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	<title>wallstreetitalia.com, Autore presso NoReporter</title>
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	<title>wallstreetitalia.com, Autore presso NoReporter</title>
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		<title>Funerale di diamanti</title>
		<link>https://noreporter.org/funerale-di-diamanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 22:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tramonto occidentale</p>
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<p>Per De Beers</p>



<p>Un diamante è per sempre. O forse no. La pietra più famosa e desiderata del globo non attira come un tempo: le domande sono in calo, i ricavi sono in caduta libera e la concorrenza delle alternative sintetiche si fa aggressiva, a tal punto che il settore si trova in una situazione di grave sofferenza. Lo dimostra la parabola di De Beers, tra le più importanti società di estrazione e commercializzazione di diamanti naturali al mondo, che ha registrato un crollo del 44% dei ricavi, accumulando 2 miliardi di dollari in scorte invendute. E che ora rischia di essere acquistata dal governo del Botswana.</p>



<p>Per sempre ma sintetici: la rivoluzione dei diamanti<br>La parabola di De Beers La compagnia De Beers, nata nel 1888 in Sudafrica e ora presente in 25 Paesi del mondo, opera dall&#8217;arcipelago artico canadese alle profondità oceaniche della Namibia, passando per gli estesi deserti del Botswana, per scovare diamanti e poi metterli in commercio. È la società che, per intenderci, ha coniato l&#8217;iconica frase &#8220;Un diamante è per sempre&#8221;, comparsa in uno spot pubblicitario del 1947.<br>Controllata dal colosso minerario Anglo American (che detiene l&#8217;85% delle sue quote), De Beers si trova in un momento di grave difficoltà: nei primi sei mesi del 2025 ha estratto &#8220;solo&#8221; 10,2 milioni di carati di diamanti, ossia il 23% in meno su base annua. Anche il suo Ebitda piange, segnando 189 milioni di dollari di perdita. Si tratta di un indicatore finanziario cruciale, che misura la redditività operativa lorda di un&#8217;azienda, evidenziandone il profitto prima di considerare interessi, tasse, ammortamenti e svalutazioni. Viene utilizzato per valutare la performance operativa principale di una società e per confrontarla con altre realtà. Come riportava il Corriere della Sera, De Beers segnava un utile di 300 milioni di dollari nel primo semestre del 2024.</p>



<p>Botswana in ansia<br>De Beers, da fiore all&#8217;occhiello, è diventato quasi una &#8220;palla al piede&#8221; per Anglo American, che secondo i giornali starebbe cercando di disinvestire e di vendere la propria partecipazione. A pesare, come detto, il crollo dei ricavi dovuto ai crescenti dubbi sulla rilevanza culturale ed economica dei diamanti (e il conseguente calo della domanda) e la concorrenza delle gemme sintetiche, che hanno uguali proprietà chimico-fisiche rispetto a quelle naturali ma sono meno costose perché riprodotte in laboratorio. Anche se, sottolineano gli esperti, sono meno vividi e brillanti.<br>La crisi di De Beers non è ovviamente passata inosservata anche in Botswana. Il Paese con capitale Gaborone possiede il 15% delle quote dell&#8217;azienda. Inoltre, le estrazioni di De Beers nello Stato avvengono tramite Debswana, joint venture col governo. Insomma, le attività del gruppo condizionano direttamente l&#8217;economia dello Stato africano, visto che l&#8217;estrazione di diamanti rappresenta per il Botswana circa il 30% del Pil e il 70% delle entrate in valuta esterna.<br>Gaborone starebbe dunque cercando di correre ai ripari, dato che la crisi dei diamanti ha portato De Beers ad annunciare un taglio di oltre mille posti di lavoro in Debswana. Come spiega una fonte governativa al Financial Times, il Botswana ha ingaggiato Lizard, nota banca di investimenti francese, come co-consulente insieme alla svizzera Cbh Compagnie Bancaire Helvétique, in merito alla &#8220;potenziale acquisizione totale o parziale del gruppo De Beers&#8221;, che estrae nel Paese la maggior parte dei suoi diamanti. Una mossa avvenuta pochi giorni dopo che Gaborone ha ricevuto da Mansour Holdings, società del Qatar, un impegno di investimento di 12 miliardi di dollari che potrebbe contribuire a finanziare l&#8217;accordo.<br>Lazard ha una lunga esperienza nella consulenza a governi su situazioni finanziarie complesse. Ha anche lavorato su importanti operazioni nel settore minerario, tra cui il tentativo di acquisizione di Anglo American da parte di Bhp. La nomina di Cbh a luglio 2025 aveva invece suscitato perplessità sia nel governo del Botswana che tra i banchieri di Londra, dove lo specialista esclusivo di gestione patrimoniale è relativamente sconosciuto nei circoli delle fusioni e acquisizioni nel settore minerario. In ogni caso, le intenzioni del Botswana appaiono chiare: il presidente Duma Boko ha pubblicamente affermato che De Beers non stava &#8220;facendo il suo lavoro&#8221; e ha suggerito che il governo avrebbe dovuto &#8220;assumere il controllo&#8221;. E Anglo American? Come detto, la società mineraria sta cercando di vendere la sua partecipazione in De Beers nell&#8217;ambito di una più ampia operazione di ristrutturazione. Secondo indiscrezioni, avrebbe ricevuto nove manifestazioni di interesse nella prima fase delle offerte. Il Botswana ha il diritto di eguagliare qualsiasi offerta di terzi.</p>
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		<title>Piccoli e vassalli</title>
		<link>https://noreporter.org/piccoli-e-vassalli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Oct 2024 22:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le PMI portano sulle spalle le grandi imprese</p>
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<p>Spremuti i produttori</p>



