lunedì 16 Marzo 2026

Karl May

Più letti

Global clowns

Note dalla Provenza

Colored

alt
L’uomo che fece sognare i Wandervogel e la Hitlerjugend

“Io parlo e scrivo in: francese, inglese, italiano, spagnolo, greco, latino, ebraico, rumeno, conosco sei dialetti arabi, due kurdi, due cinesi, e ancora sono versato nel malese, nel nama, in alcuni idiomi come lo swahili, l’indostano, il turco, nelle lingue dei Sioux, degli Apache, dei Comanche, degli Ute, dei Kiowa, in diversi dialetti sudamericani, e infine nel lappone”, raccontava di sé Karl May, la prima popstar della letteratura tedesca, quando popstar era ancora un concetto ignoto: l’anno di na-scita dello scrittore è infatti il 1842. Dalla fine dell’Ottocento May ha fatto sognare a generazioni di adolescenti e non solo, terre lontane, le ha condotte attraverso il fascino misterioso del lontano Oriente e le ha fatte cavalcare attraverso le vaste praterie dell’America popolata da indiani e cow boy. Ha raccontato loro di popolo stranieri, della difficile convivenza tra culture diverse. È stato l’autore tedesco che ha venduto in assoluto più libri, ma che già da vivo aveva raccolto attorno a sé una vastissima schiera di sostenitori. Fu precursore di fenomeni che sono tipici dei nostri tempi. Era dotato di un fiuto particolare per quel che il pubblico voleva (e poco importava se non sempre atti-nente alla verità, bastava confezionarlo accuratamente): i lettori, rapiti dalle avventure che raccon-tava, dai bagliori dell’Oriente e dalle sfide che la vita nel Far West poneva, erano disposti a credergli ogni cosa: che fosse poliglotta e che ogni avventura raccontata l’avesse veramente vissuta in prima persona. E lui allora pensava bene di rincarare la dose: si faceva fotografare travestito da “Old Shatterhand”, il tedesco buono trapiantato in America, che fraternizza con gli indiani, o da Kara Ben Nemsi, il cui nome rimanda sempre alle origini teutoniche (sta per “figlio dei tedeschi” ed è il protagonista dei romanzi ambientati in Oriente. E giusto per restare coerente con questi travesti-menti, quando è in ritardo nella consegna di una puntata o di tutto un romanzo, fa dire alla moglie che “May si trova in Russia a caccia dell’orso”, oppure “è ferito nella terra degli Apache”. E gene-razione, dopo generazione, i suoi lettori hanno creduto, e ancora oggi sono disposti a credere – sem-pre che preferiscano le sue avventure nella terra degli Apache a quelle di Harry Potter – che May le storie le raccontasse in presa diretta, attingesse da esperienze vissute in prima persona. Era il Salgari teutonico, con la differenza, però, che riusciva ad abbindolare un popolo ligio agli imperativi cate-gorici di Lutero.

