venerdì 30 Gennaio 2026

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Serve lentezza. Non per andare banalmente controcorrente nell’era della velocità (talvolta supersonica) digitale o per una bucolica ricerca della vita slow, un lusso che sembra sempre più riservato a una minoranza di privilegiati. La lentezza serve proprio per avere la giusta velocità, essere efficaci, riprendendosi però gli spazi, fisici e concettuali, per affrontare nelle migliori condizioni possibili le curve della vita. Per incidere davvero in profondità, e con leggerezza, senza cedere mai alla tentazione della violenza, dell’inganno, che sono spesso abbinati alla velocità di interpretazione, prima, e di azione, poi.
Scegliere la lentezza, nell’era della rivoluzione digitale, e della simmetrica dittatura del presente è l’unica strada possibile per ribellarsi alle leggi assolutiste del tempo che ci vuole dominare e manipolare.

Questa scena è un classico delle vite condannate alla fretta. Incontriamo una persona che non vediamo da tempo, avremmo anche voglia di fermarci per qualche racconto, e invece tutto finisce in un lampo quando uno dei due taglia corto e dice: “Scusa, ma devo scappare…. Ho una giornata infernale…”. E così il piacere dell’incontro fortuito sfuma, le nostre vite tornano nell’ordinario affannarsi, schiacciate dall’”ora e subito”. Abbiamo sprecato un’occasione, dimenticando il piacere del rallentare. Non inventiamo scuse: la lentezza, nei modi opportuni, è qualcosa che possiamo permetterci tutti, senza discriminazioni legate al gonfiore di un portafoglio. Anzi, la riscoperta del piacere e del benessere che derivano dal rallentare. Un ritorno rivoluzionario alle radici della natura dell’uomo, che non è nato supersonico e destinato agli affanni di un’eterna corsa contro il tempo. Ma con un cervello che piuttosto ha bisogno dei suoi tempi, della sua progressione che non è certo multitasking, della sua lentezza. Proprio per rendere meglio, e farci diventare persino più creativi.
La lentezza, espressa attraverso l’uso fisiologico di una macchina lenta per definizione, il cervello, sviluppa appunto la creatività. Si potrebbe sfogliare a lungo l’interminabile album di geni del pensiero, dagli scienziati ai letterati, immersi, anche con la loro apparente, precaria fisicità, nel vigore propulsivo del pensiero lento. Lo scrittore Luis Sepùlveda, autore di una straordinaria favola intitolata “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”, arriva perfino ad attribuire alla lentezza il valore di un comportamento di rottura, di un gesto rivoluzionario. «E’ una nuova forma di resistenza, in un mondo dove tutto è troppo veloce. E dove il potere più grande è quello di decidere che cosa fare del proprio tempo» dice Sepùlveda.

A forza di smanettare, di correre (ma per andare dove?), di sbrigarsi, il nostro tempo di attenzione è sceso sotto la soglia critica dei pesci rossi (9 secondi). Nel Duemila riuscivamo, in media, a essere attenti per 12 secondi consecutivi, adesso facciamo fatica a resistere per circa 8 secondi. Eppure senza gli scalini della lentezza, non possiamo accelerare verso un traguardo, ma solo andare tortuosamente a zig e zag, con continui stop and go, se non fermarci sotto il muro dei problemi che guardiamo con un misto di disincanto, di impotenza e di indifferente cinismo.. Senza avere la forza di reagire.
Nelle relazioni umane più intime, quelle che scaldano il cuore, solo la lentezza ci porta nella profondità dell’altro, ci regala il pathos di un no che diventa ni e poi sì, di un’emozione che può maturare solo nei magici tempi, diluiti, dell’attesa. La lentezza è capacità di riflessione, di discernimento, di empatia, di connessioni logiche ed emotive: un puzzle che si traduce in una vera cassetta degli attrezzi, pronta, a portata di mano, per essere aperta, quando dobbiamo trasformarci in idraulici, falegnami, fabbri, che riparano le ferite della vita. Senza la lentezza, l’amore non diventa solido, non ha futuro, non cresce nella distanza che solo il tempo riesce a seminare.
Anche la vita pubblica, senza la lentezza, è più povera. Domina la scaltrezza, l’illusione dell’efficace battutismo, amplificato dai social e dai talk show, che spesso nasconde il vuoto dell’idea, del pensiero, dell’azione che guarda in avanti e in alto. Tutto si gioca sull’attimo dell’emozione, della capacità di produrre un consenso effimero: osservate la rapidità con la quale esplodono e poi crollano le leadership politiche che da alcuni anni si alternano alla guida dell’Italia. Più il mondo è complesso, e ha bisogno di lentezza per arrivare alle decisioni efficaci (misurandosi con il fisiologico meccanismo sociale in base al quale a ogni azione poi corrisponde una reazione di segno uguale e contrario), e più le classi dirigenti cresciute con la droga della velocità delle rivoluzione digitale, spingono sul pedale delle semplificazioni, sapendo che oggi possono dire una cosa, e domani l’esatto contrario, senza che ci sia sia mai qualcuno a chiedere una banale rendiconto delle proprie azioni e dei propri pensieri.

La lentezza, nella vita pubblica, è l’antidoto a per non esasperare le tensioni che poi si trasformano in conflitti irreversibili; è il senso della misura, del quale non resta neanche un briciolo nella generazione (anche piuttosto invecchiata) di autocrati che dominano il mondo e sono tornati a sottometterlo alle leggi delle armi, anche queste dominate dalla velocità dell’era digitale. E non c’è nulla di più veloce del pensiero, talvolta molto preciso, anche nei dettagli, elaborato dell’Intelligenza artificiale: peccato, però, che gli manca l’anima, e il tempo necessario per farla venire fuori.

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