sabato 11 Aprile 2026

Continuare a lottare

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Quando fondammo la Comunità Solidarista Popoli sapevamo che l’impegno che ci stavamo assumendo sarebbe stato oneroso. Un piccolo gruppo di amici, per alcuni un passato turbolento, radici ideologiche molto poco “politically correct”, caratteri marcati, personalità scarsamente adatte al confronto assembleare erano elementi di per sé già sufficienti a far prevedere difficoltà e problemi  che avremmo incontrato sul sentiero intrapreso. A questo si doveva aggiungere che la nostra attività solidale partiva con un progetto dedicato al sostegno di una popolazione pressoché sconosciuta, piazzata in mezzo ad una jungla lontana più di 8.000 chilometri da qui. Certamente una situazione che forse più di ogni altra meritava il nostro più serio impegno; gente che non poteva non suscitare simpatia tra i nostri sostenitori, con la sua condotta irreprensibile nei confronti del traffico di droga e con la grande dignità di una lotta portata avanti senza padrini internazionali, con sacrifici indescrivibili e con il sorriso sempre stampato sul volto. Ma, oggettivamente, gente molto lontana dal nostro quotidiano, in cui ognuno di noi è risucchiato con triste sistematicità dai vortici dell’economia familiare, del lavoro, dei problemi di ogni tipo.

 

Abbiamo cercato di far capire come quella guerra lontana fosse in qualche misura anche la nostra: pochi, coraggiosi patrioti che si facevano carico delle aspirazioni sacrosante di qualche milione di persone desiderose di vivere in pace, senza padroni stranieri, a coltivare la loro terra. Una battaglia per l’Identità, termine che oggi da noi rischia di essere considerato blasfemo e  penalmente  rilevante nelle interpretazioni aberranti di giudici che identificano il naturale sentimento di orgoglio per le proprie radici con un becero razzismo, molto spesso costruito a tavolino nelle redazioni di prestigiosi organi di disinformazione dediti al lavaggio del cervello delle masse. Abbiamo provato a far capire che sostenere un Popolo che si batte per non lasciare la sua terra sarebbe stato un esempio di grande impatto per chi si sta chiedendo disorientato quali soluzioni adottare per contenere il fenomeno delle migrazioni incontrollate. Consci dei nostri limiti (per lo più legati alla mancanza di consistenti strumenti economici) sapevamo che l’azione condotta dalla Comunità a favore del popolo Karen avrebbe potuto portare a grandi risultati, se solo fossimo riusciti ad aprire la strada ad altri, ben più strutturati, soggetti internazionali in grado di far pesare sulla scena birmana l’impatto di risorse determinanti per il successo della causa Karen.

 

 

UNO SCENARIO PREVISTO.

Pur mossi dalla credenza un po’ infantile che la vittoria alla fine arride ai buoni e ai coraggiosi, nella cinica analisi dei meccanismi di funzionamento dell’economia e della politica globale abbiamo sempre saputo descrivere lo scenario che invece si sarebbe delineato se non fossimo riusciti a “compiere l’impresa”. Tutto si sta confermando in questi giorni che ci vedono reduci da una missione condivisa a tratti con una delegazione di Sol.Id, nostra partner in progetti di rifornimento di farmaci ad alcune cliniche dello stato Karen. Nonostante il parere contrario di buona parte della popolazione, il 15 ottobre  alcuni leader della KNU ( l’organizzazione politica che per oltre 60 anni ha rappresentato le istanze di autonomia dei Karen) hanno firmato un prematuro accordo di cessate il fuoco con il Governo Birmano. A spingere verso la firma, oltre allo stesso Governo, numerose organizzazioni internazionali, impazienti di vedere la fine delle ostilità per poter dare inizio al circo degli investimenti milionari nei territori contestati. Inutile precisare che tra i più attivi tra questi paladini della pace troviamo il solito, immarcescibile, George Soros, sulle cui genuine motivazioni filantropiche ci permettiamo di nutrire qualche dubbio. L’accordo non andava firmato, non c’era alcuna fretta (se non quella imposta dall’agenda aziendale di alcune multinazionali). Conosciamo già in parte le obiezioni a questa presa di posizione. Osservazioni che ci permetteranno di spiegare meglio la situazione.

