giovedì 19 Febbraio 2026

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Al Qaeda controlla i pozzi siriani per conto di Obama & friends

Così come prescriveva il documento Cheney prima che si facessero saltare le Twin Towers…

Nell’incessante caos della disintegrazione bellica siriana, è Al Qaeda a portare a casa un risultato importante e al contempo pericoloso, il controllo dei pozzi petroliferi del Paese. Jabhat al-Nusra, la frangia dei ribelli più vicina al terrorismo islamico, ha preso possesso degli impianti che si trovano intorno alla città di Raqqa e in tutta la regione desertica orientale, per un totale di 308 mila barili potenziali precedentemente gestiti dalle forze lealiste a Bashar al-Assad.
Un business strategico, non solo per i proventi che ne derivano, ma per il controllo delle dinamiche economiche e sociali locali: i ribelli estremisti, che giorno dopo giorno stanno rafforzando il controllo in diverse aree del Paese, vendono il greggio a piccoli imprenditori locali i quali, in raffinerie improvvisate nelle abitazioni o in capannoni di fortuna, producono carburanti grezzi necessari a garantire le fornitura di energia a un popolo alle prese con la guerra e gli embarghi. Un effetto collaterale del conflitto destinato a creare timori in seno alla comunità internazionale e all’Unione europea, che se da una parte sono a favore di un allentamento dell’embargo (tra cui la vendita all’estero del greggio prodotto in Siria), dall’altra vogliono isolare le frange più estremiste dei rivoltosi.
A rendere il quadro ancor più preoccupante, è che i pozzi in questione si trovano nelle tre province a ridosso del confine con l’Iraq, ovvero Hasakeh, Deir al-Zour, e Raqqa, laddove, fra l’altro, sono particolarmente ferventi le attività di “Islamic State of Iraq”, il braccio di Al Qaeda in Iraq. Lo stesso che assieme ai ribelli siriani più estremisti ha contribuito alla creazione di Jabhat al-Nusra trasformato sul campo in imprenditore dell’oro nero. Non potendolo destinare ad acquirenti fuori confine, proprio per le sanzioni, lo invia ai raffinatori nel nord del Paese, ottenendo fondi reinvestiti per finanziare le proprie attività, sia di lotta al regime, sia di attività parallele non propriamente di guerra convenzionale.
Non è chiaro quale sia il giro d’affari messo in piedi dalla formazione jihadista, ma secondo quanto rivelato ad alcuni media britannici dai clienti di al-Nusra, si tratta di un bel po’ di denaro, abbastanza per trarne profitti importanti. “Non applicano tasse e non chiedono commissioni, e questo rende conveniente l’affare a entrambi”, spiega Omar Mahmoud, uno dei raffinatori improvvisati che si trovano nella provincia di Raqqa. Un barile costa circa 4 mila pound siriani, ovvero circa 24 euro. Così la produzione di greggio siriana, crollata ai minimi di 130 mila barili al giorno sulla scia della rivolta anti-Assad, si sta risollevando consentendo alle famiglie del nord, di avere corrente ed acqua calda, e ad al-Nusra di rafforzarsi in termini di popolarità, colmando (pericolosamente) un vuoto sociale creato da due anni di guerra.

 

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