venerdì 2 Gennaio 2026

La pelle dei romani

Una ricchezza con qualche aspetto totemico

Più letti

Global clowns

Note dalla Provenza

Colored

stilearte.it

Una civiltà che si estendeva per milioni di chilometri quadrati su tre continenti non era sostenuta solo da eserciti e monumenti. Dietro le strade lastricate, le città e le frontiere fortificate si muoveva una rete silenziosa di materiali essenziali. Alcuni erano evidenti, altri quasi invisibili. Tra questi ultimi vi era una risorsa quotidiana, flessibile e resistente, capace di accompagnare ogni gesto della vita romana. Un materiale che legava l’uomo agli animali, il lavoro alla guerra, l’economia alla sopravvivenza.
Una recente ricerca internazionale sta riportando alla luce la economia della pelle nell’Impero romano, un settore fondamentale ma a lungo trascurato dagli studi storici. Il progetto, condotto da archeologi, biochimici e specialisti dei materiali antichi, mira a ricostruire come il cuoio venisse prodotto, lavorato e distribuito nelle diverse province dell’impero. La difficoltà principale risiede nella natura stessa del materiale: la pelle è organica e si conserva solo in condizioni particolari. Proprio per questo ogni frammento sopravvissuto rappresenta una fonte di informazioni eccezionale.

Uno dei contesti più importanti per questa ricerca è il sito di Vindolanda, lungo il Vallo di Adriano, nel nord dell’attuale Inghilterra. Qui le condizioni del suolo hanno permesso la conservazione di migliaia di oggetti in cuoio risalenti all’epoca romana: calzature militari e civili, cinture, borse, finimenti per animali e componenti dell’equipaggiamento delle legioni. Questi reperti mostrano che la pelle era onnipresente nella vita quotidiana, dalla marcia dei soldati ai gesti più ordinari dei civili.
Le analisi scientifiche applicate a questi oggetti stanno cambiando il modo di leggere l’economia romana. Attraverso tecniche biomolecolari è possibile identificare la specie animale da cui proviene la pelle, distinguendo tra bovini, ovini, caprini e altri animali. In alcuni casi si riesce persino a stabilire il sesso dell’animale e a ricostruire pratiche di allevamento e selezione. Questo consente di comprendere se le pelli fossero ottenute localmente o se facessero parte di reti commerciali più ampie.

La lavorazione del cuoio richiedeva competenze tecniche avanzate. Le pelli dovevano essere trattate per rimuovere il pelo, ammorbidite e rese resistenti attraverso processi di concia che utilizzavano sostanze vegetali, minerali e organiche. In molte città romane, comprese quelle della penisola italiana, sono state individuate aree artigianali dedicate alla lavorazione delle pelli, spesso collocate ai margini degli abitati a causa degli odori e dei residui prodotti. Questo indica un’organizzazione produttiva strutturata, regolata e integrata nell’economia urbana.
Il cuoio aveva un valore strategico soprattutto per l’esercito. Le calzature militari, progettate per durare a lungo e affrontare terreni difficili, erano un elemento essenziale dell’efficienza delle legioni. A esse si aggiungevano cinture, protezioni, fodere per armi, cinghie e componenti delle tende da campo. Senza una produzione costante e affidabile di pelle lavorata, la macchina militare romana non avrebbe potuto sostenere campagne prolungate né controllare territori così vasti.

Ma la pelle non era soltanto un materiale funzionale. Nel mondo civile veniva utilizzata per scarpe di qualità diversa, sacche da trasporto, custodie per oggetti preziosi, accessori per animali da soma e strumenti agricoli. Le variazioni nelle tecniche di lavorazione e nelle finiture riflettono differenze regionali, disponibilità di risorse e gusti locali. Questo suggerisce l’esistenza di reti di botteghe distribuite piuttosto che di una produzione centralizzata, con scambi continui tra le province.
Lo studio dell’economia della pelle apre anche nuove riflessioni sul rapporto tra uomo, ambiente e animali nel mondo romano. L’allevamento non era finalizzato solo alla carne o al latte, ma faceva parte di una filiera complessa in cui nulla veniva sprecato. Ogni pelle rappresentava una risorsa da trasformare, commerciare e riutilizzare. In questo senso il cuoio diventa una chiave di lettura per comprendere la sostenibilità e l’organizzazione delle economie antiche.

Questa ricerca sta inoltre sollevando interrogativi urgenti sulla conservazione dei materiali organici nei siti archeologici. Poiché la pelle si degrada facilmente, molti reperti rischiano di andare perduti prima ancora di essere studiati. Gli studiosi sottolineano l’importanza di nuove strategie di scavo, documentazione e conservazione, affinché questi frammenti possano continuare a raccontare la loro storia.
Attraverso l’analisi della pelle, l’Impero romano appare meno astratto e monumentale e più vicino alla vita reale delle persone che lo abitavano. Ogni cucitura, ogni suola consumata, ogni striscia di cuoio rivela un gesto quotidiano, un lavoro manuale, una scelta economica. È in questi materiali apparentemente umili che si intravede la complessità di una civiltà capace di trasformare risorse naturali in strumenti di dominio, identità e continuità sociale.

Ultime

Oltre alle pelli il garum

Roma: non solo le armi

Potrebbe interessarti anche