
Grazie ai media ogni mostro è leggenda
Non è stato un raptus, né un omicidio per la spartizione dell’eredità, ma un delitto legato a futili motivi di convivenza. A questa conclusione sono giunti gli investigatori che indagano sull’omicidio di Monica Anelli, l’avvocatessa di Rimini uccisa dallo zio con una balestra. A casa del killer, che soffriva di manie e si è tolto la vita dopo il delitto, è stata trovata una lettera indirizzata a Olindo e Rosa Bazzi in cui si elogia il loro operato.
Stefano Anelli, lo zio della vittima, da tempo soffriva di manie e si era chiuso al mondo. Era spostato in terze nozze con una rumena, con la quale viveva nella stessa casa in stanze separate. Si è tolto la vita alcune ore dopo aver ucciso la nipote all’interno della sua auto, con un fucile artigianale calibro 12 da lui stesso costruito. Nel suo appartamento è stata trovata la brutta copia di una lettera indirizzata agli autori della strage di Erba, definiti vittime del sistema edella magistratura.
A indirizzare le indagini della squadra mobile di Rimini sono stati due elementi concreti: una sorta di diario di Stefano Anelli dove erano scrupolosamente annotate tutte le entrate e le uscite della nipote da casa, ma anche il fatto che la giovane vittima sia stata prima aggredita al capo, al torace e alla schiena con delle forbici da giardino, usate per la potatura delle siepi, e poi finita con il dardo della balestra. L’uso di due armi, per gli inquirenti fa scartare l’ipotesi del raptus, così come il diario dà valore all’ipotesi che lo zio non avesse gradito la decisione della nipote di andare a convivere col proprio compagno in uno dei tre appartamenti della palazzina, tutti della famiglia Anelli (un altro parente di recente aveva preferito andarsene dallo stabile).
Secondo la ricostruzione dell’omicidio emersa in queste ore, l’uomo dopo aver finito la nipote e averla forse adagiata sul gradino trascinandola su una maglietta, era entrato in casa per togliersi l’indumento sporco di sangue, lavarsi le mani e poi successivamente era rientrato nell’appartamento della nipote; li’ aveva tranciato i tubi del gas lasciando una candela accesa sul pianerottolo.
Secondo gli inquirenti, la sua intenzione era quella di far saltare in aria l’intera palazzina, simulando un incidente: avrebbe cosi’ potuto anche tornare a casa dopo il crollo o magari tentare la fuga (nell’auto dove si e’ ucciso sono stati trovati 16.000 euro). Poi, invece, la decisione di farla finita.
Un tempo i suicidi e le tragedie più efferate venivano censurate. Il dolore della famiglia che aveva subito il lutto era più importante dello show business. Oggi, invece, se perdi un figlio in modo violento oppure perché ha deciso di farla finita devi anche pensare ai giornalisti che ti vogliono intervistare.
Il tuo dramma è poi sciorinato in ogni salsa sui telegiornali e nei programmi di intrattenimento. Una adesione globale al dolore? No, una personale voglia di partecipazione alla tragedia che investe uno sconosciuto come quando si guarda una partita di calcio e ci si sente Pato o Totti, in una società che ogni giorno mostra invece il suo volto sempre più ego individualista e menefreghista.
I registi di questo psico-dramma ti chiedono premurosi: “Come stai?” (Bene ovviamente, lei che dice? Mi hanno appena ucciso il figlio), oppure inquadrano la porta dell’abitazione per dire a tutti che là dentro ci sei tu a soffrire. E ti chiamano al telefono “Signora, siamo del programma tal dei tali, vuole condividere il suo dolore in diretta, vedrà le farà bene”.
Poi sbattono comunque il tuo nome sul giornale e in televisione parlano per ore dei particolari più intimi della tua vita, così che nessuno della famiglia potrà più salvarsi dalla famelica curiosità della gente.
E’ perfino nato un fiorente turismo sui luoghi delle tragedie. “Qui è dove la Franzoni ha ucciso il figlio” “qui è dove Olindo (per cognome è troppo formale) ha sgozzato…” e via dicendo.
Un innaturale gusto dell’orrido che diffondono trincerandosi dietro ad un frainteso “diritto all’informazione”. Quale interesse può avere un cittadino sano a conoscere i particolari di un efferato omicidio o la notizia del suicidio di un ragazzo? Alcuno. Certo, lo stesso non vale per il cittadino insano e per il ragazzo debole che dalle icone create dalla televisione trae spunto e ispirazione.
Così il vigliacco criminale che mutila la gente con ordigni esplosivi diventa “una bomber” e due folli come i Bazzi che uccidono i vicini diventano più familiarmente “Olindo e Rosa”; salvo poi scandalizzarsi del film su Vallanzasca!

