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	<title>Tempi Moderni Archivi - NoReporter</title>
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	<title>Tempi Moderni Archivi - NoReporter</title>
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		<title>Neologismi che fanno fico</title>
		<link>https://noreporter.org/neologismi-che-fanno-fico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 22:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Soprattutto se è in inglese</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>assistente sembra penalizzante</p>



<p>Lo sport non si guarda più soltanto: ma si analizza e si modella legandosi a un mondo in continua evoluzione. Ed è proprio in questa direzione che anche il mondo del lavoro si sta aprendo a nuove figure professionali, altamente specializzate, come ad esempio quella dello sport trader. Un trend legato al mercato dei prediction-market che, come confermato anche sull’International Banker supererà i 10 miliardi di dollari entro il 2030, dagli attuali circa 2 miliardi di dollari annui (+400%). Nel corso del 2026 questa nuova frontiera dello sport sarà trainata dall’evoluzione delle piattaforme di previsione e dall’integrazione di strumenti finanziari sempre più sofisticati applicati agli eventi sportivi. Secondo un&#8217;analisi del Financial Times l&#8217;aumento del trading legato allo sport ha radicalmente rimodellato l&#8217;attività sui mercati pronosticativi, soprattutto dall&#8217;inizio della stagione Nfl (National football league) 2025. I dati da ottobre 2024 a gennaio 2026, riportati su Tribuna.com, hanno mostrato che l’attenzione al settore sportivo, nel filone dei prediction-market, ha superato di misura la politica e altre categorie, sia in termini di volume di scambi che di commissioni generate.</p>



<p>A conferma del fatto che il mercato dello sport trading registri numeri da capogiro ci ha pensato anche il quotidiano britannico The Guardian che ha riportato come il volume di scambi di Kalshi (piattaforma americana leader nel mercato dei pronostici) abbia superato un miliardo di dollari durante la domenica del Super Bowl. “Oggi non si tratta più di tifare o prevedere, ma di leggere dinamiche, gestire il rischio e prendere decisioni in contesti ad alta incertezza. Negli Stati Uniti questo approccio è già strutturato e integrato nei prediction market. In Europa siamo all’inizio di un percorso culturale prima ancora che professionale. E&#8217; un cambio di mentalità che riguarda il modo in cui si osserva lo sport e si interpreta il rischio”, ha sottolineato Davide Renna, sport trader professionista tra i massimi esperti in Europa.</p>



<p>Lo sport trader non è un semplice appassionato di sport, ma un professionista che opera sugli eventi sportivi con un approccio strutturato e orientato al processo. Lavora sull’interpretazione degli scenari, sulla gestione del rischio e sulla disciplina decisionale. Non si limita a prevedere un risultato, ma costruisce una strategia basata su metodo, controllo e responsabilità personale. E&#8217; una figura che unisce cultura sportiva e capacità di governo dell’incertezza.</p>



<p>Si tratta di una &#8216;professione nuova&#8217; che è già particolarmente attiva negli Stati Uniti e che sta arrivando anche in Europa e in Italia. L’attenzione per lo sport trading, infatti, è ormai un fenomeno in netta crescita come confermato anche dalle analisi di Google Trends che dimostrano come da inizio 2026 le ricerche sul web abbiano visto picchi di interesse considerevoli soprattutto in Lazio e Lombardia.</p>



<p>“In Italia &#8211; ha aggiunto Davide Renna &#8211; sta crescendo l’interesse perché le nuove generazioni sono sempre più interessate a leggere dati, probabilità e scenari. Lo sport trading intercetta questa evoluzione: unisce passione sportiva e cultura del processo decisionale. E’ molto più che mero intrattenimento, è analisi, metodo e responsabilità personale. L’attenzione aumenta soprattutto nelle regioni con maggiore dinamismo imprenditoriale e digitale. È un segnale di maturazione culturale prima ancora che di mercato”.</p>
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		<title>Vergine cuccia</title>
		<link>https://noreporter.org/vergine-cuccia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 22:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Costavano meno i bagni di Poppea</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un&#8217;umanità alla deriva</p>



