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	<title>Glob Archivi - NoReporter</title>
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	<title>Glob Archivi - NoReporter</title>
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		<title>A noi due mandarino!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 22:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Giappone l'affronta negli abissi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>wired.it</p>



<p>Si chiama Minamitorishima ed è un piccolo atollo dell&#8217;oceano Pacifico. È una delle isole più remote dell&#8217;immenso arcipelago del Giappone, tanto da trovarsi a quasi duemila chilometri a sudest di Tokyo. Eppure, proprio dalle profondità marine di Minamitorishima potrebbe arrivare il regalo più desiderato dalla premier Sanae Takaichi.</p>



<p>È lì, nelle profondità marine comprese tra i 5.000 e i 6.000 metri nelle profondità marine, che nei giorni a cavallo del voto un gruppo di ricercatori giapponesi è riuscito in quella che molti hanno definito una vera e propria mission impossible: il recupero di sedimenti contenenti terre rare da uno dei giacimenti sottomarini più promettenti scoperti negli ultimi anni. L&#8217;impresa è destinata a rafforzare il ruolo che il Giappone ricopre nel sempre più cruciale settore delle terre rare, elemento centrale della guerra commerciale tra la Cina (che negli anni ha costruito una posizione dominante che ora fa pesare nei suoi rapporti bilaterali) Stati Uniti. Il Giappone è infatti l’unico grande paese industriale che, pur rimanendo parzialmente esposto, è riuscito a ridurre in modo significativo la propria dipendenza da Pechino.</p>



<p>Il governo giapponese ha definito il risultato “un traguardo significativo in termini di sicurezza economica e sviluppo marittimo complessivo”, sottolineando che le analisi in corso dovranno ora determinare con precisione la quantità e la qualità degli elementi presenti nei campioni estratti. Ma al di là dell’aspetto tecnico, il valore dell’impresa è soprattutto strategico.</p>



<p>Le terre rare sono un gruppo di 17 metalli fondamentali per le tecnologie avanzate: entrano nella produzione di magneti ad alta resistenza per veicoli elettrici, turbine eoliche, dispositivi elettronici, semiconduttori, sistemi radar e missili. Elementi come il disprosio e l’ittrio, di cui l’area intorno a Minamitorishima conterrebbe riserve stimate rispettivamente per 730 e 780 anni di consumo, sono diventati materiali critici per l’industria moderna e per la difesa. Secondo alcune stime, il giacimento sottomarino giapponese potrebbe contenere oltre 16 milioni di tonnellate di terre rare, configurandosi come la terza riserva mondiale.</p>



<p>Lo shock del 2010 e la svolta strategica<br>La corsa di Tokyo verso l’autosufficienza mineraria non comincia oggi. Affonda le sue radici nel 2010, quando una crisi diplomatica con Pechino fece emergere brutalmente la vulnerabilità giapponese.</p>



<p>Dopo l’incidente tra un peschereccio cinese e due unità della guardia costiera giapponese nei pressi delle isole Senkaku, la Cina bloccò per circa due mesi le esportazioni di terre rare verso il Giappone. All’epoca Tokyo dipendeva da Pechino per oltre il 90% delle proprie importazioni di questi materiali. L’embargo provocò il panico nell’industria, in particolare nel settore automobilistico, e i prezzi globali delle terre rare aumentarono di dieci volte nel giro di un anno.</p>



<p>Quella crisi rappresentò uno shock strategico. A differenza di altri paesi industriali, che in quegli anni considerarono l’episodio come una tensione circoscritta o temporanea, Tokyo lo interpretò come un segnale strutturale: la dipendenza eccessiva da un unico fornitore, per di più un rivale regionale, costituiva un rischio esistenziale per una economia avanzata e fortemente industrializzata. Da quel momento il Giappone ha cambiato radicalmente strategia. Il governo varò un pacchetto straordinario di misure: investimenti in tecnologie per ridurre l’uso di terre rare, sviluppo di materiali alternativi, potenziamento del riciclo, acquisizione di partecipazioni in miniere all’estero – in particolare in Australia, con il sostegno al gruppo Lynas – e creazione di scorte strategiche.</p>



<p>Grazie a questa politica, la dipendenza dalla Cina è scesa progressivamente, fino a toccare negli ultimi anni una quota intorno al 50%, un risultato che nessun altro è riuscito a ottenere con la stessa efficacia. Il fattore decisivo per il successo della strategia è stato l&#8217;approccio integrato.</p>



