sabato 11 Aprile 2026

I Btp vanno in picchiata

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Intanto il PIL continua a decrescere ma il rapporto debito pubblico/PIL è peggiorato

E’ un fatto acclarato che dal 2011 in avanti i tassi di interesse sui BTP che sanciscono il costo della raccolta di denaro da parte del Tesoro sono scesi e stanno scendendo gradualmente lungo una china abbastanza costante.
Per dare un esempio, il BTP decennale ha raggiunto un picco di rendimento attorno al 7% all’indomani del triplo taglio del rating di Settembre-Ottobre 2011 con il quale le tre agenzie di rating principali, Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch, hanno abbassato il rating del debito italiano inaugurando una stagione di circa 3 anni che ha portato il nostro Paese ad avere l’attuale rating quasi-spazzatura, giusto un gradino sopra il fatidico livello che ci farebbe passare sotto quello considerato accettabile per numerose operazioni di transazione internazionali.
Ora il tasso del BTP decennale è sceso sotto al 4%, mentre i titoli con scadenza entro i 12 mesi sono addirittura sotto al livello dell’1%. In tal senso, è lo stesso mercato e gli operatori finanziari che hanno mostrato di non aver creduto alle agenzie di rating, tant’è che ai rendimenti impliciti di oggi i titoli del Tesoro italiani sono tornati ad essere molti prossimi a Paesi come Francia, USA e Olanda, tanto per citare alcuni tra i Paesi notoriamente ad alto rating.
Beninteso, non si parli di “spread”, in quanto poco c’entra con lo stato di salute dell’economia. Stiamo parlando dei rendimenti effettivi a scadenza che i BTP hanno lungo le diverse scadenze alle quali vengono emessi.
Possiamo concludere che l’Italia non è più nel mirino della speculazione internazionale, delle agenzie di rating, del peso soverchiante di circa 90 miliardi all’anno di interessi passivi sul debito pubblico, di un PIL che decresce ormai da 5 anni consecutivi? Assolutamente no, anzi….il giudizio di rating era inappropriato due anni fa quando tuttavia il mercato richiedeva di fatto tassi maggiori al Tesoro italiano per erogargli prestiti, ma lo è ancora di più oggi, dato che il divario tra i tassi dei BTP e quelli dei titoli di altri Paesi come Colombia e Russia – che hanno lo stesso rating dell’Italia – è diventato macroscopico.
Anzi, paradossalmente si potrebbe affermare che l’infondatezza del rating poteva essere presunta 3 anni fa, ma è diventata manifesta oggi, alla luce dell’evoluzione dei tassi di mercato.
E questo segna un dilemma fondamentale per le agenzie di rating: cosa fare? La situazione nella quale si sono messe è tale che rischiamo di sbagliare, ancora una volta, qualsiasi cosa faranno.
Se non fanno nulla, o peggio se tagliano ancora il rating aumentano il macroscopico divario con il mercato. Praticamente escono per la tangente e dovrebbero quindi spiegare sul serio quali dati stanno guardando visto che il resto del mondo, letteralmente parlando la media di tutti gli operatori finanziari del mondo, ha un’opinione diametricalmente opposta del rischio implicito ai BTP e lo dimostrano con i tassi di interesse bassi e decrescenti.
La seconda possibilità è che aumentino di nuovo il rating, per cercare di colmare il divario con il mercato. In tal caso, devono fornire una serie di spiegazioni che forse sono anche più difficili del caso precedente. In particolare, il quadro delle variabili fondamentali del Paese, obiettivamente, rispetto al 2011-2012 è peggiorato. Guardiamo al modello di Moody’s, tanto per citarne uno. Tra le principali variabili macroeconomiche che prendono in considerazione ci sono la crescita del PIL, il rapporto debito pubblico/PIL, il deficit di bilancio, la disoccupazione.
Bene, rispetto al 2011, il PIL continua a decrescere, il rapporto debito pubblico/PIL è peggiorato, il deficit di bilancio è rimasto tale e quale e per ora è sparita dall’orizzonte la promessa del pareggio di bilancio sul quale tanto affidamento avevano fatto le agenzie di rating. Infine, la disoccupazione è una linea retta che sale senza sosta.
Quindi se aumentano il rating lo fanno in presenza di un quadro macro-economico peggiorato rispetto al 2011 e riconoscere di aver sbagliato nel 2011 o dovranno accettare di continuare a sbagliare oggi.
Già in passato ebbi modi di osservare che ciò che atterrisce, che lascia tramortiti, senza parole ed in fondo senza speranza è il silenzio assordante di chi conosce la verità e non la rivela, di chi è pagato dai cittadini per amministrare e non agisce sebbene abbia i mezzi per farlo e gli strumenti per alzare la voce, di chi resta indifferente di fronte all’attacco giornaliero alla sovranità del Paese che si perpetra anche attraverso il rating, di chi dovrebbe difendere le industrie strategiche nazionali e si limita a bollarle come “aziende private” e continua a fare in modo che il Paese venga saccheggiato, cambiando rapidamente le facce del Governo in maniera che non si faccia in tempo a capire il danno creato dall’attuale “regnante” che subito ne arriva un altro che fa ripartire il cronometro, guadagnando tempo e raccontando ovviamente che si è appena insediato e che certe scelte coraggiose richiedono tempo.
Qui di coraggioso è rimasta soltanto la tenacia con la quale lavoratori, imprenditori e professionisti ogni mattina si alzano e offrono le forze migliori del Paese perché una speranza resti vita e non tutto passi in mani estero-private.

Fatte queste considerazioni possiamo dare una buona notizia alle agenzie di rating. La buona notizia è che i pagliacci che ci amministrano non sanno neanche quello che sta accadendo, figurarsi se alzeranno al voce contro chi, manovrando numeri e dati, gioca ogni giorno con i sacrifici di milioni di cittadini che onestamente si sacrificano. 

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