<p>Negli Stati Uniti va a gonfie vele il business della toelettatura per animali domestici. Secondo quanto riferisce il New York Times, a Manhattan si spendono anche mille dollari per una sessione di dog grooming, e il benessere di fido è ormai diventato essenziale ed è equiparato a tutti gli effetti a quello di un essere umano.<br>Quello che una volta era considerato solo un trattamento igienico, finalizzato alla pulizia, ora ha invece varcato i confini del wellness diventando anche anti-invecchiamento. Inoltre, visto che molti americani si sentono sempre più soli e isolati, tendono a cercare conforto nei loro animali domestici e a considerali veri e propri membri familiari, non badando a spese quando si tratta del loro benessere fisico e mentale. Secondo un rapporto pubblicato da Future Market Insights, società specializzata in ricerca di marketing, quest&#8217;anno l&#8217;industria del pet grooming arriverà a 19,5 miliardi di dollari mentre entro il 2036 sfiorerà i 50 miliardi.<br>Aziende e investitori non stanno a guardare. L&#8217;anno scorso, Jane Lauder, erede della Estée Lauder Companies, ha abbandonato il mondo dei profumi e dei cosmetici ed ha dato vita a Taw Ventures, un fondo d&#8217;impresa il cui nome è un acronimo di Thaddeus Alistair Warsh, il suo goldendoodle (un incrocio tra Golden Retriever e un Barbone), il cui scopo è quello di focalizzarsi sul benessere e la longevità degli animali domestici. Non tutti possono tuttavia permettersi spese folli per il loro cane, e se alcuni sono ricorsi al fai da te imparando le tecniche di toelettatura, altri hanno persino varcato i confini americani. Come si legge sul New York Times, una donna, Nicole Eaton, approfittando delle vacanze in Serbia, spende solo venti dollari per la toelettatura del suo barboncino e cento per la pulizia dei denti con anestesia. In Messico, a Tijuana, la spesa media per un trattamento igienico completo è di quaranta dollari.</p>
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		<title>Terap IA</title>
		<link>https://noreporter.org/terap-ia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[RaiNews]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 22:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Evoluzione scontata</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ci governeranno gli algoritmi</p>



<p>Produrre vaccini precisi in tempi record grazie anche all&#8217;Ia. E&#8217; la promessa della Reverse Vaccinology 3.0, tecnologia al descritta su &#8216;Nature Reviews Microbiology&#8217; in un articolo firmato da Rino Rappuoli, direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena, Emanuele Andreano, responsabile del Laboratorio di Sierologia della stessa Fondazione, insieme a Jason McLellan dell&#8217;università del Texas, Usa. &#8220;Negli ultimi 25 anni abbiamo visto evolvere profondamente il modo di sviluppare i vaccini &#8211; spiega Rappuoli &#8211; Con la Reverse Vaccinology 3.0 integriamo genomica, immunologia e intelligenza artificiale per identificare antigeni e progettare vaccini in modo molto più rapido e razionale. L&#8217;Ia ci permette di analizzare grandi quantità di dati biologici e di individuare nuovi bersagli vaccinali in tempi che fino a pochi anni fa erano impensabili. E&#8217; un cambiamento profondo nel modo in cui possiamo studiare i patogeni e sviluppare nuove strategie di prevenzione&#8221;.</p>



<p>Da un quarto di secolo a oggi, ricostruisce lo scienziato, &#8220;la vaccinologia ha vissuto tre grandi rivoluzioni. La prima è stata la Reverse Vaccinology introdotta nel 2000, che ha utilizzato l&#8217;analisi genomica per individuare antigeni protettivi dei patogeni. La seconda fase ha sfruttato lo studio degli anticorpi monoclonali umani per comprendere quali parti del virus o del batterio siano davvero responsabili della protezione immunitaria. La Reverse Vaccinology 3.0 aggiunge a questi strumenti la potenza dell&#8217;intelligenza artificiale e della modellistica strutturale. I dati sugli anticorpi e sugli antigeni possono essere analizzati con modelli computazionali avanzati, riducendo drasticamente i tempi necessari per identificare nuovi bersagli vaccinali e allo stesso tempo aumentando la qualità, sicurezza e stabilità dei prodotti che vengono disdegnati. Il metodo è stato applicato allo studio del virus Mpox, consentendo di identificare un nuovo antigene neutralizzante, denominato OPG153, attraverso modelli di previsione strutturale basati su AlphaFold e successivamente confermato con tecniche di microscopia strutturale&#8221;.</p>



