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Gli angloamericani scatenano la guerra ovunque PDF Stampa E-mail
Scritto da insideover.com   
Mercoledì 16 Febbraio 2022 00:24


Sostenendo la Turchia, gli wahhabiti, i salafiti e provando a giocare anche i russi contro l'Europa

Il conflitto in Libia ha questa particolarità: per mesi tutto sembra in stallo, con il Paese confinato in un oramai atavico stato di anarchia, poi tutto cambia nel giro di poche ore. Il 10 febbraio ad esempio nell’arco di un solo giorno tra Tripoli e Tobruck si è registrato di tutto. Di notte nella capitale colpi di arma da fuoco hanno raggiunto il convoglio del premier Abdul Hamid Ddedeiba. Nella tarda mattinata un voto del parlamento stanziato nell’Est del Paese ha decretato che Ddedeiba per la verità non poteva più essere considerato premier. E allora, con un’altra votazione durata trenta secondi, il tempo di prendere nota che tutti i 147 (ma forse meno) deputati presenti avevano alzato la mano in segno di approvazione, è stato designato un nuovo capo dell’esecutivo. Si tratta dell’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha. Quest’ultimo poi ha chiuso la giornata volando verso Tripoli, accolto da un gruppo di persone mentre, a pochi passi dall’aeroporto di Mitiga, l’uscente (ma ancora in sella) Ddedeiba annunciava la sua intenzione di non cedere il posto. Tutto di fretta, tutto di corsa, con il serio rischio di assistere, con altrettanta velocità, all’inizio in Libia di una nuova contesa politica e militare tra due diversi governi.

Cosa accade adesso in Libia
Il 2021 doveva essere l’anno della svolta. Il 24 dicembre, giorno del settantesimo anniversario dell’indipendenza, secondo il piano dell’Onu la Libia doveva andare al voto. Poi ci si è accorti, con discreto ritardo, che non c’erano le condizioni. E non solo perché mancava ogni basilare elemento di sicurezza. Il Paese era sprovvisto di regole, elettorali e politiche, essendo per il momento pure sprovvisto di costituzione. Il voto mancato ha causato un (ennesimo) smacco politico per le Nazioni Unite e ha posto un serio problema di legittimità del governo in carica. Ddedeiba è stato chiamato per guidare il Paese al voto. Ma se il voto non c’è stato, l’uomo d’affari misuratino era ancora legittimato a restare al suo posto? La domanda se la sono posti soprattutto a Tobruck, dove ha sede il parlamento. Una Camera a sua volta, c’è da dire, dalla dubbia legittimità essendo stata eletta otto anni fa. Il presidente del parlamento Aguila Saleh a gennaio ha annunciato una serie di votazione per far gestire all’apparato legislatore la fase di transizione successiva alle mancate consultazioni.
Si è così creata un’apposita commissione parlamentare incaricata di redigere emendamenti alla bozza di costituzione lasciata da almeno 5 anni nei cassetti. E, contestualmente, fissare nuove regole elettorali per andare al voto non prima di 14 mesi. Un percorso diverso da quello dell’Onu, forse più sensato in linea teorica ma dall’applicazione tutta da verificare sul piano prettamente pratico. Dopo una serie di tira e molla tra Tripoli e Tobruck, alla fine nella cittadina della Cirenaica si è deciso di rompere gli indugi. Il parlamento è stato ufficialmente convocato per il 10 febbraio e, con delle votazioni fulminee e più simili alle modalità di elezione dei capiclasse alle scuole elementari, si è scelto di dichiarare illegittima la posizione di Ddedeiba e poi di dare a Fathi Bashaga il compito di formare un governo. L’uscente premier non ha atteso molto: dopo aver fatto notare di aver subito un attentato nel cuore della notte tripolina mentre tornava a casa, ha dichiarato di considerare illegittimo il voto di Tobruck. Bashaga, più o meno contemporaneamente, atterrava a Tripoli per una sorta di cerimonia di insediamento che però al momento non è avvenuta. Anche perché se per assurdo la Libia fosse un Paese in pace e con istituzioni pienamente funzionanti, Bashaga non avrebbe affatto avuto il tempo materiale di insediarsi. Deve prima, entro 15 giorni, redigere una lista di ministri da sottoporre alla fiducia di Tobruck. La Libia, entro due settimane, potrebbe avere due governi e due premier. Oltre ad avere già almeno un centinaio di gruppi e formazioni che materialmente controllano il territorio.

La posizione dell’Italia
Mentre l’Onu è costretto a indietreggiare e ad annotare l’impossibilità di perseguire il proprio piano, da Roma per il momento si osserva a distanza quanto sta avvenendo. Per l’Italia dalle ore schizofreniche del 10 febbraio non sono uscite belle notizie. In primis perché l’eventualità di un contrasto tra due governi che si contendono Tripoli aumenterebbe caos e instabilità, con ripercussioni non certo positive per i nostri interessi. In secondo luogo perché se davvero Bashaga dovesse riuscire a insediarsi, il rischio è quello di avere a che fare con un leader che conosce più le stanze dell’Eliseo che della Farnesina. In passato, quando il premier (forse) in pectore era ministro dell’Interno durante l’era di Al Sarraj, più volte si è recato a Parigi a contrattare tra le altre cose importanti commesse militari. Bashaga inoltre è ritenuto essere vicino alla Turchia e a diversi gruppi orbitanti nella galassia dei Fratelli Musulmani.
Ad ogni modo da Roma si aspetta di capire cosa accadrà nei prossimi giorni prima di prendere posizioni ufficiali. C’è però da dire che la nostra diplomazia non è rimasta a guardare. Lo scorso 8 febbraio nella capitale italiana è stato ospitato un vertice tra alcuni rappresentanti dei dicasteri degli Esteri di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania e ovviamente Italia. Presenti anche inviati da Abu Dhabi, dal Qatar, dalla Turchia e dalla Russia. Secondo i media qatarioti, molto ben informati e gli unici a rendere nota la notizie dell’incontro, a essere presente era pure Stephanie Williams, consigliere speciale per la Libia del segretario delle Nazioni Unite. Durante la riunione si è parlato della necessità di evitare fratture e divisioni. L’Italia ha ribadito la ferma volontà di lavorare per provare a unire le varie parti. Un auspicio al momento rimasto sulla carta.

 

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