studio sono differenti: il buco nero planckiano diventerebbe infatti un oggetto estremamente longevo, e inizierebbe ad emettere un nuovo tipo di radiazione, detto “purificante” perché “purifica” lo stato quantistico dell’universo, restituendo l’informazione intrappolata oltre l’orizzonte degli eventi, che sarebbe invece andata perduta se il buco nero fosse evaporato del tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La massa mancante?<br>In questo modo, i risultati risolvono uno dei paradossi che emergono dalla radiazione di Hawking, perché per le leggi della fisica non dovrebbe essere possibile cancellare l’informazione quantistica. Il buco nero di 22 microgrammi diventerebbe quindi un oggetto stabile, che inizia ad emettere una radiazione costante esattamente come dovrebbe fare un ipotetico buco bianco. A questo punto, le previsioni dei ricercatori americani si fermano: per studiare più a fondo la transizione di un buco nero primordiale in un microscopico buco bianco servirebbe una teoria della gravità quantistica, un’unificazione della relatività generale e della meccanica quantistica che elude gli sforzi dei fisici da più di un secolo.<br>Quello della Pennsylvania State University resta per ora un modello teorico in attesa di peer review, ma apre una strada affascinante per l’astrofisica. La caccia alla materia oscura, finora concentrata su ipotetiche particelle elementari mai rilevate, potrebbe spostarsi su queste anomalie gravitazionali microscopiche. Se così fosse, vorrebbe dire che la massa mancante dell’universo non è una nuova particella, ma quel che rimane dei primissimi buchi neri della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Le coste sprofondano</title>
		<link>https://noreporter.org/le-coste-sprofondano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 22:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ma è proprio così?</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Contrasti tra mappe</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il futuro delle coste del pianeta è sotto minaccia costante: non è solo il livello del mare che sale, ma c’è da considerare anche lo sprofondamento del suolo, quel fenomeno chiamato subsidenza. Ma qual è la sua entità reale? Quali sono le coste più a rischio? I dati satellitari ci stanno aiutando a rispondere a queste e altre domande, o almeno così credevamo. Già, perché adesso uno studio, pubblicato sulla rivista Earth Observation e condotto da ricercatori della Tulane University (New Orleans, Usa) e della University of Texas (Austin, Usa), sta sollevando dubbi sull’accuratezza della tecnologia radar utilizzata per i monitoraggi dello sprofondamento delle zone costiere: mappe dello stesso territorio messe a confronto non arrivano alle medesime conclusioni, e non si capisce quali aree stiano davvero affondando e a che velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Suolo che sprofonda<br>La subsidenza è un fenomeno che può avere cause sia naturali che antropiche: lo sprofondamento è legato da una parte al lento assestamento delle rocce profonde e alla compattazione dei sedimenti, dall’altra ad attività umane come l’estrazione di petrolio, gas o acqua dal sottosuolo. Storicamente i rilevamenti venivano effettuati da terra, ma negli ultimi anni la tecnologia radar satellitare è diventata lo strumento principale per mappare aree molto vaste in poco tempo. Un indubbio vantaggio, ma qualcosa non torna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le contraddizioni del radar<br>Quando Guandong Li e i suoi colleghi, infatti, hanno messo a confronto due analisi satellitari del territorio costiero del Golfo del Messico realizzate con l’interferometria radar ad apertura sintetica (Insar, una tecnologia che funziona inviando impulsi radar verso la Terra e misurando come il segnale rimbalza indietro al satellite, per rilevare cambiamenti anche millimetrici), hanno notato come l’interpretazione dei dati risultasse complessa e soggetta a errori significativi. Il problema &#8211; sostengono gli autori &#8211; è che i risultati mostrano una correlazione spaziale quasi nulla, tranne che nelle zone urbane. In pratica, dove uno studio indicava uno sprofondamento rilevante, l’altro poteva indicare stabilità o cambiamenti minimi, creando una confusione che rende difficile per i decisori politici intervenire in modo efficace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ostacolo della vegetazione<br>Le discrepanze tra le mappe sono molto evidenti in particolare nelle aree ricche di vegetazione, come le zone umide e le foreste costiere. Il motivo, secondo gli esperti, è che gli attuali satelliti radar (come quelli della flotta europea Sentinel-1) utilizzano lunghezze d&#8217;onda corte che faticano a penetrare attraverso gli alberi e gli arbusti per raggiungere il terreno sottostante. In