<p>&#8220;L&#8217;integrazione tra biologia e IA potrebbe aprire una nuova fase nella progettazione di vaccini, anticorpi, e terapie immunologiche&#8221;, prospetta il Biotecnopolo. &#8220;Questo approccio rappresenta un campo ancora emergente, ma con un grande potenziale per il futuro della medicina. Le stesse tecnologie potrebbero essere applicate anche ad altri ambiti della ricerca biomedica, dalla progettazione di anticorpi terapeutici fino allo sviluppo di nuove strategie contro tumori e malattie autoimmuni. La pubblicazione su Nature Reviews Microbiology &#8211; si legge in una nota &#8211; conferma il contributo della Fondazione alla ricerca internazionale sulle nuove tecnologie vaccinali e sull&#8217;uso dell&#8217;intelligenza artificiale nella biomedicina&#8221;.</p>
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		<title>Mamme-nonne o quasi</title>
		<link>https://noreporter.org/mamme-nonne-o-quasi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In meno di vent'anni l'età media è cresciuta di otto anni</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In Italia stiamo davvero mal messi in materia</p>



<p>È inseguendo nella vita una stabilità che sembra non arrivare mai, non solo a livello relazionale, che le italiane rimandano di anno in anno l&#8217;idea di diventare mamme. E procrastinano a tal punto che il primo figlio si ha, in media, a 31,9 anni. Un&#8217;età, questa, che le pone, statisticamente, sul podio delle mamme più anziane dell&#8217;Unione Europea. Lo certificano gli ultimi dati Eurostat, in cui viene denunciato un crollo generale della fertilità nei 27 Paesi Ue, compresi quegli Stati con welfare storicamente attento alle famiglie, come la Francia e la Scandinavia, a dimostrare che siamo nel bel mezzo di un &#8220;cambiamento culturale rilevante&#8221;. Nel merito del &#8220;primato&#8221; italiano, si può, però, parlare di un concorso di colpe. Ecco quali.</p>



<p>Perché le donne italiane rimandano la maternità? E&#8217; una combinazione di fattori economici, sociali e culturali, così strutturata, ormai, e, pertanto, dura a morire, a portare le italiane a essere, tecnicamente, delle primipare attempate, donne cioè al primo figlio con un&#8217;età sempre più vicina ai 35 anni.<br>In Italia l&#8217;età media al parto è passata dai 29,1 anni del 1991 ai 31,6 del 2023. Più di una donna su tre, ovvero il 35,5% di quelle in età fertile diventa mamma per la prima volta dopo i 35 anni e nel 2004 le mamme over 35 rappresentavano poco più del 27% (22% era, per esempio, il dato regionale lombardo).<br>Le principali motivazioni che possono spiegare questo quadro sono incluse in un contesto complesso, fatto di precarietà lavorativa, difficoltà di conciliare carriera e maternità, instabilità economica e desiderio di solidità finanziaria prima di avere figli. E la gravidanza più che un evento naturale è un appuntamento programmato, una scelta precisa e consapevole una volta trovati insieme il compagno di vita, il lavoro ideale e un livello soddisfacente di stabilità economica.</p>



<p>L&#8217;instabilità lavorativa e le difficoltà nel trovare un impiego stabile portano a rimandare la maternità specialmente nelle giovani. La difficoltà successiva si presenta nell&#8217;offerta dei servizi per l&#8217;infanzia (pochi posti negli asili nido) e nelle politiche di supporto alla famiglia: la gestione dei figli è difficile senza una sicurezza economica. Ed è qui che si inserisce anche l&#8217;attuale contesto culturale. Il desiderio di sicurezza abitativa ed economica prima di creare una famiglia è sempre più sentito in Italia e spinge a far slittare la pianificazione prettamente familiare.<br>Quasi un&#8217;utopia, dunque, che sembra venire confermata dai dati più recenti, diffusi da osservatori come Eurostat, Istat e Bankitalia: se è vero che cresce l&#8217;occupazione femminile (negli ultimi 10 anni in Italia si va dal 50,5% del terzo trimestre 2015 al 58,3% dello stesso periodo del 2025), per le italiane la maternità, quando arriva senza il rischio di perdere quel posto di lavoro, trova ancora un ostacolo, poi, nella poca possibilità di conciliare famiglia e lavoro. Fermo restando che continua a pesare il gender pay gap, il divario retributivo di genere, problema strutturale nel mondo del lavoro.</p>