<p>Come Davide contro Golia. La CGIA di Mestre si scaglia ancora una volta contro i giganti del web che, a differenza delle Pmi italiane, continuano a realizzare ricavi da capogiro, senza versare al fisco quanto dovuto grazie a meccanismi di elusione fiscale. In particolare, l’associazione punta il dito sul trasferimento di buona parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei paesi a fiscalità di vantaggio. Risultato finale – accusa l’associazione – se le nostre piccole imprese pagano ogni anno 24,6 miliardi di tasse, le 25 multinazionali del web presenti in Italia, invece, ne versano molte meno: secondo l’Area Studi di Mediobanca solo 206 milioni di euro.</p>



<p>PMI pagano imposte 120 superiori alle big hi-tech<br>Certo – specificano gli artigiani mestrini – le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma il risultato che emerge è comunque sconsolante: se le aziende italiane prese in esame producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello riconducibile alle big tech, in termini di imposte, invece, le prime ne pagano ben 120 volte più delle seconde.<br>“Insomma, possiamo affermare con buona approssimazione che la distanza in termini di fatturato non giustificano<br>quella relativa al gettito, così svantaggiosa per le Pmi. Certo, quella appena richiamata è una comparazione che presenta una serie di limiti metodologici e non ha alcun rigore scientifico. Tuttavia, il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenzia in misura inequivocabile che, in Italia, alle grandi multinazionali, in questo caso tecnologiche, continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto” spiegano dall’ufficio studi della CGIA di Mestre.</p>



<p>In arrivo la Global minimum tax, anche se non in tutta l’UE<br>In generale, secondo la CGIA, in Italia c’è un trattamento fiscale che “penalizza” i piccoli e “favorisce” i giganti. Se sugli imprenditori italiani grava un tax rate effettivo che sfiora il 50 per cento, rispetto al 36% delle big tech (fonte: Area Studi di Mediobanca).<br>Le cose non sono destinate a migliorare con l’introduzione della Global minimum tax. La CGIA cita, a questo proposito, il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, da cui emerge che il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15 per cento sulle multinazionali sarà molto contenuto.<br>Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Si arriverà infine a sfiorare i 500 milioni nel 2033.<br>“Senza contare poi che, nel 2024, la Gmt interesserà 19 paesi UE: Spagna e Polonia, invece, si adegueranno a partire dall’anno prossimo, mentre Estonia, Lettonia, Lituania, e Malta hanno ottenuto una proroga sino al 2030. Cipro e Portogallo, infine, sono chiamate a rispondere alla sollecitazione giunta da Bruxelles che ha recapitato loro una lettera di messa in mora. Appare evidente che per le grandi holding presenti nei in UE rimane ancora la possibilità, almeno per i prossimi 5/6 anni, di spostare parte degli utili in alcuni paesi membri dove la tassazione continua essere molto favorevole” concludono dall’ufficio studi della CGIA..</p>
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		<title>In pensione con le stampelle</title>
		<link>https://noreporter.org/in-pensione-con-le-stampelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2024 22:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci si godrà l'ospizio</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Italia vetusta</p>



<p>Un Paese sempre più vecchio le cui dinamiche demografiche, anche nello scenario di natalità più favorevole, finiranno per avere un “un impatto importante” sulle pensioni. È la fotografia scattata dal presidente dell‘Istat, Francesco Maria Chelli che ieri, nell’audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Piano Strutturale di bilancio, ha previsto che nel 2051 l’età pensionabile raggiungerà i 69 anni e 6 mesi. In pratica, si dirà addio al lavoro alle soglie dei settant’anni. Lo scenario, definito “a legislazione vigente”, è il risultato inevitabile dell’inverno demografico che sta colpendo il nostro Paese.</p>



<p>L’inverno demografico italiano<br>I numeri d’altronde lasciano poco spazio all’ottimismo. Secondo l’Istat, La popolazione italiana scenderà da 59 milioni al primo gennaio 2024 a 58,1 milioni nel 2031, per arrivare fino a 54,8 milioni nel 2050.<br>“Anche negli scenari di natalità e mortalità più favorevoli il numero di nascite non potrà comunque compensare quello dei decessi – ha sottolineato il presidente dell’Istituto Francesco Maria Chelli – e i flussi migratori attesi non controbilancerebbero il segno negativo della dinamica naturale”.<br>Per tutte queste ragioni, il futuro appare a tinte fosche. L’ipotesi – più probabile è quella di “un’amplificazione dello squilibrio tra nuove e vecchie generazioni”. Per capirci: nel 2031, l’Istat mette in conto che le persone con più di 65 anni rappresenteranno il 27,7% del totale, stando allo scenario mediano, in pratica quello meno allarmistico. E non finisce qui: le stime Istat suggeriscono un ulteriore incremento, con questa percentuale che potrebbe arrivare al 34,5% nel 2050. Questo significa che le casse dell’Inps si troveranno a dover fare i conti con i“i fabbisogni di una quota crescente, e più longeva, di anziani”.</p>



