<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Tempi Moderni Archivi - NoReporter</title>
	<atom:link href="https://noreporter.org/tempi-moderni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://noreporter.org/tempi-moderni/</link>
	<description>altrainformazione</description>
	<lastBuildDate>Tue, 23 Jun 2026 14:03:03 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.2</generator>

<image>
	<url>https://noreporter.org/wp-content/uploads/2023/07/cropped-noreporter-logo-32x32.png</url>
	<title>Tempi Moderni Archivi - NoReporter</title>
	<link>https://noreporter.org/tempi-moderni/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">224040297</site>	<item>
		<title>Le coste sprofondano</title>
		<link>https://noreporter.org/le-coste-sprofondano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wired.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 22:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38995</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ma è proprio così?</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/le-coste-sprofondano/">Le coste sprofondano</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Contrasti tra mappe</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il futuro delle coste del pianeta è sotto minaccia costante: non è solo il livello del mare che sale, ma c’è da considerare anche lo sprofondamento del suolo, quel fenomeno chiamato subsidenza. Ma qual è la sua entità reale? Quali sono le coste più a rischio? I dati satellitari ci stanno aiutando a rispondere a queste e altre domande, o almeno così credevamo. Già, perché adesso uno studio, pubblicato sulla rivista Earth Observation e condotto da ricercatori della Tulane University (New Orleans, Usa) e della University of Texas (Austin, Usa), sta sollevando dubbi sull’accuratezza della tecnologia radar utilizzata per i monitoraggi dello sprofondamento delle zone costiere: mappe dello stesso territorio messe a confronto non arrivano alle medesime conclusioni, e non si capisce quali aree stiano davvero affondando e a che velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Suolo che sprofonda<br>La subsidenza è un fenomeno che può avere cause sia naturali che antropiche: lo sprofondamento è legato da una parte al lento assestamento delle rocce profonde e alla compattazione dei sedimenti, dall’altra ad attività umane come l’estrazione di petrolio, gas o acqua dal sottosuolo. Storicamente i rilevamenti venivano effettuati da terra, ma negli ultimi anni la tecnologia radar satellitare è diventata lo strumento principale per mappare aree molto vaste in poco tempo. Un indubbio vantaggio, ma qualcosa non torna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le contraddizioni del radar<br>Quando Guandong Li e i suoi colleghi, infatti, hanno messo a confronto due analisi satellitari del territorio costiero del Golfo del Messico realizzate con l’interferometria radar ad apertura sintetica (Insar, una tecnologia che funziona inviando impulsi radar verso la Terra e misurando come il segnale rimbalza indietro al satellite, per rilevare cambiamenti anche millimetrici), hanno notato come l’interpretazione dei dati risultasse complessa e soggetta a errori significativi. Il problema &#8211; sostengono gli autori &#8211; è che i risultati mostrano una correlazione spaziale quasi nulla, tranne che nelle zone urbane. In pratica, dove uno studio indicava uno sprofondamento rilevante, l’altro poteva indicare stabilità o cambiamenti minimi, creando una confusione che rende difficile per i decisori politici intervenire in modo efficace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ostacolo della vegetazione<br>Le discrepanze tra le mappe sono molto evidenti in particolare nelle aree ricche di vegetazione, come le zone umide e le foreste costiere. Il motivo, secondo gli esperti, è che gli attuali satelliti radar (come quelli della flotta europea Sentinel-1) utilizzano lunghezze d&#8217;onda corte che faticano a penetrare attraverso gli alberi e gli arbusti per raggiungere il terreno sottostante. In altre parole, la crescita delle piante e i cambiamenti stagionali creano un &#8220;rumore&#8221; che confonde il segnale radar. Per questo nelle paludi della Louisiana o del Texas i dati possono risultare falsati o incompleti, portando a stime dello sprofondamento che differiscono anche di oltre 3 millimetri all&#8217;anno tra un&#8217;analisi e l&#8217;altra. Di contro, nelle città gli edifici forniscono riflessi stabili e affidabili, pertanto le mappe risultano coerenti tra loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ritorno ai sensori a terra<br>Per capire quale delle due mappe satellitari fosse più vicina alla realtà, i ricercatori hanno fatto ricorso al Sistema satellitare globale di navigazione (Global navigation satellite system, Gnss), che include tecnologie come il Gps. A differenza dei satelliti radar che osservano dall&#8217;alto, le stazioni Gnss sono ancorate a terra e forniscono misurazioni precise dei movimenti verticali, anche se in punti specifici. Analizzando i dati di 41 stazioni, i ricercatori hanno scoperto che la velocità di sprofondamento naturale della regione del Golfo del Messico è di circa 1,2 millimetri all&#8217;anno. A sorpresa, nessuno dei due modelli satellitari analizzati è stato in grado di riprodurre con precisione questo dato, suggerendo che la tecnologia radar non sia ancora pronta per essere l&#8217;unica fonte di osservazione per chi gestisce il territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;eredità dell&#8217;era glaciale<br>Un altro aspetto emerso dalla ricerca riguarda il contributo dell’assestamento isostatico glaciale allo sprofondamento del suolo. Si tratta di un processo per cui la Terra sta ancora reagendo alla scomparsa delle enormi calotte glaciali che coprivano il