<p>L&#8217;inverno demografico e la scelta delle donne &#8220;Nessuna donna deve sacrificare la propria realizzazione professionale e la sua autonomia per la maternità eppure le culle restano vuote e la sfida demografica in Europa è un problema&#8221;, sottolinea la direttrice esecutiva del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa), Diene Keita, partecipando alla Farnesina al convegno &#8220;Donne del mio tempo&#8221; in occasione della Giornata internazionale della Donna. &#8220;Se una donna rinuncia ai figli perché teme per il suo lavoro, quella non è una libera scelta: è una rinuncia forzata&#8221;, ha aggiunto sollecitando politiche concrete a sostegno della maternità che consentano anche ai padri di essere presenti nella cura della famiglia.</p>
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		<title>In prospettiva non è una cattiva notizia</title>
		<link>https://noreporter.org/in-prospettiva-non-e-una-cattiva-notizia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 22:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tenendo conto del nostro crollo demografico</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Significa che dovremo importare molta meno mano d&#8217;opera</p>



<p>L&#8217;azienda InvestCloud Italy, con sede a Marghera (Venezia), ha avviato le pratiche per il licenziamento collettivo di tutti i suoi 37 dipendenti per cessazione dell&#8217;attività nella sede veneziana, l&#8217;unica presente in Italia.<br>Lo scrive la Nuova di Venezia e Mestre.</p>



<p>L&#8217;azienda, attiva nel settore della tecnologia finanziaria, ha comunicato a Federmeccanica, organizzazioni sindacali e Confindustria Veneto Est la decisione, motivandola con un nuovo modello organizzativo del gruppo statunitense basato su sistemi integrati con l&#8217;intelligenza artificiale che &#8220;non prevede il mantenimento di strutture locali autonome&#8221;.<br>I 37 licenziamenti si inseriscono in un processo di trasformazione del gruppo InvestCloud avviato negli ultimi 18 mesi. Nella lettera inviata alle parti sociali l&#8217;azienda spiega che l&#8217;attuale configurazione del business, &#8220;sviluppata nel tempo secondo un modello fortemente distribuito in diversi Paesi nel mondo e parzialmente basato su soluzioni adattate a livello locale, non risulta più compatibile con l&#8217;obiettivo di realizzare una piattaforma tecnologica integrata centrata su soluzioni basate sull&#8217;intelligenza artificiale&#8221;.</p>



<p></p>
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		<title>La mitica ruota di scorta</title>
		<link>https://noreporter.org/la-mitica-ruota-di-scorta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 22:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse non ci sarà più</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un giorno sarò solo un racconto lontano</p>



<p>Per decenni è stata un elemento immancabile nel bagagliaio. Oggi invece, aprendo il vano posteriore di molte auto nuove, al posto della ruota di scorta si trova spesso un semplice kit di riparazione. La sua scomparsa non è dovuta al caso ma è il risultato di cambiamenti tecnici, economici e progettuali che hanno trasformato il modo in cui vengono costruite le automobili.<br>Peso, consumi e progettazione<br>Uno dei motivi principali riguarda il peso. Una ruota completa, con cerchio e pneumatico, può pesare anche 15-20 kg. Eliminandola, i costruttori riducono la massa complessiva del veicolo, migliorando leggermente consumi ed emissioni. In un’epoca in cui le normative ambientali sono sempre più stringenti, anche pochi chilogrammi fanno la differenza nei calcoli ufficiali. Le piattaforme moderne devono ospitare componenti sempre più complessi, soprattutto sulle auto ibride ed elettriche. Batterie, sistemi elettronici e strutture di sicurezza occupano volume prezioso, e rinunciare alla ruota di scorta permette di avere bagagliai più capienti.<br>Tecnologia e nuovi sistemi anti-foratura<br>Il secondo fattore è l’evoluzione degli pneumatici e delle soluzioni di emergenza. Molti modelli oggi montano gomme rinforzate o pneumatici run-flat, che consentono di continuare a guidare per qualche chilometro anche dopo una foratura. In alternativa, le case forniscono un kit composto da compressore e liquido sigillante che permette una riparazione temporanea sufficiente a raggiungere un’officina. Il risultato è che la ruota di scorta tradizionale, un tempo simbolo di sicurezza e autonomia per gli automobilisti, è diventata un optional o è scomparsa del tutto da molti modelli moderni.</p>



