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	<title>Tempi Moderni Archivi - NoReporter</title>
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	<title>Tempi Moderni Archivi - NoReporter</title>
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		<title>Non per niente è kali yuga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[insideover.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 22:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche per la materia grezza</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Simbolo di simbolo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni ci siamo abituati a pensare che la nuova geopolitica delle materie prime fosse dominata soltanto dai minerali della transizione energetica: litio, cobalto, terre rare, rame, nichel, coltan. Li abbiamo chiamati “critici” perché indispensabili alle batterie, alle turbine eoliche, ai semiconduttori, ai veicoli elettrici, alle reti digitali e all’industria della decarbonizzazione. Ma l’errore sarebbe credere che la modernità abbia superato il ferro. Al contrario: proprio mentre il mondo corre verso l’elettrico, il digitale e il cosiddetto verde, il ferro torna a mostrarsi per ciò che è sempre stato: la materia prima della potenza industriale.<br>Il minerale critico non è necessariamente raro. È critico quando è essenziale per l’economia e quando il suo approvvigionamento è vulnerabile. Da questo punto di vista, il ferro rientra pienamente nella categoria. Senza ferro non c’è acciaio. Senza acciaio non ci sono infrastrutture, ferrovie, ponti, porti, navi, oleodotti, centrali, turbine, armamenti, grattacieli, reti logistiche, industria pesante. Anche la transizione energetica, che si presenta spesso come superamento del vecchio mondo industriale, ha bisogno di quantità immense di acciaio.<br>È qui che il discorso cambia. La vera modernità non cancella l’età del ferro: la aggiorna. Il mondo delle batterie e dei semiconduttori continua ad avere bisogno del mondo degli altiforni, delle miniere, dei treni merci, dei porti minerari, delle acciaierie. La decarbonizzazione non elimina la materia. La rende ancora più strategica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Repubblica Democratica del Congo e la tentazione della diversificazione<br>La Repubblica Democratica del Congo è già al centro della competizione mondiale per il cobalto. Circa il 70 per cento della produzione globale proviene dal suo sottosuolo, e questo ha trasformato il Paese in una delle aree più contese della nuova economia energetica. Ma proprio questa centralità è anche una vulnerabilità. Un’economia troppo dipendente da poche risorse resta esposta ai prezzi, agli appetiti stranieri, alle pressioni delle multinazionali, agli squilibri interni e alla debolezza delle catene di trasformazione locali.<br>L’annuncio del progetto MIFOR, Mines de Fer de la grande Orientale, si inserisce in questa prospettiva. Le riserve indicate, superiori a 20 miliardi di tonnellate soltanto per questo progetto, con tenori oltre il 60 per cento, disegnano uno scenario ambizioso: collocare la Repubblica Democratica del Congo tra i grandi produttori mondiali di ferro. Se realizzato, non sarebbe soltanto un progetto minerario. Sarebbe un progetto di Stato.<br>Perché il ferro non si estrae e basta. Richiede strade, ferrovie, vie fluviali, porti, energia, impianti di trattamento, manodopera specializzata, sicurezza territoriale, accordi finanziari, stabilità normativa. Può diventare l’occasione per costruire un’economia più articolata: logistica multimodale, industria metallurgica, subfornitura, servizi tecnici, formazione professionale, infrastrutture interne. Oppure può diventare l’ennesimo grande giacimento africano sfruttato da altri, con pochi benefici strutturali per il Paese che lo ospita. La differenza starà nella capacità politica di Kinshasa. Avere il minerale non basta. Bisogna governare la catena del valore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ferro come minerale critico<br>Il paradosso è evidente. Mentre i discorsi pubblici celebrano il litio e le terre rare, il ferro rientra dalla porta principale perché soddisfa i due criteri della criticità: importanza economica e rischio di approvvigionamento. La produzione mondiale è fortemente concentrata tra Australia e Brasile, che insieme dominano la maggior parte del mercato. Questa concentrazione crea dipendenze, soprattutto per la Cina, che importa una quota enorme del minerale mondiale destinato alla propria siderurgia.<br>Pechino conosce bene il problema. La sua potenza industriale si fonda sull’acciaio. E l’acciaio cinese, a sua volta, dipende dal minerale importato. Per questo la Cina cerca da anni di diversificare le fonti: Guinea, Africa occidentale, forse domani Repubblica Democratica del Congo. Non è solo una questione commerciale. È una questione di sicurezza nazionale.<br>La grande industria non può vivere sotto ricatto logistico. Se una tensione politica con l’Australia, un’interruzione nei porti brasiliani, una crisi marittima, una guerra regionale o un aumento improvviso dei prezzi colpiscono l’approvvigionamento di ferro, la siderurgia cinese ne subisce le conseguenze. E con essa cantieri, edilizia, infrastrutture, armamenti, esportazioni, occupazione. Il ferro, quindi, non è il metallo del passato. È uno dei pilastri nascosti della competizione tra potenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Valutazione strategica: il ferro e la guerra industriale<br>Dal punto di vista strategico-militare, il ferro resta alla base della potenza bellica. Ogni ap<br>parato militare moderno dipende dall’acciaio: navi, blindati, artiglieria, basi, infrastrutture, depositi, ferrovie, ponti, veicoli, sistemi di lancio, cantieristica. Anche le armi più avanzate, piene di elettronica e software, poggiano su un mondo materiale che richiede acciaio, energia e logistica.<br>La guerra in Ucraina ha ricordato all’Occidente una verità dimenticata: non si combatte soltanto con tecnologia di punta, ma con produzione di massa, munizioni, riparazioni, ferrovie, fabbriche, metalli, capacità industriale. La guerra moderna può essere digitale, ma resta anche siderurgica. Chi non produce, o non controlla le filiere della produzione, dipende da chi lo fa.<br>In questo quadro, grandi giacimenti di ferro ad alto tenore in Africa assumono un’importanza strategica. Non perché ogni tonnellata diventi direttamente un carro armato, ma perché la disponibilità di ferro di qualità condiziona la capacità industriale complessiva. Una potenza che vuole costruire infrastrutture, flotte, ferrovie, porti, centrali e sistemi militari ha bisogno di accesso sicuro all’acciaio. E l’acciaio comincia dal minerale di ferro.<br>La Repubblica Democratica del Congo, se saprà inserirsi in questa partita senza subirla, potrebbe trasformare il ferro in leva di sovranità. Ma se lascerà che altri controllino finanziamento, estrazione, trasporto, trasformazione e prezzi, rischierà di vedere ripetersi la storia già conosciuta: ricchezze immense, Stato debole, popolazione povera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scenari economici: investimento enorme, ritorno incerto<br>Il progetto MIFOR richiederebbe investimenti superiori a 29 miliardi di dollari, con una produzione potenziale compresa tra 50 e 300 milioni di tonnellate annue. Sono cifre gigantesche, paragonabili ai grandi progetti minerari africani. Il confronto con Simandou, in Guinea, è inevitabile: uno dei maggiori progetti di ferro del continente, capace di ridisegnare rotte, infrastrutture e rapporti di forza.