venerdì 2 Gennaio 2026

Aria di fallimento

Come va la questione ucraìna per il Cremlino?

Più letti

Global clowns

Note dalla Provenza

Colored

Sono passati esattamente mille e quattrocento giorni da quando il secondo esercito mondiale ha invaso l’Ucraìna.
Inizia oggi il quarantasettesimo mese di conflitto.

Lo stesso anchorman ufficiale del Cremlino, Soloviev, ha recentemente fatto osservare che durante la seconda guerra mondiale, nel medesimo lasso di tempo i carri russi erano giunti a Vienna, invece stavolta non sono riusciti neppure ad occupare l’intero Donbas.
Che arrivi a dichiararlo lui non è cosa da poco: il disappunto deve essere enorme.

La propaganda ci continua a spiegare che la Russia non può perdere la guerra, anzi l’ha già vinta

Questo lo dobbiamo all’intreccio di tre devianze.

La prima è la strabiliante macchina di disinformazione della Lubjanka (la piazza ove ha sede la propaganda dei servizi) che è probabilmente l’unica eccellenza mondiale russa effettiva.

La seconda è l’interesse congiunto degli americani che giocano molto sul nostro timore di Mosca per tenerci in riga e degli apparati industriali europei che hanno bisogno di preoccupare un’opinione pubblica stravaccata per far passare quello che, pure, dovrebbe essere quanto a ogni popolo deve stare più a cuore: la sua potenza armata.

La terza è il livello allucinante di superficialità, di poca intelligenza e di mancanza di approfondimento della gran massa di commentatori che si accodano alla vulgata senza porsi domande e ripetono all’infinito ciò che non controllano nemmeno. Sicché diversi villaggi ucraìni vengono dati per conquistati ogni giorno dai russi, dimenticando che la stessa notizia era stata data alla vigilia, due giorni prima, o anche uno, due, tre mesi prima! Alcuni in realtà non lo erano stati né lo sono ancora: sarebbe sufficiente controllare.

Insomma la guerra Mosca la vince sul terreno solo nell’immaginazione collettiva, ma non nei fatti.
A costi incredibili in tutto il 2025 ha avanzato il fronte di una cinquantina di chilometri senza nessun’acquisizione strategica.

Se si trattasse solo della guerra che si svolge sul terreno

la vittoria russa o quella ucraìna verrebbe decisa da quale delle due macchine collasserà prima. Ma non c’è solo il conflitto territoriale, ci sono tutto l’indotto e il collaterale, e se la guerra per i russi non va affatto bene, il resto è un autentico disastro.

Il prestigio militare russo è stato sbeffeggiato

Due sconfitte strategiche già nel 2022 e 23 (Kiev e la battaglia di Kerson per il controllo di Odessa) hanno fatto fare ai russi la stessa figura che noi facemmo nel 1941 in Grecia, e sappiamo quello che ci costò in perdita di prestigio e di autorevolezza.

La flotta russa è stata messa totalmente in scacco con gravi e ripetute perdite nel Mar Nero.

Se anche Mosca riuscisse – e sottolineo se – a conquistare, o a farsi regalare, il Donbas che vittoria sarebbe mai? Tenuto anche conto delle perdite umane immense, la vittoria di Putin diventerebbe il sinonimo attualizzato della vittoria di Pirro.

Intanto la Russia ha perduto

– a vantaggio turco/americano – ogni influenza nella zona tra Armenia e Azerbaijan dove, dopo la firma del TRIPP quest’estate è saltata anche la congiunzione geostrategica con l’Iran che da allora non fa che condannare il Cremlino.

Nel vicinato “eurasiatico” ormai si fa tutto in dollari, la penetrazione cinese è imponente mentre le relazioni geo-economiche con l’Europa si sono moltiplicate e la presenza di Mosca si sta volatilizzando.

La stessa Russia dell’est è ormai nelle mani dell’immigrazione cinese, tanto che a Pechino qualcuno pensa di riuscire a staccarla dal resto qualora la Russia collassi, mentre Mosca sta ormai diventando di proprietà dei capitali cinesi e sud-coreani.