<p>L’allarme dell’INPS<br>Parlando dei pericoli a cui è sottoposto il sistema previdenziale italiano, il recente Rapporto annuale dell’Inps – diffuso lo scorso 24 settembre – ha sottolineato che l’età media di accesso alla pensione in Italia pari a 64,2 anni, insieme alla generosità dei trattamenti rispetto all’ultima retribuzione, rischia di creare squilibri per il sistema previdenziale.<br>“Le previsioni Eurostat per l’Ue relative agli andamenti demografici – si legge – fanno presagire un peggioramento del rapporto tra pensionati e contribuenti, con rischi crescenti di squilibri per i sistemi previdenziali, soprattutto per quei paesi, come l’Italia, dove la spesa previdenziale è relativamente elevata”.<br>Nel 2021, l’ultimo anno per cui vi sono dati confrontabili, la spesa previdenziale italiana si è attestata al 16,3% del prodotto interno lordo (PIL), un livello inferiore solo a quello della Grecia, a fronte di una media europea del 12,9%.<br>Al 31 dicembre 2023 i pensionati italiani erano circa 16,2 milioni, di cui 7,8 milioni di maschi e 8,4 milioni di femmine per un importo lordo complessivo delle pensioni erogate di 347 miliardi di euro. Dal rapporto emerge inoltre che il reddito medio da pensione per gli uomini è superiore del 35% di quello delle donne.<br>“Sebbene rappresentino la quota maggioritaria sul totale dei pensionati (il 52%) – si legge nel rapporto- le donne percepivano il 44% dei redditi pensionistici, ovvero 153 miliardi di euro contro i 194 miliardi dei maschi. L’importo medio mensile dei redditi pensionistici percepiti dagli uomini era superiore a quello delle donne di circa il 35%. Per gli uomini il reddito da pensione è in media di 2.056,91 euro mentre per le donne è di 1.524,35 euro. Le retribuzioni femminili ritornano al livello a cui si assestavano prima della maternità solo dopo 5 anni dalla nascita del figlio”.</p>
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		<title>Afrasia</title>
		<link>https://noreporter.org/afrasia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Oct 2024 22:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il grande avversario dell'Eurafrica</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mani gialle sul continente nero</p>



<p>Cresce il ruolo della Cina nell’economia africana. Dopo la pausa forzata causata dalla pandemia, il programma di cooperazione economica della Cina è infatti ripreso a vele spiegate con il continente africano che resta al centro dell’attenzione del gigante asiatico.<br>Nonostante il rallentamento economico cinse abbia rallentato investimenti e prestiti, il governo cinese ha ribadito, in occasione del recente Forum sulla cooperazione Cina-Africa, tenutosi lo scorso settembre a Pechino, di voler investire miliardi di dollari in progetti di costruzione e di aver toccato livelli record nel commercio bilaterale.<br>In particolare, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che la Cina fornirà 360 miliardi di yuan (oltre 50 miliardi di dollari) di sostegno finanziario all’Africa nei prossimi tre anni. L’obiettivo è approfondire la cooperazione con l’Africa nei settori dell’industria, dell’agricoltura, delle infrastrutture, del commercio e degli investimenti.</p>



<p>Relazioni Cina-Africa: qualche numero<br>Negli ultimi vent’anni Pechino si imposto come il principale partner commerciale bilaterale dell’Africa subsahariana. Qualche numero per capire meglio.<br>Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), al momento circa il 20% delle esportazioni della regione è destinato alla Cina e circa il 16% delle importazioni africane proviene dalla Cina. Nel 2023 il volume totale degli scambi commerciali ha raggiunto la cifra record di 282 miliardi di dollari. Al centro degli scambi, spiccano i beni primari – metalli, prodotti minerali e combustibili – che rappresentano circa i tre quinti delle esportazioni africane verso la Cina, e che risultano essenziali per la transizione energetica globale e per l’effettiva realizzazione dei piani di rilancio dell’economia cinese in crisi. Allo stesso tempo, l’Africa importa tipicamente manufatti, elettronica e macchinari cinesi.<br>Allo stesso tempo, la Cina è emersa come il più grande creditore bilaterale dell’Africa, fornendo ai Paesi africani una nuova fonte di finanziamento per infrastrutture, miniere ed energia. La quota della Cina sul totale del debito pubblico estero dell’Africa subsahariana era inferiore al 2% prima del 2005, ma è cresciuta fino a circa il 17%, ovvero 134 miliardi di dollari nel 2021.<br>Significativo anche il balzo in avanti degli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi, passati dal flusso annuale di circa 75 milioni di dollari del 2003 al picco di 5 miliardi di dollari nel 2022, pari a circa il 4,4% degli IDE totali della regione.<br>Come spiega in un articolo pubblicati su Ispionline, l’economista Linda Calabrese (King’s College di Londra), “l’accesso alle materie prime, tra cui le risorse “tradizionali” come petrolio, ferro e rame, ma anche i minerali necessari alla transizione energetica, è certamente uno dei motivi che spinge molte imprese cinesi a investire in Africa”.<br>Ma gli investimenti cinesi in Africa non si fermano al settore delle commodity. Pechino è presente in molti altri settori tra cui quello edilizio (16 miliardi di dollari nel 2022, pari al 37% degli investimenti cinesi in Africa), minerario (10 miliardi di dollari, 23%) e industriale (6 miliardi di dollari, 13%)”</p>



