
La corsa globale a Talos Dome
Se i sindaci di metropoli come San Paolo, Pechino, New York decidessero insieme di avventurarsi a 40 gradi sotto zero nel plateau di Talos Dome (2300 metri di altitudine a circa 300 km da Baia Terra Nova in Antartide) troverebbero, oggi, solo una casupola di pannelli di truciolato, poco più di una baracca. Ma dentro, al riparo dal freddo e dalla neve accumulata nell’inverno, vedrebbero la parte iniziale di una carotaggio in ghiaccio profondo 1650 metri che ha ricostruito la storia climatica del pianeta degli ultimi 350mila anni e avrebbero molto da riflettere su come rendere sostenibile per l’ambiente aumento demografico e innovazione tecnologica.
I primi metri estratti dal sito di Talos Dome sono infatti quelli che nelle bolle d’aria racchiuse in ghiaccio raccontano le ultime modifiche provocate dall’uomo nella variabilità naturale del clima e, soprattutto, le alterazioni più recenti nel livello del Co2 passato da 280 parti per milione del 1800 alle attuali 390. Nello stesso arco di tempo la temperatura del pianeta è aumentata di 0,6-0,7 gradi, il che non vuol dire che ovunque faccia più caldo, anzi spesso ad un aumento delle temperature in un emisfero corrisponde un contemporaneo raffreddamento nell’emisfero opposto, quello che si chiama “altalena dei mari” e richiama alla mente scenari apocalittici come quelli tratteggiati nel film “l’alba del giorno dopo” con i cittadini di Manhattan chiusi nella morsa del ghiaccio che cercano di trovare scampo in Messico.
Quello di Talos Dome è un progetto a leadership italiana che risale al 2004, costato 3 milioni di Euro (il progetto europeo Epica di Dome C è costato 40 milioni) ma i “record” raccolti vengono ancora studiati da ricercatori francesi, tedeschi, inglesi e svizzeri anche se delle 28 pubblicazioni internazionali di alto livello circa il 70% sono italiane. Massimo Frezzotti, direttore dell’Unità tecnica Antartide dell’Enea che ha lavorato a questi dati insieme a Biancamaria Narcisi, spiega perché si è posta l’esigenza di avere altri dati oltre a quelli di Dome C con Epica che va indietro fino a 800mila anni. “Si stanno cercando siti che consentano una maggiore definizione della variabilità del clima – osserva Frezzotti – è un po’ come i pixel delle macchine fotografiche: se a Dome C ci sono 3 pixel a Talos ne abbiamo 8 e a GV7, dove andremo quest’anno durante la 28 spedizione italiana, ne potremo avere perfino 25”.
Così, mentre da un lato il progetto Ipics (International Partnership for Ice Core Science) si è posto l’obiettivo di perforare la calotta fino a 1,5 milioni di anni, dall’altro si punta a un network di perforazioni a sempre più alta definizione. E’ nata così la “caccia” al sito migliore, fatta con rilievi satellitari e radar e che tiene in considerazione anche gli accumuli di neve, le precipitazioni, la dinamica dei ghiacci. Né è detto che due siti molto vicini consegnino necessariamente dati analoghi. In Groenlandia, ad esempio, il sito Grip dell’Unione europea ha trasmesso dati analoghi a quello americano Gisp2 distante solo 50 Km fino a 2700 metri dei circa 3000 perforati ma negli ultimi 300 metri i dati erano totalmente differenti.
Ecco perché la comunità scientifica sta cercando un accordo sui nuovi siti ad “alta definizione”. Un accordo di base prevede che vi sia un sito europeo che potrebbe essere localizzato 200 Km a Sud-Est di Concordia (Dome C), uno a leadership asiatica con i cinesi che propongono il loro Dome A e i giapponesi Dome Fuji, il terzo, infine, sarebbe a guida americana ma lontano sia da Mc Murdo che dalla loro base di South Pole. Una sorta di “lottizzazione” dei carotaggi per mettere le mani per primi su dati sempre più sensibili nei negoziati globali sui cambiamenti climatici che hanno risvolti decisivi sulle scelte di politica economica e industriale nei Paesi industrializzati e delle più dinamiche (ma meno regolate) economie emergenti.

