
Alpa, Alpa, chi porta la sua cenere a Monti?
“Perché mai tra i fascisti e i ladri non dovrei votare per i fascisti?” Così un cittadino qualunque di Napoli a fine 1993 rispondeva al reporter Rai alla vigilia delle comunali in cui Alessandra Mussolini, candidata del Msi, avrebbe raccolto il 47% dei voti mentre a Roma Gianfranco Fini si sarebbe spinto al fino al 49.
Per capire tutta la parabola ascendente e discendente di quelli che, pochissimo tempo dopo, si sarebbero definiti post-fascisti dobbiamo partire di lì.
Il loro successo dipese da troppi sottintesi, sia propri sia altrui.
I sottintesi altrui, ovvero quelli della gente comune, erano semplici: per loro essi erano fascisti, dunque duri, seri, irriducibili e, a differenza degli esponenti di una classe politica pescata a mangiarsi di tutto, erano onesti.
L’onestà missina era stata però una virtù obbligata vista la lontananza dalle casse. Una volta avutele a portata di mano si scoprì che la discriminante dell’onestà, così come per tutti gli altri partiti, era questione di individui e che tra i neofascisti, effettivi, sedicenti o definiti tali, i ladri abbondavano come altrove.
Legge del contrappasso: l’uomo che li conduceva e che poco prima del boom si era scagliato contro Craxi accusandolo di essere un ladro, sarebbe poi stato sputtanato per essersi appropriato di beni del proprio partito ad uso personale, e questo mentre l’oggetto della sua campagna moralista era stato accusato invece non di aver favorito se stesso ma il suo partito.
Quel fascismo d’inerzia
Fascisti? Evitiamo in questo contesto di entrare nel merito ideale, morale, esistenziale e politico, perché sono stati spesi fiumi di parole e di sentenze sulla loro condotta e sulla loro coerenza e ci pare ozioso disquisirne ulteriormente; soprattutto oggi che siamo fuori tempo massimo.
Atteniamoci invece all’aspetto comunicativo, emotivo e antropologico, quello del “sentire comune” che non si cura troppo della linea politica e ideale: e per il quale sentire comune l’etichetta è sempre restata lì.
Ebbene quell’essere fascisti dei missini del ’93 si sarebbe rivelato in breve un’eredità totemica e una forma di identificazione soggettiva (singolarmente per ciascuno dei soggetti) e collettiva (la categoria con cui li consideravano gli altri).
I miracolati doppi (da Mani Pulite e dalla riscossa berlusconiana) da allora hanno sempre insistito – e spesso senza una chiara consapevolezza – nell’alimentare l’ambiguità.
Da un lato cercavano di “sfascistizzarsi” con prese di distanze, con anatemi, con critiche, con strappi; dall’altra mantenevano un “fascismo d’inerzia” fatto di ammiccamenti e di sorrisetti e, soprattutto, consolidato dalla memoria del sangue e della lotta.
Il sangue, accuratamente selezionato – perché dalla memoria si è lasciato scivolar via tutto l’insieme dei Caduti imbarazzanti – il sangue neofascista ha fatto da spartiacque.
Ignorando opportunamente che in tutti i casi si trattava di giovani leoni immolatisi in aspirazioni fasciste, e facendo invece dei Caduti degli anni di piombo l’unico simbolo d’identità (quasi fossero nati lì, morendo, e non si sentissero qualcosa di più antico e radicato), si provò a capitalizzare il fascismo per eredità silenziata e a rinascere invece democraticamente in un vittimismo nazional-libertario.
E a lungo tutto questo ha funzionato.
Ha funzionato perché, caduto il Muro, per la prima volta dopo quarantacinque anni il neofascismo non ebbe una repressione e un’emarginazione da fronteggiare e quindi i giovani missini poterono crescere insieme e anche partecipare alla politica attiva finanche intesa come carriera anziché doversi fare una vita ciascuno per conto suo com’era accaduto fino allora.