altre parole, la crescita delle piante e i cambiamenti stagionali creano un &#8220;rumore&#8221; che confonde il segnale radar. Per questo nelle paludi della Louisiana o del Texas i dati possono risultare falsati o incompleti, portando a stime dello sprofondamento che differiscono anche di oltre 3 millimetri all&#8217;anno tra un&#8217;analisi e l&#8217;altra. Di contro, nelle città gli edifici forniscono riflessi stabili e affidabili, pertanto le mappe risultano coerenti tra loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ritorno ai sensori a terra<br>Per capire quale delle due mappe satellitari fosse più vicina alla realtà, i ricercatori hanno fatto ricorso al Sistema satellitare globale di navigazione (Global navigation satellite system, Gnss), che include tecnologie come il Gps. A differenza dei satelliti radar che osservano dall&#8217;alto, le stazioni Gnss sono ancorate a terra e forniscono misurazioni precise dei movimenti verticali, anche se in punti specifici. Analizzando i dati di 41 stazioni, i ricercatori hanno scoperto che la velocità di sprofondamento naturale della regione del Golfo del Messico è di circa 1,2 millimetri all&#8217;anno. A sorpresa, nessuno dei due modelli satellitari analizzati è stato in grado di riprodurre con precisione questo dato, suggerendo che la tecnologia radar non sia ancora pronta per essere l&#8217;unica fonte di osservazione per chi gestisce il territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;eredità dell&#8217;era glaciale<br>Un altro aspetto emerso dalla ricerca riguarda il contributo dell’assestamento isostatico glaciale allo sprofondamento del suolo. Si tratta di un processo per cui la Terra sta ancora reagendo alla scomparsa delle enormi calotte glaciali che coprivano il Nord America migliaia di anni fa. Il peso del ghiaccio, infatti, aveva spinto verso l&#8217;alto i bordi del continente, inclusa la zona del Golfo del Messico, che da quando il ghiaccio non c&#8217;è più stanno lentamente sprofondando. Lo studio di Li e colleghi ha rivelato che questo fenomeno contribuisce allo sprofondamento del suolo in misura doppia rispetto a quanto si credesse in precedenza. Questa osservazione implica che le proiezioni a lungo termine su subsidenza e innalzamento del livello del mare per città come New Orleans potrebbero aver sottovalutato il pericolo reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Verso mappe più affidabili<br>Dato che la precisione con cui comprendiamo quanto velocemente il terreno stia cedendo rispetto all&#8217;innalzamento del livello del mare è di fondamentale importanza per la pianificazione di strategie volte alla sicurezza di milioni di persone che vivono lungo i litorali, aver identificato le criticità delle attuali tecnologie deve spingere ad aumentare gli sforzi per l’implementazione di nuovi sistemi. Qualche candidato c’è già, per esempio un nuovo satellite sviluppato dalla collaborazione tra la Nasa e l&#8217;agenzia spaziale indiana Isro, che utilizzerà lunghezze d&#8217;onda più lunghe, capaci di &#8220;vedere&#8221; attraverso la fitta vegetazione. Nel frattempo, suggeriscono gli autori, sarebbe opportuno sviluppare standard internazionali più rigorosi per l&#8217;elaborazione dei dati e continuare a integrare le osservazioni satellitari con le misurazioni effettuate direttamente sul campo per garantire che le comunità costiere possano prepararsi adeguatamente alle sfide del clima che cambia.</p>



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		<title>Champignon!</title>
		<link>https://noreporter.org/champignon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 22:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'umidità del sottosuolo</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I funghi sotto i piedi</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto la Terra c&#8217;è una straordinaria rete sotterranea di funghi dalle proporzioni quasi inimmaginabili. A raccontarlo è stato un team di ricerca internazionale che, per la prima volta, ha messo a punto una mappa globale di questa immensa rete micorrizica, ossia il sistema di filamenti fungini impegnati in uno scambio reciproco con le piante che ricoprono il nostro pianeta, stimando che raggiunge una lunghezza complessiva di circa 110 quadrilioni di chilometri, pari a quasi un miliardo di volte la distanza tra la Terra e il Sole. I dettagli del nuovo studio sono stati pubblicati su Science.