Centocìdiciannove anni fa a Courbevoie
In quel villaggio della banlieue parigina dove novantotto anni dopo sarebbe morto il suo grande lettore Walter Spedicato, il 27 maggio 1894 vedeva la luce Louis-Ferdinand Desyouches, in arte Céline.
Un’intelligenza e una vita militante dalla parte dei diseredati per i quali egli, medico, esercitava gratuitamente.
Grande scrttore e gran polemista, innovatore della lingua e della letteratura francese di cui è stato indiscutibilmente una delle più grandi figure, probabilmente la maggiore del XX secolo, fu molto impegnato in politica e pagò con l’esilio dapprima e con l’isolamento poi la sua scelta di campo per l’Asse. Una scelta molto più radicale e critica del governo di Vichy.
I comunisti non gli hanno mai perdonato di essere stato un soggetto sociale di spicco al di fuori del loro partito e anzi contro di esso.
I borghesi non gli hanno mai perdonato la vita proletaria e il rifiuto degli agi.
Gli intellettuali del dopoguerra non hanno perdonato la verve della sua produzione che s’inserisce nel lungo e ampio filone antisemita francese.
Tutti però ne hanno ammirato l’arte e la lingua e cercano di recuperarla a prescindere dal suo significato.
Non è una novità; è accaduto per esempio con Pirandello.
Ma la sua produzione è così politicamente esplicita da frustrare costantemente i tentativi di recupero e d’inscatolamento.