Nord America migliaia di anni fa. Il peso del ghiaccio, infatti, aveva spinto verso l&#8217;alto i bordi del continente, inclusa la zona del Golfo del Messico, che da quando il ghiaccio non c&#8217;è più stanno lentamente sprofondando. Lo studio di Li e colleghi ha rivelato che questo fenomeno contribuisce allo sprofondamento del suolo in misura doppia rispetto a quanto si credesse in precedenza. Questa osservazione implica che le proiezioni a lungo termine su subsidenza e innalzamento del livello del mare per città come New Orleans potrebbero aver sottovalutato il pericolo reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Verso mappe più affidabili<br>Dato che la precisione con cui comprendiamo quanto velocemente il terreno stia cedendo rispetto all&#8217;innalzamento del livello del mare è di fondamentale importanza per la pianificazione di strategie volte alla sicurezza di milioni di persone che vivono lungo i litorali, aver identificato le criticità delle attuali tecnologie deve spingere ad aumentare gli sforzi per l’implementazione di nuovi sistemi. Qualche candidato c’è già, per esempio un nuovo satellite sviluppato dalla collaborazione tra la Nasa e l&#8217;agenzia spaziale indiana Isro, che utilizzerà lunghezze d&#8217;onda più lunghe, capaci di &#8220;vedere&#8221; attraverso la fitta vegetazione. Nel frattempo, suggeriscono gli autori, sarebbe opportuno sviluppare standard internazionali più rigorosi per l&#8217;elaborazione dei dati e continuare a integrare le osservazioni satellitari con le misurazioni effettuate direttamente sul campo per garantire che le comunità costiere possano prepararsi adeguatamente alle sfide del clima che cambia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/le-coste-sprofondano/">Le coste sprofondano</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38995</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Dal più grande acceleratore a uno più grande</title>
		<link>https://noreporter.org/dal-piu-grande-acceleratore-a-uno-piu-grande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 22:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38974</guid>

					<description><![CDATA[<p>CERN</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/dal-piu-grande-acceleratore-a-uno-piu-grande/">Dal più grande acceleratore a uno più grande</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Così in quelle strane stanze</p>



<p class="wp-block-paragraph">Large Hadron Collider (Lhc) del Cern di Ginevra. Undici anni dopo l&#8217;upgrade che ha segnato l&#8217;avvio del funzionamento ad alte energie, il più grande acceleratore di particelle del mondo è stao spento il 29 giugno per dare il via a quattro anni di aggiornamento e manutenzione.<br>Al termine dei lavori nasce HiLumi Lhc, la versione ad alta luminosità dell&#8217;acceleratore, destinata a entrare in funzione nel 2030: grazie a un numero di collisioni molto superiore, permetterà di studiare con maggiore precisione fenomeni noti (come il bosone di Higgs) e di aumentare le possibilità di osservare eventi rari oltre che possibili segnali di una nuova fisica. A raccontarlo sono gli stessi fisici del Cern, in diretta streaming dal loro di controllo dell&#8217;acceleratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Domenica 14 giugno Lhc ha terminato la sua attività scientifica con la conclusione della raccolta dati del Run 3, come dice l&#8217;addetto alle operazioni Jorg Wenninger. Le due settimane seguenti sono state dedicate a test e operazioni di preparazione, al termine delle quali circoleranno gli ultimi fasci di particelle. &#8220;Sarà molto emozionante&#8221;, afferma Gautier Hamel de Monchenault, direttore della ricerca e del calcolo scientifico del Cern. &#8220;Sarà triste vedere gli ultimi fasci, ma siamo sicuri che torneremo più forti di prima per godere dell&#8217;analisi di nuovi dati&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lhc ha iniziato la sua attività nel 2008 e da allora ha affrontato diversi &#8216;long shutdown&#8217;, ovvero lunghe soste programmate. La prima (2013-2015) è servita a consolidare i collegamenti tra i magneti superconduttori per raggiungere energie più elevate. La seconda (2018-2022) si è concentrata sul rinnovamento del sistema di iniettori (la catena di acceleratori più piccoli che alimenta Lhc) e sull&#8217;upgrade dei grandi rivelatori per gestire una maggiore quantità di dati.<br>Il terzo shutdown, che inizierà fra pochi giorni, &#8220;sarà molto impegnativo e durerà quattro anni&#8221;, precisa Bettina Mikulec, capo del gruppo operativo del Cern. &#8220;Affronteremo operazioni complesse, come la realizzazione di nuove gallerie, la deposizione di chilometri di cavi e l&#8217;installazione di nuovi strumenti: serviranno mesi solo per riscaldare la macchina e portarla alla temperatura prevista per l&#8217;upgrade&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/dal-piu-grande-acceleratore-a-uno-piu-grande/">Dal più grande acceleratore a uno più grande</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38974</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Quelle su cui e con cui fanno esperimenti</title>
