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Quell'islamismo che non dispiace a Israele PDF Stampa E-mail
Scritto da insideover.com   
Lunedì 19 Aprile 2021 00:12


Armare i musulmani affinché si ammazzino tra loro

Secondo quanto riportato da fonti a Reuters, l’ufficio della presidenza degli Stati Uniti avrebbe sbloccato la vendita dei caccia F-35 agli Emirati arabi uniti.
La pratica era da mesi sul tavolo della Defence Security Cooperation Agency (Dsca), l’agenzia statunitense che fornisce assistenza finanziaria e tecnica, trasferimento di materiale bellico, addestramento e servizi, agli alleati e partner degli Stati Uniti facente riferimento al dicastero della Difesa, ma a dicembre si era temporaneamente “arenata” nei meandri del senato statunitense che aveva votato contro la vendita del pacchetto di armamenti ad Abu Dhabi, per poi essere approvata intorno al 20 gennaio, in concomitanza con l’insediamento del nuovo presidente.
Nella giornata di martedì la Casa Bianca ha comunicato al Congresso che sta procedendo con l’accordo che vale oltre 23 miliardi di dollari e che comprende, oltre ai caccia di quinta generazione F-35, droni MQ-9B Reaper e altre attrezzature di supporto, tra cui motori e armamento per i velivoli in questione. Il pacchetto più remunerativo, però, è quello rappresentato dai caccia F-35: il valore del possibile contratto è pari a 10,4 miliardi di dollari per 50 velivoli, 54 motori Pratt&Whitney F-135 e i relativi sistemi elettronici, di comando e controllo, che servono per operare coi caccia di quinta generazione, quindi ivi compresi i software Algs (Autonomic Logistics Global Support System) e Odin (Operational Data Integrated Network).

Il pacchetto di armamenti
Questa proposta di vendita, come si legge sul sito della Dsca, “sosterrà la politica estera e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti contribuendo a migliorare la sicurezza di un importante partner regionale. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati e continuano ad essere un partner fondamentale degli Stati Uniti per la stabilità politica e il progresso economico in Medio Oriente”.
La vendita degli F-35 agli Emirati Arabi Uniti, oltre a fornire una credibile capacità di difesa per scoraggiare eventuali aggressioni, garantirà l’interoperabilità con le forze statunitensi. Per la prima volta da quando gli F-35 sono stati commercializzati all’estero, sul sito dell’agenzia governativa si legge che tale decisione “rappresenta un aumento significativo delle capacità (del contraente Ndr) e altererà l’equilibrio militare regionale”.
Un portavoce del Dipartimento di Stato ha detto che l’amministrazione andrà avanti con le vendite proposte agli Eau, “anche se continuiamo a rivedere i dettagli e a consultare i funzionari degli Emirati” relativamente all’uso delle armi.
Alcuni parlamentari statunitensi hanno più volte criticato gli Emirati Arabi Uniti per il loro coinvolgimento nella guerra in Yemen, un conflitto considerato uno dei peggiori disastri umanitari del mondo, e temono che la vendita di armi possa violare le garanzie offerte dagli Stati Uniti a Israele volte a fargli mantenere sempre un vantaggio militare rispetto alle altre nazioni della regione. Israele, da quello che sappiamo, questa volta ha detto di non opporsi alle vendite.

Diverse chiavi di lettura e domande
Si aprono quindi alcuni interrogativi e letture su questa vicenda che è strettamente correlata al più importante risultato della diplomazia statunitense in Medio Oriente dai tempi dell’accordo di Oslo del 1993: gli Accordi di Abramo. Il riconoscimento ufficiale, da parte degli Emirati Arabi Uniti, dello Stato di Israele avvenuto il 13 agosto dell’anno scorso ha aperto la strada a una normalizzazioni dei rapporti tra i Paesi arabi e Tel Aviv di portata storica.
Abu Dhabi, però, da sempre interessata a dotarsi di armamenti di ultima generazione, ha approfittato per tornare insistentemente a chiedere gli F-35 agli Stati Uniti, dopo essersi lasciata lusingare da Mosca con i Su-35 per qualche tempo. L’allora amministrazione Trump aveva accolto le istanze emiratine e così a novembre si era proceduto alla stipula del primo abbozzo di fornitura tramite la Dsca, che, lo ricordiamo, è solo una mossa burocratica per snellire le procedure di vendita in caso si dovesse proseguire nell’acquisto: una sorta di nulla osta preventivo da parte del governo statunitense.
Il primo stop del Congresso Usa ed il successivo via libera avvenuto proprio in occasione dell’insediamento del presidente Biden fanno invece intendere che le avversioni per la vendita di armamenti agli Eau erano più di carattere politico: il Congresso, ed in particolare il Senato, ha voluto “fare un regalo” al nuovo presidente non mettendo il veto sulla trattativa.