<br>Ma proprio l’enormità delle cifre impone prudenza. I grandi progetti minerari vivono di promesse e rischi. Promesse di crescita, occupazione, entrate fiscali, infrastrutture, industrializzazione. Rischi di corruzione, indebitamento, espropriazioni, dipendenza da investitori stranieri, instabilità contrattuale, danni ambientali, tensioni locali.<br>Il prezzo del ferro è volatile e dipende in larga misura dalla domanda cinese. Se la Cina rallenta, il ferro soffre. Se il settore immobiliare cinese si contrae, la domanda di acciaio cala. Se Pechino accelera infrastrutture, stimoli industriali o produzione militare, la domanda cresce. Per un Paese produttore, questo significa dipendere da variabili esterne che non controlla.<br>L’indice internazionale del minerale di ferro, basato su qualità e condizioni di mercato, diventa così un meccanismo di potere. Il produttore africano può avere il giacimento, ma il prezzo lo fanno mercati, compratori, contratti, trasporti, porti, assicurazioni, finanza. Estrarre non significa comandare. Comanda chi controlla la filiera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Geoeconomia della decarbonizzazione<br>La siderurgia è tra i settori più responsabili delle emissioni mondiali di anidride carbonica. Per ridurre l’impatto climatico dell’acciaio servono tecnologie nuove, energia a basse emissioni, idrogeno, forni elettrici, riciclo, ma anche minerale di qualità più elevata. Un minerale ad alto tenore, superiore al 60 per cento, consente processi più efficienti e meno costosi dal punto di vista energetico rispetto a minerali più poveri.<br>È qui che il ferro congolese può diventare prezioso. Non solo perché abbondante, ma perché potenzialmente adatto alla siderurgia del futuro. La qualità del minerale diventa un elemento della transizione industriale. Chi possiede ferro ricco può attrarre investimenti, negoziare accordi, inserirsi nelle nuove catene dell’acciaio verde.<br>Ma anche qui il rischio è evidente. L’Africa potrebbe fornire ancora una volta la materia prima, mentre la trasformazione, la tecnologia, i margini e il valore aggiunto restano altrove. La vera sfida non è esportare minerale. È costruire capacità industriale attorno al minerale. Se la Repubblica Democratica del Congo si limita a spedire ferro grezzo verso acciaierie straniere, guadagnerà molto meno di quanto potrebbe. Se invece sviluppa energia, trasporti, lavorazione e metallurgia, il ferro può diventare una base di industrializzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cina e la nuova mappa africana del ferro<br>La Cina sarà inevitabilmente uno degli attori centrali di questa partita. Ha fame di ferro, capitali, imprese di costruzione, esperienza infrastrutturale, capacità di finanziare ferrovie, porti e miniere. Ma porta con sé anche una logica precisa: garantire approvvigionamenti, costruire dipendenze, assicurarsi accesso di lungo periodo alle risorse.<br>Per Kinshasa, la relazione con Pechino può essere opportunità o trappola. Opportunità, se gli investimenti cinesi vengono negoziati con trasparenza, trasferimento di competenze, infrastrutture realmente utili al Paese e quote di trasformazione locale. Trappola, se il progetto si traduce in debito, concessioni squilibrate e controllo esterno della filiera.<br>Non bisogna però ridurre tutto alla Cina. Anche l’Europa, gli Stati Uniti, l’India, il Giappone, la Corea del Sud e i Paesi del Golfo guardano con interesse crescente alle risorse africane. La competizione per i minerali critici si allargherà al ferro di alta qualità perché la sicurezza industriale torna al centro delle politiche nazionali. Dopo anni di globalizzazione ingenua, le potenze hanno capito che senza materie prime e senza industria non esiste sovranità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La posta geopolitica per il Congo<br>Per la Repubblica Democratica del Congo, il ferro può essere una leva di emancipazione o una nuova maledizione delle risorse. Il Paese ha già conosciuto il peso ambiguo della ricchezza mineraria: rame, cobalto, coltan, oro, stagno. Ricchezze immense, ma anche conflitti, traffici, interferenze straniere, economie parallele, sfruttamento del lavoro, debolezza fiscale, corruzione.<br>Il progetto MIFOR potrà avere successo solo se verrà inserito in una strategia nazionale di lungo periodo. Servono contratti pubblici e leggibili, controllo ambientale, protezione delle comunità locali, sicurezza degli investimenti, lotta alla corruzione, partecipazione di imprese congolesi, formazione tecnica, infrastrutture non limitate alla miniera. Una ferrovia che serve solo a portare minerale al porto arricchisce il progetto; una ferrovia che collega città, mercati, agricoltura e industria arricchisce il Paese.<br>La differenza tra estrazione e sviluppo è tutta qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritorno dell’acciaio nella storia<br>Il ritorno dell’età del ferro significa anche il ritorno della storia industriale. Negli ultimi trent’anni l’Occidente ha spesso immaginato di vivere in un’economia post-materiale: finanza, servizi, digitale, piattaforme, proprietà intellettuale. Poi sono arrivate le crisi: pandemia, guerra in Ucraina, tensioni nel Mar Rosso, competizione con la Cina, corsa al riarmo, transizione energetica. E il mondo ha riscoperto container, porti, acciaio, gas, miniere, fabbriche, ferrovie. La potenza non è mai stata immateriale. Anche il digitale ha bisogno di miniere. Anche l’intelligenza artificiale ha bisogno di energia, rame, acciaio, terre rare, cemento, acqua. Anche la sovranità tecnologica ha fondamenta materiali.<br>Il ferro torna dunque non come nostalgia del passato, ma come condizione del futuro. Senza acciaio non ci sono città verdi, reti elettriche robuste, ponti, dighe, impianti industriali, flotte commerciali, difesa nazionale, infrastrutture della transizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conclusione: chi governa il ferro governa una parte del futuro<br>Il minerale di ferro è critico perché il mondo non può farne a meno e perché il suo controllo è concentrato, vulnerabile, esposto alla geopolitica. La Repubblica Democratica del Congo può entrare in questa partita con carte importanti: riserve enormi, qualità elevata, posizione strategica, fame di sviluppo. Ma le carte buone non bastano. Bisogna saperle giocare.<br>Se il progetto MIFOR diventerà soltanto un nuovo corridoio estrattivo verso mercati stranieri, sarà l’ennesima occasione africana mancata. Se invece diventerà la base per infrastrutture, industria, metallurgia, lavoro qualificato e sovranità economica, allora il Congo potrà passare dal ruolo di serbatoio minerario a quello di potenza geoeconomica in costruzione.<br>L’età del ferro non è finita perché non è mai finita davvero. Era nascosta dietro il lessico seducente della transizione energetica e della rivoluzione digitale. Ora ritorna alla luce. E ci ricorda una verità elementare: le nazioni che controllano le materie prime, le trasformano e le inseriscono in una strategia industriale non possiedono soltanto risorse. Possiedono margini di sovranità.<br>Il futuro non sarà fatto solo di litio, cobalto e microchip. Sarà fatto anche di ferro. E chi lo dimentica rischia di scoprire troppo tardi che la modernità più avanzata poggia ancora sulle fondamenta più antiche della potenza.</p>
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		<title>La Giustizia in Italia&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 22:54:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fantasmagorica nelle sentenze, ma anche negli effettivi</p>