<p>Il Giappone non si è limitato a cercare nuovi fornitori, ma ha lavorato contemporaneamente su più fronti: riduzione dei consumi, innovazione tecnologica, riciclo, investimenti all’estero, stoccaggio strategico. Le imprese giapponesi, con il sostegno pubblico, hanno investito nello sviluppo di magneti che utilizzano quantità inferiori di disprosio. Parallelamente, sono stati promossi programmi di ricerca su materiali alternativi. Questo aspetto è fondamentale: ridurre la dipendenza non significa solo cambiare fornitore, ma anche diminuire il fabbisogno strutturale.</p>



<p>Scorte, innovazione e vantaggio competitivo<br>Un altro fattore fondamentale, secondo gli analisti, è lo stoccaggio. Il governo giapponese ha creato riserve strategiche di terre rare per attenuare eventuali interruzioni temporanee delle forniture. Questa scelta, apparentemente semplice, richiede però una visione di lungo periodo e una disponibilità di capitale che non tutti i Paesi hanno voluto o potuto mobilitare. Le scorte non eliminano la dipendenza, ma offrono tempo prezioso in caso di shock, consentendo all’industria di adattarsi senza blocchi immediati.</p>



<p>A questi elementi si aggiunge una caratteristica strutturale dell’economia giapponese: l’elevata integrazione tecnologica. Il Giappone non è solo un importatore di terre rare, ma un attore avanzato nella loro trasformazione in componenti ad alto valore aggiunto. Questa competenza ha facilitato l’innovazione e la riduzione dell’intensità d’uso dei materiali critici. In altre parole, la capacità di fare più con meno è diventata un vantaggio competitivo.</p>



<p>Nonostante questi progressi, il Giappone non ha eliminato del tutto la dipendenza dalla Cina. Pechino continua a dominare la raffinazione globale, soprattutto per le terre rare pesanti. Negli ultimi mesi, le tensioni tra Tokyo e Pechino si sono nuovamente intensificate. Dopo le dichiarazioni di Takaichi sulla possibilità di reagire militarmente a un eventuale attacco cinese a Taiwan, Pechino ha iniziato a rallentare o limitare le esportazioni di terre rare, magneti e materiali a duplice uso. Le misure avrebbero già avuto ripercussioni su imprese giapponesi attive nei settori automobilistico, dei semiconduttori e della difesa.</p>



<p>L’asse con Washington e il Quadro di Tokyo<br>È in questo contesto che la “missione Minamitorishima” assume una dimensione ancora più marcata. L’estrazione dai fondali marini non è solo una sfida ingegneristica, ma una dichiarazione di intenti: ridurre in modo strutturale la vulnerabilità strategica del Paese. C&#8217;è un problema: nonostante il successo della missione sui fondali marini, sfruttare un giacimento a 6.000 metri di profondità comporta costi enormi e tecnologie altamente sofisticate.</p>



<p>Ed è qui che entrano in gioco gli Stati Uniti. Nel corso della visita del presidente statunitense a Tokyo, lo scorso ottobre, Takaichi e Donald Trump hanno firmato un accordo di cooperazione sulle terre rare e sui minerali critici, definito Quadro di Tokyo. L’intesa prevede investimenti pubblici e privati congiunti, la creazione di meccanismi bilaterali di coordinamento e un Gruppo di risposta rapida USA-Giappone per monitorare eventuali crisi nelle catene di approvvigionamento. Washington garantirà finanziamenti e supporto tecnologico per le operazioni di estrazione previste per il 2026, ottenendo in cambio un accesso privilegiato alle risorse.</p>



<p>Takaichi ha confermato questi impegni anche durante l&#8217;incontro con Trump alla Casa Bianca del 19 marzo e mira a rafforzare ulteriormente l&#8217;accordo. &#8220;Spero in un impegno totale degli Stati Uniti&#8221;, ha detto la premier giapponese in riferimento alla cooperazione sulle terre rare di Minamitorishima, prima di siglare un&#8217;ulteriore intesa con il presidente francese Emmanuel Macron a fine marzo. Se lo sfruttamento industriale dovesse rivelarsi sostenibile dal punto di vista economico e ambientale, il Giappone disporrebbe di una risorsa notevole per garantire forniture stabili e ridurre ulteriormente la dipendenza dalla Cina, ancora invece fortissima altrove, Europa compresa.</p>
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		<title>Aspiranti Gargantua</title>
		<link>https://noreporter.org/aspiranti-gargantua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 22:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si mangeranno la concorrenza?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nell&#8217;alimentazione</p>



