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L'Europa è debole in Medio Oriente PDF Stampa E-mail
Scritto da huffingtonpost.it   
Martedì 18 Maggio 2021 01:00


I giochi di potenza, diretti dagli angloamericani, ci risultano dannosi assai

Condannata ad un ruolo “irrilevante” a meno che non si metta a discutere seriamente di “riforme istituzionali”. Con Hugh Lovatt, esperto di Medio Oriente, ‘policy fellow’ del Consiglio Europeo Affari Esteri (Ecfr), riflettiamo sulla mancanza di reazione europea rispetto al nuovo conflitto tra Israele e Hamas. Il giudizio di Lovatt sulla risposta europea è: “negativo”. Eppure, dice, stavolta si tratta di un conflitto ben peggiore che negli anni passati, con un preoccupante carattere “definitivo”. Ma l’Ue “non può svolgere un ruolo di mediazione” perché “non ha una politica estera comune”, “divisa” tra gli Stati membri, “incapace di esercitare pressioni su Israele”, mentre “con Hamas nemmeno parla”. Verso il Medio Oriente “c’è un’apatia generale” anche da parte dell’opinione pubblica europea, particolarmente verso i palestinesi, ma è anche un po’ responsabilità della loro classe dirigente: “Non hanno un Mandela in grado di ispirare il mondo”.

In Medio Oriente c’è un nuovo conflitto che preoccupa più che in passato. Ma ancora una volta l’Unione Europea non va oltre le dichiarazioni di rito.

Ho un giudizio negativo sulla reazione dell’Ue. Ancora una volta le azioni, anzi le dichiarazioni, dell’Ue riflettono l’irrilevanza europea rispetto al conflitto in Medio Oriente e anche le divisioni tra gli Stati. Adesso bisogna fermare l’escalation e promuovere un cessate il fuoco tra Israele e Hamas ma l’Ue è irrilevante per due motivi. Primo: rifiuta di parlare con Hamas e quindi non può svolgere un ruolo di mediazione che per definizione significa parlare a entrambe le parti. Sul Medio Oriente, il ruolo di mediazione lo esercitano Onu, Egitto e  Qatar principalmente. Il secondo motivo per cui l’Ue è irrilevante è che non vuole e non è capace di esercitare pressione su Israele per fermare l’escalation. Per tutto questo, la sua azione si limita a dichiarazioni che non sono completamente inutili, a patto che rappresentino un vero intento politico e una unità di azione, cose che però l’Ue non ha. E poi ci sono le divisioni tra gli Stati membri. Da una parte, hai Irlanda e Svezia che sostengono i diritti di Israele ma chiedono proporzione.

Il ministro irlandese Simon Coveney ha chiesto il cessate il fuoco immediato e definito “inaccettabile” la morte dei civili a Gaza. Come reazione, Israele ha convocato l’ambasciatore irlandese.

Esattamente. Sia Irlanda che Svezia hanno prodotto dichiarazioni di questo tipo, non schiacciate su una delle due parti in causa ma forti, migliori delle dichiarazioni prodotte dall’Onu o dagli Stati Uniti, che sono stati colti impreparati dalla nuova escalation e non vogliono spendere del capitale politico sulla questione, specialmente nel confronto con Israele. Dall’altra parte, ci sono paesi dell’Ue come la Slovenia o la Repubblica Ceca che hanno una visione totalmente schiacciata su Israele. Il risultato di tutto questo è stata una dichiarazione di Borrell che considero molto buona.

L’Alto rappresentante per la politica estera Ue pure ha chiesto il cessate il fuoco e ha detto che la priorità è proteggere i civili, condannando gli attacchi alla popolazione.

Sì, ma l’ha fatta a titolo personale perché non ha avuto il tempo di concordare una dichiarazione comune dei 27.

Ecco, ma l’Ue ha possibilità di assumere un ruolo che non sia irrilevante? Vede segnali di cambiamento in questo senso? Una nuova leadership come quella di Mario Draghi può fare la differenza?