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<p class="wp-block-paragraph">È anche questa</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 15 maggio al 30 giugno, l&#8217;ufficio dei Gip di Milano potrà assicurare solo le attività prioritarie, come le misure cautelari. Gran parte delle udienze preliminari e processi saranno rinviati per carenza di personale e assistenti amministrativi. Emerge da un documento del Tribunale di Milano sottoscritto da Vincenza Maccora, presidente della sezione Gip. Secondo il documento &#8220;le forze in campo non consentono oggettivamente di garantire il servizio oggi prestato rispetto a tutti gli affari di competenza della Sezione e occorre stilare un elenco di affari prioritari&#8221;. La scelta è per garantire &#8220;i servizi essenziali&#8221;.</p>
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		<title>I computer biologici</title>
		<link>https://noreporter.org/i-computer-biologici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 22:43:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Neuroni gamer</p>
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<p class="wp-block-paragraph">geopop.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Australia esiste un laboratorio che sta costruendo computer controllati da reti di neuroni in provetta, o meglio su un microchip. Insomma, l&#8217;opposto di quello che ci siamo abituati a vedere negli ultimi anni, in cui elettronica e informatica permettono di integrare e potenziare il corpo umano con arti robotici protesici sempre più sofisticati e microchip capaci di supportare funzioni vitali (come pacemaker e neurostimolatori),<br>Già nel 2022, con uno studio pubblicato su Neuron, i ricercatori australiani del Cortical Labs avevano attirato l’attenzione &#8220;insegnando&#8221; a una rete di neuroni su un sofisticato microchip a interagire con un ambiente virtuale e giocare a Pong (una semplice simulazione del ping pong). A marzo del 2026, il gruppo è tornato a far parlare di sé pubblicando un video in cui mostra CL1, un “computer biologico”, guidato da circa 200.000 neuroni, mentre interagisce con il più complesso ambiente di Doom, un videogioco sparatutto in prima persona. I risultati e i dettagli sperimentali non sono ancora stati pubblicati né sottoposti a peer-review, quindi dovremmo aspettare ancora un po&#8217; per capire come si è svolto questo secondo esperimento che sembra arrivare direttamente da un film di fantascienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I primi “neuroni gamer” Dishbrain nel 2022<br>Nel 2022 un piccolo laboratorio di Melbourne (Australia), chiamato Cortical Labs, incuriosì il mondo con un video su Youtube.&nbsp;Per molti, le immagini del video non sembreranno nulla di speciale. D’altronde, si tratta di una banale partita a Pong, il noto simulatore di tennis da tavolo degli anni Settanta. Eppure, quella mostrata non è una partita come tutte le altre. O meglio, a giocare non è un giocatore qualunque, ma si tratta di un DishBrain: un sofisticato microchip “colonizzato” da una rete di circa 800.000 neuroni (umani e di topo) in coltura.<br>Ma come possono dei neuroni, fuori dalla complessità di un cervello integro, imparare a giocare a Pong? Nello studio, pubblicato dai ricercatori australiani sulla nota rivista Neuron, i ricercatori australiani hanno insegnato ai neuroni del DishBrain a “vedere”, pur non essendo dotati di occhi, convertendo in segnali elettrici (la “lingua” dei neuroni) le uniche due informazioni essenziali per giocare a Pong: la posizione della palla e la distanza rispetto alla racchetta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul microchip dove crescono i neuroni possiamo distinguere due zone:<br>Una regione sensore, che invia segnali elettrici ai neuroni in punti del chip corrispondenti al campo virtuale del pong. In pratica, se la palla sullo schermo si muove verso l’alto, i neuroni della parte alta del microchip ricevono una scossa, con una frequenza maggiore via via che la palla si avvicina alla racchetta. In questo modo, i neuroni possono letteralmente “vedere” la palla.<br>Una regione motoria, che registra i segnali elettrici rilasciati dai neuroni e li converte nel movimento della racchetta. In poche parole, se i neuroni nella parte bassa del microchip inviano una scossa elettrica, il cursore si muove verso il basso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, per quanto fantascientifico, questo sistema da solo non basta. I neuroni, infatti, durante le prime partite si muovono in maniera del tutto casuale, un po’ come un bambino che impara a muovere i suoi primi passi. Ma dando loro dei precisi segnali di feedback quando colpiscono o mancano la palla (degli impulsi elettrici con specifiche caratteristiche), i neuroni imparano a giocare,&nbsp; modificando in pochi minuti gli schemi di attività elettrica in modo da commettere sempre meno errori, aumentando partita dopo partita il loro “record” personale.<br>Attenzione però: immaginare che quei neuroni stiano pensando o agendo secondo una precisa volontà sarebbe un errore. Man mano che “imparano a giocare”, infatti, i &#8220;neuroni gamer” del DishBrain si auto-organizzano in circuiti sempre più funzionali. Si tratta di un meccanismo simile a quello che succede quando impariamo qualcosa, ma in questo caso non all’interno un cervello, bensì su un microchip, dando una dimostrazione dell’incredibile plasticità delle cellule nervose: la capacità di plasmare la struttura delle loro connessioni in risposta alle esperienze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora i neuroni gamer giocano a DOOM<br>Vedere un computer controllato da neuroni giocare a Pong è indubbiamente un grande traguardo bio-tecnologico. Eppure, il pubblico del web difficilmente si lascia sorprendere ed è noto per le sue richieste stravaganti. Così, il video pubblicato dai ricercatori australiani sui “neuroni gamer” è stato rapidamente sommerso da una miriade di commenti, quasi tutti con la stessa domanda: “riesce a giocare a Doom?”.<br>Per chi non è appassionato di retrogaming, Doom è un celebre sparatutto in prima persona in cui il videogiocatore veste i panni di un marine spaziale in missione su Marte per fermare un’invasione di demoni e zombie. Il gioco esplose negli anni ’90, quando nelle sale giochi di tutto il mondo i videogiocatori si riunivano per esplorare il suo mondo tridimensionale, fatto di trappole e nemici da sparare ad ogni angolo. Insomma, una dinamica di gioco e di interazione decisamente più complessa rispetto al semplice Pong.<br>La risposta di Cortical Labs alla sfida del web non si è fatta attendere: sfida accettata. Così, a Marzo 2026, l’azienda australiana ha pubblicato un nuovo video in cui mostra CL1: il primo computer biologico, guidato da una rete di circa 200.000 neuroni, capace di esplorare il mondo di DOOM e sparare ai nemici. Certo, come ammesso dalla stessa azienda, i CL1 non sono ancora dei professionisti (come si direbbe nel gergo del gaming: non sono dei &#8220;pro player&#8221;), e giocano un po’ come dei bambini alle prime armi. Ma se si considera che a controllare il personaggio è una rete di neuroni , i quali ricevono e inviano segnali elettrici attraverso un minuscolo microchip, l’impresa risulta senza dubbio affascinante. E soprattutto, in maniera simile a un essere umano o una AI, più giocano, più migliorano. Insomma, imparano.<br>I dettagli sperimentali non sono stati ancora pubblicati in alcun paper peer-reviewed, ma è plausibile che il sistema utilizzi principi simili a quelli già impiegati per Pong, integrati con algoritmi più avanzati e una migliore interazione tra computer e neuroni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sfida per il futuro<br>L’obiettivo dichiarato dell’azienda è sviluppare macchine guidate da intelligenze biologiche sintetiche sempre più sofisticate, che potrebbero essere utilizzate per studiare la risposta dei neuroni a farmaci o malattie, indagare i meccanismi biologici alla base dell’intelligenza e persino creare nuove forme di “intelligenza” più efficienti, flessibili e sostenibili delle attuali AI. Il tutto sfruttando la più sorprendente e caratteristica proprietà delle cellule nervose: la capacità di “sentire” l’ambiente circostante e riorganizzarsi adattandosi a esso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Mens insana in corpore insano</title>