Non va meglio in Africa

Perché se è riuscita a mettere piede nel Sahel a danno degli europei, e lo ha fatto con l’aiuto fattivo e spudorato degli americani che hanno ospitato le loro truppe nei propri posti militari, ovunque ha messo piede, il territorio controllato dai ribelli jihadisti è velocemente triplicato di dimensioni.

Il tentativo di porsi come paladina della causa africana fatto nell’estate del 2023 è svanito rapidamente perché dopo aver radunato oltre quaranta paesi nella prima conferenza indetta, un anno dopo ne era rimasta una dozzina.

Peggio ancora è andata con gli arabi. Pochi mesi fa Mosca ha tentato di replicare con loro quello che aveva fatto per l’Africa: ha ottenuto la presenza diplomatica di un rappresentante della Lega Araba e, come esponenti governativi, solo quella di Al Jolani, colui che ha rovesciato Assad che era difeso proprio dai russi.

E gli iraniani hanno colto l’occasione per rendere noto a tutti il tradimento russo in Siria.

Non va meglio sul cosiddetto fronte del Sud Globale

L’ultimo incontro SCO ha visto la Cina fare la parte del leone e l’India fare capolino, mentre Putin era trattato come un subalterno e ha dovuto subire persino l’affronto di sentirsi dire da Xi che “non ci si può permettere che la Russia perda la guerra”. Il che significa che per Pechino non solo è una possibilità concreta ma che, per evitarla, Mosca non ci può riuscire da sola.

Checché ne dica la propaganda, le sanzioni hanno fatto male alla Russia

Sono le testimonianze di chi lavora lì, cioè di chi è piuttosto filorusso, a raccontare quotidianamente le condizioni allucinanti dell’aumento dei prezzi e della penuria di beni.
Mosca presa alla gola svende a Cina e India i suoi idrocarburi, così come cede i suoi asset.

Lukoil e Gazprom hanno già aperto alle vendite.

Pochi giorni fa il Congresso USA ha emesso una serie di provvedimenti

riguardanti le truppe americane in Europa, le sanzioni alla Russia e l’armamento in Ucraìna che non sono state esattamente quelle auspicate da Mosca, ormai ridotta a pietire continuamente il sostegno americano e la protezione di Washington. Le decisioni americane confermano però come a loro convenga sì che la Russia continui la guerra ma, appunto, che la continui, mentre al Cremlino si erano illusi che le avrebbero consegnato quella vittoria che non hanno colto e che, probabilmente, se fossero riusciti a giocare meglio le loro carte, avrebbero avuto in regalo entro la fine dello scorso novembre. Ora è diventato complicato consegnargliela.

Resta a Putin ancora la speranza che l’Ucraìna crolli prima della Russia, cosa che dovrebbe accadere con l’uso massiccio di droni a buon mercato, ma non c’è alcuna certezza che questi pieghino il morale ucraìno che ha dimostrato di essere molto diverso da come russi, russofili e pavidi lo dipingono da sempre. E se così non sarà, cosa resterà alla Russia per salvare il salvabile, ovvero quello che resta della sua faccia?

Può bastare la formidabile macchina mediatica? Nutro dubbi. Se perfino Soloviev

Ed ecco Putin che di colpo non disdegna l’ipotesi d’incontrare Macron

sconfessando clamorosamente se stesso. L’impressione è che arranchi e stia disperatamente cercando una via d’uscita.
Chissà che, tra le tante morti eccellenti che si susseguono intorno al Cremlino, non ci sia una lotta accanita tra clan.

Chissà che le avvertenze dell’Istituto Valdai (che sta alla Russia un po’ come il CFR agli USA) secondo il quale si deve al più presto ricucire con l’Europa e allentare la garrota cinese, non inizino a diventare troppo pressanti.

Putin è più un personaggio da la va o la spacca, ma le volte che ha spaccato e che non è andata proprio per niente cominciano a essere un po’ troppe e se il padrino russo non riesce – non si sa più come – ad avere almeno l’intero Donbas subito e a riaprire ad ovest al più presto, potrebbe essere colpito da un’influenza come quelle che erano di rigore in quell’Unione Sovietica che a lui e a Lavrov piace così tanto.

Ultime

Oltre alle pelli il garum

Roma: non solo le armi

Potrebbe interessarti anche