
Quell’oscura morte di trentun anni fa
Il 5 maggio 1982 un’irruzione dei corpi speciali di polizia nell’appartamento di Roma dove era nascosto Giorgio Vale si concludeva con la sua uccisione.
Era l’alba, Giorgio era a letto.
Si trattò probabilmente di un’esecuzione. La tesi ufficiale parlerà di un suicidio, compiuto con la mano sinistra, ma non da un mancino. I riscontri non sembrano confermare la tesi.
Su Gorgio Vale, già luogotenente di Roberto Nistri nel nucleo operativo di Terza Posizione, poi alla testa del medesimo, infine passato ai Nar, le attenzioni dei servizi segreti si erano concentrate a più riprese.
Una prima volta la montatura sul treno Taranto-Milano ad opera del Sismi (un depistaggio per cui i dirigenti dei servizi sono stati condannati) Giorgio Vale fu indicato assieme a Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore al fine di incriminarli per la strage di Bologna.
Un anno più tardi, ai primi del 1982, venne architettata un’altra trappola.
I servizi segreti simularono una sparatoria e nella macchina rubata che attribuirono a Vale e che fecero ritrovare a lato di una strada sterrata versarono del sangue di vitella lasciando trapelare la notizia di un suo ferimento.
Familiari e amici di Vale erano sotto un controllo serrato e, con l’agitazione procurata, i servizi pensavano di poter intercettare il guerrigliero.
Riuscirono solo a scoprire che a una determinata ora del pomeriggio del giorno dopo avrebbe incontrato qualcuno vicino alla stazione della metropolitana. Quale? Il cerchio fu obbligatoriamente molto largo.
Quando Giorgio emerse da una scala mobile gli agenti in borghese assegnati a caso alla stazione giusta aprirono il fuoco; ma erano solo due o tre e il guerrigliero riuscì a farsi strada pistola alla mano.
Come non pensare, visti quei precedenti e le modalità della sua uccisione, che non fosse stata progettata l’eliminazione di Giorgio Vale per addebitare a lui la strage di Bologna?
Sarebbe stato il reiterato tentativo di quanto già pianificato contro Giancarlo Esposti nel 1974 e Francesco Mangiameli nel 1980.
Poi, per intervento di altri “pentiti” e di altri depistatori, le indagini inquinate presero altre strade salvo poi ricorrere alla riserva ultima: la condanna senza prove, senza indizi e contro ogni evidenza a detenuti che comunque non avrebbero dovuto appesantire la loro situazione processuale più di tanto: Luigi Ciavardini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.
Una storia infinita di altri tempi, ma sempre con la stessa malefica tessitrice.