		<link>https://noreporter.org/quelle-su-cui-e-con-cui-fanno-esperimenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 22:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38934</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per prevenire malattie genetiche</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/quelle-su-cui-e-con-cui-fanno-esperimenti/">Quelle su cui e con cui fanno esperimenti</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">fnob.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno studio del Cnr-Iom fa luce sul processo per cui le molecole di RNA interagiscono tra loro e si trasmettono le informazioni genetiche prima della produzione delle proteine. La ricerca, pubblicata su Nucleic Acids Research, offre nuove prospettive per lo studio dei meccanismi molecolari coinvolti in molte malattie. Utilizzando simulazioni computazionali avanzate, il team è riuscito a osservare a livello atomistico come alcune molecole dell’RNA riescano a riconoscersi con estrema precisione all’interno della cellula. In particolare, è stato svelato il meccanismo molecolare finora sconosciuto, descritto dai ricercatori come una sorta di “molla caricata”: una struttura molecolare dove una molecola di RNA viene tenuta in uno stato di tensione da specifiche proteine (fattori di splicing) accumulando energia e quando tali proteine si dissociano la molecola di RNA sfrutta questa energia per il corretto riconoscimento delle sequenze genetiche dell’RNA messaggero. «Per noi è stato particolarmente interessante riuscire a collegare dati strutturali e simulazioni atomistiche, per caratterizzare passaggi intermedi del processo di riconoscimento di splicing che finora erano rimasti invisibili alle tecniche di biologia strutturale – commenta Alessandra Magistrato, dirigente di ricerca del Cnr-Iom -. L’integrazione e la sinergia fra dati di biologia strutturale e avanzate simulazioni al computer ci permette di comprendere in modo accurato come funzionano sistemi biologici estremamente complessi e dinamici». «Per la prima volta siamo riusciti a visualizzare i processi dinamici dello splicing con tale livello di dettaglio ed è stato davvero affascinante osservare queste molecole all’opera – aggiunge Pavlína Pokorná, prima autrice dello studio -. Il nostro approccio modellistico può fungere da guida per studi analoghi su altri processi cellulari, consentendoci di aggiun ulteriori tasselli al nostro quadro di comprensione dell’espressione genica». (Agenbio)</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/quelle-su-cui-e-con-cui-fanno-esperimenti/">Quelle su cui e con cui fanno esperimenti</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38934</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Pissy cat</title>
		<link>https://noreporter.org/pissy-cat/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 22:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38836</guid>

					<description><![CDATA[<p>Non la gloriosa pussy</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/pissy-cat/">Pissy cat</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Da prendere con filosofia</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo le iniziative rivolte ai proprietari di cani, anche i gatti diventano protagonisti di un progetto formativo pensato per migliorare il rapporto tra animali e famiglie. A Ozzano dell&#8217;Emilia, nel Bolognese, nasce il primo &#8220;patentino per proprietari di gatti&#8221; promosso a livello comunale in Emilia Romagna, un percorso gratuito che punta a diffondere conoscenze e buone pratiche per una convivenza più consapevole con i felini domestici.<br>Un percorso dedicato al benessere animale L&#8217;iniziativa è stata organizzata dal Comune in collaborazione con numerose realtà del territorio e del mondo accademico e veterinario. Il programma prevede quattro appuntamenti, in calendario tra giugno e l&#8217;inizio di luglio, durante i quali i partecipanti potranno confrontarsi con professionisti esperti del comportamento e della salute dei gatti. L&#8217;obiettivo è fornire ai cittadini strumenti utili per comprendere meglio le esigenze degli animali che vivono in casa, favorendo una gestione corretta e prevenendo situazioni di disagio sia per il gatto sia per i suoi proprietari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Milano, un fine settimana (e non solo) nel segno dei gatti<br>Dalle emozioni alla comunicazione felina Durante il corso saranno affrontati diversi aspetti della vita dei gatti domestici. Tra i temi previsti figurano il riconoscimento delle emozioni, il benessere psicofisico, la comunicazione tra animale e proprietario, l&#8217;organizzazione degli spazi domestici e la prevenzione dei principali problemi comportamentali. Particolare attenzione sarà riservata anche alle situazioni che possono generare stress, come i trasporti, le visite veterinarie e le manipolazioni, oltre al rapporto tra gatti e bambini e alle questioni legate alla sterilizzazione. Al termine del percorso verrà rilasciato ai partecipanti un attestato simbolico, il cosiddetto &#8220;patentino&#8221;, che certifica la partecipazione alle attività formative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Comune: &#8220;Più conoscenza per migliorare la convivenza&#8221; L&#8217;amministrazione comunale considera il progetto un&#8217;occasione per accrescere la consapevolezza dei cittadini sul tema del benessere animale. Secondo il Comune, gli animali domestici occupano oggi un ruolo sempre più centrale nella vita delle famiglie e conoscere meglio le loro necessità rappresenta un valore aggiunto per l&#8217;intera comunità. L&#8217;iniziativa si inserisce inoltre nel percorso già avviato negli anni scorsi con attività formative dedicate ai proprietari di cani, con l&#8217;intento di promuovere una cultura del possesso responsabile degli animali da compagnia.<br>Un modello già sperimentato in altre realtà italiane Quella di Ozzano è una delle prime esperienze strutturate in Emilia Romagna, ma non rappresenta un caso isolato nel panorama nazionale. Negli ultimi anni sono infatti aumentati i progetti dedicati alla formazione dei proprietari di gatti, spesso promossi da enti veterinari e istituzioni regionali.<br>Tra gli esempi più recenti figura quello sviluppato in Campania dal Centro di riferimento regionale per l&#8217;igiene urbana veterinaria, che ha attivato un percorso rivolto sia ai proprietari sia ai responsabili delle colonie feline. Anche in questo caso il programma affronta aspetti legati alla salute, al comportamento e alla gestione degli animali, prevedendo il rilascio di una certificazione finale. A livello nazionale, inoltre, la Federazione degli Ordini Veterinari ha avviato iniziative formative destinate ai professionisti del settore, con l&#8217;obiettivo di diffondere conoscenze aggiornate sul comportamento felino e migliorare l’informazione rivolta ai cittadini.</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/pissy-cat/">Pissy cat</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38836</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Viaggio al centro della terra</title>