<p></p>
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		<title>Prima di Hormuz</title>
		<link>https://noreporter.org/prima-di-hormuz/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 22:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Preoccupiamoci per il dopo!</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La tendenza è generale</p>



<p>Accelera l’inflazione a febbraio 2026. Secondo le stime preliminari dell’Istat, l’indice dei prezzi al consumo registra un aumento dell’1,6% su base annua, in crescita rispetto al +1,0% di gennaio. Su base mensile la variazione è pari a +0,8%.<br>A trainare la risalita sono soprattutto i prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona. In particolare, segnano un forte incremento i servizi di alloggio (+10,3%), i servizi relativi ai trasporti (+3,0%) e gli alimentari non lavorati (+3,6%).<br>Sale anche il cosiddetto ‘carrello della spesa’: la crescita su base annua passa a +2,2% (da +1,9% di gennaio). L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, aumenta al +2,4% (dal +1,7%).</p>



<p>Inflazione eurozona a febbraio sale a 1,9%<br>L&#8217;inflazione annuale dell&#8217;eurozona per il mese di febbraio è attesa all&#8217;1,9% a febbraio 2026, in aumento rispetto all&#8217;1,7% registrato a gennaio, secondo una stima flash di Eurostat. Il dato supera l&#8217;aspettativa di un tasso all&#8217;1,7% ma segna un calo rispetto al 2,3% registrato a febbraio 2025. Per l&#8217;Italia, la stima per febbraio è dell&#8217;1,6%, in rialzo rispetto all&#8217;1% di gennaio 2026.</p>



<p>Escludendo energia, alimentari, alcolici e tabacco, il tasso di inflazione per il mese di febbraio 2026 è stimato al 2,4%, in aumento rispetto al 2,2% di gennaio ma in calo rispetto al 2,6% segnato a febbraio 2025. Guardando alle principali componenti dell&#8217;inflazione nell&#8217;area euro, Eurostat stima che i servizi dovrebbero registrare il tasso annuale più elevato (3,4% rispetto al 3,2% di gennaio), seguiti da alimentari, alcolici e tabacco (2,6%, stabile rispetto a gennaio), beni industriali non energetici (0,7%, rispetto allo 0,4% di gennaio) ed energia (-3,2%, rispetto al -4% di gennaio).</p>
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		<item>
		<title>Come pioveva, come pioveva</title>
		<link>https://noreporter.org/come-pioveva-come-pioveva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 22:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anzi, come pioverà</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Trasformazioni</p>



<p>Temporali che si concentrano in pochi chilometri e in pochi minuti, capaci di mettere sotto pressione corsi d’acqua, pendii e reti di drenaggio: secondo un nuovo data-set di rianalisi meteorologica, le piogge estreme che scaricano molta acqua in un’ora stanno diventando sempre più frequenti in alcune zone d’Italia. È quanto emerge da una ricerca dell’Università degli Studi di Milano finanziata con fondi europei e realizzata in collaborazione con Consiglio nazionale delle Ricerche, il Norwegian Meteorological Institute e Rse Spa.</p>