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto i nostri piedi<br>I funghi micorrizici arbuscolari (noti come funghi Amf) formano reti sotterranee che sostengono la vita vegetale e contribuiscono a regolare il clima terrestre. Più nel dettaglio, attraverso sottilissimi filamenti chiamati ife, i funghi instaurano una relazione simbiotica con le radici delle piante: forniscono acqua e nutrienti ricevendo in cambio carbonio prodotto dalla fotosintesi delle piante. Un fenomeno di una portata vastissima: basta pensare che, secondo le stime, oggi circa il 70% delle specie vegetali sul nostro pianeta dipende da questa simbiosi micorrizica per la propria sopravvivenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mappa globale<br>Sebbene uno studio pubblicato su Nature lo scorso anno abbia già esaminato i modelli di diversità delle comunità fungine micorriziche sotterranee, finora nessuno era riuscito a dare un&#8217;idea della densità e della distribuzione globale di questa rete sotterranea di funghi. Per realizzare la prima mappa globale di questa immensa rete nascosta, quindi, gli autori del nuovo studio hanno raccolto i dati da 322 studi, oltre a 16 mila campioni di suolo prelevati in diversi ecosistemi terrestri. Utilizzando tecniche di apprendimento automatico e sistemi avanzati di imaging, il team ha stimato sia l&#8217;estensione sia la biomassa delle reti sotterranee. “Con l&#8217;avvento di nuove tecnologie nell&#8217;imaging ad alta risoluzione, nell&#8217;apprendimento automatico e nella robotica, stiamo iniziando a svelare ciò che è rimasto a lungo nascosto sotto i nostri piedi”, ha commentato il co-autore Corentin Bisot. “Stiamo scoprendo come le complesse strutture dei funghi che formano reti trasportano i nutrienti e contribuiscono a regolare il clima”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;immensa rete sotterranea<br>Dai risultati è emerso che questa rete sotterranea di funghi ha una lunghezza totale di circa 110 quadrilioni di chilometri. Ma non solo: la sua biomassa ammonterebbe a 300 megatoni di carbonio, ossia 4-6 volte la massa di tutti gli esseri umani viventi. Secondo i calcoli, inoltre, trasporterebbe ogni anno nel suolo circa 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente, pari all&#8217;11% di tutte le emissioni di anidride carbonica di origine antropica. &#8220;È difficile sottovalutare l&#8217;importanza e la vastità di questi funghi&#8221;, ha affermato l&#8217;autore principale Justin Stewart, della Society for the Protection of Underground Networks. &#8220;In un solo cucchiaino di suolo si possono trovare fino a 10 metri di rete micorrizica”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un sistema circolatorio planetario<br>I ricercatori hanno, tuttavia, lanciato un campanello d&#8217;allarme. Secondo lo studio, infatti, la densità della rete sotterranea di funghi nei terreni coltivati è circa la metà di quella presente negli ecosistemi naturali. Eppure, sebbene le praterie contengano il 40% della biomassa mondiale di micorrize arbuscolari, queste sono tra gli ecosistemi meno protetti della Terra, venendo convertite in terreni agricoli a una velocità 4 volte superiore rispetto alle foreste. Gli scienziati temono quindi che reti meno dense riducano la capacità del suolo di immagazzinare carbonio e riciclare nutrienti. &#8220;I funghi micorrizici hanno plasmato la vita sulla Terra per centinaia di milioni di anni, ma sappiamo ancora troppo poco su come l&#8217;infrastruttura di questi sistemi di trasporto viventi sia distribuita sul pianeta&#8221;, ha concluso il co-autore Merlin Sheldrake. &#8220;Questo studio rappresenta un passo entusiasmante verso la comprensione del funzionamento di questo sistema circolatorio planetario e suggerisce modi in cui possiamo collaborare al meglio con i funghi per affrontare molte delle sfide emergenti del nostro tempo, dalla sicurezza alimentare ai cambiamenti climatici</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La casualità perfetta</title>
		<link>https://noreporter.org/la-casualita-perfetta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 22:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alterview]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste davvero?</p>
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<p class="wp-block-paragraph">affidata ai numeri</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni giorno incontriamo eventi imprevedibili, che diciamo avvenire per puro caso. Ma se vogliamo creare qualcosa di veramente casuale le cose si fanno complicate: molti fenomeni sono governati da leggi fisiche i cui esiti possono essere previsti, con la dovuta potenza di calcolo. In informatica, poi, generare qualcosa a caso è del tutto impossibile, almeno con i computer tradizionali basati su algoritmi deterministici. Eppure è proprio in questo campo che un generatore di numeri casuali potrebbe rivelarsi realmente utile, perché permetterebbe di crittografare in modo impenetrabile dati e transazioni, utilizzando una chiave di criptatura assolutamente impossibile da indovinare. Per i fisici e gli esperti di sicurezza informatica la vera imprevedibilità è quindi una sfida titanica, che oggi potrebbe finalmente essere stata vinta: un team di