Clan, comunità, comitiva, congrega? Prese così forma un indefinibile aggregato sociologico che si fondava e continua a fondarsi, in ogni caso, sull’identificazione nel fascismo sia pure per inerzia.
E dobbiamo aggiungerci una nutrita base di tifosi e di nostalgici, abituata alla frustrazione e quindi sempre pronta ad ingannarsi sul reale e a convincersi che quel fascismo d’inerzia non fosse percepito come un peso dai post-fascisti ma che fosse per loro un’ancora e una bussola, malgrado le continue affermazioni degli stessi in senso contrario.
Quasi vent’anni in scia
Funzionò a lungo, ma solo in parte per l’efficacia del meccanismo psicologico; senza la guida di Berlusconi il giocattolo si sarebbe spaccato comunque subito.
La bizzarra alchimia liberal-populista del cavaliere di Arcore non solo concesse uno spazio imprevisto ai missini divenuti di An, ma li mise fianco a fianco con quella Lega che non li aveva ancora spazzati via ovunque solo perché il suo campanilismo nordico non aveva fatto presa a Roma e al Sud.
Affiancandoli Berlusconi riuscì nella doppia impresa di nazionalizzare il discorso dei separatisti e di attenuare la concorrenza tra i due partiti che, soprattutto allora, non avrebbe lasciato scampo al partito post-fascista che non aveva alzato dighe neppur verbali contro l’immigrazione, le tasse e i poteri transnazionali e si era quindi fatta strappare l’iniziativa nell’intraprendere quel cammino che stava premiando le estreme destre di quasi tutto l’occidente.
L’inerzia funzionò quindi perché si capitalizzarono i toni forti degli altri e la leadership altrui.
Ma fu eccessiva perché a furia di evitare di fare i conti con la propria eredità e con tutti i presupposti si è finito col non distinguere più nulla, quindi col non discernere, al punto di confondere allegramente alleati e nemici.
Vivendo al traino del Cavaliere e di Bossi e speculando su situazioni create dagli altri, i post-fascisti, a furia di non prendere alcuna posizione forte, si sono così miracolosamente ritrovati per troppa disinvoltura tra i più disponibili nel centrodestra al servilismo verso i poteri forti. E, durante gli anni di governo, sono riusciti nell’impresa di non proporre assolutamente nulla, neppur di riformista, a differenza di socialisti, democristiani, liberali, leghisti.
Alla fine tutta la loro identità politica si riduce oggi ad un pizzico di retorica, a qualche richiamo morale e al mito del buon governo.
Ma l’efficacia dello sfruttamento della forza d’inerzia e dell’aggiramento di ogni problematica che conservò loro gran parte del tesoretto accumulato nei decenni era possibile solo finché andavano in scia.
Ora che il populismo è stato attaccato, infranto e disgregato dai poteri forti non c’è inerzia che tenga, per farsi forza motrice serve una proposizione che palesemente manca e che visti i presupposti non poteva che mancare.
Sei spezzoni senza un autore
Di qui si può agevolmente comprendere sia l’implosione del soggetto post-missino che sembra essersi spaccato in sei parti, sia l’assenza di prospettive a medio termine per ognuno degli spezzoni.
Sei parti abbiamo detto. Una, con Fini, alla volta del laicismo progressista, una con Alemanno all’inseguimento di Cl e della nuova Dc con tanto di “Fondazione De Gasperi”, una con La Russa e Gasparri che provano a riproporre An riverniciata, una con Storace che cerca di saldare il nostalgismo di An e quello del Msi, una con Matteoli che gioca ancora la carta del populismo berlusconiano, un’ultima affidata alla Meloni che vorrebbe dare al centrodestra una svolta rottamatoria alla Renzi.
Non ci vuole un politologo e neppure un astrologo per stabilire che questi progetti altalenanti e in quotidiana revisione non hanno un filo conduttore, sono senza prospettive chiare e al massimo consentiranno a componenti umane (umane, non politiche) di partecipare in ordine sparso a qualche nuova ammucchiata. Ma il capitale politico, lo stesso capitale elettorale, è stato sperperato e l’impressione è che coloro che lo gestivano non se ne siano accorti.