Cosa ci guadagna Israele?
Quello che però risulta più interessante, forse, è cercare di rispondere alle domande che ci siamo fatti: come mai Israele non ha più opposto resistenza? Cosa ha avuto in cambio? Tel Aviv si è sempre opposta a questa possibilità, temendo appunto che il suo vantaggio tattico dato dal superiore livello tecnologico delle sue Forze Armate, e nella fattispecie dell’Aeronautica che ha in servizio gli F-35I Adir, venisse azzerato qualora un qualsiasi Paese arabo alleato degli Stati Uniti si vedesse consegnare i nuovi caccia di quinta generazione.
Per non aver più opposto resistenza, significa che Israele ha avuto qualcosa in cambio dalla nuova amministrazione, qualcosa che lega Washington e Tel Aviv più degli Accordi di Abramo raggiunti sotto Trump. Quale potrebbe essere, quindi, la contropartita offerta dalla Casa Bianca?
Una possibilità, che avevamo già scartato a novembre, era quella rappresentata dalla cessione dei caccia F-22 Raptor. I caccia, però, come abbiamo detto precedentemente, non sono più in produzione e riaprirne la linea non è una scelta percorribile perché richiederebbe investimenti che potrebbero essere impiegati in programmi più moderni.
Forse gli Usa cederebbero i loro F-22? Altrettanto molto poco probabile per via dell’esiguo numero di velivoli in dotazione all’U.S. Air Force in un momento di transizione come questo e caratterizzato dalle grandi turbolenze geopolitiche a cui stiamo assistendo.
Un’altra soluzione di compromesso riguardante i sistemi antiaerei? Potrebbe essere. Ma una scelta in questo senso, che riguarderebbe il sistema Thaad, non darebbe la superiorità aerea offensiva a Israele. Allora quale altra richiesta di Tel Aviv è stata accolta?

Questioni “iraniane”
Possiamo provare a ipotizzare che a Washington sia stata rivolta, in questo momento, una richiesta geopolitica, ovvero quella di avere “mano libera” nel contrasto alle attività iraniane nell’area mediorientale. Quando Israele, nel 2019, aveva dato il via alla “campagna estiva” di bombardamenti in Siria per colpire le milizie legate a Teheran, gli Stati Uniti non hanno sollevato alcuna obiezione, ma quando questi si sono estesi all’Iraq, Washington ha reagito “riprendendo” bruscamente il suo alleato.
Una mossa diplomatica che è stato possibile fare proprio perché l’allora presidente degli Stati Uniti aveva abilmente recuperato i rapporti con lo Stato ebraico che si erano deteriorati sotto Obama per via dell’accordo sul nucleare iraniano, il Jcpoa.
Ora è possibile che Tel Aviv abbia esplicitamente richiesto alla Casa Bianca di non “intervenire” in seguito alle sue azioni militari nella macro aerea del Medio Oriente in cambio del suo silenzio per la cessione degli F-35 agli Eau, ed è molto probabile che gli effetti di questo tacito accordo siano già evidenti: ad inizio aprile, la nave cargo iraniana MV Saviz, è stata danneggiata durante il passaggio del Mar Rosso da un attacco israeliano.
Il mercantile, in realtà, viene usato dai Pasdaran come nave appoggio per le attività di guerra asimmetrica effettuate nel Mar Rosso. Come abbiamo già avuto modo di raccontarvi, le Guardie della Rivoluzione – e la Marina Iraniana – stanno mutando pelle per poter operare con queste azioni “mordi e fuggi” a più grande distanza rispetto al passato, creando non poche problematiche a Israele e alle altre nazioni avversarie degli Ayatollah, come l’Arabia Saudita.
L’attacco, sebbene non conclamato (Israele raramente rivendica apertamente azioni di questo tipo) ma ammesso per vie traverse, potrebbe potenzialmente far saltare il banco dei tentativi di avvicinamento di Washington a Teheran per cercare di risolvere una volta per tutte la questione nucleare: il presidente Biden si è detto disposto a venire a patti, ma con molti distinguo, e da parte iraniana si attende la prima mossa statunitense, mantenendo una linea dura e proseguendo nell’attività di arricchimento dell’uranio.
Per questo non è così peregrino pensare che un’azione di questo tipo, che come ha fatto notare Lorenzo Vita parlando dell’attacco, è stata notificata alla U.S. Navy, sia il frutto di un accordo tra i massimi vertici proprio per lasciare campo libero a Tel Aviv di gestire la “questione iraniana” a modo suo senza troppe interferenze – ed evitare reprimende diplomatiche come quella dell’agosto del 2019 – in cambio del suo silenzio sulla vendita degli F-35 agli Emirati Arabi Uniti.



 

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