<p>Unilever e McCormick hanno annunciato la firma dell’accordo per la fusione della divisione Foods di Unilever con McCormick. L’unione darà vita a un &#8220;colosso globale nel settore, riunendo due aziende alimentari leader&#8221; per un valore complessivo stimato in 65,8 miliardi di dollari (debiti inclusi). Nel dettaglio, l&#8217;operazione stima Unilever Foods 44,8 miliardi di dollari e prevede un incasso di 15,7 miliardi.<br>Dettagli finanziari La transazione prevede che Unilever e i suoi azionisti ricevano una combinazione proporzionale di azioni ordinarie McCormick con e senza diritto di voto, pari al 65% del capitale sociale della società combinata a piena diluizione, corrispondente a 25,24 miliardi di euro (29,1 miliardi di dollari). Unilever riceverà inoltre 13,62 miliardi di euro (15,7 miliardi di dollari) in contanti. L’operazione rappresenta uno dei più importanti accordi nel settore alimentare degli ultimi anni.<br><br>Impatto sul mercato <br>L’alleanza tra i due gruppi dovrebbe rafforzare la presenza globale, integrando portafogli di prodotti e canali distributivi. Gli analisti sottolineano come la fusione possa ridefinire la competizione nel settore food a livello internazionale.<br>Marchi iconici Tra i brand di Unilever ceduti a McCormick ci sono Knorr, famoso per brodi e condimenti; Hellmann’s e Calvé, icone delle maionese e salse; Carte D’Or e Maille, noti per gelati e condimenti gourmet; Maizena, amido di mais versatile; e Pfanni, specialista di patate pronte e puree. Questi marchi sono una presenza iconica e senza tempo di tutti i supermercati internazionali.</p>



<p></p>
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		<title>Da Amaterasu si riparte per la potenza</title>
		<link>https://noreporter.org/da-amaterasu-si-riparte-per-la-potenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 22:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per il ritorno del Sol Levante</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>money.it</p>



<p>Le terre rare sono sempre più indispensabili per l’industria tecnologica e, soprattutto, per la transizione energetica, poiché si tratta di elementi chimici fondamentali nella produzione di batterie, turbine eoliche, motori elettrici e dispositivi elettronici. Si prevede che la domanda di questi materiali aumenterà in modo significativo nei prossimi anni, spinta proprio dalla svolta green e dalla crescente elettrificazione dei sistemi produttivi. Per questo motivo è già partita una vera e propria corsa alle terre rare, con le principali potenze mondiali interessate a mettere le mani su nuovi giacimenti. Oggi la Cina domina il settore, controllando circa l’80-90% della raffinazione e oltre il 60% dell’estrazione globale. Tuttavia, una recente scoperta in Giappone potrebbe cambiare gli equilibri, anche se resta il problema, tutt’altro che banale, dell’estrazione.</p>



<p>Scoperto importante giacimento marino di terre rare in Giappone<br>In Giappone è stato individuato, sul fondale marino vicino all’isola di Minamitori, un enorme giacimento di terre rare, così esteso da poter coprire il fabbisogno globale per oltre 700 anni. La sfida principale riguarda però la profondità: queste risorse si trovano a circa 6.000 metri sotto il livello del mare, rendendo l’estrazione estremamente complessa. Nonostante le difficoltà, Tokyo sta accelerando i lavori per trovare soluzioni tecnologiche adeguate, anche perché il Paese dipende fortemente dalle importazioni cinesi. Riuscire a sfruttare questo giacimento rappresenterebbe quindi un’opportunità strategica di enorme portata, sostenuta anche dagli Stati Uniti.</p>



<p>Durante un recente vertice a Washington, il presidente Donald Trump e la leadership giapponese hanno presentato un piano d’azione congiunto volto a sviluppare alternative al dominio cinese nel settore delle terre rare. L’accordo prevede la creazione di un gruppo di lavoro congiunto per accelerare l’estrazione in acque profonde, includendo tredici progetti specifici legati alla filiera dei metalli critici. Inoltre, i due Paesi stanno valutando misure di politica commerciale, come l’introduzione di un prezzo minimo per i minerali, per evitare pratiche di dumping e garantire stabilità al mercato.</p>



<p>Per il Giappone, mettere le mani su questo giacimento è una priorità anche alla luce delle recenti tensioni con Pechino, che ha imposto restrizioni all’esportazione di alcuni minerali per motivi diplomatici. Il colosso giapponese dell’elettronica TDK Corp ha già segnalato difficoltà negli approvvigionamenti, evidenziando la vulnerabilità della catena produttiva.</p>