		<link>https://noreporter.org/mens-insana-in-corpore-insano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 22:09:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Disordine spirituale è anche psichico e fisico</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il problema non sono i &#8220;vizi&#8221; è il resto della vita</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli italiani sono un po&#8217; meno sedentari, ma sul fronte della salute si ritrovano con più di un tallone d&#8217;Achille. Più di 8 milioni di persone (il 15,1% di chi ha più di 11 anni) hanno almeno un comportamento a rischio legato all&#8217;uso di alcol. Non solo: il vizio del fumo riguarda il 18,6% del totale degli individui. A certificarlo è l&#8217;ultimo report dell&#8217;Istat relativo all&#8217;anno 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcol e fumo, italiani bocciati negli stili di vita | Segnali negativi anche dai più giovani<br>Boom di binge drinking e sigarette elettroniche Il consumo abituale &#8220;eccedentario&#8221; di alcol riguarda l&#8217;8,3% della popolazione (11,4% degli uomini, 5,3% delle donne), mentre il binge drinking, il consumo smodato di alcolici, è praticato dall&#8217;8,2% dei connazionali (12,0% uomini, 4,6% donne). Allo stesso tempo, le quote più elevate di fumatori si osservano a partire dalla fascia dei giovani di 18-24 anni (22,9%), fino a raggiungere il livello più elevato tra le persone di 25-34 anni (27,4%). Quasi raddoppiato in quattro anni, inoltre, l&#8217;uso della sigaretta elettronica e di prodotti a tabacco riscaldato non bruciato, che passa dal 3,9% nel 2021 al 7,4% nel 2025.<br>Meno sedentarietà ma poca attività fisica Nell&#8217;analisi viene rilevato come, tra gli italiani, la sedentarietà sia in calo (-2,4 punti percentuali rispetto al 2024), nonostante la condizione di inattività fisica continui a interessare oltre il 30% della popolazione, con picchi tra le persone con basso titolo di studio (49,%) e nelle regioni del Mezzogiorno (al Sud non fa attività fisica il 41,2% delle persone, contro il 26% del Centro e il 20,3% del Nord).<br>È invece rimasta stabile, negli ultimi tre anni, la quota di adulti in eccesso di peso, che è pari al 46,4% (era del 46,3% nel 2023). Tra questi il 34,8% è in sovrappeso e l&#8217;11,6% in condizione di obesità (5 milioni e 750mila persone). Sebbene il dato sia pressoché invariato nel triennio, l&#8217;analisi degli ultimi dieci anni mette in evidenza un incremento di 1,3 punti percentuali, determinato dalla componente dell&#8217;indicatore relativa all&#8217;obesità, passata dal 9,8% all&#8217;11,6%. Anche in questo caso si assiste a un marcato divario Nord-Sud: nel 2025 la quota di persone adulte in eccesso di peso ha raggiunto il 49,3% nel Mezzogiorno (di cui il 37,0% in sovrappeso e il 12,3% con obesità), mentre nel Nord si registrano prevalenze più basse (32,1% e 10,6%, rispettivamente).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sos ipertensione: un italiano su tre soffre di pressione alta (e non lo sa)<br>Il legame tra i fattori di rischio e le malattie croniche Secondo il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, i principali fattori di rischio, insieme alle condizioni ambientali e al contesto sociale, economico e culturale, sono responsabili di circa il 60% delle malattie croniche non trasmissibili. &#8220;Sovrappeso e obesità sono fattori di rischio importante per le malattie cardiocircolatorie, ma anche per la comparsa di alcuni tumori. Il fumo resta uno dei principali fattori di rischio per diverse patologie, così come l&#8217;alcol, con effetti che aumentano in relazione alla quantità assunta&#8221;, spiega Giovanni Rezza, epidemiologo e già a capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute.<br>&#8220;La prevenzione delle malattie oncologiche deve iniziare da giovanissimi e viene ancora sottovalutato il ruolo positivo dello sport nell&#8217;evitare molte neoplasie. Il 20% degli adolescenti che vivono nel nostro Paese sono sedentari e anche altri comportamenti scorretti risultano molto diffusi. Abuso di alcol, tabagismo, eccesso ponderale o alimentazione scorretta interessano infatti sempre più bambini e adolescenti&#8221;, sottolinea Francesco Cognetti, presidente di Foce &#8211; Confederazione degli oncologi, cardiologi ed ematologi.</p>
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		<title>Un&#8217;infanzia di peso</title>
		<link>https://noreporter.org/uninfanzia-di-peso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non sono solo pochi, sono anche obesi</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un altro brutto segnale</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il peso in eccesso moltiplica il rischio di ictus ed è una minaccia anche per i giovani. Ad accendere i riflettori sul tema dell’obesità come fattore di rischio modificabile per l’ictus, è Alice Italia Odv, Associazione per la lotta all’ictus cerebrale.<br>Il tema è di particolare attualità ad aprile, mese dedicato alla prevenzione della patologia. Il pericolo viene associato a persone di età avanzata: la carta d’identità ‘verde’, però, non è una garanzia di sicurezza in tale contesto. Numerosi studi mostrano come l’aumento dell&#8217;indice di massa corporea (Bmi) sia associato a un incremento progressivo del rischio di ictus ischemico e cardiovascolare: le persone con obesità presentano rischio maggiore di ictus rispetto a persone con peso nella norma, anche indipendentemente da altri fattori di rischio cardiovascolare come ipertensione e diabete.<br>L’argomento è stato esaminato da diversi scienziati negli ultimi anni. Una ricerca condotta in Israele nel 2021 ha preso in considerazione 1,9 milioni di adolescenti tra il 1985 e il 2013. Il legame tra obesità in età giovanile e i rischi di ictus è stato analizzati più recentemente da uno studio condotto dagli esperti dell’Università di Oulu, in Finlandia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;allarme anche nei giovani<br>Il problema, come è acclarato, si verifica non solo negli adulti: l’obesità in età giovanile è, infatti, associata a un aumento significativo del rischio di incorrere in un ictus precoce. Essere in sovrappeso o obesi in giovane età (fascia compresa tre i 20 e i 40 anni) comporta un rischio aumentato di oltre 1,8 volte, rispetto a coetanei con peso normale. Ulteriori dati suggeriscono che l’obesità in adolescenza può essere associata a un rischio fino a 2-3 volte maggiore di ictus prima dei 50 anni. Questi risultati sottolineano dunque l’importanza di iniziare precocemente la prevenzione dei fattori di rischio, non solo nelle persone adulte e anziane, ma già in età adolescenziale.<br>Inoltre, secondo stime epidemiologiche internazionali, circa il 10-15% dei casi di ictus ischemico può essere attribuito all’eccesso di peso corporeo. Considerando che in Italia si registrano ogni anno circa 120mila nuovi casi, ciò significa che fino a 15mila eventi potrebbero essere correlati direttamente o indirettamente a sovrappeso e obesità.