<p>Interessi economici, ma non solo<br>L’interesse di Pechino verso il continente africano è giustificato da motivazioni che vanno al di là di quelle più strettamente economiche. Come spiega l’economista Calabrese: “una delle ragioni storicamente più importanti è il supporto politico, soprattutto all’interno delle Nazioni Unite. Questo legame è cruciale per Pechino, poiché con oltre un quarto dei voti totali, il gruppo dei paesi africani detiene un significativo potere di voto all’interno dell’organizzazione internazionale”.<br>Pechino- aggiunge l’economista -ha utilizzato “il sostegno africano per promuovere la sua agenda internazionale, cercando di costruire alleanze che possano contrastare l’influenza occidentale. Importanti obiettivi politici in questo senso sono stati la creazione di istituzioni alternative, tra cui la New Development Bank e l’Asian Infrastructure Investment Bank. Inoltre, la Cina ha assunto ruoli di leadership in diverse agenzie delle Nazioni Unite, come la Fao e l’Unido (l’agenzia Onu per lo sviluppo industriale), grazie anche all’appoggio dei paesi africani, che hanno contribuito a rafforzare la sua posizione come portavoce del Sud del mondo”.</p>
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		<title>Pianifica il rilancio</title>
		<link>https://noreporter.org/pianifica-il-rilancio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2024 22:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cina</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dopo una congiuntura sfavorevole</p>



<p>La Cina accelera sulle politiche di rilancio dell’economia. Dopo l’annuncio a fine settembre di misure per stimolare la crescita, martedì 8 ottobre, il Governo ha comunicato alla stampa “un nuovo pacchetto di politiche incrementali per promuovere solidamente la crescita economica, l’ottimizzazione strutturale e lo slancio sostenuto dello sviluppo”.</p>



<p>Le misure annunciate<br>Ma facciamo un passo indietro. Dopo diversi mesi di attesa, lo scorso 24 settembre, le autorità cinesi hanno però messo in campo una serie di importanti misure, seppur inferiori per dimensione ai pacchetti del passato. Il Politburo ha discusso per la prima volta di come stabilizzare il mercato immobiliare, mentre la People’s Bank of China ha annunciato una corposa riduzione dei tassi d’interesse, una diminuzione delle riserve obbligatorie delle banche (per aumentare la liquidità in circolazione) e un allentamento dei parametri sui mutui, lasciando la porta aperta a ulteriori stimoli.<br>Nello specifico del settore immobiliare, i tassi ipotecari sulle case esistenti sono stati ridotti di mezzo punto percentuale e l’acconto minimo per gli acquirenti di seconde case è stato ridotto dal 25 al 15%, consentendo alle banche di finanziare una parte maggiore del valore degli immobili.<br>L’obiettivo della PBOC – come ha spiegato Alvaro Sanmartín, Chief Economist, Amchor IS – è stata quella di adottare un pacchetto di misure di stimolo per cercare di raggiungere l’obiettivo di crescita del 5% per quest’anno.<br>Nel dettaglio: è stato ridotto il coefficiente di riserva obbligatoria di 50 punti base; i tassi di interesse sono stati abbassati di 20 punti base, gli acconti per i mutui sulla seconda casa sono stati ridotti e sono state stabilite misure di iniezione di liquidità per incoraggiare l’acquisto di azioni; è stato rafforzato il sostegno della PBOC all’acquisto di immobili da parte dei governi locali per ridurre lo stock di case vuote.</p>



<p>La svolta cinese<br>Ray Dalio, fondatore del più grande hedge fund del mondo Bridgewater Associates, ha affermato in un post sui social media la scorsa settimana che questo potrebbe essere il momento del “whatever it takes” della Cina, se i suoi leader finiranno per fare “molto di più” di quanto già annunciato.<br>Gli economisti discutono molto su cosa debba fare esattamente Pechino. Ma una cosa è chiara: dopo anni di ritardi, la leadership sembra muoversi con decisione. Secondo gli economisti di Nikko, questa conclusione deriva dall’ottica con cui si è svolta la “rara” conferenza stampa congiunta tra il governatore della People’s Bank of China Pan Gongsheng, il ministro della National Financial Regulatory Administration Li Yunze e il presidente della China Securities Regulatory Commission Wu Qing, lo scorso 24 settembre.<br>“In un sistema opaco in cui ogni minima azione è sottoposta a un intenso controllo, la prima cosa che abbiamo notato è stato il modo in cui è stato fatto l’annuncio ufficiale. Sono finiti i giorni in cui si cercava di decifrare le dichiarazioni formulate in modo sommario, che lasciavano molto spazio all’interpretazione”, hanno scritto.<br>I tre direttori finanziari si sono rivolti direttamente ai giornalisti locali e internazionali durante l’evento organizzato in fretta e furia, il che indica l’intenzione di essere trasparenti su un cambiamento di politica così importante”, hanno aggiunto.</p>