Non posso parlare per Draghi. Vorrei sottolineare due questioni fondamentali. Una è l’incapacità dell’Ue di produrre una politica estera comune: il conflitto israelo-palestinese è la punta dell’iceberg ma questa incapacità la si vede su tante altre questioni, dall’immigrazione alla Russia. Risolvere questo problema richiede riforme istituzionali, di cui anche lo stesso Borrell ha parlato. Per andare nello specifico del conflitto meriorientale, credo si possa dire che la maggior parte degli Stati membri dell’Ue pensano che la politica statunitense verso Gaza e verso Hamas è stata un completo fallimento e che ci vorrebbe un approccio più flessibile che vada oltre la scelta osservata finora di non avere contatti. È una questione sulla quale bisogna riflettere: come reagirebbe l’Ue rispetto all’eventualità che Hamas partecipi a un governo di unità nazionale a Gaza? È importante riflettere su questo, se l’Ue vuole essere un attore politico nel processo che porterà alle elezioni palestinesi che dovevano tenersi ora a maggio e che due settimane fa l’Autorità palestinese ha rinviato a data da definirsi, alimentando tensioni nella comunità. E poi c’è una questione ancora più importante.

Quale?

Per fare seri progressi verso la pace, va ripensata la strategia internazionale e la strategia dell’Ue. Bisognerebbe andare oltre il processo di pace di Oslo che credo sia ormai fallito: ciò che sta accadendo oggi è la conseguenza di questo fallimento. Mi capita di sentir dire in conversazioni private tra funzionari europei e tra Stati membri, ma anche in alcune dichiarazioni pubbliche, che ormai il modello ‘due popoli, due Stati’ non è più possibile. Si tratta sostanzialmente di scegliere tra ineguaglianza e politica dell’occupazione continua oppure uguaglianza: secondo me, quel dibattito va ripreso. Un altro punto: di solito il metodo usato in passato per raggiungere il cessate il fuoco era che Israele e Hamas si accordavano sul ritorno allo ‘status quo ante’ che a nessuno dei due piaceva. E questo ha portato sempre a nuovi conflitti. Guardando al fallimento della strategia internazionale e alla mancanza da parte di Israele e di Hamas di una strategia vera, evidentemente dobbiamo rilevare che al momento non c’è un modello alternativo per prevenire le tensioni.

Questo conflitto sembra avere dei preoccupanti caratteri definitivi. Concorda?

Sì. C’è sempre la possibilità che, su pressione Usa, Israele sospenda gli attacchi dopo 48 ore di offensiva, del resto domenica si riunisce il consiglio di sicurezza dell’Onu e questo avrà un qualche effetto. Ma se parli con chi vive a Gaza, ti dicono che gli attacchi sono peggiori del 2014. E anche il calcolo politico sia da parte di Israele che da parte di Hamas è cambiato rispetto agli scorsi anni. In passato il conflitto era usato per rafforzare le proprie posizioni politiche, ma nessuna delle due parti, né il governo Netanyahu, né Hamas, erano davvero interessate a farlo durare. Nel conflitto attuale invece, dalla parte di Hamas, ha avuto un peso il fallimento delle elezioni palestinesi: è come giocare a scommesse sull’impegno diplomatico, politico. Mentre da parte israeliana c’è naturalmente il fatto che Netanyahu non è riuscito a formare un governo e sono in corso altri tentativi da parte di un altro premier incaricato. Ma poi stavolta non c’è solo Gaza, ci sono le tensioni su Gerusalemme est e c’è la questione delle case a Sheik Jarrah che non è per niente risolta e anzi è al centro del conflitto. E poi ci sono le violenze nelle comunità in strada in Israele con i loro punti di riferimento locali, ma in un contesto di tensione nazionale. Per questo è tutto più difficile.

Forse va considerato anche che non c’è una mobilitazione forte ed europea per la pace in Medio Oriente. In Italia si vedono sit-in per Israele, ma non per i palestinesi, non più.

C’è una generale apatia in Europa rispetto a queste questioni. Ma penso sia anche una conseguenza di mancanza di vigore e attivismo da parte della leadership palestinese che ha un presidente eletto nel 2005, di 85 anni, che non parla inglese: non mi pare il migliore candidato per ispirare una mobilitazione internazionale. Non hanno un loro Mandela che riesca a trascinare la loro opinione pubblica nazionale e a ispirare una mobilitazione europea che vada oltre il sostegno ai palestinesi che comunque c’è in Europa.


 

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