<br>&#8220;La scienza clinica ci dimostra in modo chiaro ed evidente come l’obesità vada considerata fattore di rischio importante e modificabile per l’ictus cerebrale – dichiara Danilo Toni, direttore Unità trattamento Neurovascolare, policlinico Umberto I di Roma e presidente del Comitato tecnico-scientifico di Alice Italia Odv &#8211; E questo rischio non riguarda solo le persone anziane ma si estende anche alle fasce giovanili: intervenire presto, con prevenzione e attraverso stili di vita salutari, può ridurre significativamente l’incidenza della patologia nella popolazione&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I costi dell&#8217;obesità<br>L’obesità non ha solo un impatto clinico ma comporta anche forti conseguenze economiche &#8211; riferisce la nota &#8211; Si stima che in Italia l’obesità comporti costi complessivi di oltre 13 miliardi di euro all’anno, comprendendo spese dirette per ricoveri, visite e farmaci e costi indiretti come perdita di produttività lavorativa. Le complicanze cardio-cerebrovascolari, tra cui l’ictus cerebrale, costituiscono una parte rilevante di questi costi: stime italiane evidenziano come gli eventi cardio-cerebrovascolari correlati all’obesità generino oltre 2 miliardi di euro l’anno di spesa sanitaria diretta, senza considerare il costo della riabilitazione, dell’assistenza a lungo termine e della disabilità post-ictus.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le linee guida italiane<br>Le linee guida italiane di prevenzione e trattamento dell&#8217;ictus cerebrale confermano l&#8217;importanza di intervenire sui fattori di rischio modificabili per ridurre l’incidenza di questa patologia nella popolazione. L&#8217;alimentazione equilibrata è la base da cui partire, con attenzione dedicata anche all&#8217;attività fisica per arrivare alla riduzione della massa corporea. E&#8217; opportuno controllare i principali fattori di rischio cardiovascolare, come ipertensione, diabete e dislipidemia, strettamente associati all’obesità. Le linee guida evidenziano l&#8217;importanza di procedere alla valutazione del Bmi e dei fattori metabolici e suggeriscono riduzioni di peso progressive e sostenibili nelle persone sovrappeso od obese per ridurre il rischio di recidive e complicanze cardio-cerebrovascolari.<br>&#8220;Come Alice Italia Odv sentiamo sempre la responsabilità di portare all’attenzione pubblica quei fattori di rischio che possono essere modificati e che, se affrontati in tempo, possono evitare sofferenza, disabilità e costi sociali enormi – conclude Andrea Vianello, presidente di Alice Italia Odv. Dedicare il mese di aprile” al fattore di rischio “dell’obesità significa ribadire il nostro impegno quotidiano nella prevenzione dell’ictus: informare, sensibilizzare, promuovere stili di vita salutari e sostenere percorsi di cura integrati con l’obiettivo di ridurre l’onere clinico, sociale ed economico dell’ictus cerebrale&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Noi i più vecchi d&#8217;Europa</title>
		<link>https://noreporter.org/noi-i-piu-vecchi-deuropa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[RaiNews]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 22:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non solo per natalità ma per senilità</p>
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<p class="wp-block-paragraph">E tra i più vecchi nel mondo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al 1° gennaio 2026 si stima un’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1° gennaio 2025. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni). È quanto emerge dagli Indicatori demografici dell&#8217;Istat pubblicati oggi.<br>La popolazione fino a 14 anni è pari a 6 milioni 852mila individui (11,6% del totale), in calo di 168mila unità rispetto al 2025. La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37 milioni 270mila (63,2% del totale), con una riduzione di 73mila individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14 milioni 821mila (25,1% del totale), oltre 240mila in più rispetto all’anno precedente. Crescono gli ultra-ottantacinquenni che raggiungono i 2 milioni 511mila individui (+101mila) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24mila e 700 unità, oltre 2mila in più rispetto all’anno precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il processo di invecchiamento interessa l’Unione europea nel suo insieme. Diminuisce il peso della popolazione giovanile e in età lavorativa mentre cresce quello degli individui sopra i 65 anni. Al 1° gennaio 2025, nell’Ue27, i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni rappresentano il 14,4%, le persone in età attiva il 63,6%, gli anziani il 22,0%. Le quote più elevate di giovani si osservano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia (16,6%). L’Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la maggiore di anziani (24,7%), Questo squilibrio si riflette nell’età mediana, pari a 49,1 anni in Italia, oltre quattro anni in più rispetto alla media Ue27 (44,9 anni), quasi 10 anni in più rispetto all’Irlanda (39,6) che presenta il valore minimo.<br>Anche se diffusamente accettato, il concetto di invecchiamento della popolazione basato sul mero conteggio delle persone che superano i 65 anni rappresenta una semplificazione, retaggio del passato. L’anziano di oggi conduce uno stile di vita diverso e gode di una salute migliore rispetto ai coetanei del passato. La soglia di ingresso nella cosiddetta terza età tende infatti a spostarsi in avanti, progredendo con le capacità fisiche e intellettuali del capitale umano che si riflettono anche sulle condizioni socio-economiche.<br>Come misura alternativa, il processo di invecchiamento si può misurare, tra le varie possibilità, con indicatori dinamici basati sulla speranza di vita residua. Ad esempio, se si assumesse come parametro fisso la speranza di vita residua a 65 anni degli uomini nel 1960 (pari a 13,1 anni), nel 2025 sarebbero considerati anziani coloro che hanno un’età pari a 74 anni per gli uomini e a 77 per le donne. In tale circostanza, la quota di popolazione anziana, quella che cioè insiste su tali soglie, sarebbe solo del 12,3%, ovvero la metà rispetto al 24,7% basato sul concetto anagrafico della quota di individui di 65 anni e più (Figura 7). Ciò evidenzia come una soglia dinamica permetta di valutare l’invecchiamento tenendo conto dei mutamenti reali nel tempo della sopravvivenza, pervenendo a un ordine di grandezza del fenomeno sensibilmente inferiore, con la possibilità di valutarne meglio l’impatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il numero medio di figli per donna scende a 1,14<br>Il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024. L’uniforme diminuzione sul territorio nazionale è tale che le differenze tra le aree geografiche restano invariate. Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna; 1,11 nel 2024), seguito dal Nord con 1,15 (da 1,19) e dal Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20). Prosegue la posticipazione delle nascite. L’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni, con un incremento omogeneo di un decimo di anno per tutte le ripartizioni geografiche. Il Centro si conferma l’area in cui i figli si fanno più tardi: 33,1 anni, mentre nel Nord e nel Mezzogiorno l’età media al parto è pari, rispettivamente, a 32,8 anni e a 32,4 anni. È quanto emerge dagli Indicatori demografici dell&#8217;Istat pubblicati oggi.