<p>Dove e quando risultano più intense<br>Lo studio, pubblicato su Natural Hazards and Earth System Sciences, mostra che, in alcune zone della nostra penisola, gli eventi di pioggia oraria molto intensa sono quasi raddoppiati rispetto a 35 anni fa, in particolare in estate e autunno. In estate, l’incremento risulta particolarmente evidente nelle aree prealpine tra Piemonte e Valle d’Aosta, in Lombardia e in Alto Adige dove, considerando aree di circa 50×50 km, il numero medio di eventi estremi è passato da circa dieci all’anno negli anni ’90 a oltre venti nel periodo più recente. Lo stesso criterio mostra un aumento significativo anche in autunno in alcune aree costiere della Liguria, del mare Ionio e della Sardegna, dove i 2-3 episodi estremi annui tipici del passato superano oggi frequentemente la decina.</p>



<p>I ricercatori &#8211; spiega l&#8217;ateneo in una nota &#8211; hanno condotto un’analisi approfondita del periodo 1986-2022 utilizzando dati atmosferici ad alta risoluzione, chiamati rianalisi. Tali dati vengono ottenuti integrando osservazioni dirette e campi prodotti con modelli numerici basati sulle più avanzate conoscenze dei processi fisici, che permettono di ricostruire le condizioni atmosferiche passate con dettaglio orario e risoluzione spaziale di pochi chilometri. In particolare, i dati di precipitazione oraria sono stati impiegati per estrarre singoli eventi di precipitazione. In ciascuna area sono stati selezionati gli eventi estremi, ovvero quelli che superano la media nel tempo dei valori massimi di precipitazione oraria registrati ogni anno in tale area.</p>



<p>Infine, sono state identificate le zone in cui l’occorrenza degli eventi di pioggia estrema risulta in aumento rispetto ai decenni passati. Questo aumento è del resto presente in varie parti del pianeta per effetto del riscaldamento globale. Esso contribuisce a rendere i mari più caldi, aumentando l’evaporazione, e consente all’atmosfera di trattenere una maggiore quantità di vapore e di avere a disposizione più energia. Nel loro insieme, questi fattori possono indurre maggiori precipitazioni in tempi ridotti.</p>



<p>“I risultati di questa ricerca contribuiscono alla comprensione degli effetti del cambiamento climatico sulle precipitazioni estreme in Italia e forniscono informazioni utili per le politiche di protezione civile, per la resilienza delle infrastrutture esistenti e la pianificazione di quelle future”, ha commentato Francesco Cavalleri, dottore di ricerca in Scienze Ambientali dell’Università degli Studi di Milano e primo autore.</p>



<p>“Il lavoro prodotto ha anche evidenziato l’importanza di integrare dati osservativi tradizionali e nuove forme di dati meteo-climatici, come le rianalisi, sfruttandone le potenzialità e valutandone attentamente le possibili limitazioni. Un utilizzo più diffuso di questi strumenti è di grande importanza perché permette di migliorare notevolmente la valutazione dei rischi legati a frane, alluvioni e altri fenomeni idrogeologici estremi”, ha concluso Maurizio Maugeri, professore del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano e coordinatore della ricerca per l’Università degli Studi di Milano.</p>



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		<title>La caduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 22:11:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>No quella</p>
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<p>Se non ti tieni in forma</p>



<p>Secondo gli ultimi dati della sorveglianza Passi d&#8217;Argento dell&#8217;Istituto superiore di sanità (Iss), circa 1 anziano su 5 (20-21%) over 65 cade almeno 1 volta all&#8217;anno, con una frequenza che aumenta con l&#8217;età e tocca il 50% tra gli ultra 80enni. Ora una scarpa &#8216;intelligente&#8217; potrebbe aiutare gli anziani a evitare molte di queste cadute. Per ora questa calzatura è solo un prototipo, sviluppato dall&#8217;ingegnere Jiayang Li dell&#8217;università di Bristol nel Regno Unito, ma presto potrebbe essere prodotta in serie.</p>



<p>Come nasce e come funziona questa invenzione<br>La storia dietro questa invenzione &#8211; racconta &#8216;The Independent&#8217; &#8211; è legata al rapporto tra Jiayang Li e il suo anziano mentore, oggi 89enne, che non riusciva più a camminare bene. Così Jiayang Li ha promesso che l&#8217;avrebbe aiutato a superare questo problema. Il punto di partenza è una suoletta interna hi-tech con centinaia di minuscoli sensori che forniscono dati in tempo reale, con la qualità di laboratorio, sull&#8217;andatura di chi la indossa. Questo flusso di dati è visualizzabile su un tablet o su un telefono cellulare. &#8220;Ho pensato che la tecnologia dei semiconduttore, che stiamo studiando, potesse effettivamente essere d&#8217;aiuto&#8221;, ha spiegato l&#8217;ingegnere.</p>