scienziati dell&#8217;Eth di Zurigo ha annunciato di aver creato, per la prima volta, un sistema capace di generare “casualità perfetta” e certificata grazie alla fisica quantistica. I risultati sono stati descritti sulla rivista Nature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La casualità perfetta<br>Perché è così difficile ottenere qualcosa di realmente causale e imprevedibile? Facciamo un esempio pratico: il lancio di una moneta. Il risultato può sembrare casuale, ma è comunque regolato da forze fisiche che, per quanto complesse, danno risultati che almeno in teoria possono essere previsti. Ogni sistema fisico reale, come un dado o una moneta, può inoltre contenere piccole imperfezioni potenzialmente in grado di influenzare il risultato, rendendo più comuni alcuni numeri o il risultato di una delle due facce. “Persino i moderni generatori di numeri casuali basati su effetti della meccanica quantistica non sono del tutto immuni da errori sistematici o ‘bias’”, spiega Andreas Wallraff, ricercatore dell’Eth di Zurigo che ha coordinato il nuovo studio. Ora però il suo team ha trovato un modo per partire da una casualità imperfetta, come quella dei generatori basati su effetti quantistici, ed estrarre da essa numeri perfettamente casuali. Hanno battezzato il loro metodo “amplificazione della casualità” (randomness amplification).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il test di Bell<br>I ricercatori, infatti, si sono rivolti alla fisica quantistica e in particolare al test di Bell, un esperimento progettato per testare la teoria della meccanica quantistica in relazione al concetto di realismo locale di Albert Einstein. Il realismo locale, come vi abbiamo raccontato, è un’obiezione mossa da Einstein all’interpretazione della fisica quantistica di Niels Bohr. Con la parola realismo ci si riferisce al concetto secondo il quale qualsiasi oggetto ha proprietà ben definite anche quanto non lo si sta osservando; mentre con la parola locale si intende il fatto che gli oggetti possono essere influenzati solo da eventi che avvengono nelle loro vicinanze, e non da un’azione a distanza. Nella meccanica quantistica, invece, l’osservazione di un oggetto ne modifica in qualche modo le proprietà e postula l’esistenza di un’azione a distanza esercitata tra particelle intrinsecamente collegate tra loro, ossia il principio dell’entanglement.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;esperimento migliorato<br>Nel nuovo studio, i ricercatori hanno costruito un sistema molto complesso con una coppia di bit quantistici (qubit) che possono assumere lo stato 0 o 1, o qualsiasi sovrapposizione arbitraria di questi stati, collegati da un tubo lungo 30 metri e raffreddati a temperature prossime allo zero assoluto. I fotoni possono così viaggiare avanti e indietro tra i qubit, creando così un entanglement quantistico e ciò significa che una misurazione quantistica su un qubit, che produce casualmente i valori 0 o 1, influenza automaticamente e a distanza se 0 o 1 viene misurato sul secondo qubit. La distanza di 30 metri, aggiungono gli autori, garantisce che, durante la misurazione, anche alla velocità della luce, non vi sia alcuno scambio di informazioni tra i qubit, compromettendo così la casualità perfetta. Apportando miglioramenti tecnici sia alla stabilità che alla velocità dell&#8217;esperimento, che ha consentito di eseguire oltre un miliardo di prove del test di Bell in circa 9 ore, hanno poi effettuato delle misurazioni sui qubit che hanno prodotto correlazioni così forti da non poter essere spiegate da classiche regole nascoste o comportamenti pre-programmati. &#8220;In sostanza è stato dimostrato che l&#8217;amplificazione della casualità è impossibile con metodi puramente classici”, si legge nello studio. Il loro risultato è quindi un sistema in grado di generare una casualità perfetta, anche partendo da una casualità imperfetta. &#8220;I miglioramenti tecnici ci hanno permesso, per la prima volta, di creare numeri casuali che rimarranno perfettamente casuali per tutta l&#8217;eternità, indipendentemente dai metodi analitici utilizzati per valutarne la casualità&#8221;, ha concluso il co-autore Renato Renner.</p>