<br>La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna che, per il sesto anno consecutivo, presenta una fecondità inferiore all’unità, pari a 0,85 e in diminuzione sul 2024 (0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con la fecondità più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40. Seguono, su livelli più bassi, Sicilia (1,23) e Campania (1,22).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al primo gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui (+3,5%) rispetto all&#8217;anno precedente, con un&#8217;incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. L&#8217;Istat spiega poi che &#8220;la crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l&#8217;estero (+348mila), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36mila). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti (ma meramente da un punto di vista definitorio, essendo riferita a individui che continuano a risiedere nel Paese) è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196mila&#8221;.<br>La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3 milioni 230mila individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un&#8217;incidenza rispetto al totale dei residenti pari all&#8217;11,7%. Nel Centro risiedono un milione 344mila stranieri (24,2% del totale) con un&#8217;incidenza dell&#8217;11,5%. Piu&#8217; contenuta la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 986mila unita&#8217; (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica&#8221;.<br>La popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui rispetto al primo gennaio 2025: &#8220;il bilancio negativo dei residenti italiani &#8211; spiega l&#8217;Istat &#8211; si deve principalmente a un saldo naturale ampiamente negativo, a cui si associa anche un saldo migratorio con l&#8217;estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di -53mila&#8221;.<br>Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118mila connazionali in meno. Nel 2025 le acquisizioni di cittadinanza italiana (196mila) risultano in diminuzione rispetto ai livelli degli anni precedenti (214mila nel 2023 e 217mila nel 2024).<br>Calo &#8220;da imputare principalmente alle modifiche del quadro normativo introdotte dal dl 36/2025 (convertito nella legge 74/2025) che prevede restrizioni all&#8217;acquisizione della cittadinanza italiana iure sanguinis&#8221;. Nel 2025 i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26mila e 23mila casi), seguiti dai cittadini rumeni (16mila) che si confermano al terzo posto: circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.<br>Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6mila), i marocchini (-4mila), i brasiliani (-3mila), gli indiani (-3mila) e i moldavi (-2mila). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pachistani (+2mila), filippini (+1500) e rumeni (+1000). (AGI)Bas</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diminuiscono matrimoni nel 2025, -8 mila rispetto al 2024<br>In base a dati provvisori, nel 2025 i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, sono 165mila, 8mila in meno sul 2024. Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%). Il tasso di nuzialità è pari a 2,8 per mille (2,9 nel 2024) e il valore più alto continua a osservarsi nel Mezzogiorno (2,9 per mille). Nel Nord e nel Centro è pari a, rispettivamente, 2,8 e 2,7 per mille.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si riduce a quattro anni divario di genere per la vita media<br>Nel panorama europeo l’Italia è notoriamente uno dei Paesi con la più alta aspettativa di vita. In base ai dati Eurostat relativi al 2024, gli ultimi disponibili per un confronto, gli uomini italiani si collocano al secondo posto grazie a una speranza di vita di 81,5 anni, superati dai soli svedesi con 82,6 anni a fronte di una media Ue27 di 79,2 anni. Le italiane, a loro volta, si collocano al terzo posto con 85,6 anni, superate dalle francesi (85,9) e dalle svedesi (86,5), per una media Ue27 di 84,4 anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A favorire questi importanti traguardi concorre naturalmente l’andamento dei decessi che, superata la vicenda pandemica, hanno riacquisito il loro naturale trend storico. Nel 2025 essi sono stati 652mila, in linea con il dato del 2024 quando se ne registrarono 653mila. In rapporto al numero di residenti si hanno 11,1 decessi ogni mille abitanti, come nell’anno precedente.<br>Istat: si riduce a quattro anni divario di genere per la vita media-2-</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il numero contenuto di decessi favorisce un aumento della speranza di vita alla nascita rispetto al 2024. Nel 2025 questa è stimata in 81,7 anni per gli uomini (2 decimi di crescita) e in 85,7 anni per le donne (un decimo in più). Ciò fa sì che nel 2025 la differenza di genere sia scesa ad appena 4 anni, un livello che per ritrovarlo indietro nel tempo occorre risalire al 1953. Agli inizi del secolo scorso, infatti, la differenza donna-uomo era inferiore a un anno. Con gli anni, tale valore è andato progressivamente aumentando, fino a toccare un massimo di 6,9 anni nel 1979. Da lì in avanti la differenza di speranza di vita tra donne e uomini è andata via via riducendosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Storicamente le donne vivono più a lungo, anche per un riconosciuto vantaggio biologico, ma oggi gli uomini hanno iniziato a recuperare grazie a una combinazione di fattori sociali, comportamentali e sanitari. In primo luogo, contano i cambiamenti negli stili di vita maschili (es: attitudine al fumo diminuita, che ha consentito di ridurre morti premature per tumori e malattie cardiovascolari). In secondo luogo, i miglioramenti nella prevenzione e nella medicina consentono oggi diagnosi più precoci e cure migliori per malattie tipicamente maschili (per es. gli infarti). Sul versante delle donne, invece, conta il cambiamento del loro ruolo sociale. Le donne oggi lavorano di più fuori casa e sono più esposte a stress e a fattori di rischio. I fattori biologici a loro vantaggio ancora sussistono ma contano meno che in passato, in quanto sostituiti dal peso prevalente dei fattori sociali e sanitari che portano il divario di genere a ridursi.</p>
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		<title>Il cervello con le valigie</title>
		<link>https://noreporter.org/il-cervello-con-le-valigie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 22:53:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Grazie a Prodi i nostri salari sono molto bassi</p>
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<p class="wp-block-paragraph">E non solo il cervello</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un&#8217;Italia, anche numericamente molto sostanziosa, che studia, si laurea e poi fa le valigie. Parliamo, ormai, di più della metà dei quasi 200 mila ragazzi fuggiti all&#8217;estero negli ultimi anni. E i motivi di questa emorragia sono drammaticamente chiari: un tasso di occupazione per gli under 25 che si ferma sotto il 20%, solo due terzi dei giovani che trovano lavoro entro tre anni dal titolo (contro oltre l&#8217;80% della media europea) e un divario occupazionale tra Nord e Sud che tocca i 27 punti percentuali. Le prospettive lavorative pesano, dunque, sulla &#8220;fuga&#8221; dei cervelli laureati.<br>L&#8217;ingresso nel mondo del lavoro è ritardato, le prospettive di carriera sono fragili e gli stipendi non reggono il confronto con l&#8217;Europa. Per questo dopo la laurea si lascia l&#8217;Italia. A lanciare l’allarme su questo trend è il &#8220;Rapporto di previsione Primavera 2026&#8221; del Centro Studi Confindustria, basato su rielaborazioni di dati Istat ed Eurostat. Ulteriormente approfondito dal portale Skuola.net, che ha cercato di mettere in luce i passaggi cruciali del capitolo del report dedicato proprio alla condizione giovanile, evidenziando il paradosso di un Paese che invecchia ma che non riesce a trattenere i suoi profili più brillanti.