Così gli spezzoni dello stato maggiore sembrano impegnati a contendersi un voto che hanno già perso in gran parte nel momento stesso che non si sono ribellati a Monti e che hanno dilapidato in una porzione ancora maggiore in seguito dimostrandosi così divisi, indecisi e fumosi.
Fanno un affidamento erroneo sui numeri del passato e ne fanno uno corretto ma molto meno cospicuo su quello che vedono intorno a loro, ovvero su quanto di clientelare hanno consolidato (in particolare quelli che puntano alla Dc) o su quanto di strutturato e militante possono vantare (in particolare la componente che fa capo alla Meloni).
Ma l’elettorato dov’è? E in cosa dovrebbe riconoscersi?
Sembra che nessuno se lo sia chiesto, visto che le risposte sono leggere e di pura superficie oltre ad essere molto discutibili sul piano valoriale (primarie, voto di preferenza, ricambio generazionale: insomma un democraticissimo nulla ricalcato sul modulo americano).
Rivolta fiscale? Organizzazione sociale? Risposta economica? Alternativa sistemica? Linea energetica? Svolta geopolitica? Nulla di nulla. Solo interventi di facciata o, al massimo, di comunicazione, che però non differenziano i soggetti post-post-fascisti da nessun altro, per nessuna cosa.
Sono delle proposte uniformi a qualsiasi altro soggetto, indifferenziate e indifferenzianti.
Se non alzano i toni
Forse dovremmo concludere che le limitazioni sottoculturali del neofascismo non sono state superate neppure da chi ha puntato tutto non sull’estremismo infantile ma sull’efficientismo e sul pragmatismo.
Anche in loro, come nella “destra radicale”, l’identità, più che ideale o politica si è rivelata esclusivamente nell’appartenenza antropologica, e la sua espressione si è esaurita allo stadio tipicamente neofascista della pre-politica. Ecco la ragione per la quale la politica, da loro più che dagli altri partiti, è stata interpretata quasi solo come amministrazione e come lottizzazione.
E alla fine del percorso, una volta che sono venuti meno quelli che facevano loro politicamente da traino e che tracciavano per loro la strada, cosa resta?
Neanche la consapevolezza necessaria per intraprendere un percorso nuovo verso un avvenire possibile, che ha – esso sì – dei parametri fascisti impliciti ma inaggirabili, e che si delinea come potenzialità peronista.
Ma qualcuno lì lo intravede? Altrove sì, ma lì?
Trentotto anni di emarginazione e di tenacia rinnovata nel sangue, una continuità che proveniva dal Ventennio e dalla Repubblica alla fine risultarono vincenti.
L’ostinazione furba e sdrucciola nel non approfondire, nel rimuovere, nel non trarre le conseguenze passionali, drammatiche e anche tragiche di quel che avrebbero dovuto essere, dopo essersi rivelata pagante sul breve, sta dimostrando il suo patetico portato fallimentare.
E’ tardi ma mai abbastanza perché chi lo può intenda che è il caso di rovesciare tutto e di recuperare l’archetipo e il modulo non come un sostrato di cui profittare per inerzia ma come esempio costante per un futuro da reinventare e per una sfida, una risposta alla guerra. Perché ci hanno dichiarato guerra e sul serio. Perché siamo nel pieno svolgimento di un piano di distruzione della nazione e della società che viene rivendicato con ostentazione dagli uomini della Goldman Sachs.
E non solo per coloro che si ritengono soggettivamente fascisti o quantomeno neofascisti – e sono ancora tanti – questo è un imperativo non più procrastinabile, non soltanto è un dovere morale non disertabile, ma è perfino l’unica possibilità che essi hanno per non essere travolti elettoralmente.
Devono parlare chiaramente e coraggiosamente di guerra, della guerra dichiarata al nostro popolo e alla nostra nazione.
Devono denunciare chiaramente il golpe, quel golpe perpetrato tramite le cariche istituzionali per conto della finanza transnazionale.