In Italia qualcosa è stato tradotto, ma già la scelta dei titoli farebbe pensare a una certa malavoglia: Se il titolo tedesco “Winnetou” rimanda subito a indiani, cavalli e cow boy, quello italiano “Le av-venture di Mano di Ferro”, non ha alcun potere evocativo e semmai, può ricordare certi brutti film da oratorio. Winnetou era il capo degli indiani Apache Mescalero, amico fraterno del viso pallido Old Shatterhand, con il quale aveva addirittura suggellato un patto di sangue. A proposito della fra-tellanza di sangue: May in questo caso non va per il sottile e trasferisce il rituale germanico tout court tra i pellerossa. Stesso discorso si può fare per la “La fattoria del deserto”, che in tedesco porta il titolo molto più promettente “Old Surehand”, che poi è un cow boy onesto, grande amico di Old Shatterhand e Winnetou.
Di libri ne ha scritti in tutto sessantacinque, longseller a tutti gli effetti: a oggi le vendite si attestano a duecento milioni di copie nel mondo, ed esiste in Germania un editore che da tre generazioni si occupa esclusivamente della loro ripubblicazione. L’editore si chiama ovviamente Karl May Verlag. Alla Fieni di Francoforte è impossibile non vederlo, e questo non tanto per le dimensioni dello stand, ma per le inconfondibili copertine in cartonato verdi e i disegni dei vari personaggi sul frontespizio. Non c’è probabilmente casa tedesca che non abbia nella libreria, o in qualche cassettone riposto nel solaio, almeno un volume ereditato da nonni o bisnonni. Libri le cui prime edizioni possono raggiungere oggi sul mercato dell’antiquariato anche diverse centinaia di euro. Ma quello che stupisce è che nella Germania di Hegel, Kant, Nietzsche, i fans delle sue avventure anche un po’ dozzinali e comunque assai semplici nella costruzione (il buono vince sempre sul cattivo, perché o lo redime o, se proprio ne va della vita, lo uccide) non appartenevano solo alle classe medio bassa. Aveva rapito anche Albert Einstein, Ernst Bloch e Martin Walser, certo quando erano ancora adole-scenti, ma tutti loro non rinnegarono in età adulta quella passione giovanile. Pure Brecht sembrava non disdegnarlo, per lo meno per quel che riguarda il volume “Winnetou”, così come Karl Liebkne-cht (a saperlo, forse la Ddr l’avrebbe rivalutato prima, anziché bandirlo per anni, cercando di trovare qualcosa di alternativo che entusiasmasse in ugual modo i giovani, salvo poi arrendersi negli anni Ottanta e a quel punto iniziare a sfruttarlo a man bassa, facendosi forte del fatto che May era sasso-ne, Land allora sotto il dominio della Repubblica democratica). Ma nonostante il successo, nono-stante questa fedeltà a una passione giovanile di molti personaggi illustri (il sito dell’editore Karl May Verlag ha un link che li elenca tutti e arriva fino ai giorni nostri), la Germania continua a vivere questo concittadino con sentimenti contrastanti. Almeno questa è l’impressione che si ha, notando che solo lo Spiegel gli dedica un ampio servizio per i cento anni dalla morte, anniversario che cade il 30 marzo. Un disagio originato forse non tanto da quell’anatema con il quale Heinrich Mann lo marchiò, definendolo “un nazista ante litteram”, “il mentore letterario di Hitler”. Il quale Hitler, così si racconta, pare si sia portato nel bunker anche qualche volume di Karl May. Un disagio dato probabilmente più dal fatto che non si è mai riusciti a inquadrare il valore letterario della sua opera. Perché se da una parte si trattava di romanzi d’appendice, e comunque letteratura di serie B, dall’altra aveva saputo far vibrare intensamente le corde dell’animo tedesco. Aveva saputo lenire, più di qualsiasi altro scrittore, la sete implacabile dei suoi conterranei di altri, nuovi e meno ristretti orizzonti geografici e non solo. Per le ore che si trascorrevano in compagnia dei suoi libri, insomma, ci si poteva dimenticare anche il rigore luterano.