<br>I numeri della &#8220;fuga dei cervelli&#8221;: la metà ha la laurea<br>Tra il 2019 e il 2023, intervallo preso in esame dallo studio di Confindustria, oltre 190mila giovani hanno deciso di lasciare l&#8217;Italia per cercare fortuna oltre confine. Ma il dato che preoccupa maggiormente non è solo quantitativo, bensì qualitativo: una fetta enorme di chi emigra possiede un&#8217;alta formazione. Un trend che, peraltro, ha registrato una costante e inesorabile crescita in tempi più recenti: se nel 2019 i laureati rappresentavano il 38,7% degli emigrati, dal 2020 questa quota ha sfondato la soglia psicologica della metà, toccando il 50,9% nel 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché si parte? Il lavoro c&#8217;è, ma meno che in Europa<br>La narrazione di questa fuga di massa si intreccia inevitabilmente con le motivazioni che spingono migliaia di under 35 a espatriare. La ragione principale è, molto semplicemente, la mancanza di un accesso rapido e solido al mercato del lavoro.<br>Sebbene in Italia l’istruzione, specialmente se di alto livello, continui a rappresentare un vantaggio competitivo &#8211; il tasso di occupazione dei laureati è al 74,3% contro il 59,3% dei diplomati &#8211; questo &#8220;premio&#8221; per gli studi è decisamente minore rispetto a quello garantito negli altri Paesi europei.<br>Le statistiche, relative in questo caso all’anno 2024, sono inequivocabili: solo il 67,6% dei giovani italiani (tra i 20 e i 34 anni) trova un&#8217;occupazione entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio. Un abisso se confrontato con l’81% della media dell’Eurozona e, ancor di più, con l’oltre 90% registrato in Germania.<br>Stipendi e carriere: i profili tecnici i più invogliati ad andare via<br>Non c’è solo, però, una difficoltà nel trovarlo il lavoro. Perché, anche quando si riesce a ottenerlo, spesso le “regole d’ingaggio” sono deludenti. E l&#8217;emigrazione riflette in pieno proprio la ricerca di maggiori opportunità lavorative, salari più alti e migliori traiettorie professionali.<br>Non è un caso che tra i giovani più propensi ad andare all’estero figurino ingegneri e informatici, esattamente gli stessi profili per i quali le imprese italiane segnalano le maggiori difficoltà di reperimento, non potendo garantire gli stessi vantaggi, in termini di stipendi e prospettive di carriera, rintracciabili altrove.<br>Più in generale, le retribuzioni di ingresso nel nostro mercato del lavoro, pur avendo registrato una timida crescita (+7% dal 2022), restano relativamente contenute nel confronto internazionale. Questa debolezza salariale non è casuale, ma secondo Confindustria riflette le caratteristiche strutturali del sistema produttivo italiano, dominato da imprese mediamente più piccole, da una più bassa dinamica della produttività e da percorsi di carriera decisamente meno strutturati.<br>Il paradosso dell&#8217;Italia: studi troppo lunghi e ingresso ritardato nel mercato<br>Tutte queste evidenze si inseriscono, poi, nel quadro di un ritardo cronico con cui ci si presenta alle porte del mercato del lavoro. Il problema dell&#8217;Italia, infatti, non è solo quanti giovani lavorano, ma quando iniziano a farlo. Nel 2024, il tasso di occupazione giovanile nella fascia tra i 15 e i 24 anni si attesta a un misero 19,7%, ben al di sotto della media europea (31,5%).<br>La situazione migliora fisiologicamente con l&#8217;età: il tasso sale al 63,1% nella fascia 25-29 anni, per poi raggiungere il 73,9% tra i 30 e i 34 anni. Tuttavia, come certificano i dati, solo nelle regioni del Nord Italia il tasso di occupazione dei trentenni (all&#8217;83,3%) riesce finalmente ad allinearsi agli standard delle principali economie europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;abisso occupazionale del Mezzogiorno<br>A rallentare la competitività del Paese, come spesso accade, ci pensa la storica frattura territoriale, che divide l&#8217;Italia (anche giovanile) in due mondi separati. Se il Nord regge il passo dell&#8217;Europa, l&#8217;abisso occupazionale del Sud resta una ferita aperta: il divario tra Mezzogiorno e Settentrione arriva a circa 27 punti percentuali per l&#8217;occupazione dei giovani adulti. Nonostante una ripresa post-pandemia, al Sud l’occupazione giovanile è semplicemente tornata ai livelli di vent’anni fa, faticando a compiere uno scatto reale in avanti.<br>NEET: le cose migliorano, ma non basta per sorridere<br>L&#8217;ultimo tassello dell&#8217;indagine e ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la platea dei cosiddetti NEET, i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. La curva tracciata dal grafico del Centro Studi Confindustria su dati Eurostat mostra un andamento in netto miglioramento nel tempo: dal drammatico picco del 26,2% raggiunto nel 2014, la quota è progressivamente scesa fino a toccare il 15,2% nel 2024, il livello più basso degli ultimi vent&#8217;anni. Eppure, l&#8217;ottimismo deve essere cauto. La percentuale di &#8220;giovani sospesi&#8221; in Italia resta ancora strutturalmente al di sopra della media dell&#8217;Eurozona, confermando che il nostro Paese lascia ancora una fetta troppo grande della sua generazione migliore ai margini del sistema produttivo.</p>
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		<title>Neologismi che fanno fico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 22:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Soprattutto se è in inglese</p>
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<p class="wp-block-paragraph">assistente sembra penalizzante</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sport non si guarda più soltanto: ma si analizza e si modella legandosi a un mondo in continua evoluzione. Ed è proprio in questa direzione che anche il mondo del lavoro si sta aprendo a nuove figure professionali, altamente specializzate, come ad esempio quella dello sport trader. Un trend legato al mercato dei prediction-market che, come confermato anche sull’International Banker supererà i 10 miliardi di dollari entro il 2030, dagli attuali circa 2 miliardi di dollari annui (+400%). Nel corso del 2026 questa nuova frontiera dello sport sarà trainata dall’evoluzione delle piattaforme di previsione e dall’integrazione di strumenti finanziari sempre più sofisticati applicati agli eventi sportivi. Secondo un&#8217;analisi del Financial Times l&#8217;aumento del trading legato allo sport ha radicalmente rimodellato l&#8217;attività sui mercati pronosticativi, soprattutto dall&#8217;inizio della stagione Nfl (National football league) 2025. I dati da ottobre 2024 a gennaio 2026, riportati su Tribuna.com, hanno mostrato che l’attenzione al settore sportivo, nel filone dei prediction-market, ha superato di misura la politica e altre categorie, sia in termini di volume di scambi che di commissioni generate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A conferma del fatto che il mercato dello sport trading registri numeri da capogiro ci ha pensato anche il quotidiano britannico The Guardian che ha riportato come il volume di scambi di Kalshi (piattaforma americana leader nel mercato dei pronostici) abbia superato un miliardo di dollari durante la domenica del Super Bowl. “Oggi non si tratta più di tifare o prevedere, ma di leggere dinamiche, gestire il rischio e prendere decisioni in contesti ad alta incertezza. Negli Stati Uniti questo approccio è già strutturato e