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Anni di piombo: Franceschini affonda Feltrinelli PDF Stampa E-mail
Scritto da dagospia   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

Giangiacomo Feltrinelli era l’uomo di collegamento tra il vertice delle Brigate rosse e i servizi segreti dell’Est comunista. Lo rivela Alberto Franceschini, fondatore delle Br, in Che cosa sono le Br, la lunga intervista concessa a Giovanni Fasanella e pubblicata dalla Rizzoli.

Giangiacomo Feltrinelli era l’uomo di collegamento tra il vertice delle Brigate rosse e i servizi segreti dell’Est comunista. Lo rivela Alberto Franceschini, fondatore delle Br, in Che cosa sono le Br, la lunga intervista concessa a Giovanni Fasanella e pubblicata dalla Rizzoli. Ecco un brano tratto dal capitolo intitolato Osvaldo, dedicato ai rapporti tra i brigatisti e l’editore milanese. (…) Quindi fu Curcio a presentarle Feltrinelli: quando e dove? Lo incontrai per la prima volta dopo la rottura con Simioni, a Milano. Lui non sapeva chi ero io, ma in quell’occasione ebbi la conferma che con Curcio, invece, si conoscevano benissimo. Dopo quel primo incontro, lo vide ancora? Molte altre volte. Con quale frequenza? Almeno una volta al mese. In qualche modo il nostro rapporto era stato istituzionalizzato. Dove avvenivano gli incontri con lui? Per gli appuntamenti avevamo un luogo fisso, nei giardini del castello Sforzesco di Milano. C’era una panchina, era la nostra panchina: ci vedevamo sempre lì. Era anche lui clandestino? Sì, si faceva chiamare Osvaldo. Aveva già fondato i Gap ed era passato alla clandestinità subito dopo la strage di piazza Fontana. Lui era convinto che i fascisti stessero organizzando un colpo di stato, e che la svolta berlingueriana disarmasse il Pci di fronte al pericolo di destra. Le prime volte, al castello Sforzesco, mi ci portava Renato. Poi lo incontrai anche da solo. Gli appuntamenti come venivano fissati? Ci si vedeva, poniamo, ogni mercoledì alle 20. E ogni volta ci si dava un appuntamento per il mercoledì successivo, alla stessa ora. Se uno saltava l’appuntamento, l’altro sapeva che doveva ripresentarsi la settimana dopo, lo stesso giorno, alla stessa ora. Non potevamo comunicare in nessun altro modo. Le regole della clandestinità le decideva lui, Feltrinelli, ed esigeva che le rispettassimo in modo rigoroso. Ricordo che Renato, ogni volta, commentava: che palle! Noi sapevamo benissimo chi era, ma dovevamo sempre far finta di non conoscerlo, anche se intorno a noi non c’era anima viva. Guai a chiamarlo Giangiacomo o Feltrinelli. Dovevamo chiamarlo Osvaldo. Come si svolgevano i vostri incontri clandestini? Lui in genere arrivava in anticipo. Ci si scambiava informazioni, noi gli raccontavamo della nostra attività e lui ci raccontava della sua. E poi si parlava delle cose che si potevano fare insieme. (…) Dunque, Feltrinelli era un “uomo di Cuba”, come amava presentarsi nei colloqui con voi, ed era alleato del “campo socialista”. Inoltre, aveva casa a Praga e un castello nelle foreste austriache, una sorta di autostrada naturale su cui scorrevano liberamente i suoi movimenti verso la Cecoslovacchia... E’ così, era quello che lui stesso ci raccontava. Vi sfiorava qualche volta il sospetto che potesse essere un uomo dei servizi segreti dell’Est? Una spia? Qualche volta sì, ci veniva il dubbio. Ma finivamo sempre per escludere un’eventualità del genere: il ruolo di spia ci sembrava troppo riduttivo, conoscendo lo spessore intellettuale del personaggio. Non una spia, nel senso classico del termine almeno. Ma proprio per la sua levatura, poteva essere un importante “agente d’influenza” nell’Europa occidentale. Aveva una delle case editrici più prestigiose d’Italia, attraverso la quale costruiva rapporti con la crema della cultura mondiale. E poi aveva un “sacco di soldi”, come diceva lei, con cui finanziava giornali e organizzazioni rivluzionarie. Questo é possibile, non mi sentirei di escluderlo. Certamente era un uomo dotato di una notevole autonomia intellettuale, ma al tempo stesso con rapporti strettissimi con i paesi dell’Est e al centro di una vastissima rete di relazioni internazionali. Caratteristiche che ne potevano fare certamente un “agente di influenza”, in un contesto anche più ampio di quello italiano. La dimensione internazionale del personaggio, diceva, era la caratteristica che vi interessava di più. Perché? Come ho già detto, i suoi ragionamenti sul blocco socialista non ci convince
 

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