<p>&#8220;Mappare in dettaglio i movimenti delle gambe potrebbe rilevare il rischio di cadute, aiutando le persone anziane a camminare con maggiore sicurezza e al contempo a mantenere la propria indipendenza a casa&#8221;, ha proseguito Jiayang Li. I dati raccolti dai sensori vengono utilizzati per generare immagini del piede della persona, evidenziando i punti di pressione e valutando se sta camminando in modo equilibrato o se rischia di cadere. Secondo l&#8217;ingegnere, &#8220;la prevenzione delle cadute è una sfida enorme per le popolazioni anziane, quindi la possibilità di anticipare ed evitare che ciò accada grazie alla nostra invenzione è davvero entusiasmante&#8221;.</p>



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		<title>Dal cellulare parte la ludopatia</title>
		<link>https://noreporter.org/dal-cellulare-parte-la-ludopatia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 22:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Specie tra i giovani</p>
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<p>Per tante categorie</p>



<p>Skin, XP boost, loot boxes, power-up… sono tutti termini che fanno parte del lessico dei giovani videogiocatori di oggi, ma sempre più spesso fanno anche rima con ludopatia. Perché, a quanto pare, basta spendere poco più di cento euro nell’arco di sei mesi nei cosiddetti digital goods &#8211; letteralmente beni digitali messi a disposizione nei videogiochi &#8211; per moltiplicare di dieci volte il rischio di scivolare nella dipendenza patologica.<br>È questo il dato più scioccante che emerge da una recente indagine accademica &#8211; nata dalla collaborazione tra il Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive dell&#8217;Università Sapienza di Roma e il portale di riferimento per gli studenti Skuola.net &#8211; che sposta l&#8217;attenzione dal semplice &#8220;tempo perso&#8221; davanti allo schermo alle insidiose dinamiche economiche dei videogiochi moderni.<br>Se, infatti, non stupisce più di tanto che quasi il 30% degli studenti italiani passi ormai più di tre ore al giorno incollato a una console, è soprattutto l&#8217;intreccio tra gioco e denaro a preoccupare maggiormente gli esperti, delineando i contorni di una vera e propria sfida di salute pubblica.</p>



<p>La ricerca &#8211; pubblicata sull’autorevole rivista scientifica Journal of Public Health &#8211; ha analizzato le abitudini di 1.586 giovani tra i 10 e i 25 anni, scattando una fotografia nitida e a tratti inquietante del rapporto tra la Generazione Z e l&#8217;intrattenimento digitale.<br>Dalle skin agli account: quando spendere è un azzardo &#8211; Il cuore della scoperta risiede nell’uso del portafoglio, o meglio, delle micro-transazioni da parte dei giovanissimi. L&#8217;industria videoludica si è evoluta, spingendo sempre più sull&#8217;acquisto di &#8220;skin&#8221;, potenziamenti o beni virtuali per arricchire l&#8217;esperienza di gioco.<br>Il modello di business è, infatti, decisamente cambiato rispetto al passato: se prima si puntava a monetizzare tutto o quasi al momento dell’acquisto, oggi i giochi sono distribuiti gratis &#8211; o comunque a costi molto contenuti rispetto agli investimenti faraonici richiesti per lo sviluppo &#8211; ma sono progettati per legare l’utente alla casa di produzione, stimolando un continuo esborso di denaro per potersi permettere un’esperienza di gioco più appagante anche in termini di apparenza verso gli altri giocatori presenti in Rete.<br>E l&#8217;analisi statistica condotta dai ricercatori ha rilevato, proprio a tal proposito, una correlazione fortissima tra questa abitudine e dei notevoli rischi per la salute, specialmente mentale.<br>Una conclusione, su tutte, spaventa: è sufficiente una spesa di (appena) 100 euro, in un intervallo temporale di sei mesi, in beni virtuali per aumentare in modo esponenziale la probabilità di sviluppare comportamenti assimilabili all&#8217;Internet Gaming Disorder (una delle tante forme di dipendenza dai videogames), con un rischio quasi dieci volte superiore rispetto a chi gioca senza spendere.<br>Altrettanto controversa, però, è anche la pratica, sempre più in voga, di acquistare account di gioco già &#8220;livellati&#8221; da altri utenti, per competere subito ai piani alti delle classifiche: pure in questo caso, il rischio di cadere nella patologia è oltre nove volte superiore alla media.</p>