		<link>https://noreporter.org/viaggio-al-centro-della-terra-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 22:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38821</guid>

					<description><![CDATA[<p>E di là ovunque</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/viaggio-al-centro-della-terra-2/">Viaggio al centro della terra</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">hdblog.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un gruppo di ricercatori ha sviluppato una nuova tecnologia wireless potenzialmente rivoluzionaria, che può trasmettere e ricevere senza mezzi fisici, quindi senza fili, comunicazioni vocali fino a 100 metri sottoterra. La scoperta porta la firma di un gruppo di ricercatori dell’Electronics and Telecommunications Research Institute (ETRI), un importante istituto di ricerca di Daejeon, in Corea del Sud.<br>La tecnologia è stata individuata nell’ambito del progetto Through-The-Earth a cui ETRI lavora dal 2023. I sistemi di comunicazione tradizionali, o comunque quelli su cui si poteva contare in precedenza, basati su radiofrequenze, potevano penetrare solo pochi metri sottoterra. Il nuovo metodo invece usa la corrente elettrica per produrre un’induzione magnetica sufficiente a trasmettere segnali wireless attraverso la terra, utilizzando basse frequenze radio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si arriva così a grandi distanze nel sottosuolo, il che può tornare utile in parecchi ambiti, scenari e a diverse categorie professionali: miniere e trivellazioni offshore, comunicazioni all’interno di tunnel o infrastrutture sotterranee di vario tipo, soccorsi dopo terremoti, eruzioni o esplosioni, applicazioni militari. Siamo all’inizio, e in mezzo a vantaggi come un segnale che degrada di gran lunga meno all’aumentare della distanza, i limiti non mancano. Uno dei più grandi è la velocità di trasmissione, molto bassa: circa 2 kilobyte al secondo.<br>E c’è poi la questione ingombri. Allo stato attuale il sistema è composto da un’antenna trasmittente ad anello di circa un metro quadrato e da un sensore che riceve il campo magnetico. Il prossimo obiettivo dei ricercatori è la semplificazione e la miniaturizzazione della tecnologia, in modo da renderla eleggibile per i dispositivi di grande diffusione come smartphone e tablet.</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/viaggio-al-centro-della-terra-2/">Viaggio al centro della terra</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38821</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Verso la comprensione dell&#8217;antimateria</title>
		<link>https://noreporter.org/verso-la-comprensione-dellantimateria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[media.inaf]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 22:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38810</guid>

					<description><![CDATA[<p>Come inquadrare il Cern?</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/verso-la-comprensione-dellantimateria/">Verso la comprensione dell&#8217;antimateria</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In Svizzera</p>



<p class="wp-block-paragraph">La collaborazione dell’esperimento Alpha al Cern, cui partecipa anche l’Infn Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, è riuscita a realizzare la misura più precisa di sempre di una proprietà fondamentale dell’antidrogeno, la cosiddetta struttura iperfine, migliorandone l’accuratezza di circa cento volte. Il risultato, che segna un nuovo importante passo verso la comprensione dell’antimateria, è riportato in un articolo pubblicato oggi, 27 maggio 2026, su Nature.<br>Secondo le più accreditate teorie cosmologiche, materia e antimateria sono state prodotte in quantità esattamente uguali subito dopo il Big Bang. Tuttavia, l’universo che conosciamo oggi è costituito quasi esclusivamente di materia: una delle grandi questioni aperte della fisica fondamentale è quindi comprendere che cosa abbia portato a questo squilibrio.<br>«Gli studi sull’antimateria rappresentano uno degli strumenti più promettenti per affrontare questo enigma cosmologico», spiega Simone Stracka, ricercatore Infn della Sezione di Pisa. «Se osservassimo anche una piccolissima differenza tra materia e antimateria, potremmo ottenere indizi fondamentali sui meccanismi che hanno portato alla predominanza della materia nell’universo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto, la misura dei livelli energetici dell’antidrogeno, e il loro confronto con quelli dell’idrogeno, è di importanza fondamentale: consente infatti di verificare la validità di queste simmetrie e di esplorare eventuali deviazioni che potrebbero aprire la strada a una nuova fisica. E uno degli osservabili più sensibili è, appunto, la struttura iperfine dello stato fondamentale, legata all’interazione tra gli spin delle particelle che compongono l’atomo. Questo parametro è noto con precisione straordinaria per l’idrogeno e ha avuto un ruolo storico nello sviluppo dell’elettrodinamica quantistica.