<p>ìIl progetto, tuttavia, resta estremamente complesso. Il giacimento è ricco di elementi strategici come disprosio e ittrio: il primo è essenziale per la produzione di magneti ad alte prestazioni utilizzati nei motori delle auto elettriche e nelle turbine eoliche, mentre il secondo trova impiego in tecnologie avanzate, dai laser ai sistemi di difesa. Secondo le stime, le riserve di questi materiali potrebbero soddisfare la domanda globale per oltre sette secoli. Nel deposito sono presenti anche altri elementi fondamentali, come neodimio, gadolinio e terbio.</p>



<p>Scavare a 6.000 metri di profondità, in condizioni di pressione estrema e in un ambiente ancora poco conosciuto, richiede però soluzioni ingegneristiche altamente avanzate. Il Giappone prevede di avviare i primi test nei primi mesi del 2027. C’è da affrontare poi anche la problematica dell’impatto ambientale: gli ambientalisti hanno già sollevato forti preoccupazioni per i possibili danni agli ecosistemi marini profondi, ancora in gran parte inesplorati. Le attività minerarie su larga scala potrebbero infatti causare danni irreversibili alla biodiversità, rendendo il progetto non solo una sfida tecnologica, ma anche etica e ambientale.</p>



<p></p>
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		<title>Una svolta sui semiconduttori?</title>
		<link>https://noreporter.org/una-svolta-sui-semiconduttori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[agi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 22:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra degli algoritmi</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Potrebbe essere decisiva</p>



<p>Il rilascio di TurboQuant, il nuovo algoritmo di compressione per modelli linguistici di grandi dimensioni presentato da Google Research, pesa sul comparto dei semiconduttori perché punta a ridurre uno dei principali costi infrastrutturali dell&#8217;intelligenza artificiale generativa: la memoria necessaria durante l&#8217;inferenza, cioè nella fase in cui il modello produce risposte. TurboQuant, si legge nella nota del gruppo di Mountain View, è un sistema pensato per rendere l&#8217;IA meno costosa e più veloce.</p>



<p>Il software interviene su quella che può essere descritta come la memoria a breve termine del modello, cioè l&#8217;insieme di informazioni che il sistema deve conservare temporaneamente per mantenere il contesto e rispondere in modo coerente. Finora questo processo ha richiesto chip avanzati, grandi quantità di memoria e un elevato consumo di energia. Secondo Google, TurboQuant consente di comprimere queste informazioni di sei volte senza compromettere l&#8217;accuratezza dei risultati. Questo apre la strada all&#8217;esecuzione di modelli complessi su infrastrutture meno onerose e permette di gestire testi più lunghi con maggiore efficienza.</p>



<p>In termini industriali, la novità indica la possibilità di ottenere le stesse prestazioni con una quantità molto inferiore di risorse hardware, con effetti potenziali sui costi operativi, sui consumi energetici e sulla scalabilità dell&#8217;intelligenza artificiale. La mossa di Google si riflette subito sul mercato e viene letta come un nuovo segnale della spinta dei grandi fornitori cloud verso una maggiore integrazione verticale, con l&#8217;obiettivo di contenere i costi e rendere più efficiente l&#8217;esecuzione dei modelli.</p>



<p>Reazione del mercato asiatico<br>A Seul la reazione è stata pesante: il Kospi ha chiuso in calo del 3,35%, appesantito soprattutto dai due principali titoli del settore. SK Hynix, leader nelle memorie Hbm, ha perso il 6,23%, mentre Samsung Electronics ha ceduto il 4,71%. Sul comparto pesa il timore che l&#8217;ottimizzazione software, insieme allo sviluppo di chip proprietari come Axion, possa ridurre nel tempo la dipendenza da una crescita puramente quantitativa della capacità hardware. In altre parole, il mercato teme un rallentamento della domanda di componenti avanzati da parte dei grandi gruppi tecnologici.</p>



<p>Impatto sul mercato statunitense<br>Il clima di cautela si riflette anche sul comparto statunitense dei semiconduttori, dove in premarket scendono soprattutto i titoli più legati alla memoria e alla filiera produttiva: Micron perde il 3,39%, Sandisk il 3,49%, Western Digital l&#8217;1,70%, Lam Research il 2,27%, KLA l&#8217;1,39% e Applied Materials l&#8217;1,21%. In controtendenza si muove invece Arm Holdings, che guadagna il 16,37%, sostenuta dalle attese sulle royalties legate all&#8217;adozione dell&#8217;architettura Neoverse V2 da parte di Google.</p>



<p></p>
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		<item>
		<title>Vantaggio Spagna</title>
		<link>https://noreporter.org/vantaggio-spagna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 22:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi deve partire quasi da zero va più veloce di chi deve innovare</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>hdblog.it</p>



