
Impresentabile per le oligarchie e i soviet
Gli europei vanno allegramente verso un baratro di cui già conoscono il fondo, anche se stentano a ricordarlo. Ne è una prova la domenica “bestiale” dei greci e degli ungheresi. A torso nudo il centrocampista dell’AEK di Atene Giorgos Katidis ha festeggiato il goal della vittoria con il saluto nazista. Subissato di critiche per quel gesto inequivocabile il ventenne calciatore si è scusato sostenendo che ne ignorava il significato ma sarà comunque squalificato a vita dalla nazionale. L’allenatore Ewald Lienen ha provato a giustificarlo: «E un ragazzo giovane che non ha idee politiche: probabile che abbia visto un saluto su Internet o da qualche altra parte e lo ha fatto senza sapere che cosa significa».
E va bene, un ventenne ha diritto di sbagliare per ignoranza, anche se questo dovrebbe gettare qualche ombra su come viene insegnata la storia in Grecia, un Paese che fu devastato dall’occupazione nazi-fascista durante la seconda guerra mondiale e che ora vede in Parlamento i deputati di Alba Dorata, partito iper-nazionalista con forti tendenze xenofobe. Rilanciata dalla crisi economica e dalle misure di austerità europee, questa è una formazione dove per statuto si entra soltanto se si «è ariano di sangue e greco di discendenza».
Ben più consapevole delle vicende storiche è il premier ungherese Viktor Orbàn che nella stessa domenica, dopo le tanto contestate modifiche alla Costituzione, è tornato sfidare le opposizioni e l’Europa decorando tre personalità di estrema destra apertamente razziste: un giornalista tv, un archeologo e un cantante rock. Una notizia riportata dai principali media locali nel giorno in cui migliaia di ungheresi hanno afrontato un freddo glaciale manifestando contro le politiche del governo di centrodestra e chiedendo il rispetto della democrazia e delle libertà.
Tra i premiati con l’Ordine al merito c’è Kornel Bakay, archeologo noto per le sue teorie antisemite. In passato aveva affermato che sarebbero stati gli ebrei ad organizzare il commercio degli schiavi nel Medio Evo, destando grande sconcerto. Con lui è stato decorato Ferenc Szaniszlo, giornalista tv recentemente sanzionato per avere definito i Rom delle “scimmie”. Il terzo è il cantante Janos Petras, che ha avuto la Croce d’Oro. La sua band, “Karpatia”, ha partecipato a una marcia della Guardia ungherese, un’organizzazione paramilitare fuorilegge, e nelle sue canzoni Petras ha chiesto di rivedere i confini nazionali. Tra le idee che circolano in questi ambienti c’è quella di schedare i cittadini ebrei: «Per la loro sicurezza», ben si intende.
Con queste premiazioni l’ineffabile premier ungherese intende inviare un segnale agli estremisti di destra del partito Jobbik che ha ottenuto una quarantina di seggi in Parlamento. Orbàn sa benissimo che cosa era il Partito delle Croci Frecciate, filonazista e antisemita che sotto la guida di Ferenc Szálasi governò l’Ungheria dall’ottobre del 1944 al gennaio ‘45. Al potere ci rimase poco ma abbastanza per deportare migliaia di ebrei verso i campi di sterminio. Dopo la guerra Szálasi e altri leader delle Croci Frecciate vennero giudicati come criminali di guerra e giustiziati. Uno di questi, sfuggito ai tribunali, Lazlo Csatary, responsabile della deportazione di 15.700 ebrei nel campo di sterminio di Auschwitz, e stato individuato l’anno scorso a Budapest dove viveva indisturbato da alcuni decenni.
Siamo di fronte a governi, partiti o tendenze, chiaramente anti-europeiste, come se l’euro e le politiche economiche di Bruxelles invece di sollevare sentimenti di solidarietà e di comunanza avessero risvegliato in maniera più o meno inconsapevole i peggiori fantasmi del continente. Cose che per altro chi scrive ha avuto già modo di vedere tragicamente in azione nel decennio delle guerre balcaniche, quando a pochi passi dai nostri confini si tornò a combattere e a uccidersi sulle macerie morali e le ferite lasciate dalla seconda guerra mondiale. Ma dei Balcani ci siamo già dimenticati: questi conflitti incubarono nell’ ex Jugoslavia per un decennio dopo la morte di Tito, preceduti da un dibattito feroce e mai ricomposto su chi dovesse pagare i debiti delle repubbliche meno ricche e fortunate.
Come scriveva qualche giorno fa sull’Unità Moni Ovadia, la Commissione europea, che di fatto condiziona pesantemente la politica economica, finanziaria e del lavoro degli stati membri, fa poco o nulla per orientare le questioni dei diritti sociali, civili e della legittimità democratica, e men che meno si impegna a garantire che le sue manovre siano accettate e comprese: basta guardare cosa accade in queste ore a Cipro con il prelievo forzoso sui conti bancari.
La crisi imperversa ma l’Unione, insistendo con le terapie choc, non vede il baratro politico dell’Europa.