<br>«Il nuovo risultato ottenuto dalla collaborazione Alpha rappresenta un significativo progresso», sottolinea Adriano Del Vincio, dottorando del Dottorato di Interesse Nazionale in Space Science and Technology e associato Infn della Sezione di Pavia. «La misura dell’intervallo iperfine dell’antidrogeno è stata effettuata con una incertezza di 4 parti per milione (ppm), migliorando di circa due ordini di grandezza rispetto alle precedenti determinazioni. Al momento, con la precisione raggiunta, il risultato è compatibile con quello dell’idrogeno».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le misure sono state realizzate utilizzando l’apparato sperimentale Alpha, in grado di produrre, intrappolare e studiare atomi di antidrogeno. Nel corso dell’esperimento sono stati analizzati circa 24.000 antiatomi, prodotti combinando antiprotoni e positroni e mantenuti in una trappola magnetica a temperature estremamente basse. La tecnica impiegata, basata su spettroscopia a microonde, ha consentito di determinare con precisione le transizioni tra i livelli energetici dell’antidrogeno, da cui si ricava direttamente l’intervallo iperfine.<br>«Questo risultato rappresenta un passo fondamentale nello studio dell’antimateria. Grazie al significativo miglioramento nella precisione della misura, possiamo confrontare con sempre maggiore sensibilità le proprietà di materia e antimateria, mettendo alla prova i principi più profondi della fisica. È un traguardo importante, reso possibile dal lavoro collettivo della collaborazione Alpha e dallo sviluppo di tecniche sperimentali sempre più avanzate», commenta Germano Bonomi, ricercatore della Sezione Infn di Pavia e professore all’Università di Brescia.<br>Questo lavoro apre la strada a nuovi studi di precisione sull’antimateria, con possibili sviluppi nella comprensione delle differenze tra materia e antimateria e nella verifica dell’elettrodinamica quantistica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/verso-la-comprensione-dellantimateria/">Verso la comprensione dell&#8217;antimateria</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38810</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il rob otto</title>
		<link>https://noreporter.org/il-rob-otto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[agi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 22:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38797</guid>

					<description><![CDATA[<p>Argus</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/il-rob-otto/">Il rob otto</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Molto funzionale</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un robot sferico dotato di venti zampe e di un sistema di visione distribuito può muoversi in qualsiasi direzione, attraversare terreni difficili, arrampicarsi tra pareti verticali e continuare a funzionare anche in presenza di guasti meccanici.<br>È il risultato di uno studio guidato da Jiaxun Liu, Boxi Xia e Boyuan Chen della Duke University e pubblicato sulla rivista Science Robotics. La ricerca introduce il concetto di simmetria dinamica estrema, una strategia progettuale che permette ai robot di generare forze e accelerazioni in modo uniforme in tutte le direzioni, migliorandone agilità, robustezza e capacità operative in ambienti complessi, terrestri ed extraterrestri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Simmetria dinamica e isotropia<br>Sebbene le forme simmetriche siano da tempo utilizzate nella robotica, gli autori sottolineano come sia stata finora poco esplorata la cosiddetta simmetria dinamica, ovvero la capacità di produrre movimenti e accelerazioni equivalenti indipendentemente dalla direzione di spostamento. Per affrontare questo problema, il gruppo della Duke University ha sviluppato un approccio teorico e sperimentale basato sul concetto di isotropia dinamica, che descrive la capacità di un sistema robotico di generare prestazioni uniformi in tutte le direzioni dello spazio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Analisi dei sistemi robotici<br>Nella prima fase dello studio, i ricercatori hanno confrontato diversi sistemi robotici, inclusi robot umanoidi, piattaforme aeree e macchine dotate di zampe, valutando come la distribuzione degli attuatori influenzi le capacità di movimento. Le simulazioni hanno mostrato che l’aumento del numero di arti distribuiti in modo regolare attorno al corpo migliora progressivamente l’isotropia dinamica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Numero ottimale di zampe<br>I vantaggi crescono fino a raggiungere una configurazione quasi ottimale compresa tra 16 e 22 zampe motorizzate. Oltre questa soglia, l’incremento della complessità meccanica e dei vincoli strutturali tende invece a ridurre i benefici ottenibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il robot Argus<br>Per verificare sperimentalmente il modello, gli autori hanno progettato una famiglia di robot sferici denominata Argus. Il prototipo più avanzato realizzato dal gruppo è costituito da venti zampe distribuite uniformemente sulla superficie della sfera. Ogni arto integra una telecamera, creando un sistema di osservazione omnidirezionale capace di monitorare costantemente l’ambiente circostante durante il movimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Test su terreni complessi<br>I test hanno evidenziato una notevole versatilità operativa. Argus è stato in grado di muoversi efficacemente su superfici piane ma anche di modificare la propria configurazione per attraversare prati, sabbia soffice e superfici bagnate o scivolose. I ricercatori hanno inoltre dimostrato la capacità del robot di trasportare carichi durante gli spostamenti e di avanzare in spazi ristretti sfruttando l’appoggio simultaneo su due pareti verticali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resilienza ai guasti<br>Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la resilienza del sistema. Durante le prove sperimentali il robot ha continuato a operare anche in presenza di malfunzionamenti di alcune zampe, adattando autonomamente la propria locomozione per compensare i guasti hardware.