<p>Negli ultimi anni la Spagna ha fatto grandi passi avanti verso la creazione di sistemi energetici più flessibili e sostenibili, e la recente entrata in funzione della più grande batteria al vanadio per ricerca applicata in Europa ne è una chiara dimostrazione. L’impianto, testato con successo nel centro tecnologico di Cubillos del Sil, nel nord-ovest del Paese, rappresenta un banco di prova avanzato per le tecnologie di accumulo a lunga durata, che potrà essere preso da esempio anche da altri paesi.<br>A quanto pare il progetto è stato sviluppato dalla Fundación Ciudad de la Energía, ente sostenuto dal governo spagnolo, che ha validato un sistema con una potenza di 1 megawatt e una capacità di accumulo pari a 8 megawattora. In effetti non si parla di una struttura pensata per l&#8217;accumulo energetico per l&#8217;utilizzo civile, quanto di una piattaforma sperimentale, con un modulo dedicato alla ricerca da 100 kilowatt e 800 kilowattora per test su nuove soluzioni.<br>Tecnologia molto promettente quella utilizzata, che si basa su elettroliti liquidi contenenti ioni di vanadio, una caratteristica che distingue queste batterie da quelle agli ioni di litio a cui siamo abituati.</p>



<p>In questo caso l’energia viene conservata in serbatoi esterni, e questo approccio ha il vantaggio di consentire una maggiore flessibilità tra potenza e capacità. Un altro aspetto interessante è il ciclo di vita, che viene dichiarato superiore ai 20 anni. Per quanto riguarda la durata di erogazione, questa può superare le 15 ore, caratteristica che la rende ideale per gestire l’intermittenza delle fonti rinnovabili.<br>Il sito ospita anche altre tecnologie, tra cui una batteria sodio-zolfo da 1 megawatt e 5,8 megawattora e un sistema agli ioni di litio da 600 kilowatt e 1,3 megawattora. Ultimo dettaglio, ma non per importanza, l’intero impianto è collegato a un parco solare da 2,2 megawatt, con una capacità complessiva di accumulo di circa 15 megawattora. Questo risulta sufficiente sufficiente a trattenere la produzione giornaliera nei momenti di picco.<br>Si parla di un investimento, pari a 6,4 milioni di euro, che è stato affidato alla società spagnola CYMI, la quale si è affidata a tecnologia sudcoreana.</p>
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		<item>
		<title>I consumi rallentano</title>
		<link>https://noreporter.org/i-consumi-rallentano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 22:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa più che logica</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Segno allarmante</p>



<p>L&#8217;Istat lancia l&#8217;allarme. A marzo 2026, l’indicatore di fiducia dei consumatori cala da 97,4 a 92,6 mentre l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese subisce una riduzione marginale (da 97,4 a 97,3). A renderlo noto è proprio l&#8217;Istituto di statistica, segnalando che tra i consumatori “si evidenzia un diffuso peggioramento delle opinioni, soprattutto di quelle sulla situazione economica del Paese: il clima economico cade da 99,1 a 88,1, il clima futuro scende da 93,1 a 85,3, quello personale cala da 96,8 a 94,2 e il clima corrente diminuisce da 100,7 a 98,0”.<br>Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia invece “aumenta in tutti i comparti indagati ad eccezione del commercio al dettaglio: nella manifattura e nelle costruzioni il clima sale, rispettivamente, da 88,5 a 88,8 e da 103,1 a 103,6, nei servizi di mercato aumenta da 102,1 a 102,7 e nel commercio al dettaglio cala da 104,9 a 100,6”.<br>Secondo l’Istat, il “marcato calo” della fiducia dei consumatori è “dovuto ad un peggioramento di tutte le componenti dell’indice, ad eccezione della variabile sull’opportunità di risparmiare nella fase attuale” e segnala che le componenti che registrano il peggioramento più accentuato “sono i giudizi e soprattutto le attese sulla situazione economica generale”. La fiducia delle imprese invece sconta una riduzione solo “marginale” che sintetizza “opinioni complessivamente positive nel comparto dell’industria e dei servizi di mercato e un diffuso peggioramento delle valutazioni degli imprenditori che operano nel commercio al dettaglio”.</p>