La sete che May almeno in parte soddisfa è la stessa che aveva spinto Goethe nei suoi viaggi in Italia a innamorarsene. Certo, Goethe rielabora il tutto poi in opere di ben altra caratura, per rispondere alla “deutsche Sehnsucht”, la nostalgia tedesca dell’altrove. In compenso May, con il suo Far West e il suo estremo Oriente, anticipava il mondo globalizzato di oggi.
Come Salgari, anche Karl May scrive senza conoscere i posti di cui parla, per quanto poi – diversa-mente dal collega italiano – si deciderà a visitare, a cavallo dei due secoli, prima l’Oriente e poi l’America. Viaggio, soprattutto quest’ultimo, dal quale tornerà però stanco e deluso: quel mondo incontaminato, primordiale, aveva constatato con i propri occhi, non esisteva più. Aveva dunque fatto bene a lavorare di fantasia. Per i suoi libri si avvarrà di cartine, racconti di viaggio e di esplo-razioni. Un bagaglio culturale che si era fatto in condizioni a dir poco singolari.
May, aveva origini umili, i genitori erano tessitori; lui quinto di un nugolo di quattordici figli, di cui nove moriranno senza aver compiuto nemmeno il primo anno di vita. Il giovane Karl mostra subito una particolare predisposizione allo studio e il padre pensa bene di sfruttare questa dote: dopo la scuola lo obbliga a copiare testi da enciclopedie, breviari e libri di scienze naturali per raggranellare qualche soldo in più. E lui assorbe tutte quelle nozioni, senza alcun ordine, ma qualcosa si deposita. Man mano che cresce, il ragazzo inizia a ribellarsi a quella vita di fame e stenti impostagli dal padre, se necessario pure a suon di vergate. Sogna una vita diversa. Di successo, soldi e agi. Ma prima di arrivarci, dovrà fare la conoscenza, per ben due volte, con le patrie galere. Non è però un vero criminale. Già dalle sue bravate si può intuire una fantasia non comune, e una certa predisposizione per lo sdoppiamento.
Come racconta lo Spiegel, la prima trovata per mettere insieme velocemente un po’ di soldi è quella di farsi passare per il dottor Heiling, (heilen in tedesco significa curare) medico oculista, con tanto di ricettario. Poi si spaccia per seminarista, prende in affitto una stanza a Chemnitz, ordina due pellicce di topo muschiato e scompare di nuovo (sembra di vedere Leonardo Di Caprio in “Prova a prendermi”). Nel marzo del 1865 viene arrestato per la prima volta, e condannato a quattro anni e un mese in una casa di correzione. La fortuna vuole però che venga spedito a Zwickau, prigione dove si sperimentavano programmi di recupero. Così viene impiegato nella biblioteca interna. May inizia a leggere tutto quello che gli capita tra le mani: molti romanzi, ma anche tanti trattati scientifici, geografici e storici. E man mano che divora i libri, appronta una lista di quelli che avrebbe scritto lui, una volta uscito di galera. Peccato che, non appena fuori, si dimentichi dei buoni propositi e torni a fare lo scavezzacollo. Prima si fa passare per poliziotto e requisisce a un droghiere una mazzetta di soldi sostenendo che siano falsi, poi ruba delle palle da biliardo e infine un cavallo. Quando la polizia riesce ad acciuffarlo, afferma di chiamarsi Albin Wadenbach e di essere figlio di un proprietario terriero della Martinica. Si beccherà altri quattro anni. Uscirà che ne avrà trentadue: i più lo danno ormai per perso. Lui per rassicurare le autorità di polizia, preoccupate di ritrovarselo da lì a poco di nuovo in prigione, dice di voler emigrare in America. Invece non andrà da nessuna parte, si metterà a tavolino e inizierà a pubblicare presso il più grande editore di romanzi d’appendice tedesco di allora, la prima puntata del suo “Dagli appunti di un uomo che ha viaggiato molto”.
May ha messo la testa a posto, per quanto la testa forse del tutto a posto non l’ha mai avuta, ma la sua voglia di essere altro ha finalmente trovato uno sbocco che lo tiene lontano dalle galere. Si in-venta storie in terre, mondi lontani, “cerca e trova la sua terra di frontiera”, come scrive Gert Ueding, grande studioso di May. Terra di frontiera dove lui stesso si ritaglia un ruolo (una sorta di avatar, si direbbe oggi): quello di Old Shatterhand, il tedesco buono. E non solo. Vestendo i panni del suo personaggio (si fa fotografare nei suoi panni) riesce a trasmettere anche un altro messaggio: che in quei mondi, per quanto lontani e soprattutto primitivi, si potevano trovare pace e fratellanza. E in questo modo dà forma a un’altra nostalgia tedesca: quella del ritorno a una sorta di stato di na-tura (che poi, basta pensare ai Verdi, alle loro battaglie contro il nucleare e gli ogm, anima ancora oggi i tedeschi). Un anelito, quello per lo stato di natura, anch’esso vissuto da sempre con sentimenti contrastanti.