<p>Mercato azionario<br>Parlando del mercato azionario, come ricorda Ramenghi (UBS WM in Italia) la Cina da sola genera oltre un quinto del prodotto interno lordo (PIL) globale, è indubbiamente una potenza geopolitica e, in molte aree, si colloca tra i leader tecnologici mondiali. Tuttavia, il suo peso sui mercati finanziari è molto inferiore alla rilevanza economica: in particolare, in campo azionario la Cina rappresenta solo il 3% dell’indice MSCI ACWI per via del minor ricorso alla borsa, della maggior presenza di società controllate dallo Stato e anche delle valutazioni particolarmente basse, nonostante gli indici che la rappresentano siano fortemente esposti alla tecnologia, che tipicamente presenta multipli più elevati.<br>Se pensiamo agli ultimi decenni – ha spiegato Raminghi – la crescita è stata notevole, anche grazie alla crescente apertura agli investitori stranieri, ma nel 2021 sono cominciate le difficoltà in seguito a un inasprimento della regolamentazione in alcuni settori chiave: internet, istruzione privata e immobiliare, per citarne alcuni. In seguito, gli investitori sono stati delusi da una ripresa più anemica del previsto dopo la rimozione delle politiche zero Covid e, da ultimo, la Cina sta faticando a digerire un periodo di elevati investimenti nel settore immobiliare, che rimane in seria difficoltà. Proprio il settore immobiliare sembra essere il principale freno quest’anno.<br>Di positivo c’è che l’indice cinese CSI 300, indice del mercato azionario ponderato in base alla capitalizzazione progettato per replicare la performance dei 300 principali titoli negoziati alla Borsa di Shanghai e alla Borsa di Shenzhen, dai minimi del 13 settembre (3160 punti), è salito fino a sfondare i 4 mila punti (lo scorso 30 settembre).</p>
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		<title>Intelligentissima</title>
		<link>https://noreporter.org/intelligentissima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Oct 2024 22:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche sul mercato</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Altroché!</p>



<p>OpenAI ha archiviato un nuovo round di finanziamenti da 6,5 miliardi di dollari, uno dei maggiori mai realizzati nel settore privato, che porta la valutazione del gruppo a oltre 150 miliardi di dollari. Un valore doppio rispetto agli 87 mila dollari di un anno fa, e che si avvicina a quello di Uber e AT&amp;T. Viene così confermata la crescente importanza che gli investitori danno all’intelligenza artificiale generativa e il ruolo centrale di OpenAI, creatore di ChatGPT, nel suo sviluppo.<br>Chi sono i finanziatori<br>Il nuovo round di finanziamenti arriva in un momento di svolta per la società americana che, solo pochi giorni fa, ha comunicato di voler cambiare la sua natura giuridica da modello ibrido profit/non profit, con un limite ai dividendi degli azionisti, società for profit.</p>



<p>Il round di finanziamenti, guidato da Thrive Capital, la società di venture capital guidata da Josh Kushner, avrebbe visto tra i maggiori finanziatori Microsoft, il colosso dei chip Nvidia e di SoftBank. Bloomberg ha citato anche Khosla Ventures, Altimeter Capital e Fidelity. A dispetto delle attese della vigilia, non compare invece Apple.</p>



<p>Secondo quanto comunicato dal gruppo: il nuovo round di finanziamenti permetterà al gruppo di consolidare la sua leadership nella ricerca sull’intelligenza artificiale di frontiera, aumentare la capacità di elaborazione e continuare a creare strumenti che aiutino le persone a risolvere problemi difficili.</p>



<p>Crescita senza freni<br>Dal lancio di ChatGPT, OpenAI ha attirato 250 milioni di utenti attivi settimanali. Anche la valutazione dell’azienda è passata da 14 miliardi di dollari nel 2021 a 157 miliardi di dollari, mentre i ricavi sono cresciuti da zero a 3,6 miliardi di dollari, superando di gran lunga le previsioni fatte dall’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman. Ma la crescita attesa per il prossimo anno, in termini di ricavi sarà esplosiva: alcuni analisti si aspettano che le entrate saliranno fino 11,6 miliardi di dollari.</p>
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		<title>Un altro sorpasso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Oct 2024 22:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ma non avevano introdotto l'Euro per fermarla?</p>
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<p>L&#8217;Italia che vola</p>



<p>In un contesto economico globale in rallentamento, l’Italia si distingue per una performance eccezionale: nei primi sette mesi del 2024, il Paese ha incrementato le proprie esportazioni, superando per la prima volta il Giappone e affermandosi come il quarto esportatore al mondo. Questo risultato è stato al centro del dibattito durante l’incontro “Internazionalizzazione del sistema fieristico italiano e geopolitica del Mediterraneo”, organizzato in occasione dell’87ª edizione della Fiera del Levante a Bari. Un appuntamento che ha visto protagonisti esponenti di spicco del Made in Italy e dell’export, i quali hanno discusso delle sfide e opportunità legate alla crescita del sistema fieristico italiano, con uno sguardo rivolto al ruolo strategico del Mediterraneo.</p>



<p>L’importanza delle fiere per l’export<br>“Anche se sta cambiando la visione, le fiere sono quello strumento che permette alle persone di incontrarsi, di conoscere e capire il prodotto in mostra, ed è questo quello che noi pensiamo sia il loro compito: su questa nuova visione dobbiamo costruire il nostro percorso – ha detto Gaetano Frulli, presidente di Nuova Fiera del Levante –. Quest’anno abbiamo organizzato una Campionaria che ha messo al centro gli espositori, che per noi sono il vero valore aggiunto e coloro che creano attrattività verso una fiera come questa, rivolta al grande pubblico. Siamo riusciti a creare un percorso che punti, all’interno della Campionaria, su settori strategici – arredamento, automotive e tutto ciò che è attrattivo – creando una specializzazione e un’offerta qualificata. Noi possiamo essere l’hub di riferimento per i quartieri fieristici nazionali del Sud e dei Paesi nostri confinanti. Mi ha piacevolmente colpito che il ministro Urso abbia subito accolto la mia proposta di rendere la Fiera del Levante un hub nell’ambito del Piano Mattei”.</p>