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visione e navigazione<br>Grazie alle telecamere integrate nei piedi, Argus può inoltre seguire oggetti e mantenere la consapevolezza dell’ambiente circostante mentre si muove. L’integrazione tra locomozione omnidirezionale e percezione visiva continua consente al robot di navigare mantenendo il controllo del contesto operativo senza necessità di arrestarsi o riorientarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prospettive applicative<br>Secondo gli autori, i risultati dimostrano che progettare robot non soltanto con forme simmetriche ma anche con capacità dinamiche simmetriche rappresenta una strategia generale per ottenere sistemi più agili, robusti e multifunzionali. &#8220;Questi risultati mostrano che progettare robot per la simmetria non solo nella morfologia ma anche nelle dinamiche raggiungibili offre una strada potente e generale verso agilità, robustezza e multifunzionalità in ambienti terrestri ed extraterrestri incerti&#8221;, scrivono i ricercatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possibili applicazioni<br>La tecnologia potrebbe trovare applicazione in numerosi settori, dall’esplorazione spaziale agli interventi di ricerca e soccorso, fino alle operazioni in ambienti ostili o difficilmente accessibili, dove la capacità di muoversi in qualsiasi direzione e di continuare a funzionare nonostante eventuali guasti rappresenta un vantaggio cruciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/il-rob-otto/">Il rob otto</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38797</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Noi sempre più componenti di ricambio</title>
		<link>https://noreporter.org/noi-sempre-piu-componenti-di-ricambio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 22:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38780</guid>

					<description><![CDATA[<p>Distopie quotidiane</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/noi-sempre-piu-componenti-di-ricambio/">Noi sempre più componenti di ricambio</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Biocomputer</p>



<p class="wp-block-paragraph">Organoidi di cervello umano vengono utilizzati sempre più spesso per costruire dei biocomputer: lo fanno aziende biotech come l&#8217;australiana Cortical Labs e la svizzera FinalSpark, collegando le cellule cerebrali a elettrodi per eseguire funzioni computazionali a basso consumo energetico per svariate applicazioni, che vanno dai test di farmaci ai videogiochi. E&#8217; quanto emerge dall&#8217;articolo pubblicato su Journal of Medical Internet Research dal giornalista scientifico Simon Spichak.<br>Sebbene la tecnologia del biocomputing sia ancora agli albori, le possibili applicazioni appaiono promettenti. Tra queste rientra l&#8217;accesso remoto per i ricercatori: sia FinalSpark sia Cortical Labs hanno adottato un modello basato sul cloud che consente di usare a distanza i loro sistemi per condurre esperimenti. Un altro ambito è quello dell&#8217;efficienza energetica: il biocomputing richiede molta meno energia rispetto alle reti neurali artificiali e ai modelli di calcolo tradizionali e, secondo Brett Kagan di Cortical Labs, questi sistemi possono apprendere con dati meno numerosi e più disordinati rispetto all&#8217;intelligenza artificiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le applicazioni includono inoltre la scoperta di nuovi farmaci, con piattaforme che permettono di testare gli effetti di molecole sperimentali sull&#8217;apprendimento degli organoidi cerebrali. Secondo il farmacologo e tossicologo Thomas Hartung della Johns Hopkins University, il biocomputing potrebbe rappresentare anche un passo intermedio verso sistemi neuromorfici, cioè neuroni artificiali capaci di imitare struttura e funzione del cervello umano.<br>Accanto alle potenzialità emergono però anche questioni etiche: gli organoidi cerebrali utilizzati nel biocomputing sollevano interrogativi simili a quelli della ricerca su cellule staminali e organoidi, tra cui lo status morale di questi modelli, la possibile comparsa di forme di coscienza nei sistemi più avanzati, il consenso informato dei donatori e le questioni legate a commercializzazione, proprietà e brevetti.<br>Al momento, il principale limite del biocomputing resta l&#8217;imprevedibilità dell&#8217;attività degli organoidi, che rende complesso il processo di addestramento. Tuttavia, con l&#8217;avanzare delle conoscenze in questo campo ancora emergente, il biocomputing potrebbe avere implicazioni significative per la ricerca biomedica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/noi-sempre-piu-componenti-di-ricambio/">Noi sempre più componenti di ricambio</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38780</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Effetto soglia</title>