Devono alzare i toni, contrapporre soluzioni forti e scandalose e rigettare tutta la dialettica del politicamente corretto.
Chi non lo farà si spegnerà come fuoco fatuo dopo aver armato un inutile carrozzone.
Tragedia e farsa
Qualcuno lo comprenderà? Ne dubitiamo.
Non tanto per rispetto delle sentenze spicciole che liquidano tutti i post-fascisti come traditori volontari e non colgono le motivazioni ben più profonde, dunque più gravi anche se magari moralmente meno condannabili, delle loro capriole, ma proprio per le ragioni addotte fin qui. Perché la distrazione dall’essenziale, i riflessi condizionati dal quotidiano e l’eccesso di salottismo che hanno prevalso finora sono ostacoli molto difficili da superare.
Di certo superabili non lo saranno fin quando ci si aggrapperà alla dimensione quieta e tranquilla della fiction quotidiana e se invece non si recupererà la percezione tragica.
Perché il fascismo – che è autenticità, vita e poesia – è innanzitutto tragedia e, se non lo si sa, quando lo si mette in scena se ne produce una farsa. Il che vale sì per tutti gli spezzoni di An ma si adatta altrettanto se non addirittura di più a quelli che sostengono di essere irriducibili e che in questi diciotto anni hanno più che altro sovrabbondato nel grottesco.
Costoro oggi osservano sogghignanti lo spettacolo dello sfacelo post-missino illudendosi, anch’essi regolarmente in ordine sparso, di andare a recuperarne i resti.
Cosa che non accadrà e che, qualora – per periodo ipotetico di terzo tipo – dovesse avvenire, non risolverebbe alcunché perché visti i presupposti un loro successo si risolverebbe non in qualcosa di meglio ma di davvero poco serio.
E questo per ragioni non così diverse da quelle degli alleanzini.
L’impressione infatti è che più o meno tutti i post-fascisti abbiano approfittato passivamente di tre miracoli (la caduta del Muro, Mani Pulite e le alchimie di Berlusconi) per vivere un periodo quasi ventennale di assoluta tranquillità nel quale hanno giocato un po’ troppo.
Non nel senso edificante del ludus ma in quello totalmente immaturo del giochicchiare.
Pare che non si siano ancora resi davvero conto, anche se magari hanno affermato verbalmente il contrario, di quanto profondo e radicale sia stato il cambio imposto dal golpe tecno-usuraio e di come tutto quello a cui si erano abituati sia stato non sospeso ma cancellato per sempre.
Che ogni giorno gli italiani muoiano come mosche, che vengano rapinati, assoggettati, privati di ogni dignità, di ogni diritto, persino del lavoro e della salute; che l’Italia sia stata trasformata in un’espressione geografica da cancellare, sembra proprio che non li faccia fremere e non li indigni irrimediabilmente e nel profondo ma l’induca ad esibirsi in ordine sparso e in modo diverso sulle strade, sui manifesti, su facebook.
L’idea che danno in reazione all’effetto-golpe è quella di una regressione e di una pervicace mancanza di consapevolezza.
Proprio quando si dovrebbe agire andando nella direzione giusta (un populismo peronista), con i toni giusti e con i colori accesi e impegnandosi attivamente nei conflitti sociali, sia in quanto a partecipazione effettiva alle prove di forza sia edificando alternative reali. In uno sforzo vitale, con una polemia insaziabile e per un fine comune; lasciandosi alle spalle le tentazioni di metterci sopra le bandierine o d’imporre un copy right o un marchio di scuderia.
Proprio quando è tempo di servire e non pavoneggiarsi.
Proprio quando la tragedia chiama e la farsa finalmente nausea.
E’ il momento di uscire dallo stato di ipnosi e di rientrare in sé, tutti.
In Italia con una direzione dittatoriale, impietosa e sterminazionista non c’è più tempo per far ridere.
A dimostrarlo per tempo riusciranno in pochi e questo lo si sapeva già.
L’importante ora è dimostrarlo, poi si vedrà.
Intanto il palco è caduto.