 

Qualcuno si starà infatti chiedendo: ma come, voi di “Popoli” non volete la pace per i vostri amici Karen? Siete contrari ad una risoluzione pacifica della questione? Siete guerrafondai ?

 

Daremo due risposte. La prima è confezionata per i pervertiti delatori onanisti da tastiera, quei poveracci che non hanno una propria esistenza e soprattutto una propria capacità di agire per il bene di qualcuno che non sia il capoccia del loro partito di riferimento. A loro diremo che, poiché “Popoli” è una organizzazione umanitaria fasulla, nata come copertura per traffici di ogni genere (droga, organi, armi, bambini, materiale pedopornografico e cinghie per mattanza), la pace ci romperebbe le uova nel paniere poiché metterebbe fine a quello stato di immunità totale di cui godiamo nei territori di guerra, all’interno dei quali, oltre a costruire villaggi “etnicamente puri”  con l’ausilio della reincarnazione del Dottor Mengele, addestriamo guerriglieri da utilizzare come carne da cannone in colpi di stato in mezzo mondo. Lo sappiamo,  l’ironia non è proprio il loro forte (basti pensare che uno dei loro riferimenti comici è quel milionario toscano che indossa giacche di tre taglie più grandi della sua e che per far ridere deve ciclicamente cercare di toccare la patata di Raffaella Carrà), quindi dobbiamo per forza consigliare a questi  seguitissimi blogger di prendere alla lettera ciò che abbiamo scritto qui sopra. Queste sciocchezze le avete già diffuse, spacciandole come realtà, migliaia di volte. Continuate per favore così. Siete inconsapevolmente i migliori comici della rete.

 

UN CESSATE IL FUOCO INACCETTABILE.

 

Rivolgendoci ora invece a degli esseri pensanti la nostra risposta si basa essenzialmente sulle cause che hanno  alimentato il conflitto in corso in Birmania. I Karen si battono per far sopravvivere il loro popolo e la loro cultura e per liberare il territorio in cui vivono da più di 2.700 anni dalla violenta occupazione delle truppe birmane. La loro resistenza (aiutata in minima parte anche dal nostro sistematico lavoro di assistenza alle popolazioni civili che abitano nelle zone di guerra) ha permesso che si giungesse ad una fase di negoziazione con il Governo di Rangoon. Nel 2012 le fazioni in lotta avevano firmato un semplice documento preliminare (già allora presentato invece da quasi tutti gli organi mondiali di stampa con grande enfasi come un vero e proprio cessate il fuoco, episodio che la dice lunga sulla affidabilità della stampa internazionale) che prevedeva un codice di condotta a cui si sarebbero dovuti attenere entrambi gli eserciti. Ebbene, dal 2012 ad oggi quel codice è stato violato con grande disinvoltura dalle truppe birmane, quotidianamente, dimostrando una semplice realtà: che il Governo di Rangoon puntava molto sulla carta della propaganda (dichiarazioni di pace) coadiuvato dagli uffici stampa di ONG compiacenti e di aziende multinazionali, e al tempo stesso incrementava la sua presenza nei territori occupati inviando nuove truppe, rafforzando le oltre 300 postazioni militari, riempiendo di munizioni le sue guarnigioni avanzate. Il tutto mentre a Nord il suo esercito sferrava offensive su larga scala contro gli Shan, i Kachin e altre etnie in lotta, provocando vittime civili e l’esodo di migliaia di nuovi profughi.

Piuttosto ambigua come dimostrazione di volontà di pace. Ma tanto bastava ai Governi Occidentali per poter cancellare le sanzioni e inaugurare una nuova era di investimenti nel Myanmar.

I Karen sono ingenui. Ma non stupidi. Così, quando quei quattro o cinque leader influenzati da alcune Organizzazioni Umanitarie (sic!) e investiti dalle lusinghe (e dai “regali”) dei Generali Birmani si sono preparati alla firma di un accordo con un interlocutore che aveva dimostrato totale inaffidabilità e malafede, molti di loro hanno chiesto di essere ascoltati prima che si arrivasse ad un atto sancito formalmente. Come in ogni struttura democratica che si rispetti, i democraticamente eletti leader della KNU se ne sono infischiati. Hanno ignorato completamente le istanze della popolazione che tutti i giorni ha a che fare con la presenza sempre più massiccia di militari birmani attorno ai villaggi. Hanno fatto spallucce e se ne sono andati a firmare il cessate il fuoco.

