Quando le figure dei padri sono troppo luminose, quelle dei figli rischiano di sbiadire. Tra i molti e sventurati figli di quelli che Dante definisce “ultimo imperadore de li Romani”, infatti, soltanto due o tre sono ancora presenti nella nostra memoria, e ciò grazie alla poesia.
Soprattutto Manfredi, perché il suo ricordo è tenuto vivo dai celeberrimi versi del Purgatorio dantesco; ma anche Corradino, la cui tragica fine sul patibolo di Napoli ispirò tra l’altro la musa di Aleardo Aleardi; infine Re Enzo, al cui nome Giovanni Pascoli intitolò una incompiuta serie di Canzoni.
Di Re Enzo, la monografia di Antonio Messeri è soprattutto una biografia. Nominato legato generale dell’Impero per tutto il Regnum, Enzo fu dal 1239 al 1249 il braccio destro del grande Staufen. Per dieci anni, impegnandosi in una lotta senza tregua, contrastò le schiere guelfe dell’Emilia, della Toscana e delle Marche, dovunque l’autorità imperiale fosse minacciata.
Nel 1249, però, la catastrofe: a Fossalta Enzo cadde prigioniero dei Bolognesi, i quali lo tennero in ostaggio in quella gabbia dorata che è il palazzo detto ancor oggi “di Re Enzo”.
Oltre che una biografia, il libro del Messeri è anche uno spaccato di vita ducentesca, mentre le frequenti citazioni dei brani poetici composti dal principe prigioniero contribuiscono a restituirci il quadro della cultura letteraria che andava formandosi in quegli anni.
Sono dunque molteplici le ragioni per cui la pubblicazione di questo saggio va considerata utile e opportuna, finché non si avranno a disposizione più approfonditi ed ampi lavori sull’argomento.
Antonio Messeri, Enzo Re, Edizioni all’insegna del Veltro, pp. 80, € 8,00

