martedì 17 Febbraio 2026

Una storia che riaffiora

Nabeul o Neapolid

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Il passaggio devastante del ciclone Harry ha dissepolto, nella città costiera di Nabeul, sul promontorio tunisino di Cap Bon, ciò che molti ritengono possa essere parte della leggendaria Neapolis, una città punico-romana sommersa da uno tsunami nel IV secolo d.C. L’evento ha lasciato sbalorditi sia i residenti sia gli archeologi. Al momento, tuttavia, non sono stati diffusi comunicati ufficiali da parte delle autorità tunisine per il patrimonio culturale (Institut national du patrimoine) né da altre autorità locali.

Una città divorata dal mare
Dopo giorni di piogge eccezionali e di mare in tempesta, che ha invaso strade e abitazioni e devastato le spiagge, le acque si sono ritirate lasciando emergere una serie di colonne, blocchi di pietra scolpita e frammenti di muri, affiorati dal terreno sabbioso come se il passato avesse deciso di riaffiorare all’improvviso.
Neapolis, che in greco significa “città nuova”, fu in origine un insediamento fenicio e prosperò sotto il dominio romano come importante centro costiero. Situata nell’area dell’attuale Nabeul (Tunisia), era celebre per la produzione del garum, una salsa di pesce fermentato molto apprezzata in tutto l’impero romano. Verso l’anno 365 d.C., tuttavia, un potente terremoto nel Mediterraneo orientale generò uno tsunami che devastò molte città, compresa Neapolis.
Secondo lo storico e militare romano Ammiano Marcellino, lo tsunami di quell’anno ebbe proporzioni colossali, con onde che penetrarono profondamente nell’entroterra. I ritrovamenti archeologici subacquei effettuati negli ultimi anni al largo delle coste tunisine lo confermano: sono state individuate strade sommerse, muri e resti di edifici.

Vestigia in piena vista
Ciò che è accaduto dopo il ciclone Harry è però senza precedenti, perché per la prima volta sono emerse strutture sulla terraferma. Nella zona di Sidi Mahrsi, a nord di Nabeul, i residenti locali sono stati i primi a notare pietre mai viste prima. I social network si sono rapidamente riempiti di video e fotografie che mostrano quelle che sembrano colonne di stile romano, blocchi di pietra perfettamente lavorati e sezioni murarie riportate alla luce dal mare. Si tratta davvero dei resti di Neapolis?
I reperti non sembrano riconducibili a strutture moderne o a costruzioni recenti. La disposizione, il tipo di pietra e le tecniche di lavorazione indicano un’origine antica, probabilmente romana. E sebbene manchi ancora una conferma ufficiale, l’Institut national du patrimoine tunisino ha già inviato esperti sul posto per analizzare l’area e avviare uno studio archeologico d’urgenza.

Una storia che riaffiora
La città di Neapolis è oggetto di studi da decenni. Nel 2017, una missione archeologica tunisino-italiana ha confermato l’esistenza di una vasta città sommersa al largo di Nabeul, estesa per oltre venti ettari sotto il livello del mare. In quell’area sono state individuate più di cento vasche in pietra utilizzate per la produzione del garum, fatto che ha collocato Neapolis tra i principali centri economici del mondo romano, probabilmente il più grande produttore di questa salsa nel Mediterraneo.
Fino a oggi, però, tutto ciò che si conosceva di Neapolis giaceva sott’acqua. La possibilità che una parte della città sia ora visibile lungo la costa rappresenta un’opportunità archeologica senza precedenti.
Il ciclone Harry è stato il più intenso che abbia colpito la Tunisia negli ultimi settant’anni. Secondo l’agenzia meteorologica nazionale, solo nella zona di Sidi Bou Said sono caduti 206 millimetri di pioggia in meno di ventiquattr’ore. Le autorità hanno confermato almeno tre vittime e gravi danni alle infrastrutture; ma nel mezzo della devastazione, l’erosione costiera ha agito come una gigantesca scavatrice naturale, rimuovendo strati di sabbia.

E adesso?
Le autorità tunisine si trovano ora impegnate in una corsa contro il tempo. Le rovine devono essere valutate, catalogate e, se possibile, preservate prima che un’altra tempesta le seppellisca di nuovo o le distrugga definitivamente.

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