martedì 21 Aprile 2026

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Sono i nuovi re Mida della sanità americana. I medici per gli anziani che attraverso il programma federale Medicare sono stati capaci di trasformare visite, ricette e normali procedure in un business dai profitti multimilionari. Un manipolo di professionisti che riceve una fetta sproporzionata dei rimborsi pagati dal governo per l’assistenza a chi ha superato i 65 anni di età e ai disabili: per l’esattezza, rivelano i dati appena pubblicati su Medicare relativi al 2012, un quarto dei 77 miliardi di dollari sborsati dalle casse pubbliche. Abbastanza cioè perché ciascuno di questi medici o altri professionisti della sanità – soprattutto oculisti e oncologi – si intaschi in media milioni di dollari in un solo anno: 344 ne hanno presi più di 3 milioni a testa.

Nel 2012 il 2% degli 880.000 medici e professionisti del settore ha rastrellato 15 miliardi di dollari, escludendo servizi commerciali, ad esempio laboratori o ambulanze, che hanno contato per altri 13,5 miliardi. Ancora: un quarto dei medici è stato responsabile di tre quarti della spesa totale. Cento medici, in particolare, hanno ricevuto 610 milioni. Un oculista della Florida ha portato a casa ben 21 milioni. Una delle procedure con i pagamenti più alti è per una malattia della vista comune con l’età avanzata: un miliardo per trattare 143.000 pazienti. Il problema, ha spiegato John Santa, direttore medico del Consumer Reports, è che certi medici “effettuano una procedura centinaia o migliaia di volte quando invece andrebbe fatta solo su alcuni pazienti”.

Le statistiche, appena rese pubbliche, sono le più complete in 50 anni di storia del programma federale. E apriranno la strada a dure polemiche e battaglie legali: verranno analizzate attentamente, oltre che da ricercatori interessati ai costi e all’efficacia delle decisioni prese su esami e terapie, da organizzazioni dei consumatori, compagnie di assicurazione e anche da inquirenti a caccia di truffe nell’assistenza. Finora i dati erano rimasti coperti dal segreto per le obiezioni della potente lobby medica della American Medical Association, che adduceva ragioni di privacy. Un giudice però ha respinto l’argomentazione e ordinato l’anno scorso il rilascio delle informazioni ora in corso. A ricevere in anteprima i documenti è stato il New York Times.

 

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