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		<title>Visitors</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 22:29:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Messaggeri cosmici</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Che ci fanno interrogare se abbiamo una concezione corretta di vuoto e di pien</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli oggetti interstellari 1I/’Oumuamua, 2I/Borisov, 3I/Atlas sono semplici visitatori provenienti da altri sistemi planetari o alfieri di una rivelazione astronomica sulla struttura dell’Universo? Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Amburgo gli Iso (Interstellar Objects), potrebbero spiegare una parte significativa della cosiddetta massa mancante della Via Lattea. La nuova teoria mette in discussione le attuali stime sulla densità della materia oscura, suggerendo che una porzione di ciò che credevamo fosse invisibile e misterioso sia in realtà composto da rocce e comete ordinarie che vagano nello spazio tra le stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mistero della massa mancante<br>Per decenni, gli astronomi hanno cercato di risolvere un paradosso legato alla velocità con cui le stelle orbitano attorno al centro della nostra galassia. Seguendo le leggi della fisica classica, le stelle dovrebbero orbitare a una velocità che varia in base alla loro distanza dal centro della Via Lattea: più sono lontane, più sono lente. Il problema è che i dati empirici ci dicono che non è così: la velocità osservata delle stelle è più elevata rispetto a quella che ci si aspetterebbe e resta costante fino ai bordi esterni della galassia. Ci deve essere, dunque, qualcosa che non vediamo che contribuisce alla massa della galassia e che esercita una forza di attrazione gravitazionale supplementare. L’ipotesi più condivisa nella comunità scientifica è che questo qualcosa sia quello che chiamiamo materia oscura, una forma di materia non barionica, cioè che non emette, non riflette, non assorbe luce e che è composta da particelle diverse rispetto a quelle della materia ordinaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I visitatori interstellari entrano in gioco<br>L’identificazione di alcuni corpi celesti che hanno attraversato il Sistema solare seguendo traiettorie che indicano una provenienza esterna (finora sono stati tre, cioè 1I/’Oumuamua, 2I/Borisov e 3I/Atlas), però, rimescola le carte. Secondo gli autori del nuovo studio, la conferma dell’esistenza di questi oggetti interstellari rinforza l’idea che lo spazio tra le stelle non sia vuoto, ma popolato da miliardi, se non trilioni, di corpi rocciosi o ghiacciati espulsi dai loro sistemi solari d&#8217;origine durante le fasi di formazione planetaria. Data la difficoltà di avvistare direttamente questi piccoli oggetti oscuri nello spazio tra le stelle, i ricercatori hanno utilizzato la distribuzione di Poisson (un metodo statistico che permette di calcolare la probabilità che si verifichi un evento raro, come il passaggio di una cometa interstellare vicino al Sole, basandosi sul numero di avvistamenti effettuati in un determinato periodo di tempo), combinando i dati del passaggio di 3I/Atlas con la durata delle attuali indagini astronomiche. In questo modo hanno stimato la densità locale degli Iso. Nonostante le incertezze legate alle dimensioni esatte del nucleo di Atlas, i calcoli indicano che la popolazione totale di questi corpi fatti di materia ordinaria potrebbe avere una massa complessiva molto significativa, contribuendo in modo non trascurabile al bilancio gravitazionale della galassia e mettendo quindi in discussione le stime sulla materia oscura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricalcolare la materia oscura<br>Lo studio ipotizza che gli oggetti come 3I/Atlas siano distribuiti in quello che viene chiamato &#8220;disco spesso&#8221; della Via Lattea, una struttura che si estende verticalmente per circa 0,8 kiloparsec (cioè circa 2.609 anni luce) sopra e sotto il piano galattico. Secondo i modelli elaborati, l&#8217;inclusione di questa popolazione di Iso potrebbe spiegare tra il 13% e il 45% della massa precedentemente attribuita alla materia oscura. Di conseguenza, la densità locale della materia oscura potrebbe essere ridotta dalla stima attuale, ricavata dalla missione Gaia, di 0,44 gigaelettronvolt per centimetro cubo (GeV/cm³) a un valore minimo di 0,24 GeV/cm³.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ripercussioni pratiche<br>Questa revisione al ribasso avrebbe conseguenze pratiche per gli esperimenti terrestri, come Lux-Zeplin e XENONnT, che cercano di registrare direttamente la materia oscura. I rilevatori, situati in laboratori sotterranei come quello del Gran Sasso, cercano i rarissimi segnali di collisione tra le particelle massive debolmente interagenti (Weakly interacting massive particles, Wimp), di cui si pensa sia fatta la materia oscura, e le vasche di xeno utilizzate negli esperimenti. Ma se la densità reale della materia oscura fosse inferiore anche solo del 18% rispetto a quanto ipotizzato dagli scienziati, la sensibilità di questi strumenti dovrebbe essere ricalibrata, poiché il flusso di particelle che attraversa la Terra sarebbe significativamente minore. In sostanza, potremmo aver cercato qualcosa di molto più raro di quanto immaginato, perché non abbiamo considerato correttamente il peso dei &#8220;sassi&#8221; spaziali che ci circondano.</p>



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