<p>Il Codacons: &#8220;Tsunami su fiducia, segnale pericoloso&#8221;<br>“La crisi in Medio Oriente si abbatte come uno tsunami sulla fiducia dei consumatori, con l’indice che a marzo registra un crollo verticale in tutti i comparti”, ha scritto il Codacons commentando i dati dell’Istat.<br>“La delicata situazione geopolitica attuale, unitamente alle ricadute dirette in Italia sul fronte dei listini dei carburanti e dei prezzi dell’energia, hanno affossato la fiducia delle famiglie, che registra a marzo un crollo peggiore di ogni aspettativa&#8221;, ha spiegato il Codacons, &#8220;l’indice sul clima economico precipita infatti da 99,1 a 88,1, il clima futuro scende da 93,1 a 85,3, quello personale cala da 96,8 a 94,2”.<br>Si tratta “di segnali non solo estremamente negativi per la nostra economia, ma anche pericolosi: la minore fiducia dei consumatori si traduce in una più bassa propensione alla spesa delle famiglie, cui si aggiungerà anche l’effetto del caro-prezzi nei vari settori, a partire dagli alimentari, con un effetto depressivo sui consumi nazionali”, ha concluso il Codacons.</p>



<p></p>
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		<title>La terra di Amaterasu tra i flutti</title>
		<link>https://noreporter.org/la-terra-di-amaterasu-tra-i-flutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 22:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra vortici marini</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/la-terra-di-amaterasu-tra-i-flutti/">La terra di Amaterasu tra i flutti</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
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<p>geopop.it</p>



<p>Lo stretto di Naruto, in Giappone, è famoso per i suoi vortici marini (Naruto-no-uzushio), fenomeni naturali capaci di raggiungere dimensioni superiori al km di diametro e fotografabili anche dallo Spazio. Legati alle maree, si generano quattro volte al giorno e i singoli vortici durano solo pochi secondi o decine di secondi. Ma come si formano esattamente?</p>



<p>Formazione e caratteristiche dei vortici di Naruto<br>Lo stretto di Naruto è un canale naturale ampio circa 1,3 km tra il Mare Interno di Seto e l’Oceano Pacifico, separando le isole di Awaji e Shikoku. In questa zona la marea è semi-diurna e l&#8217;escursione può raggiungere gli 1,7 metri. Ma per quale motivo? Il fenomeno si può ricollegare alla particolare&nbsp;morfologia del fondale e alla differenza di livello dell&#8217;acqua tra i due bacini. La larghezza ridotta dello stretto origina un &#8220;collo di bottiglia&#8221; che influisce sullo spostamento delle masse d&#8217;acqua: mentre il livello dell&#8217;acqua sul lato del Pacifico sale, il Mare Interno di Seto rimane più basso a causa del tempo necessario all&#8217;acqua per fluire attraverso i canali. Questo dislivello (fino a 1,5 metri) genera correnti violentissime che, scontrandosi con la topografia sottomarina e con le masse d&#8217;acqua più lente, innescano il moto vorticoso.<br>Questi vortici si formano quattro volte al giorno e la&nbsp;velocità dell&#8217;acqua può superare i 10 nodi (circa 2o km/h), posizionando Naruto tra le correnti più veloci al mondo. Ciascuno di questi vortici ha solitamente un diametro compreso tra i 10 e i 20 metri, per una profondità di 1-2 metri. Tuttavia, la loro natura è dinamica: nella maggior parte dei casi, un singolo vortice dura solo pochi secondi o decine di secondi prima di dissiparsi.<br>Come riportato anche dall&#8217;agenzia spaziale giapponese JAXA, in condizioni particolari di marea primaverile, più vortici possono interagire tra loro creando maxi-strutture circolari che raggiungono i 1,2 – 1,5 km di diametro. Questi grandi sistemi circolatori sono visibili anche dai satelliti e rappresentano l&#8217;energia residua delle correnti che hanno attraversato lo stretto ore prima.</p>



<p>I vortici marini nella cultura pop del Giappone<br>I vortici di Naruto sono un fenomeno così particolare da aver anche attirato l&#8217;attenzione di persone lontane dalla comunità scientifica. Uno su tutti il famoso artista Hiroshige, che nel XIX secolo ne catturò la potenza visiva nella serie di stampe ukiyo-e &#8220;Vedute di luoghi celebri delle oltre sessanta province&#8221;.<br>Restando in tema arti grafiche, anche il Naruto protagonista del celebre franchise di manga e anime prende spunto proprio da questi vortici. Ma non finisce qui: i vortici di Naruto hanno dato il nome anche al narutomaki, una particolare tipologia di surimi di pesce spesso utilizzato nella cucina giapponese.</p>



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		<title>La Cina mastodontica</title>
		<link>https://noreporter.org/la-cina-mastodontica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre gli Usa e la Russia ci contengono, essa corre sul velluto</p>
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<p>hdblog.it</p>



