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Acca Larentia tra il cielo e i demoni PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Giovedì 06 Gennaio 2022 01:06


A 44 anni dalla strage cerchiamo d'inizare a onorare Loro e non di celebrare noi come facciamo sempre

Forse è una sensazione mia e non l'avete provata anche voi, ma ogni volta che sono andato ad Acca Larentia ho percepito qualcosa di plumbeo, di oscuro, che ti prende alla gola, come quando si giunge a Dongo.
Non c'è la serenità degli altri luoghi dove sono stati uccisi i camerati che commemoriamo.
Non saprei dire in che misura la particolare e reiterata ferocia di quel giorno abbia impregnato il luogo, rallentando così il trapasso celeste delle anime dei Caduti o quanto, piuttosto, questo dipenda da noi, dal come ci siamo sempre rivolti a Loro e al luogo.

I giorni dell'ira

Rammentiamo quella tragedia. Un commando dei Nuclei Armati di Contropotere Territoriale, che corteggiava le BR, tese un agguato davanti alla sezione del Msi. Vennero uccisi a sangue freddo, spietatamente, Franco e Francesco. Il mitra assassino fornito ai terroristi era passato per le mani della Polizia, ma questo lo sapemmo molti anni dopo. Quando si radunarono centinaia di camerati sgomenti davanti alla sezione venne ucciso Stefano, che avrebbe dovuto compiere vent'anni pochi giorni dopo, da fuoco carabiniere e per ragioni francamente incomprensibili.
Allora la persecuzione della Magistratura era notevole, la stampa era in mano al Pci e ai partigiani. “Uccidere un fascista non è reato” affermavano perfino i quotidiani, e infatti non venne condannato nessuno. Come ebbe a dire Tuti, qualcuno pensò allora di dimostrare che se anche non era reato, uccidere i fascisti sarebbe diventato comunque pericoloso. Il giorno dopo, la guerriglia con la Polizia e poi la lotta armata.
La potenza della rabbia di allora è rimasta tangibile e a volte mi chiedo se noi oggi si commemori più il sangue o l'ira.

Una negatività
Quel che temo è che da allora la nostra partecipazione al Ricordo di Acca sia stato molto più di natura orizzontale che verticale. Più che Loro abbiamo continuato a cercare noi?
Questo spiegherebbe anche la rabbia che si è continuata a manifestare in occasione della commemorazione, con liti, contrasti, botte e perfino il ferimento a colpi di pistola di Francesco Bianco. Sicché, in quest'orizzontalità, è cresciuta l'erba della discordia, si è affermata la competizione, la muscolarità. Spesso, anche nelle commemorazioni più riuscite, la messa in scena, l'ostentazione di noi stessi, sono state preminenti.
Così abbiamo prodotto un vampirismo psichico che ha impregnato il luogo dove in realtà siamo imprigionati noi e non le anime dei nostri camerati.
Il nostro compito dev'essere quello di dissipare la negatività che abbiamo generato per rasserenare il luogo del martirio.

Per un'altra commemorazione
C'è anche il rovescio della medaglia per cui il 7 gennaio è comunque positivo, e cioè che, per quanto inquinato e confuso, è un Ricordo plurigenerazionale e nazionale, anzi internazionale per via dei tanti camerati che giungono dalle più diverse nazioni per celebrarlo.
Però non basta, non se si continua così.
Servono serenità, leggerezza d'animo, umiltà, e perfino sbalordimento perché si passi a una dimensione verticale e perché si sia infine giusti e corretti nei Loro confronti.
Non è mai troppo tardi per iniziare, ma prima o poi andrà fatto.

 

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