
Primo revisionista della tragedia del 28 aprile
Nel suo “buen retiro” di Colle Val d’Elsa, dove non aveva cessato un istante di leggere, studiare, catalogare, scoprire, raccontare la Storia, è morto il 12 novembre, all’età di 83 anni, Franco Bandini, colui che l’ormai nutrita tribù dei “dongòlogi” (parola che sta ad indicare gli specialisti, o, se si preferisce, i “fissati” dei misteri di Dongo, delle ultime ore di Mussolini e della fine del fascismo) considerano da sempre il loro Maestro. Fin dal 1979, con il suo libro probabilmente più noto, “Vita e morte segreta di Mussolini”, edito da Mondadori, Bandini aveva vibrato una mazzata decisiva alla “vulgata” comunista sulla fine di Mussolini, dimostrando, con abbondanza di particolari e prove schiaccianti, che la fucilazione del Duce e della Petacci nel pomeriggio del 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra, dinnanzi al cancello di Villa Belmonte, era un clamoroso falso; che il capo della RSI e la sua compagna erano stati assassinati la mattina a Bonzanigo, in casa De Maria o subito fuori di essa; che nel pomeriggio era stata messa in scena la finta fucilazione, o meglio la “fucilazione” di due cadaveri; infine che il “colonnello Valerio”, da sempre mitizzato su tutti i libri di testo come il “giustiziere” del Duce (ed è semplicemente pazzesco che tutto ciò continui a sussistere in modo impunito, senza che il ministero competente non possa diramare una sorta di “avviso ai naviganti”) non era Walter Audisio, ma Luigi Longo, l’allora “numero due” e, quando uscì il libro di Bandini, “numero uno” del PCI.