
Roma 4 giugno 1944 e seguito
Il 4 giugno 1944 a Roma arrivano gli americani.
Ne hanno messo di tempo: dopo la scuffia patita sulle spiagge di Anzio e sul saliente di Cassino sono diventati cauti.
Un testimone oculare di allora, un ragazzino che oggi non c’è più, mi raccontò che i tedeschi evacuarono la città nella massima calma mentre un panzer, solo solo, teneva a distanza l’esercito prudente dei “liberatori”.
Poi le scene immonde che ci sono state propinate dai cinegiornali con gente festante e sbracata, con zoccole discinte che si offrivano alle orge con l’invasore.
Per un po’ di cioccolato, di tabacco o per le gomme americane.
Bisogna ammetterlo, malgrado tutto l’impegno profuso per venti anni, la città in cui entrava il nemico non era propriamente Sparta.
Eppure fu difesa anche se si è tenuto a nascondere le numerose gesta di resistenza (vera, autentica: solitamente si resiste quando si affronta il nemico che avanza, non quando lo si segue docili ma, si sa, anche l’Accademia della Crusca ha dovuto capitolare ai “liberatori”).
Si sono enfatizzate le gesta della prostituzione volgare, degli uomini servili e delle femmine lascive, perché si può ben notare che i filmati mancano sempre di profondità, segno che vogliono fare apparire che ci fosse folla dove c’erano solo dei gruppi di persone.
Insomma non fu tutta viltà e vergogna, ma ce ne fu abbastanza, troppa.
Aiutata da una cultura plurisecolare di “internazionalismo”, dalle logiche accomodanti della città dei funzionari e dei prelati.
Ce ne fu tanta di vergogna vile e, insieme ad essa, ci fu l’aspettativa per chi doveva risolvere i nostri problemi da fuori, per lo “zio d’America”.
Gli americani di nuovo a Roma
Sessantasette anni più tardi, dopo due di trattative, dei fantomatici americani (o italoamericani) hanno preso possesso dell’Associazione Sportiva Roma.
Nei due anni precedenti la gran massa dei tifosi, non disdegnando in alcuni casi di sventolare la bandiera a stelle e strisce, aveva premuto perché comprassero la società.
Aveva ululato e inveito contro la proprietà romana precedente, rea di avere vinto solo uno scudetto, due coppe Italia e una supercoppa ma di non avere decine di milioni da sborsare per acquistare “top players” che fino a qualche anno fa si diceva campioni ma non va più di moda.
Che c’entra, direte voi, qui si parla di calcio.
Non si parla di calcio affatto ma del medesimo spirito servile, dello stesso affidarsi alle soluzioni salvifiche di uno “zio d’America”, dell’identico complesso d’inferiorità e del prostrarsi lascivi sperando che qualcuno getti a noi cani una tavoletta di cioccolato o una pipa di tabacco.
Sessantasette anni prima c’era stato ovviamente il sangue versato in combattimento, c’erano fratelli d’arme ancora in lotta, ai giorni d’oggi la situazione era molto più paciosa, non c’erano gli strumenti culturali – pare che si dica così – per domandare a lor signori d’andare a farsi fottere oltre Atlantico.
Comunque sia la prosternazione oscena c’è stata tutta.
Il lascito dello Zio d’America
Cosa successe allora, una volta sopraggiunti gli americani. Che ci lasciarono?
Caos, guerre civili (anche tra fazioni alleate), macerie, e ricostruzione affidata a mafiosi e palazzinari, una Repubblica monca e obliqua e una pluridecennale metastasi democristiana.
La storia è maestra di vita?
Difficile dirlo. Certamente alla Roma gli americani non hanno lasciato nulla di meglio di quello che lasciarono a Roma. Fazioni e clan che fanno capo in maniera indiretta a boss d’oltreoceano cui baciare le mani, sbandamento, disfacimento e soprattutto nessun carattere e tanto disonore.
Intanto i boss investono sul marketing e su Disneyland. Qui si saltella facendo i tre porcellini.
Magari al seguito di Alemanno che un paio d’anni fa ha pensato bene, unico sindaco della storia della Capitale, di far sfilare al Colosseo le jeeps americane che “liberarono” Roma.
Che dire? Ce la meritiamo tutta.
In ogni caso, Cristoforo Colombo, li mortacci tua!

