venerdì 20 Febbraio 2026

L’abito e il monaco

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La linea ora è in commercio. Possiamo diventarne tutti fruitori e rivenditori

 

Qualcosa funziona come si deve.
In un mondo di clown, in un’epoca di neofascismo esibizionistico che a ben vedere nel proporsi risponde quasi sempre alle dinamiche di un “Amici” della de Filippi e che solitamente avvilisce la tragedia di ieri nella farsa di oggi.
In un’atmosfera pregna di nominalismo, ovvero in cui basta definire qualcosa o persino se stessi con un termine per credere di corrispondergli anche se si continua tranquillamente a vivere e allegramente a pensare in tutt’altro modo.
In un mondo contrassegnato da I like, e da commenti idioti.
In un periodo in cui ci si accontenta di partecipare alla commedia, possibilmente senza che questo comporti troppi disguidi al resto della farsa, quella quotidiana e “non politica”, in cui gli individui mettono in scena se stessi nel medesimo modo cialtrone, possibilista, superficiale e relativo con cui generalmente recitano “politicamente”.
In un momento storico di esibizionismo, di scarsa essenzialità, di poca spina dorsale e di buffoneria.
In questo preciso momento è sorta una linea di abbigliamento che, nel gusto metafisico del paradosso, rovescia il quadro.
Proprio laddove sarebbe stato lecito pensare ad un esibizionismo estetista che potesse andare coerentemente in linea con la comune buffonesca cialtroneria, ecco che qualcuno ha pensato che se l’abito non fa il monaco esso deve comunque corrispondere al monaco che dovrebbe vestire.
Sicché chi ha ideato, finanziato con tutti i propri averi, costruito giorno dopo giorno e con totale dedizione Radicato Stile Italico, ha preferito rendere comune l’impresa tappa dopo tappa e ha voluto dedicarsi al perfezionamento dei capi e al procedimento delle tappe sottomettendo gli interessi spiccioli al valore delle cose.
A costo di perdere numerose vendite, a costo di far scemare l’entusiasmo che man mano era cresciuto dal 21 giugno al 21 dicembre, dalla prima bozza d’articolo alla presentazione del sito commerciale, sono rimasti al box più del previsto perché hanno voluto che i capi rispecchiassero al 100% sia il loro costo che l’idea che li ha fatti realizzare.
Una serietà non comune, non così diffusa che speriamo – anche se ne dubitiamo – insegni qualcosa a qualcuno.
Da oggi si parte sul commerciale. Tutto è chiaramente spiegato nel sito www.rsi.it
Oltre che clienti (sperando sempre che non si tratti di “vestire gli ignudi” e che chi acquisti quei capi non si trasformi in un indossatore) potete, possiamo, direi dobbiamo diventare rivenditori
http://shop.rsi.it/rivenditori.html
Questa ipotesi è rivolta ai commercianti ma, va da sé, ogni individuo può farsi autonomamente promotore o rappresentante.
E’ il caso di farsi avanti e di dare tutti una mano affinché questa impresa audace si affermi e lasci il segno.
E’ anche e soprattutto un fatto di volontà: mostriamola a tutti e soprattutto a noi stessi!
In un mondo di indossatori hai visto mai che sarà l’abito (mentale prima che di tessuto) a far cambiare modo di relazionarsi con se stessi e con l’idea?
Impossibile non è.

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