mercoledì 22 Aprile 2026

Il teste dell’Italicus assassinato dai rossi

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Malgrado il depistaggio di un agente e sicario reggiano ora riaffiora la verità

Il 22enne Alceste Campanile fu ucciso nella notte fra il 12 e il 13 giugno 1975. Reggio deve ancora fare i conti con un delitto di 38 anni fa, nonostante vi sia una sentenza passata in giudicato che indica nell’allora estremista di destra Paolo Bellini l’assassino (reo confesso) armato dall’odio politico ?
Forse sì. Tutto dipenderà dagli esiti della nuova pista investigativa fornita alla procura dallo zio di Alceste, cioè il pediatra in pensione Emanuele Campanile che vive negli Stati Uniti ma da sempre porta avanti, arricchendole di spunti, le idee del fratello Vittorio (padre del militante di Lotta Continua ucciso in una vera e propria esecuzione). Informazioni inedite che non sono un rimestare nel torbido di quei crudi anni Settanta, ma un nuovo filone che lascerebbe storditi se si rivelasse fondato. E in effetti – da quanto “filtra” – non è di poco conto la testimonianza di un agente segreto italiano riportata oltre vent’anni fa in un giornale italoamericano. La spia italiana, decisamente molto nota in quegli anni anche in campo internazionale, venne sentita negli Stati Uniti nel processo per la sua estradizione e – come cita il giornale di quasi trent’anni fa rintracciato in America da Campanile dopo mille traversie – parlò esplicitamente, con tanto di nome e cognome, di «un estremista di sinistra coinvolto nella morte di Alceste Campanile» poi fuggito in Nicaragua, dove sarebbe tuttora. Ecco perché chiede a gran voce, la riapertura dell’inchiesta da parte del procuratore capo Giorgio Grandinetti. «Il fatto che l’agente segreto tiri in ballo l’omicidio di Alceste per convincere l’allora presidente statunitense Ronald Reagan a non farlo estradare – spiega – è di grande rilievo. Dice che l’omicidio di Alceste non fu una cosa banale, ma che fu pianificato ad alto livello». E i convincimenti dello zio relativamente a questa nuova pista rossa affondano anche su quanto ricostruito degli ultimi giorni del nipote. «Si sa che Alceste – rimarca Emanuele Campanile – era a conoscenza di parecchie cose sul sequestro dell’ingegnere milanese Carlo Saronio. Dopo l’arresto di Franco Prampolini, suo compagno di Liceo, e di Carlo Fioroni a Lugano, mentre riciclavano parte del riscatto Saronio, Alceste disse alla madre per ben due volte: “Tanto prima o poi mi faranno fuori”. Predizione avverata. Perché e da chi si sentiva minacciato? Due giorni prima del suo omicidio, Alceste confida all’amico Michele Moramarco, durante un comizio in piazza Prampolini, che stava per lasciare Lotta Continua. Quale orrenda e ripugnante verità era venuto a conoscere da fargli dire di aver riscontrato in Lotta Continua una “totale assenza di valori umani”?».
Che vi sia da investigare più a fondo negli ambienti della sinistra di allora lo sostiene anche l’ex deputato democristiano Danilo Morini che già nel settembre 1975, dalle pagine della “Gazzetta di Reggio” chiese di proseguire le indagini «senza guardare in faccia a nessuno». Ora spiega il perché di quella sua decisa presa di posizione, non proprio comoda in quel clima di grande settarismo: «A quel tempo ricevetti una confidenza da un capitano dei carabinieri: mi disse che la pista di destra non stava portando a nulla, mentre a sinistra vi sarebbe stato tanto da scavare…».

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