 

Le usanze Karen, la tradizione e il costume, la loro cultura, impongono ai più giovani il rispetto nei confronti delle scelte compiute dagli anziani della società. Questo ha fatto si che i vecchi leader politici potessero giungere alla firma senza incontrare veri ostacoli alla loro scellerata manovra. Ma alcuni comandanti militari (grazie al Cielo ci sono al mondo ancora dei soldati che fanno i soldati) hanno detto no alla firma.

La loro motivazione: non si fanno accordi definitivi con chi non ha rispettato nemmeno i preliminari. In altre parole: nessun cessate il fuoco se i Birmani non ritirano almeno una parte delle loro truppe dalle zone Karen e se non arrestano le offensive contro Shan e Kachin.

Questa è oggi la situazione. Un movimento autonomista Karen spaccato in due, con una parte della popolazione e dei reparti armati isolati dal resto dell’Esercito di Liberazione Nazionale, i cui vertici si dividono tra sostenitori dell’accordo e “ribelli”.

 

 

STIAMO CON I “RIBELLI”.

“Popoli” continua la lotta con i suoi compagni di viaggio degli ultimi quindici anni. Con quei leader che, semplicemente, chiedono il rispetto delle istanze per le quali migliaia di persone sono morte in una guerra iniziata nel 1949. Come in ogni “8 Settembre” che si rispetti, questi patrioti vengono ora considerati dei banditi per il solo fatto di non aver tradito. Le nostre cliniche si trovano tutte all’interno di territori ribelli, tre nel distretto di Mutraw, la 5° Brigata del carismatico Baw Kyaw, “la Tigre”. Le altre nelle aree controllate dalla Karen National Defence Organization, guidata da Nerdah Mya. I due comandanti non hanno finora permesso ad alcun birmano di entrare nelle zone di loro competenza. Hanno accolto a fucilate le truppe di Rangoon che sconfinavano pensando di incontrare la stessa passività trovata in altre regioni, quelle in cui “le colombe” (qui vengono definiti i traditori) permettevano ai soldati birmani di gironzolare indisturbati nei villaggi Karen.

La nostra può sembrare una scelta estrema, poco realistica, senza uno sbocco. Può essere. Ma è una scelta irrinunciabile. Innanzitutto perché “la mia Patria è là dove si combatte per la mia idea” e non “là dove ci si arrende per una pensione e una pacca sulla spalla”. Poi perché il legame instaurato con tanti amici e “camerati” (di quelli veri, non di quelli che senza aver mai udito un colpo di moschetto sfilano con il fez a Predappio in vergognose carnevalate) ci tiene ancorati a remoti luoghi che non si trovano nemmeno sulle cartine geografiche ma che per noi rappresentano roccaforti di civiltà e di milizia. E ancora, perché il lavoro fin qui svolto ha cambiato la vita di centinaia, migliaia di persone, di bambini sorridenti, di donne severe e di contadini tenaci. E infine, perché c’è ancora molto da fare.

 

IL “SANTUARIO”.