<p>La Cina ha messo in funzione la più grande centrale di accumulo energetico ad aria compressa mai realizzata, ovvero un impianto che spinge ulteriormente sulla crescita delle fonti rinnovabili. Siamo nella provincia di Jiangsu, protagonista è la città di Huai’an, dove ha preso vita uno dei più ambiziosi esperimenti di accumulo energetico su larga scala.</p>



<p>Pensate che la struttura è stata costruita all’interno delle cavità di una vecchia miniera di sale situata tra 1150 e 1500 metri di profondità, e si basa di un principio a suo modo geniale. Quando la domanda di elettricità è bassa, l’energia in eccesso viene utilizzata per comprimere l’aria e immagazzinarla nel sottosuolo. Nei momenti di maggiore richiesta, l’aria compressa viene rilasciata e utilizzata per azionare turbine che producono energia elettrica.</p>



<p>Ora che è entrata in funzione anche la seconda unità, collegata alla rete elettrica e portata subito a pieno carico, il progetto si può dire completato. Secondo i dati diffusi dalle aziende coinvolte nello sviluppo, l’impianto sarà in grado di produrre circa 792 milioni di kilowattora di elettricità all’anno. Si parla quindi di un quantitativo di energia adatto a coprire il fabbisogno energetico di circa 600 mila famiglie.</p>



<p>Se qualcuno se lo stesse chiedendo, un progetto di questa portata ha richiesto un investimento complessivo di circa 520 milioni di dollari. Tra le caratteristiche degne di nota a livello tecnologico, vale anche la pena citare l’uso di una tecnologia adiabatico ad alta temperatura che combina sali fusi e acqua termica pressurizzata, e che consente di immagazzinare e riutilizzare il calore generato durante la compressione dell’aria senza ricorrere alla combustione di combustibili fossili, riducendo così l’impatto ambientale</p>



<p>Le stime indicano che la centrale potrà risparmiare ogni anno circa 250 mila tonnellate di carbone standard e ridurre le emissioni di anidride carbonica di circa 600 mila tonnellate.</p>



<p></p>
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		<title>Penuria di farmaci</title>
		<link>https://noreporter.org/penuria-di-farmaci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 22:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra difficoltà di catene di distribuzione e scarsi guadagni delle case farmaceutiche</p>
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<p>Ormai va avanti da qualche anno</p>



<p>C&#8217;è un alert in Europa per la carenza di oltre 600 farmaci. A lanciarlo è un nuovo report curato dal Pharmaceutical Group of the European Union (Pgeu) e presentato al Parlamento europeo. Il lavoro di analisi è basato sui dati di 27 Paesi Ue e dell&#8217;Efta (European Free Trade Association). Dal rapporto emerge che &#8220;le carenze non sono più interruzioni episodiche, ma una caratteristica persistente del panorama farmaceutico europeo. Il 96% dei Paesi intervistati segnala carenze di medicinali e nel 70% la situazione è stagnante a un livello inaccettabilmente elevato. In oltre un terzo dei Paesi, oltre 600 medicinali sono attualmente carenti&#8221;. Le carenze &#8220;colpiscono sempre più le terapie clinicamente critiche, tra cui farmaci cardiovascolari, antibiotici, trattamenti oncologici, insuline, agonisti del recettore del Glp-1 e farmaci per il sistema nervoso &#8211; si legge nel report pubblicato online &#8211; In diversi Stati una percentuale significativa delle carenze riguarda farmaci elencati come critici a livello Ue o nazionale, a dimostrazione del fatto che i farmaci critici non sono protetti dall&#8217;instabilità dell&#8217;approvvigionamento&#8221;.</p>



<p>&#8220;L&#8217;impatto sui pazienti è significativo &#8211; secondo gli esperti &#8211; Tutti gli Stati membri dell&#8217;Ue che hanno risposto segnalano problemi e disagi per i pazienti, e quasi 9 su 10 segnalano interruzioni del trattamento. Per la prima volta la riduzione della fiducia dei pazienti emerge come la conseguenza più frequente delle carenze segnalate dai farmacisti, indicando un&#8217;erosione della fiducia nei farmaci e nel sistema sanitario stesso. Inoltre, i Paesi segnalano trattamenti non ottimali, aumento dei co-pagamenti, errori terapeutici legati al passaggio da un farmaco all&#8217;altro e, in alcuni casi, eventi avversi&#8221;.</p>