<p>Il focus sul Made in Italy<br>Il panel, organizzato dal Forum Italiano dell’Export e da Nuova Fiera del Levante e inserito all’interno del progetto Galleria delle Nazioni, si è avvalso della collaborazione di Regione Puglia e Camera di Commercio di Bari, come previsto dal protocollo firmato durante la Campionaria dello scorso anno, e ha visto la partecipazione di importanti relatori del mondo del Made in Italy e dell’Export, oltre che di personalità che hanno saputo produrre ricchezza anche oltre confine.<br>”Siamo orgogliosi di contribuire alla buona riuscita dell’87ª Fiera del Levante e come ogni anno, anche questo 2024 siamo in questa cornice iconica e centrale per il Mezzogiorno d’Italia e per il Sistema Economico e Politico Nazionale. Il nostro Format “Sud Export Forum” dopo 3 anni possiamo definirlo collaudato e apprezzato, lo testimoniano la presenza della Presidenza di ICE, di SIMEST, del Credito Sportivo, della LUISS ed Ambasciatori del calibro di Vincenzo de Luca, imprenditori come il brillante Paolo Barletta al vertice di ARSENALE, insomma ci sono tutte le condizioni affinché anche quest’anno sia un gran bel evento”, queste le parole di Lorenzo Zurino Presidente del Forum Italiano dell’Export.</p>



<p>La crescita dell’area mediterranea<br>Un’attenzione particolare sulle strutture la pone la Camera di Commercio di Bari con la sua presidente Luciana Di Bisceglie, che vede il settore fieristico come un importante elemento di sviluppo.<br>“I principali indicatori economici ci segnalano che l’area del Mediterraneo incide per il 9,9% sul prodotto interno lordo globale, per il 10,2% in termini di export e per circa il 9,4% con riferimenti allo stock di investimenti diretti esteri in entrata – ha aggiunto Di Bisceglie –. La Fiera del Levante è al centro di questo mondo prodigo di traffici e di opportunità economiche. Gli shock geopolitici registrati negli anni scorsi hanno reso palesi i rischi connessi con le politiche di delocalizzazione produttiva. Un tale contesto offre nuove opportunità per il nostro Mezzogiorno e fa gioco alla nostra Fiera del Levante, nel nuovo scacchiere che andrà a costituirsi anche riguardo lo scenario internazionale delle fiere. E dunque in cui fare una meno rischiosa internazionalizzazione domestica”.<br>Durante il convegno si è inoltre sottolineata la crescita nel settore della Puglia e di Bari, che ha una grandissima capacità di interlocuzione, di attrazione e di intercettazione degli affari provenienti dai paesi dei Balcani.</p>



<p>Il valore della qualità<br>Durante il convegno, al quale hanno partecipato anche Vincenzo De Luca, già ambasciatore d’Italia in India, Pasquale Salvano, presidente Simest, Matteo Zoppas, presidente dell’Agenzia ICE, Riccardo Maria Monti, vice presidente della Fondazione Italia-Cina, e Nunzio Alfredo D’Angieri, ambasciatore Affari Europei Belize, Beniamino Quintieri, presidente dell’Istituto italiano credito sportivo, Luigi Corradi, ad Trenitalia, Paolo Barletta, presidente Arsenale Spa, Nicola Formichella, ceo Forbes Italia, Beppe Ghisolfi, consigliere d’amministrazione Istituto mondiale Casse di Risparmio, Emmanuel Conte, assessore al Comune di Milano, si è parlato della valorizzazione del Made in Italy e di quanto il mercato italiano punti sulla qualità piuttosto che sulla standardizzazione.</p>



<p>I rischi geopolitici<br>“Il tema dei flussi delle merci, oggi, non può non scontare la grande preoccupazione della guerra degli huthi, che rischia di mettere in ginocchio la straordinaria centralità che può avere il Mezzogiorno – ha concluso l’assessore regionale allo Sviluppo economico Alessandro Delli Noci -. Rispetto all’attrattività degli investimenti economici, sono convinto che sia necessario alzare l’asticella. Serve una visione complessiva facendo sì che il Mezzogiorno sia la piattaforma logistica del Mediterraneo e che si creino quindi condizioni che permettano che uno spazio come la Fiera del Levante possa diventare un hub importante internazionale”.</p>
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		<title>Oro e bronzo</title>
		<link>https://noreporter.org/oro-e-bronzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Oct 2024 22:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo americani e tedeschi, noi</p>
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<p>Poi dice che l&#8217;Asse&#8230;.</p>



<p>L’Italia possiede attualmente ben 2.451,84 tonnellate d’oro, la terza riserva aurea più grande al mondo dopo quelle degli Stati Uniti (8.133,5 tonnellate) e della Germania (3.351,5 tonnellate). I dati del World Gold Council e dal Fondo Monetario Internazionale, confermano che, alla luce delle quotazioni attuali, il 69,2% del valore totale delle riserve nazionali italiane proviene dal metallo prezioso. Ad eccezione degli Stati Uniti, le cinque maggiori riserve nazionali d’oro si trovano in Europa: Germania (n. 2), Italia (n. 3), Francia (n. 4) e Federazione Russa (n. 5).</p>



<p>Un tesoretto da 3 mila euro per abitante<br>Il nostro Paese si conferma al terzo posto anche in termini di riserve auree pro-capite. Se il governo dovesse aprire i suoi forzieri in questo momento e distribuire l’oro in modo uniforme tra tutti i cittadini italiani, ciascuno riceverebbe 41,58 grammi d’oro l’equivalente di poco più di 13 monete d’oro da 0,1 once. A 2.314 euro l’oncia (il prezzo minimo di vendita da venerdì), questo piccolo tesoro varrebbe circa 3.093 euro.</p>