Se Heinrich Mann vedeva in May un nazista ante litteram, un sospetto analogo si è abbattuto ora su Christian Kracht, uno degli scrittori contemporanei di maggior successo, per il libro appena uscito “Imperium”. Il romanzo, ambientato a cavallo tra Ottocento e Novecento racconta di un giovane di-sadattato, che vuole fuggire dall’oppressione della modernità e dell’industrializzazione. August En-gelhardt, così si chiama il protagonista di Kracht, si rifugia su un’isola della Nuova Pomerania, co-lonia tedesca nella Guinea. Lì decide di vivere solo di noci di cocco e fondare, una confraternita di amici del sole. Un libro molto bello, che da una parte della critica gli ha però attirato l’accusa di strizzare l’occhio a nostalgici di una certa ideologia. Eppure Kracht, nel suo “Imperium”, ricorrendo all’escamotage della voce fuori campo, parrebbe non lasciare dubbi sulla separazione tra sé e il pro-tagonista. May questa presa di distanza non la opera, perché è figlio di quel tempo, dove certo ci si confrontava con il nuovo, ma si sognava ancora. Cosa che da lì a poco non si sarebbe più fatto. Ba-sta leggere cosa scrive Hans Fallada: “Me ne stavo coricato per ore e ore, giorni e giorni a leggere, senza mai staccare. Non mi stancavo del mio Marryat, del mio Gerstäcker, e di Karl May che mi ero fatto prestare di nascosto. Più mi pareva insopportabile la vita quotidiana, e più cercavo rifugio presso gli eroi dei miei libri di avventura… Una volta diventato adulto, con qualche soldo in tasca, mi sono comperato tutti i sessantacinque volumi di Karl May in una volta sola”. E quale fosse la vita dalla quale cercava di fuggire, Fallada stesso l’avrebbe raccontato magistralmente nel suo “E adesso pover’uomo?” (ambientato negli anni del tracollo finanziario della Repubblica di Weimar), e in “Ognuno muore solo” (storia di una coppia qualunque che cerca di ribellarsi all’oppressione nazista).
Karl May è forse l’ultimo dei romantici, al servizio del popolo però. Gli eroi di Karl May sono pa-ladini di valori forti, ma non anime tormentate. Sono eroi terra terra, come il suo amico Winnetou, l’emblema del maschio buono, coraggioso, virtuoso, affidabile e per giunta bello. Rappresenta l’io perfetto (almeno secondo i dettami del severo Super-Io protestante), da prendere a modello perché si batte per le cose semplici: la natura, i deboli e il diverso (che si tratti di persona singola o di un’intera tribù). Anche per May, Winnetou è la perfezione, e nonostante la sua predisposizione a giocare con le identità, i panni del grande capo pellerossa non osò mai vestirli. Qualcosa gli diceva che non bisognava sfidare troppo il destino. Certo, era convinto di aver espiato le proprie colpe e pagato quanto dovuto alla giustizia e alla società, ma sapeva avere ancora degli scheletri nell’armadio. Una volta raggiunto il successo, infatti, May aveva cercato di cancellare le tracce del proprio passato. E gli era andata bene per molti anni. Poi il vento era cambiato e proprio mentre si trovava in viaggio in America, erano cominciate a trapelare notizie in proposito. E così, una volta ancora si ritrovò sotto processo, l’accusa questa volta era di millanteria. La stampa non gli diede tregua, tutto venne portato alla luce: la laurea presso l’Università di Rouen mai conseguita; l’aver sottaciuto i suoi periodi in carcere. Un copione che si ripete in eterno: basti pensare all’astro della politica, il barone Theodor zu Guttenberg cacciato per aver copiato la tesi, e ancora il caso più re-cente del capo di stato Christian Wulff. I tedeschi non hanno mai tollerato chi li imbroglia e rara-mente perdonano.
Per quasi dieci anni May divenne ospite fisso dei tribunali, prima che il presidente del tribunale re-gionale di Berlino, emettesse la sentenza liberatoria, nella quale affermava che a un artista era per-messo avere una percezione più libera, elastica della verità: “E io ritengo Karl May un poeta”.
Quell’autore romantico fece sognare e formò i Wandervogel e la Hitlerjugend e fu all’origine delle poco conosciute campagne nazionalsocialiste in favore delle minoranze etniche in Usa.
 

Ultime

Provaci Don Chisciotte!

Non si deve disertare il referendum

Potrebbe interessarti anche