		<link>https://noreporter.org/effetto-soglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 22:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38696</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una perdita di concentrazione</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/effetto-soglia/">Effetto soglia</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Un cambio antropologico</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un malfunzionamento del cervello; si chiama “effetto soglia” (o doorway effect) ed è un’esperienza piuttosto comune: si entra in una stanza per un motivo preciso, ad esempio per prendere qualcosa, ma all’improvviso non si ricorda più perché siamo andati lì e che cosa dovevamo fare. Succede a molti e può ripetersi anche con una certa frequenza, creando anche un po’ di preoccupazione: sarà il primo manifestarsi di qualche disturbo cognitivo, o peggio ancora di Alzheimer? Tranquillizziamoci: di solito queste “smemoratezze” non sono affatto un sintomo di qualche cosa che non va, ma un sofisticato meccanismo di risparmio energetico messo in atto dal nostro cervello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">UNA QUESTIONE DI ECONOMIA MENTALE<br>L’effetto soglia è un fenomeno psicologico, studiato e certificato dalla scienza, che si verifica a causa del modo in cui il cervello umano organizza i ricordi e percepisce lo spazio: non si tratta di un “malfunzionamento”, quindi, ma di una conseguenza diretta della nostra architettura cognitiva. La scienza ci insegna che il cervello umano non conserva i ricordi come se fossero un unico flusso ininterrotto, ma divisi per “compartimenti”, come se fossero degli episodi. Questa suddivisione di esperienze in blocchi di informazione gli consente di non sovraccaricarsi con troppe informazioni inutili, che vengono man mano resettate per lasciare spazio a nuovi dati più utili nell’immediato. Numerosi studi hanno dimostrato che questo &#8220;reset&#8221; avviene utilizzando come “contrassegno” gli elementi visivi che sanciscono il passaggio fisico da un ambiente all&#8217;altro, come porte, finestre e altri elementi del genere, che nell&#8217;esperienza quotidiana sono il primo segnale del passaggio da un luogo all&#8217;altro. Quando, ad esempio, usciamo da una stanza, le cellule di posizione (place cells) situate nell’ippocampo resettano la mappa neuronale non appena l’ambiente cambia. Passando attraverso la porta che divide due stanze, quindi, il cervello ripulisce la lavagna mentale e libera le risorse necessarie a identificare subito eventuali novità o potenziali pericoli nel nuovo spazio. La porta diventa così il &#8220;punto di interruzione&#8221; con il quale dividere l&#8217;esperienza in segmenti più brevi e gestibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">LA PERDITA DELL’ANCORAGGIO<br>Quando passiamo da un ambiente a un altro, il cervello “scarica” per così dire il blocco di memorie e di esperienze legati alla vecchia stanza per “caricare” quello dell’ambiente nuovo: eliminando visivamente la stanza di partenza, cadono i supporti fisici che tenevano vivo quel pensiero specifico. A livello ancestrale questo probabilmente serviva ai nostri antenati a dimenticare il cibo raccolto nella caverna per focalizzarsi subito sull’eventuale presenza di predatori nelle vicinanze. Allo stesso modo, se prima di entrare in una stanza non abbiamo memorizzato perfettamente lo scopo del nostro spostamento, è possibile che il piccolo segmento di memoria che conteneva l&#8217;informazione sia &#8220;sovrascritta&#8221; dal nuovo scenario e l&#8217;obiettivo della nostra azione svanisce nell&#8217;oblio. Non si tratta quindi di un malfunzionamento del meccanismo cerebrale, ma semmai di una prova di efficienza e di salute mentale: se il nostro cervello non facesse questa sorta di &#8220;reload&#8221;, vivremmo in uno stato costante di sovraccarico cognitivo. L’effetto soglia si verifica anche quando, lavorando al computer, si utilizzano più programmi diversi contemporaneamente: in questo caso passare da un’app all’altra ha lo stesso effetto che transitare attraverso la porta che divide una stanza dall’altra in casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">SE LA DIMENTICANZA AVVIENE TROPPO SPESSO<br>Anche in questo caso non si tratta di un segnale di malattia, ma semmai di sovraccarico mentale. L’effetto soglia è più frequente quando si è impegnati in più obiettivi contemporaneamente (multitasking) e quando siamo distratti o stanchi: in queste condizioni, infatti, la memoria di lavoro fatica a mantenere attiva l&#8217;informazione di partenza (ad esempio: vado a prendere gli occhiali che ho lasciato sul tavolo di cucina). Insomma, per dare il tempo al cervello di passare correttamente da un blocco di esperienza all’altro, senza dimenticare nulla, occorre in primo luogo non sovraccaricarlo di troppe informazioni, dandogli il tempo di passare da un blocco all’altro senza troppo sforzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">COME CONTRASTARE L’EFFETTO SOGLIA<br>Per combattere in modo efficace la perdita di informazioni quando ci si muove da un luogo, reale o virtuale che sia, all’altro, si può ricorrere a diversi accorgimenti, basati sulle neuroscienze, utili sia negli spazi fisici sia negli ambienti digitali:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Ancoraggio verbale: pronunciamo a voce alta la nostra intenzione prima di spostarci da un luogo all’altro (es. &#8220;Vado di là a prendere le chiavi&#8221;).</li>



<li>Uso dei &#8220;puntatori&#8221; visivi: manteniamo lo sguardo fisso su un oggetto correlato al nostro obiettivo mentre attraversiamo la porta. Visualizzando, almeno mentalmente l&#8217;immagine dell&#8217;oggetto per cui ci stiamo spostando, si impedisce all&#8217;ippocampo di considerare la porta come un punto di interruzione totale e il ricordo resterà più facilmente.</li>



<li>Codifica cinestetica: stringiamo un pugno o mimiamo l&#8217;azione da compiere per coinvolgere la memoria motoria. Questo atto ha il potere di trasferire il pensiero dalla memoria di lavoro psicologica (molto volatile) al sistema motorio e somatosensoriale (molto più stabile). Il corpo memorizza l&#8217;azione prima che la mente possa dimenticarla perché il sistema motorio mantiene attivo il comando neurologico in un&#8217;area cerebrale diversa da quella dei pensieri astratti.</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/effetto-soglia/">Effetto soglia</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38696</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Imagine</title>
