venerdì 2 Gennaio 2026

Oltre alle pelli il garum

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Potere e condimento. Li hanno scoperti ora, gli archeologi e gli storici zvizzeri. Un cemtro comando e un’anfora contenente le lische macerate dal garum il super-insaporitore della cucina romana- Ed ecco il contesto. C’è un tratto di fiume, nel cuore dell’Europa continentale, dove l’acqua scorre lenta e opaca tra ciottoli antichi. Per secoli è sembrato un margine, un luogo di passaggio, forse di scambio. Poi la terra ha cominciato a parlare. Ecco un complesso amministrativo romano da rileggere come fulcro del controllo imperiale e un’anfora di salsa di pesce ispanica per una una visione inedita della vita pubblica e quotidiana nella Svizzera del I secolo d.C.
Visualizzazione del complesso architettonico romano lungo il fiume Limmat a metà del I secolo d.C. Crediti: Kantonsarchäologie, Canton Argovia.
A sud del fiume Limmat, nel Canton Argovia, a circa 35 chilometri a nord-ovest di Zurigo e poco più di due chilometri dal grande accampamento della legione a Vindonissa (l’odierna Windisch), le indagini archeologiche d’urgenza condotte nei ,esi studi e seguite da acxcurati studi conclusi, nella prim afase, i queste ore, hanno radicalmente mutato la lettura di un’area finora interpretata come porto fluviale. L’analisi sistematica dei livelli argillosi, dei riempimenti ghiaiosi e delle strutture murarie ha rivelato l’esistenza di un complesso architettonico romano di rango amministrativo, un luogo in cui si esercitava il controllo statale e si organizzava la presenza imperiale lungo uno degli assi idrografici più strategici dell’Altopiano svizzero.

Il contesto storico è quello dell’ultimo quarto del I secolo d.C., quando la regione, ormai stabilmente integrata nel sistema provinciale romano, era presidiata dalla Legio XI Claudia Pia Fidelis, di stanza a Vindonissa. Questa legione, protagonista delle campagne danubiane e poi coinvolta nei delicati equilibri politici dell’anno dei quattro imperatori, lasciò un’impronta duratura anche nei territori alpini settentrionali, non solo in termini militari ma soprattutto amministrativi e logistici.
La mole di dati raccolti restituisce la misura dell’intervento: oltre quattromila strutture archeologiche documentate, quasi ottocento planimetrie, più di duemilaseicento fotografie stratigrafiche e milleseicentosessantacinque insiemi di reperti inventariati. Un archivio imponente, che consente oggi una lettura tridimensionale e funzionale dell’insediamento.
Il complesso si articola in tre grandi edifici allineati lungo il fiume. A occidente si impone una costruzione robusta, con navata centrale scandita da file di pilastri e affiancata da portici coperti, una pfeilerhalle che richiama i grandi magazzini porticati o i granai monumentali dell’architettura romana. La sua funzione era chiaramente logistica: stoccaggio, movimentazione, controllo delle merci che risalivano la Limmat, collegando l’area alpina alle reti commerciali del Reno e, più a sud, del Mediterraneo.
L’edificio centrale introduce però un elemento meno consueto: un criptoportico, galleria semi-ipogea voltata, tipica di fori, complessi pubblici e residenze di alto livello. Non si tratta di una scelta casuale. Il criptoportico garantiva stabilità strutturale, spazi freschi di deposito e percorsi protetti, ma soprattutto segnalava un’intenzione monumentale, un linguaggio architettonico associato alla rappresentazione del potere.
È tuttavia l’edificio orientale a rivelare la natura più profonda del sito. La sua pianta, articolata in una fitta sequenza di ambienti, corridoi, soglie e cortili interni, suggerisce una pluralità di funzioni: uffici amministrativi, spazi di registrazione, archivi, forse alloggi per funzionari o per un ufficiale responsabile della gestione territoriale. Qui non si limitava il transito delle merci: qui si prendevano decisioni, si amministrava la giustizia, si esercitava l’autorità imperiale.

Questi elementi hanno portato gli studiosi a reinterpretare l’insediamento come una statio, un centro amministrativo e di controllo dello Stato romano. Non è escluso che l’intero complesso fosse pensato come nucleo iniziale di una futura fondazione urbana, una città che forse non ebbe mai il tempo o le condizioni per svilupparsi pienamente. Parte delle sue strutture meridionali giace oggi sotto l’attuale strada cantonale, suggerendo un’estensione originaria più ampia di quanto visibile.
Accanto a questa dimensione pubblica e istituzionale, lo scavo ha restituito un dettaglio sorprendentemente intimo. Tra migliaia di frammenti ceramici è emersa un’anfora che, al momento dell’individuazione, conservava ancora al suo interno un sedimento compatto, grigio-biancastro. Estratta in blocco e trasferita nel laboratorio di restauro del Servizio Archeologico Cantonale, l’anfora è stata ricostruita ed esposta capovolta, l’unico modo per garantirne la stabilità.
Anfora romana con residui di garum rinvenuta nel sito sul fiume Limmat. Sono visibili frammenti del contenitore e i sedimenti interni. Crediti: Kantonsarchäologie, Canton Argovia.
Il sedimento è stato sottoposto a un rigoroso protocollo scientifico presso l’Università di Basilea: lavaggio, setacciatura a umido, isolamento delle frazioni più fini. Il risultato è stato inequivocabile. Tra i residui comparivano minuscole lische di pesce, vertebre, frammenti ossei e scaglie, testimonianza diretta di una salsa di pesce fermentata: il celebre garum, o una delle sue varianti come liquamen o muria
L’identificazione osteologica ha rivelato un dato di straordinaria importanza: le ossa appartenevano quasi esclusivamente a Sardina pilchardus, la sardina europea, in esemplari giovanissimi, lunghi meno di dieci centimetri. È la prima prova materiale diretta del consumo di sardine nell’area della Svizzera romana, una conferma biologica di traffici alimentari fino ad ora dedotti solo dalla presenza delle anfore.

Lo studio petrografico dell’argilla del contenitore indirizza con forza verso la Betica, la provincia romana dell’Hispania meridionale, corrispondente all’attuale Andalusia, celebre per l’esportazione di olio, vino e salse di pesce. La tipologia dell’anfora colloca la sua produzione tra il 25 e il 50 d.C., nel pieno della fase di consolidamento romano nell’Europa centro-settentrionale. Da lì, il garum ha viaggiato per mare, poi lungo i grandi fiumi e le vie interne, fino a raggiungere le rive della Limmat.
In questo luogo, dunque, si intrecciano due dimensioni complementari della romanità: da un lato l’ordine amministrativo, fatto di edifici monumentali, strumenti di misura, stili di scrittura, pesi da bilancia e monete; dall’altro la vita quotidiana, il gusto per un condimento intenso e onnipresente, capace di portare il Mediterraneo sulle tavole di funzionari e soldati stanziati ai confini dell’Impero. Tra le rovine di un progetto urbano forse incompiuto, un’anfora di garum restituisce oggi il senso concreto di una globalizzazione antica, fatta di potere, infrastrutture e sapori condivisi.
Le operazioni archeologiche si sono svolte con la direzione e il coordinamento della Kantonsarchäologie, Canton Argovia.

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