integrato nei prediction market. In Europa siamo all’inizio di un percorso culturale prima ancora che professionale. E&#8217; un cambio di mentalità che riguarda il modo in cui si osserva lo sport e si interpreta il rischio”, ha sottolineato Davide Renna, sport trader professionista tra i massimi esperti in Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sport trader non è un semplice appassionato di sport, ma un professionista che opera sugli eventi sportivi con un approccio strutturato e orientato al processo. Lavora sull’interpretazione degli scenari, sulla gestione del rischio e sulla disciplina decisionale. Non si limita a prevedere un risultato, ma costruisce una strategia basata su metodo, controllo e responsabilità personale. E&#8217; una figura che unisce cultura sportiva e capacità di governo dell’incertezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di una &#8216;professione nuova&#8217; che è già particolarmente attiva negli Stati Uniti e che sta arrivando anche in Europa e in Italia. L’attenzione per lo sport trading, infatti, è ormai un fenomeno in netta crescita come confermato anche dalle analisi di Google Trends che dimostrano come da inizio 2026 le ricerche sul web abbiano visto picchi di interesse considerevoli soprattutto in Lazio e Lombardia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“In Italia &#8211; ha aggiunto Davide Renna &#8211; sta crescendo l’interesse perché le nuove generazioni sono sempre più interessate a leggere dati, probabilità e scenari. Lo sport trading intercetta questa evoluzione: unisce passione sportiva e cultura del processo decisionale. E’ molto più che mero intrattenimento, è analisi, metodo e responsabilità personale. L’attenzione aumenta soprattutto nelle regioni con maggiore dinamismo imprenditoriale e digitale. È un segnale di maturazione culturale prima ancora che di mercato”.</p>
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		<title>Vergine cuccia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 22:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Costavano meno i bagni di Poppea</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;umanità alla deriva</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti va a gonfie vele il business della toelettatura per animali domestici. Secondo quanto riferisce il New York Times, a Manhattan si spendono anche mille dollari per una sessione di dog grooming, e il benessere di fido è ormai diventato essenziale ed è equiparato a tutti gli effetti a quello di un essere umano.<br>Quello che una volta era considerato solo un trattamento igienico, finalizzato alla pulizia, ora ha invece varcato i confini del wellness diventando anche anti-invecchiamento. Inoltre, visto che molti americani si sentono sempre più soli e isolati, tendono a cercare conforto nei loro animali domestici e a considerali veri e propri membri familiari, non badando a spese quando si tratta del loro benessere fisico e mentale. Secondo un rapporto pubblicato da Future Market Insights, società specializzata in ricerca di marketing, quest&#8217;anno l&#8217;industria del pet grooming arriverà a 19,5 miliardi di dollari mentre entro il 2036 sfiorerà i 50 miliardi.<br>Aziende e investitori non stanno a guardare. L&#8217;anno scorso, Jane Lauder, erede della Estée Lauder Companies, ha abbandonato il mondo dei profumi e dei cosmetici ed ha dato vita a Taw Ventures, un fondo d&#8217;impresa il cui nome è un acronimo di Thaddeus Alistair Warsh, il suo goldendoodle (un incrocio tra Golden Retriever e un Barbone), il cui scopo è quello di focalizzarsi sul benessere e la longevità degli animali domestici. Non tutti possono tuttavia permettersi spese folli per il loro cane, e se alcuni sono ricorsi al fai da te imparando le tecniche di toelettatura, altri hanno persino varcato i confini americani. Come si legge sul New York Times, una donna, Nicole Eaton, approfittando delle vacanze in Serbia, spende solo venti dollari per la toelettatura del suo barboncino e cento per la pulizia dei denti con anestesia. In Messico, a Tijuana, la spesa media per un trattamento igienico completo è di quaranta dollari.</p>
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		<title>Terap IA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[RaiNews]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 22:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Evoluzione scontata</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci governeranno gli algoritmi</p>



<p class="wp-block-paragraph">Produrre vaccini precisi in tempi record grazie anche all&#8217;Ia. E&#8217; la promessa della Reverse Vaccinology 3.0, tecnologia al descritta su &#8216;Nature Reviews Microbiology&#8217; in un articolo firmato da Rino Rappuoli, direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena, Emanuele Andreano, responsabile del Laboratorio di Sierologia della stessa Fondazione, insieme a Jason McLellan dell&#8217;università del Texas, Usa. &#8220;Negli ultimi 25 anni abbiamo visto evolvere profondamente il modo di sviluppare i vaccini &#8211; spiega Rappuoli &#8211; Con la Reverse Vaccinology 3.0 integriamo genomica, immunologia e intelligenza artificiale per identificare antigeni e progettare vaccini in modo molto più rapido e razionale. L&#8217;Ia ci permette di analizzare grandi quantità di dati biologici e di individuare nuovi bersagli vaccinali in tempi che fino a pochi anni fa erano impensabili. E&#8217; un cambiamento profondo nel modo in cui possiamo studiare i patogeni e sviluppare nuove strategie di prevenzione&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un quarto di secolo a oggi, ricostruisce lo scienziato, &#8220;la vaccinologia ha vissuto tre grandi rivoluzioni. La prima è stata la Reverse Vaccinology introdotta nel 2000, che ha utilizzato l&#8217;analisi genomica per individuare antigeni protettivi dei patogeni. La seconda fase ha sfruttato lo studio degli anticorpi monoclonali umani per comprendere quali parti del virus o del batterio siano davvero responsabili della protezione immunitaria. La Reverse Vaccinology 3.0 aggiunge a questi strumenti la potenza dell&#8217;intelligenza artificiale e della modellistica strutturale. I dati sugli anticorpi e sugli antigeni possono essere analizzati con modelli computazionali avanzati, riducendo drasticamente i tempi necessari per identificare nuovi bersagli vaccinali e allo stesso tempo aumentando la qualità, sicurezza e stabilità dei prodotti che vengono disdegnati. Il metodo è stato applicato allo studio del virus Mpox, consentendo di identificare un nuovo antigene neutralizzante, denominato OPG153, attraverso modelli di previsione strutturale basati su AlphaFold e successivamente confermato con tecniche di microscopia strutturale&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;L&#8217;integrazione tra biologia e IA potrebbe aprire una nuova fase nella progettazione di vaccini, anticorpi, e terapie immunologiche&#8221;, prospetta il Biotecnopolo. &#8220;Questo approccio rappresenta un campo ancora emergente, ma con un grande potenziale per il futuro della medicina. Le stesse tecnologie potrebbero essere applicate anche ad altri ambiti della ricerca biomedica, dalla progettazione di anticorpi terapeutici fino allo sviluppo di nuove strategie contro tumori e malattie autoimmuni. La pubblicazione su Nature Reviews Microbiology &#8211; si legge in una nota &#8211; conferma il contributo della Fondazione alla ricerca internazionale sulle nuove tecnologie vaccinali e sull&#8217;uso dell&#8217;intelligenza artificiale nella biomedicina&#8221;.</p>
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