<p>Questo, secondo lo studio, accade perché tali meccanismi incoraggiano i giocatori occasionali a diventare sempre più avidi, avvicinando i videogiochi alle dinamiche del gioco d&#8217;azzardo compulsivo.<br>L’impatto sulla scuola: calano interesse e voti &#8211; Ma gli effetti di un uso pericoloso dei videogames non restano confinati nelle stanze dei ragazzi. Le conseguenze negative, infatti, tracimano inevitabilmente nella vita quotidiana, in particolare tra i banchi di scuola. I dati lo confermano, dipingendo uno scenario in cui l&#8217;istruzione paga spesso il prezzo dell&#8217;intrattenimento digitale sfrenato.<br>Più di un terzo degli intervistati &#8211; per l’esattezza il 36,5% &#8211; ammette che il tempo dedicato al gioco ha peggiorato il proprio interesse verso la scuola. Una percentuale molto simile (35,9%) segnala un calo nell&#8217;impegno quotidiano sui libri. Pochi di meno (il 33,6%) confessano un effettivo peggioramento del rendimento in termini di voti e prestazioni.<br>È interessante, su questo, notare come la percezione del rischio cambi in base al genere: le ragazze, pur giocando meno, mostrano una maggiore consapevolezza critica, riportando una correlazione negativa più forte tra l&#8217;uso dei videogiochi e i risultati scolastici rispetto ai loro coetanei maschi.</p>



<p>L’identikit dei soggetti a rischio &#8211; L&#8217;indagine, infine, ha anche provato a individuare quale possa essere il profilo del videogiocatore a rischio. Di chi si tratta? Fondamentalmente di ragazze e ragazzi in piena adolescenza, tra i 14 e i 17 anni, laddove cioè si registrano i volumi di gioco più consistenti.<br>Più in generale, in un normale giorno feriale, quasi il 30% del campione gioca per oltre tre ore. Ma c’è uno zoccolo duro &#8211; pari al 7,6% &#8211; che supera addirittura le otto ore quotidiane, praticamente come se un’intera giornata lavorativa (o di studio) venisse spesa nel mondo virtuale. Complessivamente, circa un terzo dei giovani dedica al gaming più di 12 ore a settimana.<br>Lo studio, inoltre, ha portato alla luce una curiosa differenza geografica: vivere nel Nord sembra costituire un &#8220;fattore protettivo&#8221;, visto che gli studenti settentrionali tendono a giocare significativamente meno rispetto ai coetanei di altre parti. Un dato che apre a interrogativi sulle offerte di svago o sulle abitudini sociali nelle diverse aree del Paese.<br>La ricerca di socialità e la consapevolezza del pericolo &#8211; Sarebbe tuttavia ingiusto demonizzare un’intera generazione senza considerare le motivazioni che la portano verso certi comportamenti. Per i più giovani, infatti, il rifugio nel gaming spesso risponde a bisogni sociali precisi e, talvolta, “vitali”: la maggior parte gioca per distrarsi dalla vita quotidiana (67,9%) o per stare con gli amici in un ambiente virtuale condiviso (63,7%). Per molti è addirittura un modo importante (se non l’unico) per conoscere nuove persone e ampliare la propria cerchia sociale.<br>Ciononostante, c&#8217;è una consapevolezza di fondo che non va ignorata e da cui si può partire per aggiustare la rotta. Perché più della metà degli intervistati (56,9%) riconosce che un uso prolungato dei videogiochi può rappresentare un rischio concreto per la propria salute.</p>
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