
La Realpolitik oltre il velo delle autorappresentazioni ideologiche
La Russia in Siria fa i suoi interessi che possono anche essere i nostri e quelli siriani.
Ciò detto sgombriamo il campo da qualsiasi equivoco dettato da emotività, distorsione ideologica del reale o altro. Non siamo in presenza di uno scontro frontale tra potenze, né ci troviamo alle prese con il tramonto dell’egemonia americana. Quello a cui assistiamo è una sorta di ballo macabro tra potenze medie e piccole per ritagliarsi spazi nell’assetto mondiale che si sta formando e che sarà quello di un Multipolarismo Asimmetrico, a piramide e a rete al tempo stesso.
Si tratta di una variante globale della logica di Yalta, intesa a scatole cinesi e a bambole russe.Lo scenario siriano – e iracheno – è quello di una prova generale a cui gli Usa assistono intervenendo solo per procura – e con complicità solide in tutti i fronti impegnati nella contesa, esattamente come fa Israele.
Perché solo ora
Se la Russia avesse voluto difendere la Siria e creare un fronte contrapposto ai ribelli non avrebbe atteso così tanto per impegnarsi solo ora, quando la situazione è ormai compromessa, il Paese è in piena spartizione e si tratta di salvare, insieme alle basi russe, la Siria alawita che si affaccia sul mare. Se avesse voluto salvare la Siria, Mosca sarebbe intervenuta prima quando Assad poteva vincere (anche un anno fa sarebbe stato possibile). Se si è impegnata adesso lo ha fatto indiscutibilmente per mostrare i muscoli della potenza mediatica ma anche per non perdere quel ruolo di mediatrice diplomatica che ha difficilmente raggiunto con una serie di taglia e cuci successivi alla crisi ucraìna. Come il Cremlino non ha mai cessato di vantare, da allora Mosca ha stretto alleanze importanti con Riad e Tel Aviv, restando in relazioni con Teheran e offrendo a Obama la propria sponda per l’equilibrio di potenza nell’area. Che l’intervento russo sia stato coordinato con Israele non è un mistero ma un vanto ripetuto del Cremlino. Che ci sia intesa con Obama, propaganda a parte, è stato chiarito da ambo le parti ben oltre il politichese.
I players locali
In Siria sono in gioco alleanze strane e composite da parte di potenze alleate ma anche rivali. I fondamentalisti della zona a ovest di Aleppo sono sostenuti da Arabia Saudita, Qatar e Turchia, che pure si osteggiano vicendevolmente. Quelli del sud da Usa, Israele e Giordania. A entrambi i fronti l’Occidente fornisce armi, in particolare lo fanno Inghilterra e Francia. Poi ci sono i curdi, gli alleati storici degli israeliani, ovvero le narcomilizie su cui fa leva Soros per le spaccature e le secessioni.
Nella Siria alawita che dovrebbe continuare a sussistere racchiusa in sé in un Paese ridotto a metà strada tra libanizzato e irachizzato, servirà stabilità ed è la ragione per la quale sia Washington che Tel Aviv si sono quasi rassegnate all’idea della salvaguardia di Assad. Mosca invero era stata molto possibilista riguardo un cambio al vertice siriano ma rischierebbe di perdere influenza locale per la ferma decisione di Teheran di mantenere il regime in piedi, decisione sostenuta anche dalla Cina.
Per queste ragioni si può credere che Assad resterà alla guida di una fascia territoriale siriana ridimensionata.
A questo proposito per non prendere una toppa clamorosa è bene gettarsi alle spalle lo schema incapacitante della valenza eccezionale dell’Iran così come va abbandonata la convinzione diffusa ma infondata di un piano americano e wahhabbita congiunto contro gli sciiti. Il miglior alleato americano nell’area oggi è proprio Teheran e se ci guardiamo indietro ci accorgeremo che lo è stato spesso. In quanto alla funzione sciita non sono tutte rose e fiori, basti pensare al ruolo tenuto in Iraq.
La gallina turca
La Russia in Siria non va a vincere una guerra, si pone come arbitro dei conflitti in vista della geografia futura. Lo fa in contatto con gli Usa e in coordinamento con Israele. Le viene oggettivamente riconosciuto il compito di mediare tra Riad e Teheran ma può farlo solo senza intaccare gli interessi israeliani e americani, quindi proteggendo soprattutto i curdi. Di tutte le potenze regionali inserite nel groviglio, la sola che sta effettivamente subendo l’intervento russo è infatti la Turchia, che è uno dei Paesi che Soros vuole dividere. Il problema è che questa tensione favorirà israeliani e americani perché farà saltare il Turkish Stream, che è l’alternativa recentemente immaginata al tramontato South Stream e favorirà quindi i progetti di revisione del Nabucco a svantaggio russo. Insomma è molto più di un boomerang
Non si tratta però di tradimento putiniano, sia chiaro, ma di una considerazione realistica.
La Russia, in ritardo storico e tecnologico, fronte a una crisi socioeconomica dilagante, non può far nulla senza la tecnologia americana o in subordine quella europea. Quindi sa cosa deve sacrificare e lo sacrifica. Meglio un uovo oggi.
Se
Come ha fatto notare correttamente Brzezinski, se la Russia si distacca dalla UE e si volge all’Estremo Oriente, come ha accennato a fare nel 2014, in tempi medio-brevi verrà completamente cancellata dalla storia.
Dopo l’implosione sovietica era regredita a potenza regionale, ha rialzato la testa grazie a due fattori: l’arsenale nucleare e il caro-energetico. Oggi le resta l’arsenale nucleare ma con un esercito e un logistico inadeguati e soprattutto la conclamata nostalgia sovietica, se consente di tener coeso il popolo russo malgrado la crisi devastante, le ha però creato un handicap relazionale letale nei confronti dell’Europa su cui Soros & co hanno giocato perfettamente cogliendo l’assist moscovita.
Nel tentativo oggettivamente inutile, perché impossibile, di tornare a essere una potenza mondiale, la Russia si gioca oggi delle carte decisive che, se non commetterà errori madornali, le consentiranno di assumere una dimensione macro-regionale che al momento non ha raggiunto pienamente. Si tratta di una mutazione di dimensione che potrà forse consentirle di non implodere fragorosamente.
Il suo eventuale e auspicabile successo avverrà però in un territorio spartito e all’interno di un gioco spregiudicato di alleanze e rovesciamenti di alleanze con tutte le potenze implicate nel gioco.
Può fare qualcosa di più e di meglio? L’asso da calare gliel’offre ancora una volta la diplomazia tedesca.
Se la Russia acquisirà un peso specifico dal coinvolgimento in Siria e avrà l’accortezza di utilizzarlo per una seria riapertura ad ovest, verso la Germania, e per fare del suo successo una testa di ponte per l’Europa in Vicino Oriente, le cose allora cambieranno. Così come paventa il CFR che, a differenza dei mille e mille sensazionalisti ideologizzati che pullulano ovunque e che si masturbano per dei bombardamenti aerei, neanche fossero eroiche avanzate guerriere, sa precisamente cosa deve temere e cosa no. E teme appunto questo, non quel che sognano i masturbatori.
Altrimenti, se il provincialismo sovietico continuerà a prevalere nelle visioni russe, a giochi fatti in Siria ci accorgeremo che non sarà cambiato nulla. Tranne il fatto che, forse, Assad resterà al suo posto, il che è un bene in sé, ma in un quarto di Siria e in uno scenario di guerre infinite che si riversano giorno dopo giorno sull’Europa almeno dal punto di vista economico e demografico.
Scusate se è poco.