<p>Secondo il presidente del Pgeu, Mikołaj Konstanty, &#8220;le carenze di medicinali si sono stabilizzate, ma a un livello inaccettabilmente elevato. Non si tratta più di episodi isolati; rappresentano una pressione cronica per pazienti, farmacisti e sistemi sanitari. I farmacisti di comunità garantiscono la continuità delle cure ogni giorno, ma la resilienza non può basarsi sulla capacità dei professionisti in prima linea di assorbire le carenze sistemiche. Dobbiamo rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, migliorare la capacità predittiva e fornire ai farmacisti gli strumenti legali e operativi per agire rapidamente e in sicurezza&#8221;, ha esortato.</p>



<p>&#8220;Sebbene siano visibili alcuni miglioramenti nella governance (l&#8217;81% dei Paesi ha ora una definizione di carenza e il 74% dispone di sistemi di segnalazione accessibili ai farmacisti) &#8211; chiarisce il rapporto &#8211; permangono lacune significative. I sistemi predittivi e di allerta precoce sono disomogenei o in fase di sviluppo in molti Stati membri, la segnalazione da parte dei farmacisti non è sempre possibile e raramente è integrata digitalmente, e la flessibilità giuridica per gestire le carenze varia notevolmente da Paese a Paese. Solo il 15% dei Paesi intervistati consente ai farmacisti di ricorrere a terapie sostitutive, limitando la loro capacità di garantire la continuità delle cure quando le alternative sono clinicamente appropriate&#8221;.</p>



<p>Per affrontare la crescente e sistemica natura delle carenze di medicinali, il Pgeu chiede: &#8220;Il rafforzamento del coordinamento e della resilienza dell&#8217;approvvigionamento a livello Ue; sistemi di monitoraggio predittivi e interoperabili; il conferimento di poteri giuridici ai farmacisti, ovvero ampliare e armonizzare i quadri di sostituzione secondo protocolli definiti, consentire risposte rapide e incentrate sul paziente durante le carenze; la tutela della fiducia dei pazienti e della sostenibilità delle farmacie, quindi riconoscere e compensare le farmacie per il tempo investito nella gestione delle carenze, ed evitare ulteriori oneri finanziari per i pazienti derivanti da sostituzioni dovute alla carenza&#8221;.</p>
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		<title>Debito-Pil ancora pressante</title>
		<link>https://noreporter.org/debito-pil-ancora-pressante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[sky news]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 22:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=37807</guid>

					<description><![CDATA[<p>Benché si vada meglio</p>
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<p>C&#8217;è da lavorare</p>



<p>Le emissioni di obbligazioni sovrane nei Paesi dell&#8217;Ocse hanno raggiunto cifre da record. I dati parlano chiaro: 17 mila miliardi di dollari nel 2025 contro i quasi 16 mila miliardi dell’anno precedente. Ma i numeri potrebbero continuare a salire nel 2026, quando secondo le previsioni si raggiungerà quota 18 mila miliardi di dollari. A dirlo è il rapporto sul Debito Globale 2026 pubblicato oggi dall&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. &#8220;In percentuale del Pil l&#8217;indebitamento lordo è diminuito di quasi 1 punto percentuale, al 23%, ma si prevede che aumenterà nuovamente al 24% nel 2026&#8221;, spiegano dall&#8217;organismo con sede a Parigi. Sempre secondo l&#8217;Ocse, il &#8220;fabbisogno di rifinanziamento ha raggiunto un nuovo massimo di circa 13.500 miliardi di dollari nel 2025, pari a quasi l&#8217;80% dell&#8217;indebitamento lordo&#8221;. Il netto invece, sottolinea l’organizzazione, “è rimasto stabile nel 2025, ma si prevede che salirà a quasi 4.000 miliardi di dollari nel 2026, il secondo livello più alto mai registrato&#8221;.</p>



<p>Rapporto debito/Pil Italia secondo più alto dell&#8217;area Ocse<br>Tra tutti i Paesi dell’area Ocse, l’Italia è al secondo posto per il rapporto debito/Pil più alto. Secondo i dati contenuti nel report, sono 27 gli Stati che hanno visto il rapporto debito/Pil aumentare nel 2025 rispetto all’anno precedente avvicinandosi o superando il livello raggiunto durante la pandemia da Covid nel 2020. Tra i Paesi del G7, precisa l&#8217;organizzazione internazionale, &#8220;il rapporto debito/Pil è rimasto invariato rispetto al 2020 in Canada, Stati Uniti e Regno Unito&#8221; aggiungendo che &#8220;in Francia e Germania è stato rispettivamente di 5 e 2 punti percentuali più alto. L&#8217;Italia ha il secondo rapporto debito/PIL più alto dell&#8217;area Ocse, ma nel 2025 il valore è stato di 11 punti inferiore al picco pandemico&#8221;.</p>



<p></p>
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