<p>Nella classifica pro-capite, in cima si piazza la Svizzera, che possiede solo 1.040 tonnellate, ma il suo patrimonio pro capite è enorme grazie a una popolazione di soli 8,89 milioni di abitanti. Ciascuno dei suoi cittadini “possiede” 114,8 grammi d’oro, equivalenti a 37 monete d’oro del valore di 8.614,6 euro. Altri Paesi con grandi riserve d’oro pro-capite sono il Libano (52,25 grammi/cittadino), la Germania (39,58 grammi/cittadino) e Singapore (38,67 grammi/cittadino).</p>



<p>Primo semestre: domanda guidata dalla Turchia<br>Venendo all’andamento dei primi sei mesi dell’anno, la domanda globale è stata guidata dalla Turchia, che ha acquistato più di 44,7 tonnellate tra gennaio e giugno. A luglio, Ankara ha aggiunto altre 3,8 tonnellate alle sue riserve, portandole a 588,73 tonnellate alla fine del mese.</p>



<p>Riserve italiane: dove si trovano<br>Ma torniamo alle riserve auree italiane. Secondo Bankitalia, del totale di 2.452 tonnellate, 4,1 tonnellate sono sotto forma di moneta (si tratta di 871.713 pezzi di moneta il c.d. “oro monetato”) e le rimanenti sotto forma di lingotti. Presso la Sede della Banca d’Italia in Via Nazionale 91 sono custodite 1.100 tonnellate di oro di proprietà dell’Istituto, comprendenti anche la totalità dell’oro “monetato”, insieme a una quota (100 tonnellate) delle riserve conferite alla BCE.<br><br>La scelta di dislocare all’estero poco più della metà del metallo, presso diverse Banche Centrali, deriva – spiega Bankitalia – oltre che da ragioni storiche, legate ai luoghi in cui l’oro fu acquistato, anche da una strategia di diversificazione finalizzata alla minimizzazione dei rischi. Inoltre, la localizzazione prescelta dalla Banca riflette la primaria importanza di tali piazze finanziarie per il mercato internazionale dell’oro.</p>
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		<title>Cara Bolzano</title>
		<link>https://noreporter.org/cara-bolzano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Sep 2024 22:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Segue Siena</p>
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<p>Inflazione e dintorni</p>



<p>Nel mese di agosto, l’inflazione è scesa a +1,1% da +1,3% del mese precedente, soprattutto a causa dell’ampliarsi della flessione dei prezzi dei Beni energetici su base tendenziale (-6,1% da -4,0% di luglio), nonostante le spinte al rialzo registrate nel settore regolamentato.<br>Nel comparto alimentare, sottolinea l’Istat, i prezzi mostrano un rallentamento del loro ritmo di crescita, che contribuisce a frenare la dinamica del “carrello della spesa” (+0,6% da +0,7%). Nella top ten delle città più care torna al primo posto Bolzano che, con l’inflazione tendenziale più alta, +2,5%, registra anche la maggior spesa aggiuntiva su base annua, equivalente a 724 euro a famiglia.<br>Così rivela l’Unione nazionale dei consumatori che ha stilato la classifica delle città più care d’Italia in termini di aumento del costo della vita. Non solo, quindi, delle città capoluogo di regione o dei comuni con più di 150 mila abitanti ma di tutte le città monitorate dall’Istat.</p>



<p>UNC: quali sono le città più care d’Italia<br>Se in testa alla classifica si piazza Bolzano, la medaglia d’argento spetta invece a Siena, dove il 2° più alto rialzo dei prezzi, ex aequo con Macerata, +2,1%, determina un incremento di spesa annuo pari a 536 euro per una famiglia media.<br>Medaglia di bronzo per Trento, che con +1,8%, ha una spesa supplementare pari mediamente a 530 euro annui.<br>Appena fuori dal podio Rimini (+1,7%, pari a 462 euro), poi Treviso ex aequo con Padova (+1,7%, +437 euro per entrambe), al sesto posto Parma (+1,6%, +435 euro), poi Macerata (+2,1%, +423 euro), Pordenone (+1,7%, +415) e Ferrara (+1,5%, +408 euro). Chiude la top ten Imperia (+1,8%, +403 euro).</p>



<p>Le città più virtuose e le regioni più costose<br>Nella graduatoria delle città più virtuose d’Italia, al 1° posto Campobasso unica a segnare una variazione dei prezzi nulla su agosto 2023. Medaglia d’argento per Biella (+0,1%, +23 euro), seguita da Caserta (+0,3%, +64 euro).<br>In testa alla classifica delle regioni più “costose”, con un’inflazione annua a +2,1%, la più alta d’Italia tra le regioni, il Trentino che registra a famiglia un aggravio medio pari a 597 euro su base annua. Segue il Veneto, dove la crescita dei prezzi dell’1,3% implica un’impennata del costo della vita pari a 324 euro, terzo il Friuli (+1,3% e +308 euro). Le regioni migliori, il Molise (+0,1%, pari a +21 euro) e la Basilicata, +0,3%, +63 euro.</p>



