Le matamorfosi di Putin Stampa
Scritto da Tony Fabrizio   
Mercoledì 27 Aprile 2022 00:59


Come cambia in corsa la propaganda russa

Dopo Bucha, ancora Bucha. Nessun’analisi cerchiobottista mascherata da fatica intellettuale del dubbio, sterile modo di porre domande a cui nessuno, nemmeno il diretto interessato, sa rispondere, ma utile, utilissima tecnica collaudata negli anni di piombo riproposta in salsa (rossa) -o russa- revanscista. E nemmeno un “cavallo di ritorno” di qualche scappato di casa e rifugiato al centro sociale che porta a spasso ciò che rimane ad animare la scatola cranica più devastata delle vetrine compagne di lotta.

Stavolta il protagonista è lui, ancora lui, il signore della guerra: Vladimir Putin.
Dopo che non s’è capito cosa sia successo ufficialmente e/o propagandisticamente, a Bucha, nemmeno da fonti segrete – o secretate – del Cremlino, Putin ha conferito l’onorificenza al reparto di fanteria che si è trovato nel posto giusto al momento giusto. E chiaramente non ci si spiega il motivo.
A parte la strage – (non) ammesso sia vera – non si ha memoria di epiche battaglie a Bucha, dunque nessun “eroismo di massa, coraggio e determinazione”, come recita il motivo dell’onorificenza. Ovviamente, se questo è il premio per quello che pare sia stato omicidio di bambini e stupro di donne e nulla più, il comandante del reparto non può avere la sola onorificenza, ma è stato insignito dal presidente della confederazione in persona dell’avanzamento al grado di Colonnello. Evidentemente un ottimo lavoro!
Le cose, però, pare non stiano evolvendo secondo i piani, o meglio, non rispecchino quanto promesso da Putin: se è vero che non era sua intenzione condurre una guerra-lampo, è un fatto che otto Generalissimi a lui fedeli sono stati licenziati in tronco, guerra in fieri, per – pare – divergenze con lo zar. Si pensi anche ai dieci giorni in cui all’improvviso e senza un motivo è sparito pure il ministro della difesa Sergej Shoigu, fino a quel momento un vero e proprio eroe nazionale in patria, al punto che i media russi ne riproponevano le gesta fino a sei volte al giorno. Più della posologia di una purga stalinista.

Certo lo Zar, l’Orso bianco – mica è gergo suprematista? – rossobruno, il fine giocatore di scacchi, l’ex comandante del KGB – tanto non frega più un cazzo a nessuno – il rispolveratore di bandiere rosse con falce e martello, il piantatore di statue nuove del vecchio Lenin pare non essere immune da “sbandamenti”: è passato dal voler “denazificare” a salvaguardare i soldati da una sicura carneficina – l’acciaieria Azovstal’. A proposito: nessuno dei dietrologi da salotto ha condotto approfonditi studi dal divano sull’apparentamento del triangolo del simbolo dell’azienda con quello degli illuminati? – dalla difesa dei confini, che tali non sono quelli ucraini perché l’Ucraina non esiste -per lui – è passato all’invasione di quelli altrui(?), dalla conduzione dell'”operazione speciale” all’utilizzo del termine “guerra”, dal combattimento previo avviso di bombardamento, alla pioggia di missili anche su città che non ospitano alcun obiettivo militare, dal voler liberare – proprio così, proprio come il gergo yankee che, a questo punto, perdono il copyright sul termine – le popolazioni russofone, fino a bombardare Odessa. Forse lo sbocco al mare, che la Russia non aveva, non è ancora abbastanza per Putin. Forse non conviene a Putin distruggere l’Azovstal’ che è una fonte di ricchezza per l’Ucraina che, però, non è (ancora) Mosca. Forse il Donbass non era sufficientemente ricco per gli oligarchi della cricca del Cremlino e hanno pensato di incrementare la spesa proletaria.

Se si osserva una semplice cartina geografica degli eventi – non sarà difficile l’interpretazione, dopo aver condotto approfondite analisi di fotografie satellitari – balza all’occhio, anche di quelli che dubitano persino della loro natura sul bidet, la pianificazione degli obiettivi russi: il Donbass è solo l’inizio e il controllo delle popolazioni russofone è solo una scusa per imporre il controllo nella parte orientale e soprattutto meridionale dell’Ucraina che – guarda il caso – coincide con la parte più ricca del Paese, dove si trovano la parte industriale, l’accesso al mare e, quindi, la totalità dei porti, ovvero la possibilità di creare un ponte – proprio come quelli che reca ogni cartastraccia stampata a Francoforte sul Meno – passando per la ricca Transinistria, fino alla Moldavia, dove ci sono altri stato membri NATO. Quindi il discorso potrebbe essere valido fino all’esaurimento… delle vicinanze. Così vicini USA e Russia che, dopo due mesi di guerra, ancora non si sono scambiati un colpo. Sembrano quasi essere supplementari e di mutuo soccorso: io ti aiuto ad estenderti e tu mi riporti in vita un carrozzone militare vecchio e arrugginito che non aveva più ragione di esistere. Inesistente come il confine a Odessa, perla del Mar Nero. Inesistente come la scusa della difesa dei confini da quella NATO in cui si è tentato di entrare, di cui si fa parte come membro esterno e alle cui operazioni si è preso parte attiva. Inesistente come le bandiere della Federazione russa sugli obiettivi conquistati. Inesistente a Bucha. Inesistente la vittoria russa, degradata al massimo solo ad un successo. Se sarà. Che deve arrivare perentoriamente entro il 9 maggio, festa rossa per i nuovi neo-itagliani. Altrimenti la nuova figura di palta lo costringerà a nuove sterzate. Magari a partire da quella verità rilevate e non (più) rivelate dell’Italietta al tempo del covid. Rendendo, così, orfani i pullulanti figli di Putin nostrani.

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