		<link>https://noreporter.org/imagine-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 22:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://noreporter.org/?p=38671</guid>

					<description><![CDATA[<p>But artificial</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/imagine-4/">Imagine</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Effetto zombie</p>



<p class="wp-block-paragraph">John Lennon è vivo e lotta insieme a noi verrebbe da dire dopo aver visto in prima mondiale al festival di Cannes l&#8217;atteso documentario &#8216;John Lennon: the last interview&#8217; di Steven Soderbergh realizzato in collaborazione con Meta e dunque usando anche l&#8217;intelligenza artificiale.<br>L&#8217;intervista, rilasciata appena qualche ora prima dell&#8217;uccisione folle sul marciapiede del civico 1 della 72/a strada proprio davanti a Central Park a New York l&#8217;8 dicembre 1980, è già nota e si può riascoltare su YouTube, tuttavia l&#8217;operazione di Soderbergh di realizzarne un film utilizzando le immagini di foto pubbliche e private, frame di filmini, spezzoni di concerto mentre sotto si sente la voce delicata del grande di Liverpool inframmezzata dagli interventi di Yoko Ono, mette i brividi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è un Lennon redivivo o rianimato o diventato umanoide come nel film Sheep on the Box di Kore-eda, per fortuna, ma la suggestione di sentire quelle voci mentre scorrono le loro vite è emozionante e soprattutto per la portata messianica delle parole di John, sulla politica, sulla paternità, sulla relazione di coppia, sul femminismo, sul senso di essere artisti, sul valore della vita extra lavoro, di una attualità, quasi 50 anni dopo, da fare paura molto più dei giochi tecnologici dell&#8217;IA &#8221;che comunque sono il 10 % della pellicola&#8221;, ha precisato il regista. Chissà cosa sarebbe diventato Lennon ammazzato a 40 anni nel pieno della suo fioritura intellettuale, lui che nell&#8217;intervista dice frasi che sembrano il manifesto dei NoKings come &#8221;Non abbiamo bisogno di leader guida popolo, di politici ipnotizzanti dai poteri soprannaturali, perché siamo noi, con le nostre comunità, con la società civile responsabili di migliorare il mondo, di vivere in pace&#8221;.   Dei Beatles si sa non si butta via niente ed è un continuo fare scoperte, restauri, riproposizioni ma al di là degli innegabili aspetti commerciali di ogni operazione che li sfiori, inclusa questa, c&#8217;è da dire che sono pur sempre un materiale musicale e umano incredibile.  In sala c&#8217;era anche, non a caso, Peter Jackson fresco di Palma d&#8217;oro d&#8217;onore: a lui si deve un fantastico documentario di pochi anni fa &#8216;Get It back&#8217; con il backstage di Let It be, uno spaccato di vita a tratti persino esilarante dei Fab Four e con il famoso concerto spontaneo sul tetto della Apple a Londra il 30 gennaio 1969, ultima esibizione pubblica dal vivo e ora luogo, Savile Row, del neonato museo.   Sean Lennon, il secondogenito di John avuto con Yoko, è indirettamente uno dei protagonisti del documentario di Soderberg, ha mandato una lettera che è stata letta all&#8217;anteprima mondiale del film a Cannes, sottolineando come &#8221;sia più di un documentario ma di fatto una lunga canzone&#8221; del padre.   L&#8217;intervista che Soderbergh usa integralmente fu realizzata da una piccola troupe della stazione radiofonica KFRC di San Francisco, unica che Lennon aveva concesso in occasione dell&#8217;uscita di Double Fantasy, l&#8217;album del suo ritorno. Poco prima al piano di sopra era stato realizzato da Anne Leibovitz per Rolling Stone l&#8217;iconico servizio fotografico sulla coppia. I tre della troupe radio si siedono nel salotto dell&#8217;appartamento al Dakota Building, moquette bianca per terra, un grande pianoforte al centro e si compie un piccolo miracolo perché John si apre in confidenza a parlare di tutto, non a fare la solita intervista convenzionale sul disco.  E&#8217; la coppia Peace and Love all&#8217;ennesima potenza quando lui parla di come si è innamorato di lei, artista giapponese di avanguardia, vista alla galleria d&#8217;arte Indica di Londra, conquistato dalle sue performance, stabilendo una connessione unica. &#8221;Quando ho cominciato ragazzino a fare musica mi sono trovato con Paul in estrema sintonia, gli altri sono venuti dopo. Io e Paul avevamo una energia creativa, una colica creativa anzi, &#8211; dice letteralmente &#8211; che era in simbiosi. Dopo 12 anni Yoko ha avuto su di me la stessa potenza&#8221;, racconta. C&#8217;e&#8217; molto spazio per il privato: &#8221;La mia giornata tipo? Mi alzo alle 6, caffè e sigaretta, preparo il breakfast per Sean, gli concedo qualche cartone animato come Sesame Street ma non la pubblicità perché ipnotizza su zuccheri e junk food invece noi a casa mangiamo sano, lo porto a scuola, torno a letto, lavoro dalle 13 alle 17, alle 17.30 si cena, poi faccio il bagnetto a Sean e mi vedo un po&#8217; di Walter Cronkite alla TV prima di dormire. Yoko? Lei e&#8217; workhaolic, lavora sempre&#8221;. Una concezione di fare il padre anni luce avanti: &#8221;sono casalingo, ho scelto di dedicarmi alla crescita di Sean prima di una nuova canzone, penso che il lavoro non debba essere totalizzante e la qualità della vita non deve dipendere dal lavoro. Uno dei motivi della fine dei Beatles &#8211; riflette &#8211; è la macchina infernale che eravamo dovuti diventare per contratto, la musica per me resta arte libera creativa&#8221;.<br>Tra le tante curiosità una che non ti aspetti: &#8221;Adoro la disco music&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://noreporter.org/imagine-4/">Imagine</a> proviene da <a href="https://noreporter.org">NoReporter</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38671</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>