<p>Codacons: inflazione rallenta ma c’è stata la stangata vacamze<br>I dati Istat, pur registrando una inflazione in discesa all’1,1%, confermano la stangata che si è abbattuta sulle vacanze degli italiani, denunciata in tempi non sospetti dal Codacons. Lo afferma l’associazione dei consumatori commentando i numeri forniti oggi dall’istituto di statistica.<br>Un tasso di crescita dei prezzi al dettaglio dell’1,1% equivale ad un aggravio di spesa pari a +346,5 euro annui per la famiglia “tipo”, +451 euro per un nucleo con due figli – analizza il Codacons. Ma i dati Istat certificano come il comparto che registra la più forte crescita di prezzi e tariffe sia stato proprio quello legato alle vacanze estive, con una raffica di fortissimi rincari che si sono abbattuti sul comparto turistico nel mese di agosto.<br>Dall’analisi del Codacons dei dati Istat, emerge che i pacchetti vacanza hanno registrato un rincaro record del +37,4% su base annua, i listini di villaggi vacanza e campeggi sono cresciuti del 12,9%, gli alberghi del 4%, gli alloggi in altre strutture (b&amp;b, case vacanza, ecc.) del 7,2%, i treni del 6,1%, pullman e bus del 2,2%. Spesa in aumento del +3,4% su anno per mangiare al ristorante.<br>Fortissime tensioni anche per trasporto aereo e marittimo: i prezzi dei biglietti aerei salgono in un solo mese del +14% per i voli nazionali, +19,4% i voli europei, +16,8% i voli internazionali, mentre i traghetti rispetto al mese di luglio subiscono un rincaro record del 33,8% – denuncia il Codacons.<br>“I numeri dell’Istat confermano purtroppo tutti i nostri allarmi circa la stangata che ha colpito le vacanze estive degli italiani – afferma il presidente Carlo Rienzi – Rincari del tutto ingiustificati dovuti unicamente alla ripresa del turismo nel nostro Paese e alla crescita delle presenze di visitatori stranieri, che hanno portato gli operatori del settore a ritoccare al rialzo i listini”.</p>
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		<title>Paris paname</title>
		<link>https://noreporter.org/paris-paname/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[wallstreetitalia.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Sep 2024 22:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Brexit ha fatto bene. Alla Francia</p>
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<p>Le classifiche miliardarie</p>



<p>I milionari stanno puntando gli occhi sulle città europee e Londra non rientra nella top five. Circa l’83% degli individui con un alto patrimonio netto, superiore al 1 milione di dollari o più, che stanno considerando di trasferirsi in un altro Paese, preferiscono la vita in città per le opportunità culturali ed economiche che offre contro un 17% che preferisce invece le località rurali e di villeggiatura per il paesaggio naturale e lo stile di vita più lento.</p>



<p>Le città europee dove si trasferiranno i ricchi<br>La società di consulenza immobiliare Knight Frank ha intervistato 700 persone con un elevato patrimonio provenienti da 11 Paesi diversi, tra cui Regno Unito e Stati Uniti, per conoscere la loro opinione sulle città e le località europee più attraenti. L’indagine ha classificato 10 città e località turistiche sulla base dell’“European Lifestyle Monitor”, che le valuta in base a cinque parametri chiave: economia, qualità della vita, ambiente, infrastrutture, mobilità e capitale umano.<br>Secondo il rapporto di Knight Frank, le prime cinque città europee in cui gli individui con un alto patrimonio stanno pensando di trasferirsi nel 2024 sono:</p>



<p>Parigi<br>Berlino<br>Barcellona<br>Vienna<br>Madrid</p>



<p>Parigi è in cima alla lista e si distingue in categorie come l’economia e il capitale umano, che comprende fattori come università, sedi aziendali e investimenti culturali. Tuttavia, Londra – spesso considerata un hub per i super-ricchi – non è nemmeno entrata nella top five, piazzandosi al settimo posto. La notizia arriva dopo che un rapporto separato di Henley &amp; Partners ha mostrato che il Regno Unito non è più un paradiso per i milionari: si prevede che nel 2024 la Gran Bretagna perderà almeno 9.500 persone con un alto patrimonio netto, rispetto ai 4.200 dell’anno precedente.<br>Henley ha osservato che negli anni ’50 e nei primi anni 2000, un gran numero di famiglie ricche provenienti da Europa, Africa, Asia e Medio Oriente affluivano nel Regno Unito, ma dopo la Brexit, tra il 2017 e il 2023, il Regno Unito ha perso 16.500 milionari a causa della migrazione. Altri motivi sono i potenziali aumenti delle tasse scolastiche private e l’elevata tassazione degli immobili.</p>



<p>Perchè i milionari vogliono trasferirsi<br>Le priorità dei milionari quando si trasferiscono sono la sicurezza e la privacy, seguite da occupazione, tasse e istruzione. La Gen Z e i millennial tendono a dare priorità all’occupazione, mentre le generazioni più anziane sono più preoccupate dalla tassazione.<br>“Per gli HNWI [high-net-worth individuals] la sicurezza e la tassazione sono più importanti delle preoccupazioni relative ai visti quando si trasferiscono. Con la crescente volatilità geopolitica e le sfide alla privacy nell’era digitale, questa attenzione non sorprende”, si legge nel rapporto.<br>“Le tensioni geopolitiche e i cambiamenti politici spingono gli HNWI a trasferirsi in giurisdizioni più favorevoli”, ha dichiarato Kate Everett-Allen, responsabile della ricerca residenziale europea di Knight Frank. “Il rapido ritiro di 1,5 miliardi di franchi svizzeri dal Credit Suisse alla fine del 2022 da parte di facoltosi correntisti ha messo in evidenza la rapidità con cui gli individui facoltosi possono reagire ai rischi finanziari percepiti”.</p>
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