Un progetto che va avanti nonostante gli avvenimenti sembrino decretare la fine di tutto. Ecco che emerge di nuovo la nostra parte infantile, che è però quella che in buona parte ci ha permesso di giungere fino a dove siamo arrivati oggi. Ci crediamo. Crediamo ancora che la resistenza di questi uomini e di queste donne permetterà loro di ritagliarsi una parte di mondo in cui vivere secondo i costumi tradizionali ai quali non vogliono rinunciare. E in quella parte di mondo “Popoli” ha iniziato un lavoro indirizzato alla preservazione di ampie fette di territorio, di jungla incontaminata che un domani diventerà una delle principali attrattive della regione Karen. I soldati di Nerdah sorvegliano ora zone in cui è stato imposto il divieto assoluto di taglio degli alberi, abbiamo isolato e recintato sorgenti di acqua bollente, messo avamposti a ridosso di fiumi e cascate, perché tutto questo non cada nelle mani di compagnie e di sfruttatori, interessati soltanto al guadagno e per nulla sensibili al rispetto dell’ambiente. Abbiamo chiamato questo progetto “Il Santuario”, per enfatizzarne la valenza spirituale e sacrale, cara ad alcuni di noi come a buona parte dei Karen. E’ un disegno a lungo termine, che potrà trovare realizzazione soltanto quando la pace, quella vera, quella basata sulla giustizia, arriverà in questa regione. Ma dovremo lavorare sin da ora su diversi piani, al fine di vederlo concretizzare. Innanzitutto proseguiremo la consueta attività di sostegno alla popolazione, continuando a rifornire le cliniche, a far funzionare le nostre scuole, a ricostruire villaggi agricoli in cui accogliere chi vuol lasciare i campi profughi. Poi dovremo cercare di rendere più forte la resistenza di chi vuol preservare il territorio. Come?  Nell’area interessata dal progetto ci sono abbondanti risorse naturali che fanno gola a molte aziende. Cercheremo di far si che ad estrarre e a far fruttare i minerali siano gli stessi Karen, attraverso la consulenza di esperti che sappiano applicare sistemi e processi con il minimo impatto ambientale. Non permettere alle multinazionali di penetrare questa regione significa salvarla da sicuri disastri ecologici (le conseguenze dello sfruttamento avvenuto in altre zone del Myanmar sono agghiaccianti). Poi serve un serio lavoro di lobbying per ottenere sostegno da istituzioni e organismi internazionali (compito difficilissimo, vista la propensione all’omologazione planetaria di queste organizzazioni) e una sistematica partecipazione a concorsi che stanziano fondi a favore di progetti in paesi in via di sviluppo.

Un programma di lavoro che saremo in grado di iniziare soltanto se otterremo l’aiuto di figure professionali disposte a sacrificare parte del loro tempo per partecipare al progetto. Abbiamo già avuto delle importanti adesioni, prima fra tutte quella di un esperto di bio-economia ed ecologia industriale che ha compiuto con noi un sopralluogo nei territori controllati da Nerdah Mya e che si è reso disponibile alla stesura di linee guida per una corretta conduzione di attività produttive in perfetta sintonia con le esigenze di rispetto dell’ambiente. Poi un ingegnere/inventore, un genio delle soluzioni ecologiche, che si occuperà dello sfruttamento delle sorgenti di acqua calda e delle correnti dei fiumi per produrre energia pulita all’interno del “Santuario”. E ancora, dei “maghi” della raffinazione di metalli, che daranno ai Karen gli strumenti per poter estrarre materie preziose senza dover ricorrere a processi inquinanti che nel Paese hanno già avvelenato corsi d’acqua e provocato seri danni alla salute di migliaia di persone.

Ancora una volta quindi intraprendiamo un percorso in controtendenza, sapendo che ogni giorno ci possiamo attendere dal fronte la notizia di attacchi armati contro Nerdah Mya,  contro Baw Kyaw e contro i comandanti a loro fedeli. Il nostro progetto, è evidente, non presenta alcuna certezza di riuscita pratica. La sua realizzazione dipende da molteplici fattori, molti dei quali al di fuori delle nostre reali possibilità di controllo. Ma di certo il fattore fondamentale per tentare ogni tipo di impresa non manca: la volontà.

Vi chiediamo di aiutarci come e se possibile più di prima. Raccogliendo fondi per il sostegno di cliniche, scuole e villaggi, incoraggiando i vostri conoscenti a destinare il 5×1000 alla nostra organizzazione, mettendo a disposizione del progetto descritto le vostre competenze e professionalità.

“Popoli” non si ferma, la Comunità non si arrende: si continua a lottare. Fino alla vittoria.

 

SEGUICI SU WWW.COMUNITAPOPOLI.ORG

La Comunità Solidarista Popoli – Onlus, è nata nel febbraio del 2001.

POPOLI ha come obiettivo il sostegno umanitario di gruppi etnici o intere popolazioni che vivono in gravi condizioni di disagio a causa di guerra, fame, povertà, calamità naturali, e che lottano per la difesa della propria identità, tradizione, cultura e indipendenza politica. In contrasto con la tendenza all’omologazione culturale dei popoli, incoraggiata da lusinghe o ricatti economici quando non imposta con la forza delle armi, la Comunità Solidarista si riconosce nel principio della preservazione delle diversità, condizione indispensabile al contenimento degli evidenti squilibri e delle profonde ingiustizie provocate dal nuovo ordine mondiale.

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